di Mauro Piras

 

Se la giustizia viene meno, la vita degli uomini sulla terra non ha più nessun valore.

(Kant, Dottrina del diritto)

 

Quando inizierete a leggere queste righe, saranno passati cinquant’anni e poche ore dalla morte di Pinelli, dalla sua caduta nel cortile della questura di Milano. E cinquant’anni e poco più di tre giorni dall’esplosione della bomba in Piazza Fontana. Un anniversario importante, ma strano. Deludente. Cinquant’anni sono tanti, chiedono di fare un bilancio, di capire, di collocare il trauma nella biografia del paese, dargli un senso e condividerlo. Non è successo. Resta come l’impressione che sia stato celebrato solo per dovere, un po’ da tutti. Una cosa che andava fatta, altrimenti che figura fai, poi però finalmente ti senti libero, ritorni alle tue faccende. All’attivismo ateleologico (Bianciardi) delle nostre giornate.

 

Il Presidente della Repubblica e il sindaco di Milano hanno fatto il loro dovere, certo. Mattarella ha rotto un altro tabù, denunciando apertamente le attività di depistaggio promosse da una parte dello Stato. E Sala ha dedicato una attenzione speciale a Pinelli, chiedendo scusa alla sua famiglia a nome della città. I Presidenti delle due Camere hanno fatto le loro dichiarazioni di rito. Non è ben chiaro, invece, che cosa abbia detto e fatto il Presidente del consiglio Conte, preso nelle polemiche sulla legge di bilancio e gli equilibri di maggioranza. Già sul piano istituzionale, questa strana atmosfera a metà tra il felpato e gli intrighi politici quotidiani sembra evocare il peggio della cosiddetta “prima Repubblica”.

 

Il problema però è il resto. La politica, l’opinione pubblica. I media hanno dato un contributo sufficiente solo a metà. Bene la Rai, che ha prodotto un bel documentario storico, informato e preciso, trasmesso da Rai 3 il 12 dicembre nel pomeriggio (Piazza Fontana: la prima strage, di Vanessa Roghi); e poi, la sera, una “docu-fiction” forse esteticamente non perfetta, ma giusta, ben pensata, per far conoscere i fondamentali, e soprattutto per fare capire a un pubblico medio l’assurdità della vicenda giudiziaria. Il vuoto che lascia: l’impunità dei colpevoli pur dichiarandone i nomi. Verità e ingiustizia, sembra il motto di questi processi. Ma gli altri? I quotidiani usciti in edicola il 12 (quelli di carta, intendo) sono molto deludenti. Poche pagine, pochi articoli. Il Corriere (nazionale) dedica due paginoni a ricordare le vittime, basta; certo, c’è un volumetto a parte, ma dove sono finiti gli intellettualoni che vi scrivono? Non hanno niente da dire per mettere, ora, nella giusta distanza questo evento e il seguito? La Stampa latita totalmente, niente. Repubblica dedica più spazio, c’è un commento di Luigi Manconi, e anche uno interessante di Benedetta Tobagi; più gli articoli di informazione sulle celebrazioni. Tobagi insiste giustamente sulla necessità di raccontare per le nuove generazioni: però nel quotidiano non si trova una riga che sia una di racconto dei fatti, per informare, per formare. Il Quotidiano nazionale pubblica un editoriale del direttore, che cerca di raccontare gli eventi ai ragazzi, ma lo fa a tratti in modo piuttosto goffo. Comunque tutto lì.

 

I siti internet degli stessi quotidiani sono andati meglio, hanno cercato di riproporre delle ricostruzioni dei fatti e dei processi, e qualche commento. La Stampa ha messo solo online, per gli abbonati, un commento di De Luna, per esempio. Il Sole 24 ore ha messo molto materiale, anche facilmente utilizzabile a scuola. Tra gli altri siti: Il Post ha messo un articolo generale, non molto utile per ricostruire gli eventi, non speciale nell’analisi; Internazionale latita, ricicla un vecchio articolo del 2013. In generale poche analisi, poco dibattito.

 

Se ne esce con questa vaga sensazione: non c’è stato, non c’è un dibattito pubblico su Piazza Fontana e quanto ne segue, in questa ricorrenza così importante. E infatti per tutto l’anno non se ne è quasi parlato; solo alla fine, a ridosso del 12 dicembre, i giornali se ne sono occupati, come per svolgere un compitino. Sono usciti alcuni libri interessanti (Paolo Morando, Prima di Piazza Fontana. La prova generale, Laterza; Benedetta Tobagi, Piazza Fontana. Il processo impossibile, Einaudi; da ricordare anche Mirco Dondi, 12 dicembre 1969, Laterza, dell’anno scorso) ma in questo contesto un po’ freddino non vengono messi molto in evidenza.

 

Chi sono i grandi assenti? Le voci la cui assenza ha creato questo clima poco interessato, distaccato? Due: gli intellettuali e la politica.

Dovrebbero essere i primi, gli storici, i filosofi, gli scrittori, a dirci qualcosa sulla posizione di questa strage, e degli eventi che ne seguono, di tutta una stagione, nella storia del nostro paese, nel suo sviluppo. Dove sono finite tutte quelle voci che abbiamo sentito, su tanti temi, sempre presenti in questi ultimi anni? Che so, Galli della Loggia, Cacciari, Panebianco, Zagrebelsky, per citare alcuni nomi della generazione più anziana. Oppure i più giovani, quelli che dovrebbero effettivamente dominare la scena. Abbiamo assistito ultimamente a uno strano dibattito sull’impegno “politico” della letteratura, aperto dalle posizioni di Saviano sui migranti e non solo: l’intellettuale deve mettersi al servizio della buona causa, pare. Walter Siti ha risposto, anche da questo sito, in modo molto lucido. Ma l’intellettuale impegnato Saviano dov’è, nel discorso su piazza Fontana? E altri, che spesso hanno fatto delle battaglie intellettuali più o meno meritevoli? Michela Murgia, Christian Raimo? Chiariamoci: sto citando dei nomi più o meno a caso, non voglio accusare dei singoli; in fondo io seguo poco e male questi dibattiti, non conosco tanti autori. Ma c’è questa impressione: un silenzio degli intellettuali su questa vicenda, una lacuna dell’interpretazione.

 

La lacuna è ancora più grave da parte della politica. Nessuno dei partiti più importanti si è fatto carico di organizzare convegni, pubblicare analisi, discutere. Niente. Come se la vita della Repubblica fosse ridotta allo spettro ristretto di poche settimane.

 

La politica italiana resta intrappolata in un gioco delle parti che è, oggi, del tutto surreale. Abbiamo, per esempio, un centrodestra composto di almeno tre tronconi diversi: l’area “liberale” berlusconiana, la Lega sovranista e il sovranismo nazionalista di Fratelli d’Italia. Dato questo quadro, in fondo tutti ci aspettiamo che non abbiano niente da dire su piazza Fontana. Diamo per scontato che questo tipo di destra non ha da analizzare, discutere, criticare su questi eventi, e sul loro significato per la nostra storia. Si dà per scontato che chi si arrovella su queste cose è la sinistra, tutta l’area del centrosinistra, più o meno. Un presupposto assurdo, se ci si pensa. La giustificazione di questo presupposto è che se piazza Fontana è una strage di destra, la destra non ne parla. Semplifico molto perché il ragionamento inconscio è davvero così rozzo. Del resto, molto si è detto ultimamente sul “ritorno del fascismo”, sulla “emergenza democratica” o cose del genere. Questo continua a perpetuare un quadro del sistema politico che lo rende invivibile: c’è una parte delle forze politiche che non viene considerata legittima perché “di destra”, quindi implicitamente tentata dal fascismo, dall’autoritarismo ecc. Questo, simmetricamente, legittima il disinteresse e la rimozione del problema dello stragismo nero da parte delle nostre destre. Un gioco delle parti che continua a destabilizzare il sistema politico, e allo stesso tempo impedisce una appropriazione condivisa della storia della strategia della tensione, del terrorismo ecc. Nonostante i tentativi istituzionali di “pacificazione”, nonostante il cambio generazionale avvenuto negli ultimi anni (i quarantenni al potere, Salvini, Meloni, Renzi ecc., non sono cresciuti dentro quel contesto politico), questo schema non cambia.

 

Appropriazione condivisa non vuol dire una melassa di “vogliamoci bene”, un accordo di tutti su tutto. Vuol dire però che tutte le parti dovrebbero riconoscersi legittimità democratica, e da lì ragionare sulla storia della Repubblica, almeno dal centrosinistra storico in avanti: da quando cioè il paese ha iniziato a muoversi, non solo economicamente, ma anche socialmente e politicamente, e ha incontrato la resistenza di una parte del paese stesso, di una parte delle classi dirigenti. Ragionare sui momenti di crisi della crescita democratica nella storia d’Italia: la crisi di fine Ottocento, il massacro di Milano del 1898; il 1919-22 e la presa di potere del fascismo; i più o meno goffi tentativi di colpo di stato nel 1964 e 1970 e la strategia della tensione, lo stragismo, il terrorismo. Per andare a fondo di alcuni caratteri costitutivi della nostra storia. E fare questo guardando dall’interno della difesa della democrazia liberale moderna; non, come è avvenuto spesso da sinistra, partendo dalla critica di questa democrazia, da una posizione di critica radicale che “non ha fiducia nello Stato”, che non crede nei suoi “formalismi”. La lunga guerra civile iniziata nel primo dopoguerra (1919-22), proseguita nel conflitto fascismo-antifascismo, esplosa nella guerra partigiana contro il nazifascismo, e proseguita larvatamente fino agli inizi degli anni ottanta, è finita. La prospettiva da cui guardare a quegli eventi è un’altra.

 

Benedetta Tobagi ha scritto che adesso noi abbiamo una ricostruzione storica di cui possiamo fidarci, che viene anche dalle carte processuali; la verità giudiziaria non coincide con quella ricostruzione, perché quelli che le sentenze dichiarano colpevoli sono stati assolti, non sono più condannabili. Però abbiamo una base documentaria per ragionare sulla verità storica. E possiamo farlo dal punto di vista di chi vuole continuare ad avere fiducia nelle istituzioni democratiche, perché sente, perché intuisce da qualche parte nella profondità della coscienza che non avere fiducia, a causa delle sconfitte e delle delusioni, vuol dire dare ragione a chi la democrazia la vuole distruggere. Cioè a chi ha voluto la strage, e tutto il suo seguito. La vicenda processuale non ha fatto giustizia, ma se non vogliamo che l’assenza di giustizia significhi la totale perdita di senso della nostra vita sociale e politica, abbiamo l’obbligo morale di pensare e collocare quegli eventi. E invece stiamo fuggendo.

13 thoughts on “Lamento sterile su Piazza Fontana

  1. Caro Mauro, mi sembra di riscontrare una certa tensione tra l’affermazione (più una richiesta, in effetti) di “andare a fondo di alcuni caratteri costitutivi della nostra storia […] guardando dall’interno della difesa della democrazia liberale moderna; non, come è avvenuto spesso da sinistra, partendo dalla critica di questa democrazia, da una posizione di critica radicale che “non ha fiducia nello Stato”, che non crede nei suoi “formalismi””, e la citazione da te riportata in esergo. Proprio perché non vi è stata giustizia non è possibile avere totale fiducia nello Stato. Specie quando la vita (in primis quella biologica) ha perso ogni valore, come in piazza della Loggia (tra gli altri esempi). La verità storica (per me la verità e basta) è che le stragi le hanno fatte i fascisti (ti sei dimenticato di dirlo), collusi con apparati più o meno occulti di quello Stato di cui tu parli, magistratura, forze dell’ordine e politica, lungo le linee di azione di un’agenda concordata con forze esterne ben note ma assolutamente anticomuniste; solo il lavoro titanico di alcuni magistrati e giornalisti è riuscito a squarciare il pesante velo di omertà mafiosa che ha cercato senza tregua di occultare e depistare, mentre chi lo stendeva ha continuando indefessamente a uccidere per procura. Mi sembra altresì problematico cercare di coinvolgere la destra (o le destre) in un dibattito su questi temi, quando proprio da quella parte politica si è sempre tentato un qualsivoglia “aggiustamento” del quadro democratico in chiave conservatrice se non reazionaria. E anche questa è storia. Che si sia parlato (e che se ne parli) troppo poco è un fatto, lì hai ragione; perché succeda forse è anche che è una pagina troppo vergognosa sempre per quello stesso Stato. Sarà anche una pagina su cui incominciare a ragionare, ma avere dei dubbi sulle istituzioni democratiche per come STORICAMENTE hanno agito (e qui ci sono i fatti a te cari) non significa “non avere fiducia, a causa delle sconfitte e delle delusioni […] [e] dare ragione a chi la democrazia la vuole distruggere”, ma contribuire a cambiarle e rafforzarle secondo un’agenda del tutto diversa da quella di cui sopra, un’agenda che realizzi fino in fondo il dettato costituzionale.

  2. Quando si andava al liceo, a berlusconismo appena iniziato, qualche ragazzo con velleità politiche, ovviamente di sinistra, provava a convincermi, ogni 12 dicembre, a saltare la scuola e finire in piazza Fontana “a manifestare”. Non mi lasciavo persuadere. Solamente molto dopo ho cominciato ad interessarmi di quel periodo storico, quello che la mia prof di Storia contemporanea all’Università chiamava “la fase del lasciamoli sfogare” (’69-74).
    Anch’io mi aspettavo un po’ di più dal dibattito intellettuale dei 50 anni. Ho letto diversi saggi sulla strage, ho cercato su riviste e giornali. Forse non mi attendevo nulla dagli intellettuali che lei cita, che forse bisogna ringraziare proprio perchè, almeno su questo, hanno saggiamente taciuto. Non si può negare però che qualcosa, in questo cinquantennio, lo possiamo dare per acquisito: la paternità politica della strage. Lo dice il pavimento di Piazza Fontana, lo hanno detto le istituzioni, l’associazione vittime, molti giornalisti. Le nubi della diffidenza e dell’ignoranza hanno smesso di coprire Ordine Nuovo, i neonazisti del Veneto. Guido Crainz, nel suo “Il paese mancato”, del 2003, scrive che “proprio grazie alla battaglia di verità su Piazza Fontana, questa sarà anche l’ultima volta in cui la ‘versione ufficiale’ – di questure, magistrature inquirenti e governi – sarà automaticamente accettata dal paese, o dalla gran parte di esso.” Ora la versione ufficiale è cambiata. Oltre a dichiarare inservibili ed evanescenti i dibattiti postmoderni su verità e narrazione, queste acquisizioni sono però solo l’inizio. Sollevano altri dubbi, quesiti, preoccupazioni. Sul fatto specifico: il peso dell’Ufficio Affari riservati, della DC (Taviani, Rumor), quello del Sid, ma soprattutto il ruolo, delicatissimo, della magistratura e delle diverse procure. Su questo si sofferma il saggio di Guido Salvini, tanto poderoso (600 pp.) quanto trascurato. Mostra chiaramente che molto si poteva fare, sul piano delle indagini e della ricerca delle persone che potevano ancora parlare, e si è scelto di NON farlo. Da questo punto di vista quello del magistrato Salvini è il più agghiacciante dei testi pubblicati, sul tema, nel 2019. Ma ci sono dubbi, domande e riflessioni possibili anche sulle questioni connesse: il periodo 69-74 con le sue complicità istituzionali, la discutibilità dell’evidente ossimoro “memoria condivisa”, la resistenza pacifica di chi nei ’70 non ha abboccato all’estremismo violento (una micro-guerra civile vinta da chi ha scelto di non parteciparvi), la visione dello stato di chi ancora si ostina ad usare la formula semplificatrice della “strage di stato”. A proposito di quest’ultimo punto, in “Partito e antipartito” di Salvatore Lupo, si legge che “la tesi della strage di Stato, estremistica per definizione, risulta erronea se si considera lo Stato un tutt’uno, non lo è andando a considerare le responsabilità di bande che vivevano dell’alleanza tra sovversivi e uomini d’ordine, secondo una linea d’azione forse abbozzata sin dai tempi dei convegni dell’istituto Pollio, concretizzatasi in una strategia della tensione intesa a spaventare il paese.” Ma ecco, qui parliamo di bande, non dello stato nella sua complessa articolazione. Tutt’altro che sterile, per me, questa sua riflessione, soprattutto perchè ne condivido la nettezza nel considerare a fondo, sine ira ac studio, le diverse crisi della nostra storia, da Bava Beccaris agli Ottanta, perfino dalla repressione del brigantaggio, se vuole, a Mani Pulite, ma sempre dall’interno della battaglia PER la democrazia.

  3. “ Giovedì 22 marzo 2012 – « Io c’ero », scrive Eugenio Scalfari parlando di Romanzo di una strage, il film di Marco Tullio Giordana su Piazza Fontana etc. Io, invece, che pure c’ero anche io, non ne sono per niente sicuro. « C’ero » dove? « C’ero » quando? Il fatto è che io penso che se c’è il cinema non ci sono io, o c’è il cinema o ci sono io. Delle due l’una, dei due, uno e uno solo. Se la pensassi diversamente farei il giornalista, oppure lo sceneggiatore. E mi converrebbe anche: ad andare d’accordo col cinema conviene sempre… Comunque quel vecchio trombone dovrebbe spiegarmi come si fa a essere amici di Calvino e anche di Marco Tullio Giordana… “.

  4. C’è qualcosa che stride parecchio, nel raccontare di piazza Fontana ai ragazzi di liceo, e che forse sfugge a chi non frequenta i giovani per mestiere. Nel discorso pubblico degli ultimi vent’anni è successo non solo che il fascismo è stato rilegittimato, ma soprattutto che il comunismo ha preso il suo posto come male assoluto. E’ diventato l’indicibile, l’orrore, la dittatura feroce sanguinaria e disumana per antonomasia. Ne consegue che quando si racconta ai ragazzi che la strategia della tensione aveva il fine di contenere e combattere il pericolo dello slittamento a sinistra, loro trovano che tutto sommato forse ne valeva anche la pena. Cioè, certo, per carità, così è esagerato, però insomma….Meglio questo che diventare comunisti, no?
    E’ un problema serio, non solo per piazza Fontana, ma un po’ per tutta la cultura italiana del secondo Novecento. Interi capitoli della nostra storia (letteraria e non solo) rischiano di diventare incomprensibili, se non si racconta anche la forza ideale , la speranza di emancipazione, il riscatto di chi non aveva voce, che il ‘comunismo’ (chiamiamolo così, per comodità) portava con sé. I codici culturali sono stati così radicalmente trasformati che leggere, che ne so, Calvino, Pavese, Vittorini, ma anche Fortini o Sciascia, fino a lambire gli anni 80, è diventato problematico. Perché è una letteratura che pullula di comunisti buoni, eroi positivi, che parlano di rivoluzione con disinvoltura e non mangiano i bambini. Personaggi che ai liceali di oggi suonano incomprensibili: ci vuole un lavoro di esegesi e contestualizzazione storica paragonabile a quello necessario per i testi medievali. A me è capitato di provare sgomento e persino preoccupazione (di essere denunciata come prof che fa politica e vuole indottrinare i ragazzi) leggendo integralmente, in una prima liceo, Il sentiero dei nidi di ragno. L’ironia affettuosa su quei partigiani scalcinati era evidente ai lettori che condividevano con Calvino i fondamentali (la legittimazione dei comunisti nel Cln, diciamo); ma letta oggi, sembra la paradossale conferma di ciò che i ragazzi sentono dire ossessivamente in rete, che i partigiani erano feroci assassini, uccidevano per vendetta personale eccetera (non sto inventando: l’ho sentito proclamare a un esame di maturità da un candidato che si sentiva molto brillante come demistificatore della vulgata resistenziale).
    (Un altra questione che segnalo perché mi colpisce tantissimo, anche se non c’entra niente, è che anche i codici sessuali si sono trasformati così rapidamente e radicalmente che per i ragazzi tutta la letteratura prima degli anni 60-70 del 900 è incomprensibile: proprio sul piano letterale, non capiscono le frasi, le allusioni, i problemi e i tormenti dei personaggi, perché non sono assolutamente in grado di cogliere l’enormità del valore morale e sociale attribuito alla verginità, o i tabù religiosi legati all’eros. Scusate la digressione).

  5. “ Mercoledì 28 settembre 2005 – « Quando nel novembre 1969 è avvenuto a Milano l’attentato di Piazza Fontana io mi trovavo a New York. L’esplosione si è verificata alle 16. 37. Subito la notizia è arrivata alle agenzie, quando in America erano sei ore prima. Un amico giornalista mi ha telefonato verso le 11 del mattino, ora locale, per informarmi di quel grave avvenimento. Siccome avevo la famiglia a Milano, ho subito telefonato a casa mia. Nessuno alle cinque del pomeriggio poteva ancora avere visto il telegiornale della sera e quindi non sapevano nulla. Ho avuto l’impressione di annunciare l’attentato con sei ore di anticipo. » (Umberto Eco, Stampa, tv e Internet. Passato, presente e futuro dei rapporti fra nuovi e vecchi media, in «Problemi dell’informazione», 26, n. 2-3, giugno-settembre 2001 /Fascicolo speciale contenente gli atti del forum « Informazione, Conoscenza, Verità » – Bologna, 29-30 ottobre 2000) “.

  6. SEGNALAZIONE
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    12 dicembre 1969. Piazza Fontana
    http://www.poliscritture.it/2019/12/12/12-dicembre-1969-piazza-fontana/#more-9128
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    P.s.
    Nei commenti ho scannerizzato stralci di FRANCO FORTINI, IL DIARIO DI PIETRO VALPREDA, IN “QUESTIONI DI FRONTIERA” (EINAUDI, TORINO 1978). Ne consiglio la lettura anche a Mauro Piras. No, la fiducia va riposta in istituzioni democratiche non sospettabili e non in queste dimostratesi troppo permeabili dagli stragisti. E c’è troppa fretta in giro a cancellare l’*ipotesi* niente affatto rozza della strage di Stato.

  7. Se ne è parlato poco? Se ne è parlato fin troppo e a rumore di chiacchiere e di qualche riepilogo storico del già noto. Se ne è parlato poco con intento investigativo della verità. Ma gran parte della verità è purtroppo ignota e, come ha osservato Paolo Mieli, a 50 anni di distanza, ormai si può ritenere che resterà ignota anche in futuro. Come è rimasta sostanzialmente ignota la verità di tante altre stragi e di tanti altri crimini pubblici, anche del passato lontano, ad esempio la strage del Teatro Diana a Milano del 23 marzo 1921 che fece 21 morti e 80 feriti; e quelle del dopo Piazza Fontana, stragi e delitti di stampo diverso ma in cui lo Stato c’è dentro: da Ustica alla Strage della stazione di Bologna ecc. ecc.
    Fiducia nelle istituzioni democratiche? Ma esistono, in Italia, istituzioni democratiche? È democratica la Costituzione del 1948? Sì, se per democrazia s’intende un regime con qualche concorrenza elettorale fra i gruppi politici (élites, classi politiche), no se per democrazia s’intende un regime basato sulla sovranità popolare, effettivamente goduta e realizzata. Costituzione e leggi varie pongo troppi limiti alla sovranità popolare che non ha modo di determinare davvero gli indirizzi di governo e il controllo degli apparati dello Stato, e soprattutto non ha modo di decidere nulla. C’è, dunque, una finzione di democrazia, ma non democrazia.
    Lo Stato si è rivelato implicato in troppi delitti, in troppi comportamenti criminali: dalle stragi nate da strategie politiche alle collusioni e complicità di ogni tipo con la malavita organizzata (mafia ecc.) al diffuso sistema di corruzione e di uso del potere statale per affari privati (legali e illegali) contro il bene pubblico.
    Si tratta di una distorsione operativa di poche “bande” che non coinvolge lo Stato come tale? No, niente affatto. La stessa strage di piazza Fontana implica comportamenti criminali di decine e decine di persone, non solo a livello di apparati di servizio (polizia, carabinieri, servizi segreti), ma anche di apparati della magistratura. E tutto questo non sarebbe stato possibile senza l’attiva partecipazione e complicità di apparati politici (deputati, senatori, ministri e probabilmente anche più su, fino al Quirinale). Non abbiamo prove e non possiamo fare nomi, ma la logica degli eventi ci forniscono sufficienti indizi. Pertanto, se non si ha il coraggio e la lucidità di dire la verità, cioè che lo Stato è, per sua natura, come dimostrano ormai migliaia di anni di storia, l’organizzazione criminale numero uno, la madre e il padre di tutte le organizzazioni criminali, è inutile moltiplicare gli articoli-chiacchiera.
    A questo coraggio deve poi seguire una diversa considerazione del governo, come funzione organizzativa del popolo e non come funzione dello Stato, eliminando la cosiddetta forma moderna di Stato che, dallo Stato assoluto di antico regime a quello napoleonico e via via fino ad oggi non ha fatto altro che aumentare il proprio assolutismo togliendo potere ai propri sudditi, i quali, pur chiamati a votare, non riescono a determinare nulla con il voto, se non qualche oscillazione fra diversi gruppi politici in concorrenza fra loro ma tutti molto simili e tutti iperstatalisti. Lo si è visto anche nel corso di questi ultimi anni: cosa è cambiato passando dalla DC ai governi del centrosinistra, a quelli del centrodestra, a quelli con i grillini? Nulla. Gli spazi di effettiva autonomia dei cittadini diminuiscono, aumentano le tasse, aumenta il debito pubblico, la corruzione e il clientelismo si sono allargati ecc. ecc. Se io rubo cento euro a qualcuno vengo denunciato e rischio la galera. Lo Stato, con una semplice leggina, spesso cervellotica e ingiusta, può rubare e ruba costantemente centinaia e migliaia di euro a tutti i cittadini e nessuno va in galera. Il furto statale diventa legalità. A cui poi si aggiunge anche il furto illegale. Come si può avere fiducia nelle “istituzioni democratiche”? Mi si dimostri, anzitutto, che esistono. Ci sono decine e decine di libri di studiosi di diverso orientamento che ritengono che la democrazia, così come viene narrata e banalizzata, in realtà non è mai esistita e non esiste. Fra la democrazia ideale e quella reale c’è la differenza abissale che c’è fra il socialismo ideale e quello reale sovietico, fra l’utopia e la distopia.
    Gli intellettuali, se vogliono conservare una qualche utilità critica, dovrebbero ripensare a fondo questi concetti e non augurarsi, nei casi migliori, che le persone oneste che lavorano per lo Stato – che ci sono, ma poche e con pochi poteri – possano prendere il sopravvento. Lo Stato è fatto in modo che non lo si può domare dall’interno, ma va abbattuto.
    E con ciò non mi riferisco ai vecchi slogan rossi, che quando hanno abbattuto uno Stato ne hanno subito costruito un altro peggiore del primo, sicuramente più tirannico. Mi riferisco a precise teorie di filosofia politica e di politologia, come quelle, in Italia, di Bruno Leoni. Togliamo gradualmente, legge per legge, allo Stato tutte le competenze e il potere di decisione su ciò che i cittadini possono fare meglio da soli. Riduciamolo a uno Stato “mini”, ridando sovranità effettiva al popolo e ai singoli individui nella propria sfera privata. Solo allora, forse, si potrà parlare di democrazia.

  8. “Ma è nel mondo politico che la suggestione del segreto sembra serpeggiare come un animale velenoso, arma di difesa e d’offesa, nella tecnica del governare dall’antichità ai nostri giorni. […]
    Ed è notevole che le belle pagine dedicate in Masse und Macht da Canetti al segreto siano disseminate di massime non molto dissimili da quelle che il nostro terribile gesuita aveva formulato secoli prima: ‘il segreto sta nel nucleo più interno del potere'”.

    Giovanni Macchia, ‘Gracián, gran maestro del segreto’, in Tra Don Giovanni e Don Rodrigo. Scenari secenteschi. Milano, Adelphi, 1989 p. 133-4

  9. SEGNALAZIONE

    Giornata di studi sulla strage di piazza Fontana, organizzata da Archivio Flamigni e Associazione Piazza Fontana 12 dicembre 69.

    Convegno “Giornata di studi sulla strage di piazza Fontana intitolata “Noi sappiamo, e abbiamo le prove””, registrato a Roma mercoledì 4 dicembre 2019 alle ore 09:52.

    L’evento è stato organizzato da Archivio Flamigni e Associazione Piazza Fontana 12 dicembre 69.

    Sono intervenuti: Gaetano Lettieri (professore ordinario di Storia del Cristianesimo e delle Chiese alla Sapienza Università di Roma), Emma Fattorini (professore di Storia contemporanea presso l’Univestità “La Sapienza” di Roma), Ilaria Moroni (direttrice del Centro Documentazione Archivio Flamigni), Umberto Gentiloni (professore di Storia Contemporanea alla Sapienza Università di Roma), Francesco Maria Biscione (storico, membro del Centro documentazione Archivio Flamigni), Paolo Morando (giornalista), Davide Conti (storico, consulente dell’Archivio Storico del Senato della Repubblica), Benedetta Tobagi (giornalista, scrittrice), Francesco Lisanti (scrittore), Guido Calvi (avvocato), Mirco Dondi (professore associato del Dipartimento di Storia Culture Civiltà.dell’Università di Bologna), Miguel Gotor (ricercatore di Storia Moderna all’Università di Torino), Leonardo Grassi (magistrato), Carlo Arnoldi (presidente dell’Associazione Familiari delle Vittime di Piazza Fontana), Paolo Silva (vicepresidente dell’Associazione Familiari delle Vittime di Piazza Fontana), Guido Lorenzon (insegnante), Roberto Gargamelli (già membro Circolo anarchico 22 marzo), Vanessa Roghi (scrittrice e deocente di Storia Contemporanea all’Università degli Studi La Sapienza di Roma), Cinzia Venturoli (docente dell’Università di Bologna), Vanessa Roghi (scrittrice e docente di Storia Contemporanea all’Università degli Studi La Sapienza di Roma).

    Sono stati discussi i seguenti argomenti: Brigate Rosse, Catanzaro, Depistaggio, Destra, Germania, Giustizia, Guerra Fredda, Magistratura, Milano, Moro, Ordine Nuovo, Piazza Fontana, Politica, Rapimenti, Roma, Russia, Servizi Segreti, Stazione Di Bologna, Storia, Stragi, Terrorismo, Violenza.

    La registrazione video di questo convegno ha una durata di 8 ore e 19 minuti.

    Questo contenuto è disponibile anche nella sola versione audio.

    https://www.radioradicale.it/scheda/592132/giornata-di-studi-sulla-strage-di-piazza-fontana-intitolata-noi-sappiamo-e-abbiamo-le?fbclid=IwAR0iu-nnPFOgRoRSvxKY7iTon0GySZOFS6rCrZIPzz7l7ZG-9IqRBKeqNVs

  10. Caro Alberto,
    la tensione c’è, perché quella verità storica, che la strage è nera e che c’è stata una collusione di alcuni apparati dello Stato (non l’ho detta esplicitamente perché la davo per scontata, non era questo l’oggetto), non può essere negata, mentre le sentenze non hanno fatto giustizia, e questo delegittima la democrazia; allo stesso tempo, tutti i progressi nella conoscenza della verità sono stati fatti da chi ha lottato in difesa della democrazia, nelle sue istituzioni esistenti, per quanto difettosa, e in fondo è quello che dici anche tu.
    Quanto al rapporto con le destre dagli anni novanta in qua: in questo non sono d’accordo, io penso che sia stato a lungo un errore, e continui a esserlo, leggere da sinistra le destre come “tendenzialmente autoritarie”. Significa non riconoscere loro legittimità democratica e contribuire a questo gioco delle parti. Ho cercato di spiegarlo anche in un’analisi più teorica (“Ideali di democrazia”), oltre il caso italiano.

    Caro LucaT,
    grazie. Anche io volevo dire che ormai la ricostruzione storica non è contestabile, e condivido l’idea che la stessa versione ufficiale sia cambiata. Questo è il segno che lo Stato non è il nemico, che la tesi della strage di Stato è troppo generica, e che bisogna parlare di piazza Fontana dal punto di vista della legittimità democratica, e non della logica amico-nemico.

    Cara Curra,
    io non sento tanto questa atmosfera che tu descrivi, ma i punti di vista su queste cose dipendono sempre dal contesto in cui ci si trova. Io trovo però che al livello del discorso pubblico non ci sia questa legittimazione del fascismo; è vero che c’è invece una critica diffusa ai regimi comunisti, a volte da un punto di vista troppo genericamente liberale e quindi approssimativo; ma le contestazioni sollevate dalla dichiarazione del Parlamento europeo su questi temi mostrano che non si lasciano passare troppo facilmente le approssimazioni. E la difesa della Resistenza come patrimonio comune è ancora molto forte. Trovo però sbagliato il fatto che ancora la Resistenza viene presentata solo come un patrimonio della sinistra. Questo porta le destre e rimuoverla, e a sentirsi giustificate nel farlo.

    Caro Aguzzi,
    se lo Stato è il male, la partita è già giocata. Tuttavia, questa tesi ha solo due sbocchi: o un anarchismo radicale, profondamente antiautoritario (ma esterno a tutto, incapace di fare qualcosa per la giustizia sociale che non sia l’opposizione antisistema, violenta o no); oppure lo Stato-mini di cui parla lei, che però mi ricorda tanto le utopie (per me sono tali) libertarie che se ne infischiano , coerentemente, della giustizia sociale.

    Caro Ennio Abate,
    grazie per le segnalazioni, molto preziose. In ogni caso, nonostante queste iniziative, il dibattito pubblico e l’impegno istituzionale (non parliamo poi di quello politico, inesistente) sono stati scarsi. La scuola, dove lavoro, è un osservatorio privilegiato: quando qualcosa è oggetto di attenzione istituzionale e culturale te ne accorgi, ti arrivano circolare di iniziative, convegni ecc. E’ stato così l’anno scorso per i quarant’anni del rapimento Moro. E infatti, per esempio, abbiamo portato gli studenti a teatro. Ma c’erano altre cose. Quest’anno su Piazza Fontana nessuna sollecitazione, né dal ministero, né dalle altre istituzioni, né da iniziative di studiosi o intellettuali. Nel 2009 non era stato così, c’era stata molto più coinvolgimento.

  11. Grazie dell’articolo, e grazie anche agli altri interventi, alcuni di grande aiuto.

    Per persone della mia età, nove anni nel 1969, Piazza Fontana è diventata una compagna di vita, ragione di continua indignazione, ma anche e sopratutto episodio originale che ha plasmato le modalità di percezione della scena sociale e politica, indicato di chi e di che cosa essere diffidente, da quali ambienti sentirsi esterno ed estraneo, di quali ristretti circoli nutrire fiducia, di come non compromettersi nel proprio agire sociale. Perfino oggi, dopo tanto tempo, un thread come questo mi emoziona come non farebbe uno su Srebrenica, sull’11/9, o sulle continue stragi di civili in tutto il medio oriente. Perché? Certo, avevamo l’età dell’innocenza giusta, e le violenze segnano in modo diverso nelle diverse età della vita.. E non fu, credo, la violenza cieca, ma la vigliaccheria, e non solo della anonima mano omicida, ma anche e – spero di non essere frainteso – sopratutto della connivenza poliziesca. Il trauma fu il voluto volo di Pinelli, l’arresto di Valpreda, la calunnia consapevole, ripetuta, smaccata degli apparati tutti, imperdonabili.

    Siamo oggi oltre tutto ciò, la presenza di Matterella alle celebrazioni, la stretta di mano tra le vedove Pinelli e Calabresi, qualche sparuta sentenza di colpevolezza, ci permette di riconciliarci? Non so, non sono sicuro.

    Né sono sicuro, come sembrano pensare alcuni degli autori dei libri lanciati in libreria in questi giorni, che tutto sia stato svelato, capito, contestualizzato. Ancora negli anni ’90, intorno al procuratore Salvini si è giocata una partita per limitare la scoperta dell’intreccio delle verità, e non solo grazie agli yen di Zorzi. Ordine Nuovo fu quasi sicuramente colpevole (ma le assoluzioni hanno pure un loro peso), ma anche pedina di un gioco non solo loro: nel 1969 Freda aveva 29 anni, Ventura 25, Toniolo 23, Zorzi 22, Vinciguerra 20; solo Maggi arrivava ai 35. Una banda di ragazzi, pericolosi, ma anche piuttosto imberbi. Dileguatesi velocemente, come sono riusciti a sopravvivere in territori lontani, distanti l’uno dall’altro, senza reale seguito? Con quali risorse? Quali armi di ricatto? e a chi? Quale rischio la loro cattura e condanna (che era sicuramente alla portata di mano) si pensò nei vertici italiani di allora potesse comportare? La questione fu solo di alti vertici militari che proteggevano oltre ogni ragionevole onore le proprie debolezze e la propria futura comoda pensione? E nel caso, solo Maletti? Solo il gruppo dell’Ufficio Affari Riservati? Tutto lo stato maggiore di allora?

    O ancora di più, fu presente allora in Italia una squadra tipo quella, anni dopo, per Abu Omar, squadra che era e rimane nell’intoccabilità? L’ambasciatore Martin era certo un tipaccio, ma tutto sommato io non credo: l’Italia era già piena di basi USA, e di bombe. Scottati da Cuba, a Washington potevano temere di perdere il Cile, ma non certo l’Italia, che tutti sapevano che in Europa gli accordi di Yalta hanno fissato e tenuto fermo -dal 1948 al 1989- anche il numero di deputati del finto partito contadino nella dieta polacca. Ma domandarselo è certo doveroso. Qui forse un motivo dei silenzi di oggi: se pensata nei suoi presupposti, Piazza Fontana rinvia allo status solo parzialmente indipendente della nazione italiana dal 1943, a seguito della (giusta!) sconfitta dell’ultima guerra, e questo è difficile pensarlo adeguatamente, e dirlo, e farne la storia; e tantomeno indicare la configurazione odierna del problema, e il che fare al riguardo.

    E ancora, quanto si cercò veramente d svelare la trama, anche a Sinistra? Il lodo D’Ambrosio ha resistito ma fu parte dell’ipocrisia. Chi ha letto con attenzione le carte di Via Appia, https://www.amazon.it/Pinelli-finestra-ancora-aperta-Gabriele/dp/8897206352, ha chiesto giustamente ma inutilmente di riaprire le indagini sull’omicidio Pinelli, senza ascolto, a 360 gradi. E su questo il silenzio rinvia al ruolo della procura di Milano nella storia italiana, anche quella più recente.

    Ci fu strategia della tensione? Non saprei. E sopratutto non è così facile capire chi -politicamente- fu più colpito dalla bomba. O detto in altri modi, chi colse meglio le opportunità che quella tragedia, come ogni evento storico, aprì? A Sinistra, tra il 1967 e 1968 Longo si era speso in modi inusuali per la primavera di Praga, tant’è che quando i carri armati entrarono a Praga, Longo -invitato in URSS senza preavvertirlo- fu ristretto per un paio di giorni in una dacia. L’episodio certo non l’aiutò a incanalare l’autunno caldo del ’69 in una prospettiva di governo del paese con un buon giro di carte in mano, e quando Berlinguer scrisse del Cile pensò, io credo, sopratutto a Praga. Né Piazza Fontana aiutò Saragat a finire in bellezza la sua (non eccelsa) presidenza, si è poi detto che a destra si pensava, in caso di svolta autoritaria, di arrestarlo.
    Longo+Saragat vs. Berlinguer+Moro, si può pensare che ci fu un passaggio secondo questa doppia coppia di nomi? Se si, fu un cambiamento evidente di cultura, riferimenti, strategie, urgenze, di politiche. La piazza dei funerali, quell’incontro di mezzadri e mediatori contadini che piangevono i propri morti e di tute blue delle fabbriche rosse avevano certo dato una indicazione di rotta, chiara e sana, popolare e democratica, ma forse non del tutto sapiente, che quella strada si vide dieci anni dopo era un vicolo cieco. E anche qui la discussione è impervia: quel vicolo cieco fu abietto successo di quegli stessi che avevano nascosto e protetto gli autori della bomba, o fu figlio di altre debolezze, durezze, velleità, ritardi? Difficile rifarne la storia completa, tutti i lati della questione tenuti nel dovuto conto.

    E poi, ma lascio questo a un altro post, quando alcuni passarono dalle armi della critica alla critica delle armi, la scena della giustizia fu occupata da una furia autolesionista, del tutto controproducente, con un profilo criminale che tradiva le stesse intenzioni, di fatto una parodia di giustizia che offese anche chi la giusitizia la ricercò con passione pura, ma che purtroppo mostrò che c’era un difetto di categorie politiche e giuridiche anche in chi da quella furia, accortosi in ritardo della deriva, ne rimase di fatto travolto.

    Per rispondere alla domanda del post, perché l’assenza degli intellectuel engagé italiani oggi più noti? Forse soltanto perché le questioni sono più difficile di quel che sembra, il tempo dell’indignazione ormai passato, quello della piena, articolata comprensione non adatto al discorso esortativo che molti oggi ritengono necessario.

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