di Andrea Cortellessa

 

È un’ottima serie quella degli «Oscar Baobab» che – a prezzo contenuto, solida rilegatura e stampa di buona qualità – offre gli Opera omnia di autori che a una relativa popolarità associno un’effettiva importanza letteraria. Classici minori, diciamo. Che sono poi quei classici che necessitano di qualche cura editoriale in più (in questo caso, per esempio, si poteva commissionare un’introduzione critica: che però i due bei saggi dell’autore, trascelti in abbrivo, provvedono a surrogare): gli ultimi usciti sono quelli di Sylvia Plath e Rocco Scotellaro, ma di recente si segnalano due altri doverosi omnia, di Alfonso Gatto e Fernando Bandini. La scorsa primavera è uscito invece, nella traduzione del suo fedelissimo sherpa italiano Damiano Abeni (che ha così completato i successivi episodi Donzelli, minimum fax, L’obliquo, Sossella e Fandango; passando per un già Oscar, parziale, nel 2011), il cospicuo volume dedicato a Mark Strand: una vera festa dell’intelligenza, oltre che del piacere della lettura (Tutte le poesie, traduzione di Damiano Abeni con Mora Egan, pp. 667, € 26).

 

Perché, come forse solo i grandi anglosassoni sanno essere, questo era Strand (scomparso a New York alla fine del 2014, era nato ottant’anni prima nell’isola Prince Edward in Canada): un poeta sommamente leggibile, mai incline a gratuito obscurisme, eppure sempre in fuga dalle secche dell’ovvietà di pensiero e della banalità formale (che i corrispondenti “continentali”, magari insigniti di Nobel, invece incocciano in pieno). Fisicamente somigliava in modo perturbante a Clint Eastwood; come narratore, però, era il suo opposto simmetrico, il suo calco negativo.

 

Ho detto «narratore», e non per sbaglio; rispetto ai parigrado generazionali, John Ashbery e Charles Simic, è lui quello più disteso «verso la prosa»: non solo per i suoi bellissimi testi critici (al momento tradotte sono solo le magnifiche didascalie per Edward Hopper, da Donzelli) e neppure solo per le prose liriche che sempre più, nei suoi libri, si alternano ai versi (sino a prendersi tutto il campo nel testamentario, splendido Quasi invisibile, 2012); ma per l’andamento che, sin dai remoti esordi di Dormire con un occhio aperto (1964), hanno i suoi componimenti. Solo che quella di Strand è una “narrativa” sui generis, che – dal titolo dato a un episodio mirabile della Storia delle nostre vite (1973) – dobbiamo piuttosto definire «Denarrazione» (un titolo che ha, nella nostra lingua, una storia curiosa: lo usò Anna Banti, nel ’66, per stroncare invisi autori della neoavanguardia quali Balestrini, Vincenzo Agnetti e Corrado Costa: allorché Vanni Scheiwiller – come tante volte, in precedenza, nella storia delle arti – prese l’insulto a insegna e chiamò «Denarratori» una collana che però – ironia della sorte – durò solo due numeri…).

 

In un’ironica epistola “oraziana” della Vita ininterrotta (1990), chi-dice-io discute di «Poesia narrativa» con due sconosciuti al supermercato, con sua sorella, infine con sua madre (quasi che di consimili temi si chiacchieri come del tempo o del governo che fa); caratteristicamente non ha una tesi confezionata, non un manifesto – ma solo ipotesi, tutte da verificare. Dunque, sostiene il tizio al reparto frutta e verdura, questa narrazione «non fornisce alcuna struttura coerente che consenta la misurazione del trascorrere temporale o spaziale», e «l’eroe» permane nell’«incubo della propria irrealtà». Par di leggere un Borges sfrondato di festuche decorative (e certo Borges è un riferimento, per la de-temporalità e la de-soggettivazione della Denarrazione). Chi-dice-io annuisce: «la poesia narrativa prende il posto di una narrazione assente». Il segreto, ricorda, lo ha scoperto a Roma (nella “realtà” Strand ha viaggiato moltissimo, specie in America Latina; e fragranze dei tanti “suoi” luoghi s’incontrano spesso nei suoi testi), davanti ai monumenti mutili della classicità («la memoria è un monumento commemorativo degli eventi che non hanno potuto mantenere se stessi nel presente, ed è questo il motivo per cui […] è sempre un canto funebre»: qui c’è la malinconia “metafisica” del de Chirico omaggiato in Tormenta al singolare, 1998). «Una narrazione negativa […] che si rifiuta di iniziare perché l’inizio non ha alcun senso in un universo infinito, e che rifiuta di concludersi per il medesimo motivo»: e qui si rimonta a Beckett, e attraverso di lui a Kafka (riferimento chiave, certo, anche per Borges).

 

Si sa, l’aggettivo “kafkiano” non si può più pronunciare. Ma, se così è, è per eccesso di pregnanza. Nella nostra poesia c’è una «funzione Kafka» evidente (fra Cattafi e Raboni, Giudici e Fortini, Porta e Sanguineti sino al grande Raffaello Baldini), fra i contemporanei di Strand: ma è stato lui, mi pare, il suo discepolo più conseguente. Nell’Alfabeto di un poeta che apre il volume, la “voce” a Kafka dedicata dice che la rivoluzione della Metamorfosi è nel modo in cui ci costringe ad «accettare» la sua traumatica scena iniziale: se non lo facessimo, non potremmo accettare nulla di quanto segue; e allora, conclude il nostro de-narratore, «non vi sarebbe un universo che sappia accogliere l’imprevisto». Detto altrimenti, non vi sarebbe poesia.

[Questo articolo è uscito il 3 novembre su «Il Sole 24 ore-Domenica»].

1 thought on “Mark Strand, il Denarattore

  1. “In Scala, un dipinto piccolo e misterioso, guardiamo giù lungo delle scale e attraverso una porta aperta vediamo un oscuro e impenetrabile ammassarsi di alberi appena oltre la soglia. Dentro la casa tutto dice ‘Andate’. Fuori tutto chiede ‘Dove?’ Tutto ciò per cui la geometria del quadro ci dispone ci viene oscuramente negato. La porta aperta non è il passaggio innocente che collega l’interno all’esterno ma un gesto paradossalmente architettato per trattenerci dove ci troviamo”.

    Mark Strand, Edward Hopper. Un poeta legge un poeta. Traduzione di Damiano Abeni. Donzelli, Roma, 2003. p. 51

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *