di Francesco M. Cataluccio

 

I miei lunghi anni di lavoro nel mondo dei libri (più prosaicamente, qualcuno direbbe: nell’industria editoriale) sono stati costellati, sin dall’inizio, da equivoci.

 

Ritengo che il primo, da parte di una famosa casa editrice, fu di aver pensato, nel momento in cui crollavano i muri, che fosse necessario avere un redattore che si “intendeva di cose dell’Est”. Dopo pochi mesi, dalla mia assunzione, ci si rese conto che, all’Est, non esistevano affatto centinaia di capolavori, bloccati dalla Censura, chiusi nei cassetti. Le cose migliori, e più proibite, da anni circolavano liberamente, e a volte con successo, in Occidente.

 

Così, fui rapidamente passato a fare il redattore, senza che avessi la minima idea del mestiere. Me lo insegnarono, affumicandomi con le loro decine di sigarette, Sandro (il direttore editoriale) e la più prestigiosa e temuta “redattrice esterna”: Grazia Cherchi. Ambedue dovettero però constatare che non ero abbastanza cattivo con gli autori. Dopo un certo periodo di questa “scuola” fui quindi indotto a pensare che essere una carogna pignola volesse dire esser bravo redattore. E seriamente considerai l’ipotesi di cambiar mestiere.

 

Ma c’era un’altra figura “esterna” che mi interessava. Il giovedì, nel primo pomeriggio, passava davanti alla mia stanzetta un’anziana signora claudicante che andava a rinchiudersi nel salone in fondo al corridoio. Anche lei fumava come un turco e, quando apriva la porta, uscivano nubi biancastre come se là dentro si bruciassero delle carte. In effetti, in quello stanzone, venivano ammucchiate le decine di dattiloscritti che arrivavano quotidianamente in Casa Editrice. E molti sospettavano che, periodicamente, venissero là organizzati degli accidentali, quanto provvidenziali, roghi.

 

Siccome (ero agli inizi!) uscivo tra gli ultimi, lei mi lasciava un foglietto per il Direttore dove scriveva i giudizi su una ventina di inediti che aveva letto. La cosa mi incuriosiva assai. Così, una volta, approfittando del fatto che era venuta a chiedermi se per caso avessi una sigaretta, le domandai sfacciatamente quale fosse il suo “metodo” e se davvero leggesse tutti quegli scritti in un pomeriggio. La risposta fu affermativa, ma subito corretta dal disvelamento di un segreto: la signora leggeva le prime due pagine e le ultime due del dattiloscritto e poi operava una sorta di carotaggio su un altro paio di punti scelti a caso. Secondo lei era un sistema scientifico: nessun libro che faccia schifo nell’attacco e nella conclusione, e in qualche pagina aperta a caso, meriterebbe di essere pubblicato. Replicai, un po’ sorpreso, che Guerra e pace, ad esempio, al di là della mole, non sarebbe stato valutato il capolavoro, che in effetti è, se un redattore russo di allora avesse considerato l’inizio (in francese!), l’ultima pagina non proprio brillante e, nel mezzo, fosse capitato nella lunga descrizione di una battaglia (magari quella dal punto di vista di un cavallo…). Mi gelò con un sorriso amaro e disse che facevo troppo il saputello e sarebbe stato meglio lavorassi all’Università…

 

Ovviamente ho poi applicato il suo “metodo” e posso, con una certa esperienza, affermare che funziona bene, perfino con il libri di saggistica. Con i libri per ragazzi è addirittura fondamentale!

 

Un clamoroso equivoco mi accadde però dopo sette mesi. La centralinista, con voce imbarazzata, mi disse che c’era alla porta un signore che sosteneva di essere un professore afgano, che parlava male l’italiano e voleva proporci degli articoli. Lo feci accomodare e gli dissi, con molta franchezza, che noi non pubblicavamo raccolte di articoli, seppur su una questione calda come l’Afghanistan, e che avrebbe dovuto rivolgersi a un quotidiano o a un settimanale. Ma quello insisteva e non accennava ad andarsene. Allora gli scrissi su un foglietto il nome di un’amica che lavorava alla redazione esteri del «Corriere della sera» e gli disegnai anche una piccola mappa in modo che potesse recarsi là comodamente a piedi. Niente da fare: quello si incaponiva a mostrarmi almeno un suo articolo. Acconsentii a malincuore e lui aprì la borsa e dispose sulla mia scrivania i suoi “articoli”: due elefantini in finto avorio, un animaletto ligneo irriconoscibile e cinque statuette votive in plastica celeste…

 

Col tempo imparai il mestiere e quindi mi promossero caporedattore e fui ammesso a partecipare alle riunioni dove si decidevano i libri da pubblicare. In genere i libri dell’Est erano mal visti: considerati malinconici e troppo pensosi, poco adatti ai gusti fantasiosi del pubblico italiano. Su Ryszard Kapuściński dovetti impuntarmi e, una volta tanto, ebbi, col tempo, ragione (la Feltrinelli aveva, nel 1983, pubblicato, traducendolo dall’inglese, Il Negus che era stato un fiasco; quando, nel 1994, grazie all’amicizia con lui, dissi che c’era la possibilità di pubblicare il capolavoro Imperium, e acquistare i diritti di tutti i suoi libri, mi guardarono come un matto). Imparai a trasformarmi in una sorta di “auto-cartina di tornasole”. Compresi che se un libro mi piaceva, agli altri avrebbe fatto schifo e, se per caso si erano distratti (o avevano dato credito, per sfinimento, al mio entusiasmo), e quel libro veniva poi pubblicato, era quasi sempre un insuccesso commerciale. Quindi cominciai a perorare la causa dei libri che non mi piacevano e mi feci così la fama di uno con “un buon fiuto”. Ci fu una volta che però, all’unanimità, bocciammo un libro parautobiografico di una giovane signorina che, nel titolo, aveva pure infilato la parola “mutande”. Fu una delle poche volte che l’Editore, in genere abbastanza silenzioso e rispettoso delle scelte della redazione, si impuntò con un’argomentazione inoppugnabile: “Lo pubblichiamo e basta!”. Fu un successo clamoroso e ne trassero persino un film.

 

Eviterò di soffermarmi, perché l’ho già raccontato in altre occasioni, sulle decine di equivoci che mi capitarono quando mi fu affidato il compito “delicatissimo” di occuparmi del primo libro di una giovane e promettente scrittrice giapponese di nome Banana. Anzitutto veniva chiamata, in casa editrice, con tutti i nomi di frutta salvo quello giusto: un giorno ti telefonava il tipografo e ti chiedeva irritato perché non erano ancora tornate indietro le bozze di Ananas; un altro, l’Ufficio stampa che domandava se non si trattasse per caso di uno scherzo (“i responsabili delle pagine culturali non fanno che ridere e prenderci in giro”!); oppure mi cercavano i librai di Firenze o Pisa (maledetti toscani!) sogghignando, ma preoccupati, che nelle loro città un prodotto simile sarebbe stato invendibile.

 

Mi è scappato il termine “prodotto”. In effetti è questo uno dei più grandi equivoci dell’editoria: per alcuni (gli autori, ma anche molti redattori, che oggi si chiamano tutti “editor”) si lavorano e producono dei libri; per altri (l’ufficio commerciale, la distribuzione, alcuni librai) si maneggiano dei prodotti. Per i poveri uffici stampa, spesso i libri/prodotti sono semplicemente delle “impresentabili scocciature” da presentare come gioielli. Gli oggetti sono sempre gli stessi, ma cambiando la definizione muta anche l’approccio e il valore che gli si dà. Qui sta il vero equivoco e l’origine di molti fallimenti.

 

La storia della grande editoria italiana (ma, sospetto, lo si potrebbe dire di quella di tutto il mondo) è stata fatta da uomini e donne appassionati che hanno dilapidato i loro soldi pubblicando libri. L’editoria è sempre stata una passione malata. Alcuni poi sono stati così bravi da impostare e organizzare le cose in modo da non perderci o addirittura guadagnarci, stampando ottimi libri. Ma non possiamo dimenticarci che la nostra cultura, nel Novecento, è stata puntellata da straordinarie opere e collane che sono costate a chi li produceva molti soldi, sforzi e, talvolta, guai.

 

Sgombriamo il campo dagli equivoci: secondo me Einaudi è, e resta, la migliore casa editrice italiana (dalla quale sono filiate altre tre case editrici di qualità: Adelphi, Bollati Boringhieri, Donzelli): il suo fondatore e padrone per quasi cinquant’anni ci ha investito tutto il suo patrimonio e, a un certo punto, ha dovuto economicamente arrendersi. Dal punto di vista imprenditoriale c’è chi lo considera (alcuni con una punta di rivendicativa soddisfazione) un fallito. Ma se si guarda alla sua impresa, da punto di vista della cultura, è un benefattore che, come tutti, ha fatto anche scelte sbagliate, ma senza il quale saremmo tutti più ignoranti.

 

Il primo editore per il quale ho lavorato, ad esempio, era un rivoluzionario che credeva nei libri come mezzo di emancipazione della gente e trasmissione di idee nuove (inizialmente il Partito Comunista, che pure aveva una sua, un po’ triste ma anche meritoria, casa editrice, lo incoraggiò molto a lanciarsi in questa avventura). Grazie alla rete dei suoi contatti politici e personali, e al suo coraggio e anticonformismo (stampò, nel 1957, Il dottor Živago contro tutti e, nel 1962, lo scandaloso Tropico del cancro di Henry Miller), pubblicò libri belli e importanti che ebbero anche successo commerciale perché rispondevano ai gusti e alle necessità di migliaia di lettori. E come lui, fortunatamente, ce ne sono stati, e ce ne sono, altri. Questa editoria faceva e fa, inequivocabilmente, libri, prima che prodotti commerciali. E questo vale tanto più, oggi, per alcune medie e piccole case editrici.

 

Il secondo editore, che pubblicava innovativi e remunerativi libri scolastici, amava la saggistica di proposta: mi fece dirigere una sorta di “university press” che doveva produrre libri utili a studiare ma anche interessanti per un pubblico che volesse accrescere le sue conoscenze (in questo caso si trattò di un equivoco virtuoso!). Volumi che venivano venduti nelle normali librerie e quindi non dovevano sembrare, né tanto meno essere, dei tristi manuali. Roberto Gulli amava il libro ben confezionato, elegante dal punto di vista grafico e tipografico: quando riceveva la prima copia la apriva e ne annusava l’odore fresco della carta stampata (abitudine che mi ha attaccato e ancor oggi, in libreria, i commessi mi guardano male pensando che mi soffi il naso con i volumi esposti) e aveva vasti interessi culturali e civili: guardava all’Einaudi come a un modello.

 

La terza proprietaria dell’ultima casa editrice che ho diretto, l’aveva acquistata per aiutare il geniale fratello profugo dall’Einaudi ma poi, dopo la sua scomparsa, si era appassionata al mestiere, e aveva messo a frutto la sua esperienza di manager (nel ramo alcolici e dolciari) unendola alla sensibilità che si era affinata con le frequentazioni giovanile degli “einaudiani” amici del fratello. Quando ci incontrammo la prima volta nella sua bella casa apprezzò molto che stessi simpatico al suo cagnetto e che, contrariamente alla sua abitudine, non mi avesse subito azzannato un polpaccio. Poi mi fece firmare il contratto su un antico tavolino dove c’era un vaso cinese con dei fiori bianchi, davanti alla foto del fratello che, dall’interno di una cornice dorata, mi guardava perplesso. Ho avuto la fortuna di lavorare con veri editori.

Ci fu, nel 1995, un uomo intelligente e còlto, amministratore delegato di un grande gruppo editoriale, dopo varie esperienze in altri settori industriali, che, provocatoriamente, scelse di affrontare di petto la questione, sgombrando il campo dagli equivoci: pubblicò un libro-intervista sull’editoria intitolato A scopo di lucro. La tesi era che l’editoria è e deve rimanere un’impresa, un business del tutto “tipico”, nel quale cioè l’obiettivo essenziale deve essere il profitto economico.

 

Nell’editoria molti sostengono di fare libri, mentre fanno, più o meno consapevolmente, “prodotti a scopo di lucro”; mentre altri pubblicano libri perché amano la cultura e la bellezza. Ci sono quelli che fanno “libri necessari” (ad esempio: i manuali), che hanno un valore d’uso e che, quando sono ben fatti e con buoni contenuti, hanno significativi risultati economici. Per fortuna ci sono ancora editori che, come il primo di tutti, il veneziano Aldo Pio Manuzio (1449-1515) riescono a coniugare cultura e guadagni, avendo chiari il loro obiettivi e la missione umanistica della loro impresa.

 

Anche come autore di libri non ho mancato, sin dagli esordi, di imbattermi negli equivoci. Nel 1992 pubblicai, nella collana «I classici» della Feltrinelli, un’introduzione alla prima traduzione italiana del testo teatrale Peter Pan (1904) di James M. Barrie. Dopo alcuni mesi, ricevetti una telefonata di Giulio Einaudi, che non conoscevo personalmente, che mi proponeva di scrivere un saggio su Peter Pan per la sua casa editrice. Gli risposi che ero molto grato e lusingato, ma che quello che avevo da dire sullo svolazzante fanciullo inglese lo avevo già scritto nell’introduzione. Mi invitò comunque a pranzo a Torino. Dopo avermi fatto visitare la casa editrice, andammo a mangiare al Ristorante Solferino, nell’omonima piazza. Là, a metà del pasto, dopo che avevamo parlato del romanzo Ferdydurke di Witold Gombrowicz (pubblicato inizialmente da Einaudi, nel 1961, e poi ripubblicato, in una nuova edizione a cura mia, presso Feltrinelli, nel 1991) mi disse che il problema dell’immaturità era estremamente importante e mi chiese di scriverci su un libro. Accettai e pochi giorni dopo ricevetti il contratto. Poi passarono gli anni: io facevo fatica a maturare, nonostante mi fosse anche nata una figlia. Nelle notti insonni però, per mettere a tacere i miei sensi di colpa editoriale, divoravo libri e prendevo appunti sull’argomento. Nel frattempo, Giulio Einaudi andò in pensione (settembre 1997) e quasi due anni dopo morì (aprile 1999). Agli inizi del nuovo millennio, mi chiamarono dalla casa editrice per sapere che cosa volessi fare di quel contratto, ormai ampiamente scaduto. Preso dall’imbarazzo, giurai di consegnare il testo entro un anno. Stavolta rispettai l’impegno, anche perché l’amico Roberto Cerati (il grande organizzatore della rete commerciale) mi mise sotto pressione ripetendomi, tutte le volte che ci incontravamo, che lo dovevo alla memoria di Giulio Einaudi. Dopo la consegna, per molti mesi non seppi più nulla. Immaginavo le perplessità, perché ero cosciente di aver scritto un libro atipico: Immaturità. La malattia del Novecento (2004, 2014) è un po’ saggio e un po’ racconto autobiografico, una specie di «romanzo con le note» (che sarà poi anche la caratteristica dei miei libri successivi).

 

Oggi gran parte delle librerie, sono purtroppo, dei posti equivoci: nel senso che non si capisce bene che funzione abbiano. Il libraio, o la catena di libreria, possono riempire i loro negozi di tutte le cose che vogliono: dalla cancelleria alle cartoline, ai CD di musica e cinema, ai pupazzetti e i cioccolatini per gli innamorati, alle bottiglie di vino pregiato, ai tè aromatici, agli oggetti elettronici, ai lavori d’artigianato locale. Ma devono sempre ricordarsi di essere dei librai e che le altre merci non possono nascondere i volumi. Chi entra nel loro negozio per comprarsi un CD, dovrebbe uscire anche con un libro, che lo ha colpito passandoci accanto o gli è stato consigliato per associazione di idee con l’oggetto che ha comprato: un disco di tanghi, ad esempio, non può lasciarsi dietro invenduto un racconto di Borges, un saggio sulla cultura argentina, un romanzo di Sabato, o una affascinante raccolta dei testi di tanghi col testo a fronte, un libro con le strisce di Mafalda, una guida al fascino inesauribile di Buenos Aires, o un volume di Corto Maltese…

 

Il più grande difetto che può avere un libraio è di essere uno snob. La vera cultura non si è mai identificata con una setta di pochi eletti. Il libraio che disprezza i suoi clienti non è adatto a fare questo mestiere. Un mestiere che è veramente un servizio, nel senso più alto della parola: un servizio alla memoria e alla cultura. Ma anche un servizio alla gioia e al piacere. Negli anni Novanta, le lunghe e festanti code davanti alle librerie in attesa della mezzanotte per poter acquistare l’ultimo romanzo della saga di Henry Potter ci hanno fatto capire (a noi che questo genere di code le abbiamo fatte solo per un concerto rock, o un’opera lirica, per un film o uno spettacolo teatrale) che il libro è ancora capace di appassionare larghe fette di pubblico e di giovani.

 

I giovani sapranno amare e rispettare i libri, se non verranno rovinati dalla scuola che (altro equivoco!) fa loro leggere i romanzi e poi li sottopone a test, ricostruzioni grafiche delle strutture narrative del testo e altri arzigogolamenti teorici che fanno pensare che la letteratura sia soltanto una cosa di studio. Ci sono però anche tanti bravi insegnanti che accompagnano i loro studenti in libreria, iniziandoli a riconoscere quel luogo come uno spazio amico e fanno loro apprezzare il “piacere del testo”.

 

Il blu intenso e ruvido delle copertine dei libri della collana “La Memoria” della Sellerio, che è l’editore per quale ho pubblicato la maggior parte dei miei libri, anticipa perfettamente questo piacere. Nella terra dei miei avi paterni, nell’autunno del 1979, Elvira Sellerio e Leonardo Sciascia, assieme a Enzo Sellerio e agli altri amici palermitani, inventarono una tra le più belle collane dell’editoria italiana, dove i classici della letteratura meno noti stanno accanto a curiosi testi italiani. Quello che accomuna quelle scelte editoriali era, ed è, la curiosità intelligente (come diceva Sciascia, nel senso di intelligenza col lettore, “come si dice intelligenza col nemico”: cioè intesa rapida, sotterranea, forse complice) che il libro doveva comunicare al lettore, resa con stile letterario. Leggerezza intesa in senso europeo, anzitutto francese, come quella di cui parla Milan Kundera, più che quella postmoderna teorizzata nelle Lezioni americane di Italo Calvino.

 

Quand’ero uno studente liceale e stavo scoprendo il fascino misterioso del teatro, iniziai per caso a frequentare una piccola libreria in riva all’Arno, in Piazzetta del Pesce, davanti al Ponte Vecchio. Quel luogo era punto di incontro di grandi attori, registi, direttori artistici e giovani appassionati. Lì si poteva chiacchierare con Paolo Poli, Ronconi, Castri, Strehler, Zeffirelli… Molta della mia formazione di vita e amore per il teatro è stato coltivato in quel piccolo spazio-universo. La burbera e paffutella libraia Albertina mi fece conoscere Beckett, Racine, Witkiewicz, Artaud, Marlowe, Pinter, tirando fuori con complicità quei libretti dagli scaffali e spiegandomi con pazienza e passione il loro valore. Quando compravo troppi libri e non mi bastavano i soldi, mi prestava quelli in esubero. Si costruì così un affezionato cliente, un amico, un complice.

 

Tra il libraio (anche quando non è il padrone dell’esercizio) e il cliente deve esserci appunto questa complicità. Il senso della trasmissione di idee, sensazioni, piaceri, sogni. Chi vende un libro (persino un manuale di giardinaggio) vende una promessa, non deve mai dimenticarlo. Per questo il libraio, pur nel dovere commerciale di avere un vasto assortimento e di esaudire qualsiasi richiesta, è necessario che sappia orientarsi bene nella produzione e selezionare i libri di valore. Non può tradire la fiducia del cliente e non può sbagliarsi nel capire di cosa abbia veramente bisogno.

 

Il “mago della vendita dei libri”, e non solo di quello, è stato l’einaudiano Roberto Cerati. Lo conobbi nel 1990: era già una leggenda, soprattutto per chi lavorava nel mondo dell’editoria. Avevo notato che, quasi tutti i venerdì, nella libreria Feltrinelli di Via Manzoni, c’era un uomo piccolo e all’apparenza fragile, con i capelli candidi, sempre tutto vestito di nero, che prendeva i libri dagli scaffali e li spostava, si appuntava qualcosa su un quadernino, parlottava, con fare cospirativo, con i commessi. Me lo presentarono e lui mi disse che considerava quello il suo lavoro principale: parlare con i librai; controllare le pilette dei libri e rimettere in ordine quelli fuori posto o mal collocati; “annusare l’aria e i clienti”. I librai lo amavano perché capivano che era un po’ uno di loro; che comprendeva e rispettava il loro lavoro; che considerava, e non si stancava di ripeterlo, le librerie “il centro del mondo del libro”. Cerati era rimasto uno dei pochi a pensare che nella libreria si “giocasse la partita del libro”. La filosofia del suo lavoro di direttore commerciale dell’Einaudi si basava su questa convinzione: i libri vanno portati, in tutti i modi, alla gente. Cerati si era creato negli anni una squadra di fedeli collaboratori e amici librai che venivano chiamati dai “nuovi manager editoriali”, con una punta di disprezzo, i “celatiani”: gli adepti di una religione del libro che loro consideravano sorpassata dal marketing (che, per altro, Cerati conosceva e praticava benissimo: basti pensare a quando convinse Einaudi a lanciare La storia di Elsa Morante in tascabile a basso prezzo, 2.000 lire nel 1974: fu un successo straordinario). E invece Cerati aveva ragione: lo si vede ancora di più oggi che l’oggetto libro è messo in discussione dalla rivoluzione digitale e le vendite si fanno “on line” e gli editori in crisi non riescono ad immaginare altra strategia che le svendite.

 

Il suo “maestro” era stato il libraio Cesarino Branduani della Hoepli, a Milano. Cerati raccontò allo scrittore Sebastiano Vassalli (in un’intervista del 25 gennaio 2007): «Per definire un libro, o per dare un consiglio, Branduani usava due modi: l’è bûn e al va. Al va era il libro che si vendeva bene, che andava da sé; ma l’altro libro, il libro bûn, bisognava averlo sempre disponibile, anche se la sua vendita era meno facile e più lenta. Purtroppo la filosofia del vecchio libraio con l’andar del tempo si è persa. Oggi l’editoria tende a controllare tutte le fasi del mercato, dalla produzione al consumo. Esiste un solo tipo di libro, quello che al va e che perciò è anche bûn. Il libraio è un commesso cui viene assegnata una certa quantità di ogni libro. Così vanno le cose: ma io credo che, pian piano, si dovrà tornare alle vecchie distinzioni. Bisognerà ricostruire un sistema informativo che serva a distinguere il libro bûn da quello che al va; e il libraio sarà ancora un mediatore importante, come ai tempi di Branduani».

 

Per tanti anni, ci siamo sempre dati appuntamento con Cerati proprio nelle librerie, per poi andare a bere e chiacchierare da qualche parte. Contrariamente alle mie abitudini, in quelle occasioni, veniva anche a me naturale indossare una Lacoste e dei jeans neri, come se mi recassi a una riunione di carbonari in divisa: Cerati aveva uno straordinario talento (carisma) nel “tirarti dalla sua parte”. Quando, nel 2005, mi trasferii a lavorare in una casa editrice di Torino (decisione da lui molto incoraggiata), Cerati istituì l’abitudine, una volta alla settimana, di vederci a cena al ristorante “Solferino”, vicino all’Einaudi. Era come entrare a casa sua: arrivava sempre per primo, scherzava con i camerieri, si ordinava un bicchiere di buon vino e mi aspettava leggendo. Era molto affettuoso e rispettoso, discreto nel chiedere del mio lavoro (diceva che ero della “concorrenza”, anche se, in fondo, facevamo parte della stessa “confraternita”), ma generoso nel mettermi a parte delle sue idee e informazioni. Mi colpiva la sua sobrietà: mai un’esagerazione, né nel cibo né nelle parole. Aveva certamente, come dicevano, qualcosa del “monaco”: si sentiva molto vicino alla Comunità di Bose e gran parte delle vacanze estive le trascorreva là, nel silenzio, nella meditazione e nella lettura. Apprezzava infatti la povertà e la semplicità come valori spirituali: la barocca e sabauda Torino gli stava a pennello. Era un nostalgico del passato, ma curiosissimo del presente e non rassegnato al futuro: i suoi bigliettini, scritti con una calligrafia minuta e ordinata, si concludevano sempre con una nota di speranza.

 

Nelle librerie che frequentavo a Praga, Varsavia, o Mosca, fino alla metà degli anni Ottanta, si respirava subito un’atmosfera opprimente, sciatta, vuota. A Mosca, soprattutto, ti colpiva la bruttezza e la pesantezza dei volumi, l’odore stantio della colla di pesce che teneva precariamente assieme le pagine di libri dove il censore e l’addetto alla propaganda avevano pesantemente lavorato a togliere dalle righe la freschezza e l’energia della libertà delle idee e delle opinioni. E anche i commessi erano persino più scortesi che negli altri negozi, quasi avessero la coscienza di non aver nulla di buono da vendere. I più furbi facevano lauti guadagni vendendo sottobanco i pochi libri interessanti, stampati in esigue tirature, e quindi tanto più agognati dai lettori e dai trafficanti del mercato nero. I veri libri erano clandestini: stampati, o ciclostilati, in edizioni poverissime ma ricche di idee. C’erano poi i libri normali, ma stampati dalle case editrici dell’emigrazione, il cui possesso poteva costare l’arresto e un sacco di seri fastidi. Questi libri si acquistavano nei posti più strani e improbabili (e i librai rischiavano la galera). A Cracovia, la libreria più fornita era una sbocconcellata panchina dietro una quercia, sotto il Castello, dove un piccolo signore, con la coppola, la sigaretta sempre accesa e l’aria circospetta, teneva un borsone da ginnastica gonfio di libri che facevano la felicità dei lettori. La mia “libraia”, a Varsavia, tirava fuori da sotto l’ampia gonna i libri “proibiti” che le avevo ordinato, assieme a succulente salsicce e barattolini di miele. Ma come, inspiegabilmente, succede a tutti gli esseri umani, la mancanza innescava la spasmodica richiesta e il bisogno. La censura e la penuria favorivano così un desiderio insaziabile e mai si lesse tanto in quei paesi come in quegli anni. In quel mondo si è nutrito, ancora inconsapevolmente, il mio amore per l’editoria come missione culturale.

 

La più originale libreria che abbia mai visitato è la Marioka Shoten, del pelato occhialuto simpatico Yoshiyuki Marioka, a Ginza (Tokyo), aperta al piano terra dello storico, e miracolosamente sopravvissuto ai bombardamenti, edificio Suzuki (1929). Ogni settimana il libraio seleziona un unico volume per la vendita: lo espone, lo cura, lo circonda di immagini che lo completano, lo presenta attraverso una serie di incontri serali con l’autore o persone in grado di parlarne e alla fine della settimana lo sostituisce con un nuovo unico volume.

 

A volte ho il sospetto che sia il libro, per la sua stessa natura, ad essere un oggetto equivoco. A cinque anni fui sorpreso dai miei genitori mentre mi arrampicavo su una scaletta fatta di grossi libri, nel tentativo di raggiungere la scatola di cioccolatini alle mandorle riposta sullo scaffale più alto della libreria del mio goloso, ed egoista, padre. Del resto, nella nostra casa di Firenze, dove c’erano libri ovunque, se ne faceva sovente un “uso improprio”. Se, durante i pranzi, non si trovava un cuscino, venivo rialzato al livello del tavolo mettendo sulla seggiola un robusto vocabolario, o, peggio ancora, per insegnarci a mangiare educatamente, con le braccia vicine al corpo, la mamma spesso ci costringeva a stringere sotto le ascelle due smilzi volumi.

 

Il libro, che è uno strumento per comunicare storie e idee, solo a un certo punto del cammino umano ha assunto la forma cartacea che conosciamo e, nel futuro, avrà sempre più la forma immateriale del digitale e verrà letto su uno schermo. Ma la sparizione dei libri di carta non significherà affatto la fine dei libri: ci priverà però, purtroppo, dei mille usi che si possono fare dei volumi cartacei.

 

A un certo punto, quando ero passato a lavorare in un’altra casa editrice assai importante, forse per una forma di impazzimento alla soglia della mezza età, mi incaponii nell’intravedere un grande futuro (che non ho nemmeno oggi del tutto abbandonato!) ai libri “pop-up”. Ormai con questa parola si intendono quelle piccole finestre che si aprono automaticamente quando si entra in una pagina web, per pubblicizzare particolari servizi del sito o per mostrare la pubblicità di inserzionisti. Sono cose che innervosiscono assai coloro che guardano un testo o un’immagine sullo schermo del computer e improvvisamente li trovano coperti da un messaggio estraneo.

 

Fino a una ventina di anni fa, invece, con questo schioppettante termine, si definivano soltanto quelle meravigliose pagine dei libri per bambini che prendevano forma tridimensionale, facendo spuntare come arzigogolati funghi, dalle piatte pagine, castelli e animali a tre dimensioni. Realizzazioni ardite della fantasia dei disegnatori e miracoli della tecnica tipografica. Col progressivo passaggio dei libri dalla carta stampata alla forma digitale, e quindi immateriale (se non per l’elettronico supporto di lettura), i “pop-up” non hanno perso, e non perderanno, la loro identità materiale. Questi libri sono infatti tra i pochi che non potranno mai venir trasformati in file digitali: sono nati come giochi di carta e tali rimarranno. Sono insostituibili: neppure da macchinette simil-libro che producono ologrammi. Quand’ero bambino amavo farmi sorprendere dalle figure che si alzano una pagina dopo l’altra e toccare (e, perché no?, rompere) i meccanismi che legano le guglie di un castello o le possenti articolazioni di un dinosauro.

 

Siccome i romanzi e i racconti un po’ alla volta spariranno come oggetti cartacei, è possibile immaginare che gli artisti si possano alleare agli scrittori di storie per dar vita a “pop-up” per adulti, che siano degli oggetti d’arte, in tiratura limitata e che, come avviene per le migliori “graphic-novel”, stimolino gli autori a pensare le loro storie in modo tridimensionale.

 

In casa mia entrano molti libri: in parte li acquisto, ma molti mi vengono inviati per recensione dagli uffici stampa, o come omaggi da amici e conoscenti. Quando sono morti i miei genitori ho portato a casa mia una piccola parte (i libri più antichi) del loro grande e varia biblioteca. Li tengo per affezione, ma non li ho letti tutti: dovessi farlo, oltre a rischiare di sbriciolare quelle pagine ormai ingiallite, mi toccherebbe rinchiudermi in casa per alcuni anni. La porzione di miei “libri non letti” è quindi cresciuta parecchio. Un grosso incremento di “libri non letti” lo realizzai, nel 1986, quando tornai da Varsavia, dopo tre anni passati là a studiare, e mi posi il problema di come avrei fatto a trovare in Italia un libro che mi fosse servito: così, coi risparmi, acquistai prima della partenza molti volumi di classici e libri di riferimento, scelti secondo il criterio del “non si sa mai”.

 

Così mi ritrovo la casa strapiena di libri, che occupano tutti i corridoi e alcune stanze con scaffali fino al soffitto: molti di questi volumi sono appunto “non letti” o appena consultati. Non è però una cosa che mi dia disagio. Anzi: quando mi ammalo, ad esempio, mi rifugio in quarantena nella stanza completamente foderata di volumi, dove c’è il mio studio, e mi sento subito meglio, riscaldato non soltanto dalle coperte ma da tutta quella massa variopinta di volumi a portata di mano, dove spesso mi capita di scoprire un libro che mi ero dimenticato di possedere: allora quello passa dalla categoria dei “non letti” a quella degli “assimilati” e affretta la mia guarigione.

 

Anche in quanto lavoratore dell’industria libraria tendo a considerare comunque tutti i libri che ho in casa (letti o non letti) come miei e indispensabili. In questo mi scontro con il resto della mia famiglia e anche con il gatto che, loro sostengono, si sentirebbe oppresso da tutti quei volumi che gli impediscono di nascondersi. I gatti e i famigliari sono i peggiori nemici dei libri non letti, che vorrebbero eliminare per fare spazio e dare aria: «quelli che non leggi mandali in cantina» è l’invito ricorrente che mi sento fare.

 

Il sogno che ogni tanto faccio è quello di stabilirmi stabilmente in quella cantina, in mezzo a tutto quel bibliografico ben di Dio: fondare in quella caverna underground la mia propria casa editrice, portandoci una stampatrice (magari addirittura a caratteri mobili), e produrre per me tutto quello che mi passa per la mente. Mi credo, come Paperon de’ Paperoni, sguazzare nei libri, come fossi in una piscina e pescare ogni tanto una pagina e mettermi a leggerla alla luce fioca della lampada che pende come un pendolo dal soffitto.

 

Ma sogno anche, altre volte, di diventare come uno dei miei scrittori preferiti, il boemo Bohumil Hrabal (morto a 82 anni, nel 1997). Tutte le sue prime opere, fortemente debitrici del surrealismo, furono mandate al macero dai comunisti. Dopo l’invasione di Praga da parte delle truppe del patto di Varsavia, nel 1968, per sette anni nessun suo libro venne pubblicato e due volumi, già stampati, vennero mandati al macero. Il protagonista del suo capolavoro, una delle opere più importanti della letteratura del Novecento, Una solitudine troppo rumorosa, è appunto un addetto (come lo fu anche, per un certo tempo, Hrabal) al macero dei libri. I libri che vengono fatti tornare pappa di cellulosa sono un po’ la metafora della nostra esistenza e della nostra disperata lotta per sopravvivere. Ma Hanta, prima di gettare via i libri, ne salva i più importanti e li seppellisce, come delle perle, nel mezzo di ogni pacco di carta, scegliendo accuratamente le confezioni, in una sorta di barocco “funerale» dei libri”. Quando Hrabal lavorava con la carta straccia metteva da parte vecchi libri illustrati e li dava al suo amico, il maestro del collage Jirì Kolář affamato di ciarpame per le sue straordinarie composizioni, i suoi “collage poetici”. La vera editoria è destinata forse, in modo inequivocabile, e auspicabile, a produrre proprio dei libri come una sorta di poetici collage di quel che resta dell’umanità.

 

[Immagine: Libreria “El Ateneo Grand Splendid”, Buenos Aires].

6 thoughts on “I bizzarri equivoci dell’editoria e dei libri

  1. Da vecchio prof univ di area pedagogica che ha sempre bazzicato l’editoria e incrociato uomini e realtà descritte qui, dico solo: amo questo scritto, amo la condizione esistenziale che esprime. E mi ci rifletto

  2. Ringrazio Cataluccio perché mi ha molto aiutato a capire perché librerie non mi sono mai piaciute. E nemmeno le case editrici, credo, ma non ne conosco de visu nessuna.

  3. Una piccola precisazione che torna alle prime righe del suo piacevole articolo, precisamente a queste parole:

    “Dopo pochi mesi, dalla mia assunzione, ci si rese conto che, all’Est, non esistevano affatto centinaia di capolavori, bloccati dalla Censura, chiusi nei cassetti. Le cose migliori, e più proibite, da anni circolavano liberamente, e a volte con successo, in Occidente.”

    All’epoca in cui fu chiamato come esperto delle cose dell’Est probabilmente di capolavori chiusi nei cassetti non ce ne erano, non per via della Censura. Di capolavori di autori dell’Est Europa – parlo solo della zona di mia competenza, “il sud del sud” dell’Europa, la Bulgaria – non in circolazione tuttavia ce ne erano allora e ce ne sono ancora, e ciò a causa piuttosto dell’autocensura di traduttori e case editrici: i poemi di Konstantin Pavlov (strano come, nonostante la drammatica repressione che subì durante la Repubblica popolare di Bulgaria, non sia diventato famoso nel libero Occidente); Ivan Canev e le sue infinite riscritture in versi; i saggi di Georgi Markov (chissà, qualcuno si ricorderà dell'”ombrello bulgaro”…). Questo solo per fare alcuni esempi.
    Non sono sicura che in Slovenia, Croazia, Bosnia, Serbia, Montenegro, Macedonia, Slovacchia, Ucraina, Bielorussia, e nei paesi di lingua non slava come l’Albania, la Grecia, la Romania, l’Ungheria non ci siano altri capolavori in attesa. Ho l’impressione che il nostro sguardo sia troppo corto, un po’ viziato, un po’ assuefatto.

  4. “1993
    In primavera si incontra alla Tigre d’Oro con Giulio Einaudi, che con orgoglio gli offre il catalogo storico della casa editrice, fresco di stampa. Hrabal si fa pregare un po’ prima di accettare il dono e i curatori di queste Opere scelte, assunto il ruolo di interpreti, assistono i due anziani signori durante il colloquio: Corduas al fianco di Einaudi, chi scrive accanto a Hrabal, al quale riferisce in ceco le parole dell’editore italiano, cercando intanto di convincere lo scrittore a prendere il libro. ‘Su, lo prenda’- ‘Non lo voglio, non mi interessa’ – ‘Faccia la cortesia, l’editore ci tiene’ – ‘Ho lo zainetto pieno, e poi sono vecchio’ – ‘Ma è vecchio anche lui, non vede?’ – ‘ È vero.’”

    Annalisa Cosentino, Cronologia, in Bohumil Hrabal, Opere scelte, a cura di Sergio Corduas e Annalisa Cosentino, Mondadori, Milano, 2003 p. CXLII

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