di Matteo Santarelli

 

Aprile 1955, Presinaci, frazione di Rombiolo, all’epoca provincia di Catanzaro, oggi provincia di Vibo Valentia. Il contadino Serafino Castagna ha fatto fuori 5 persone e si nasconde nel Monte Poro, forse per sfuggire alla cattura, forse per uccidere ancora. Lo ritrovano molti giorni dopo una lunga caccia all’uomo, e Castagna fa qualcosa di strano: parla. Non solo, alcuni anni dopo addirittura scriverà un libro sulla sua storia, “Tu devi uccidere”, in collaborazione col giornalista Antonio Perria. Il massacro del 1955 da parte di quello che ormai su scala nazionale ha preso il nome di “il mostro di Presinaci” è motivato da un misto di rancori privati – verso il padre ad esempio, colpito mortalmente e poi salutato con un bacio delle mani, come in un gangster movie di terzo ordine – e di scomposta ribellione verso la misteriosa associazione criminale di cui ha fatto parte sino a quel momento.

 

“Cicciu u surici”, canzone dedicata a Serafino Castagna. Il genere musicale delle canzoni di malavita offre numerosi contributi sul genere, tutte facilmente ascoltabili su youtube.

 

19 Dicembre 2019, Catanzaro. Il procuratore della repubblica Nicola Gratteri dedica una lunga introduzione della sua conferenza stampa al ringraziamento dei vari corpi dei carabinieri e dei Ros, “uomini eccezionali” senza i quali non sarebbe stata possibile quella che lui definisce “la seconda operazione antimafia più grande della storia dopo il maxiprocesso”. Una definizione apparentemente ambiziosa: chi non ricorda il maxi processo, i mafiosi nelle gabbie, Tommaso Buscetta che torna dal Brasile per distruggere quella Cosa Nostra che gli ha massacrato mezza famiglia, i sinistri auguri di Michele Greco ai giudici, la sfacciataggine dell’ex capo dei corleonesi Pippo Calò, che poi si scoprirà pittore, e a seguito delle condanne, le ritorsioni ordinate da Totò Riina: la stragi di Capaci e di Via D’Amelio, e il sacrificio ultimo di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e delle loro scorte. Immagini e nomi che hanno scandito il rituale di passaggio dalla prima alla seconda repubblica, e che ancora oggi occupano incubi, commemorazioni, slogan. Come è possibile paragonare tutto questo a quello accaduto a Vibo Valentia, nella provincia più povera della regione più povera d’Italia?

 

Il boss Michele Greco augura “pace” e “serenità” ai giudici del maxi processo e a famiglia.

 

Il procuratore Gratteri, candidato ministro alla Giustizia del governo Renzi poi stoppato da Napolitano, autore di numerosi di best seller e presenza mediatica piuttosto popolare, non passerà probabilmente alla storia per la sua modestia verso se stesso e le indagini che lo hanno visto protagonista. Eppure per certi versi le sue parole non sono esagerate. Rapportate al territorio di radicamento originario della consorteria mafiosa smantellata dall’operazione “Rinascita-Scott”, ossia la provincia di Vibo Valentia (162.000 abitanti), 334 arresti sono una cifra mostruosa. Colpisce anche la varietà dei ruoli degli arrestati: sindaci, ex parlamentari, imprenditori, avvocati, commercianti. Un intero sistema di potere a cui vengono contestati i reati più disparati, oltre a quelli di associazione mafiosa o concorso esterno: usura, droga, quattro omicidi, riciclaggio, intestazione fittizia di beni, e altro. Un’operazione che ha impegnato 3.000 uomini e che è stata drammaticamente anticipata di un giorno a causa di una fuga di notizie. Alcuni degli imputati sapevano la data esatta prevista per l’operazione, e sono stati tratti in arresto mentre viaggiavano sul treno Reggio – Milano.

 

Con un mix di orgoglio e sobrietà istituzionale – nel caso di Gratteri, conditi da chiare polemiche verso chi ha dubitato della sua attività investigativa – gli oratori della conferenza stampa condividono con i giornalisti i maggiori risultati teorici dell’indagine: la conferma dell’esistenza della ‘Ndrangheta come entità organizzativa unitaria le cui sotto-organizzazioni territoriali godono di relativa autonomia; l’esistenza di dieci locali di ‘Ndrangheta nella provincia di Vibo Valentia, coordinati a livello provinciale da un’entità operativa e di controllo chiamata “Crimine”. La famiglia che tiene in mano le redini del Crimine è quella dei Mancuso, clan originario di Limbadi, il paese dove viene prodotto l’Amaro del Capo. Il capo-clan attuale, Luigi Mancuso, e dunque anche il capo della ‘Ndrangheta vibonese, è il più prestigioso dei 334 arresti compiuti. Mancuso, ci dicono gli inquirenti, ha cercato di portare la pace in un territorio che negli ultimi anni ha vissuto scontri criminali e faide.

 

Una mafia poco pop

 

Come gli esperti e le esperte non si stancano mai di ripetere, e come del resto facilmente constatabile, la ‘Ndrangheta non gode della copertura mediatica e cinematografica riservata a Cosa Nostra e alla Camorra. Il bellissimo film “Anime Nere”, tratto dall’omonimo romanzo di Gioacchino Criaco, ha colpito la critica e ha raggiunto un certo pubblico di appassionati, ma la sua diffusione popolare è ovviamente imparagonabile rispetto a “Il Padrino”, “Il capo dei capi”, “Gomorra” film e serie. Mezza Italia ha parlato almeno una volta in vita sua di “offerte che non si possono rifiutare”, e alcune espressioni tipiche della famiglia Savastano sono ormai entrate nel gergo e nei meme dei social network – “”c’ammà ripiglia’ tutt’ chell che è o nuost”, “sta senza pensier”, solo per citare le più famose – ma niente del genere è accaduto per la mafia calabrese. E anche all’interno della modesta diffusione mediatica e popolarizzazione della stessa ‘Ndrangheta, Vibo gioca un ruolo molto marginale rispetto all’Aspromonte, a San Luca e al santuario della Madonna di Polsi. A questa marginalizzazione ha contribuito indirettamente anche Roberto Saviano nel suo libro forse più infelice, “Zero Zero Zero”. Nel raccontare gli accadimenti che hanno portato all’uccisione del broker internazionale della cocaina Vincenzo Barbieri, Saviano dipinge i clan vibonesi come i cugini un po’ sciocchi e pasticcioni dei prestigiosi clan della Ionica. Un grave errore di sottovalutazione, come dimostra ulteriormente l’operazione “Rinascita-Scott”: il crimine vibonese è potente, ha diramazioni in numerose regioni italiane del centro-nord– ad esempio una presenza rilevante in Brianza –, svolge un ruolo importante nel narcotraffico italiano e quindi europeo, e i suoi leader sono legittimati come capi di una specifica sotto-organizzazione della ‘Ndrangheta, ossia il “crimine” vibonese.

 

Una delle frasi più iconiche di Gomorra, la serie.

 

La ‘Ndrangheta nella provincia di Vibo Valentia

 

Dopo il caso di Serafino Castagna, la ‘Ndrangheta vibonese non ha mai raggiunto in modo sistematico la ribalta delle cronache nazionali. I clan della provincia hanno svolto un ruolo marginale nelle due grandi guerre di ‘Ndrangheta, quella degli anni ’70 tra vecchi e giovani, e quella degli anni ’80 per l’egemonia su Reggio Calabria. Due episodi fanno parzialmente eccezione, in due sensi molto diversi. Ottobre 1994, l’Italia è scossa da un omicidio efferato e apparentemente gratuito: in vacanza con i genitori e la sorellina, Nicholas Green, bambino americano di 7 anni, viene colpito e ucciso in macchina da un proiettile vagante tra gli svincoli di Serre e Mileto. Vengono condannati per l’omicidio due soggetti legati alla ‘Ndrangheta, Francesco Mesiano e Michele Iannello. Entrambi negheranno ogni responsabilità nell’uccisione di Nicholas Green.

 

Molto meno diffusa, ma molto più centrata sul tema della criminalità organizzata, è una notizia ricavata dalla confessione del pentito Antonino Fiume. Fiume sostiene che nel 1991 nel villaggio “Blue Paradise” di Parghelia, a due passi dalla perla del Mediterraneo Tropea, si sia svolto un summit tra Cosa Nostra e ‘Ndrangheta, in cui la mafia siciliana ha tentato di coinvolgere i cugini calabresi nella strategia stragista. A questa riunione avrebbe partecipato buona parte del gotha ‘ndranghetista: i De Stefano di Reggio Calabria, i Pesce di Rosarno, i Piromalli di Gioia Tauro, i già citati Mancuso e l’allora punto di riferimento della ‘Ndrangheta lombarda Francesco Coco Trovato. Come dimostra il coinvolgimento di importanti cosche reggine nei moti fascisti del 1970, alcuni gruppi ‘ndranghetisti non sono insensibili alle strategie stragiste, ma alla fine vincono i moderati: la ‘Ndrangheta non parteciperà alle stragi ordinate dai corleonesi.

 

Un paio di decenni dopo, la ‘ndrangheta vibonese ritorna brevemente a fare notizia, pur se con un pubblico ancora ristretto. Il giornalista e opinionista Klaus Davi ha deciso da tempo di occuparsi alla denuncia e all’informazione delle attività della ‘Ndrangheta in Calabria. La tattica utilizzata è quella del kamikaze: Davi si presenta in vari posti della Calabria e tenta di interloquire con persone che si presume siano legate o appartenenti al crimine calabrese. In una di queste avventure, come ampiamente prevedibile, Davi viene aggredito. Il setting dell’aggressione è Vibo Valentia, e i protagonisti dell’aggressione sono i parenti di Andrea Mantella. Mantella non è un nome qualunque. Senza Mantella, non ci sarebbe stata probabilmente l’operazione “Rinascita-Scott”. La sua storia merita di essere brevemente raccontata, perché getta luce su alcune importanti dinamiche interne alla ‘Ndrangheta: un fenomeno economico, politico, culturale, la cui totalità e complessità non può essere ridotta a nessuna di queste componenti.

 

L’aggressione a Klaus Davi ripresa dall’emittente locale LaC.

 

Andrea Mantella è senza dubbio il pentito chiave dell’operazione capeggiata da Gratteri. Mantella è originario di Vibo Valentia. Come spesso accade nel crimine organizzato italiano, la città finisce per essere sottomessa a livello criminale al paese: accadde negli anni ’80 con Corleone e Palermo, accade negli anni ’90 con Vibo Valentia e Limbadi, la città da cui vengono i Mancuso. Questa sottomissione è una possibile fonte di malumore, di cui Mantella si fa sempre più rappresentante mano a mano che scala le gerarchie criminali vibonesi. Nel frattempo, il malumore serpeggia anche in un’altra frazione del comune vibonese.

 

Ormai da qualche anno i gruppi di Piscopio scalpitano. Ciò che unisce Mantella e i piscopisani, è l’insofferenza verso la cappa dei Mancuso e la voglia di estendere il dominio delle proprie attività. Eppure, uno scontro diretto con il clan di Limbadi non è possibile. Troppa la disparità politica e militare. E allora, il conflitto viene convogliato su un livello più equilibrato e paritario: Piscopio entra in una sanguinosa faida con i Patania, gruppo di Stefanaconi armato e sostenuto dai Mancuso. Ma chi sostiene invece i piscopisani? Di sicuro Mantella, che ne supporta lo spirito indipendentista, ma non solo. Uno scontro interno alla provincia vibonese fa certo gola ai capi delle altre province, in cerca di nuovi alleati e di un indebolimento soft della sfera d’influenza degli altri “crimini”. Fino ad oggi, la logica e qualche voce di corridoio suggerivano di guardare al Tirreno, ossia ai potentissimi clan di Rosarno, confinanti a sud con i territori dei Mancuso. Eppure la conferenza stampa del 19 Dicembre mette sul piatto un’altra ipotesi, incentrata su un nome da novanta: Nicolino Grande Aracri, boss di Cutro (Crotone), esponente di spicco della ‘Ndrangheta in Emilia Romagna, avrebbe mostrato interesse a prendere sotto l’ala del crimine crotonese alcuni clan del vibonese, estendendo così la sua sfera d’influenza in direzione delle coste tirreniche.

 

Né solo soldi, né solo onore

 

Nicolino Grande Aracri è un personaggio che non può mancare in una ricostruzione della ‘Ndrangheta di oggi, e che non potrebbe mai mancare in una serie tv dedicata alla mafia calabrese. Originari di Cutro, emigrati in Emilia Romagna, in provincia di Reggio Emilia, i Grande Aracri soppiantano con la violenza il conterraneo Antonio Dragone e cominciano a dettare legge nel territorio. Lo schema è il seguente: prima le estorsioni, ma solo ai danni dei conterranei; poi la droga, l’edilizia, il bisogno di lavare i soldi, i prestiti e i contatti anche con gli autoctoni. Rapporti che si presentano come paritari, business as usual, ma che poi rivelano il volto feroce e spietato della ‘Ndrangheta: da conoscenti si diventa soci, da soci si diventa “amici”, da “amici” si diventa confidenti, da confidenti si diventa prestatori, usurai, aguzzini, in un’escalation che porta inevitabilmente a un solo esito: gli imprenditori autoctoni sono costretti a cedere le attività agli “amici” ‘ndranghetisti.

 

Tanto la storia della faida di Piscopio, quanto quella di Grande Aracri ci spingono a una sana diffidenza nei confronti dei due modelli più diffusi di interpretazione del crimine organizzato: l’interpretazione per cui la mafia è “solo cultura”, e l’interpretazione per cui la mafia è “solo business”.

 

Se fosse solo un fenomeno culturale, la ‘Ndrangheta non sarebbe capace di insediarsi in culture tanto diverse – Germania, Australia, Canada, Nord Italia. Se fosse solo una questione di soldi, il prestigio, l’onore, il riconoscimento non conterebbero più niente. Ma le cose non stanno nemmeno così. Il fatto che il codice dell’onore venga spesso manipolato e tradito non significa che non esista; il fatto che il prestigio talvolta venga subordinato al business non vuol dire che il primo non giochi più nessun ruolo. L’onore entra in gioco nell’omicidio di Filippo Gangitano, ucciso dalla mafia vibonese perché mafioso e omosessuale, una coincidenza inaccettabile per i depositari delle regole della ‘Ndrangheta di San Luca in Aspromonte. La potenza del prestigio emerge invece in una delle intercettazioni più significative degli ultimi decenni.

 

La commercialista bolognese Roberta Tattini viene intercettata mentre racconta della visita di Nicolino Grande Aracri nel suo studio. Tattini è il tipico colletto bianco di cui la ‘Ndrangheta ha bisogno per i suoi variegati affari nelle terre emiliane. Parlando con il padre di questa nuova opportunità lavorativa, la commercialista non si limita a esporre i vantaggi economici della collaborazione. Dalla sua voce traspira entusiasmo, eccitazione, orgoglio per il fatto che il boss le ha fatto l’onore di una visita nel suo ufficio, e le ha promesso il sostegno dei suoi avvocati nel caso in cui qualcosa dovesse andare storto dal punto di vista legale. Tattini non sembra tormentata da dissidi morali, né affronta la questione con la neutralità del puro interesse economico: il contatto con Grande Aracri irradia carisma e produce energia. La transazione è certo di tipo economico, ma il prestigio offerto dal boss non gioca un ruolo indifferente, quantomeno nel modo in cui Tattini riporta l’interazione con il padre, comprensibilmente preoccupato dal nuovo cliente della figlia.

 

Un breve estratto dell’intercettazione della commercialista bolognese Roberta Tattini

 

Come tutti i leader della ‘Ndrangheta contemporanea, Grande Aracri ha un occhio rivolto verso i nuovi territori di insediamento, e un occhio fisso a casa, in Calabria. Come emerge da un altro recente filone di indagine, i cutresi e i clan satelliti in questi anni hanno lavorato non solo in Emilia, ma anche in Umbria. E da quanto pare profilarsi nell’indagine di Catanzaro, Grande Aracri non ha dimenticato i territori d’origine, e le sottili lotte di potere all’interno della ‘Ndrangheta. La storia recente del crimine ci insegna che il potere economico è condizione necessaria per avere successo nel milieu ‘ndranghetista, ma il boss più ricco a volte può perdere. Senza soldi non si va da nessuna parte, ma il potere simbolico e militare continua a ruggire in sottofondo, e se necessario entra in scena con violenza ed efferatezza.

 

Chi ha visto la serie tv Gomorra ricorderà il caso di O’ Principe, abilissimo businessman, ma incauto politico, che pensa di guadagnarsi un’aura di intoccabilità grazie a suo fiuto per gli affari, e che invece finisce sparato dagli uomini del più anziano boss Pietro Savastano. Non è necessario però rivolgersi alla finzione per osservare una dinamica del genere. Una decina di anni fa, il lanciatissimo boss della ‘Ndrangheta lombarda Carmelo Novella ha pagato con il sangue il proposito di scalzare il capo delle serre catanzaresi Vincenzo Gallace. Dinamico e business-oriented il primo, old fashioned e ruvido il secondo.

 

Risultato? Novella viene ucciso, aprendo a un processo di riorganizzazione della presenza ‘ndranghetista in terre lombarde che, con ogni probabilità, non è dispiaciuto alla Mamma, ossia la ‘Ndrangheta dell’Aspromonte, ancora punto di riferimento inevitabile per le controversie tra i vari clan. E forse per caso, forse per dissimulazione, o forse per spregio, la riunione che sancirà la nuova pax lombarda si tiene in un centro sociale a Paderno Dugnano intitolato a Falcone e Borsellino.

 

Il presidente del circolo Falcone e Borsellino racconta il menù scelto dal summit mafioso: “pasta, ‘nduja e stuzzichini”.

 

Il ruolo dei pentiti

 

Come abbiamo visto, la “più grande operazione antimafia dopo il maxiprocesso” si intreccia con varie dinamiche centrali nella ‘Ndrangheta di oggi. Più di sessant’anni dopo la furia di Serafino Castagna, il protagonista è ancora una volta un uomo che parla. E chi parla stavolta non è più un contadino carnefice e vittima di un sistema feroce e impietoso, ma un giovane boss che si è scontrato con uno dei clan più potenti d’Europa e che ha perso. Con lui sono caduti e hanno parlato anche i giovani piscopisani, i protagonisti principali della guerra contro i Patania di Stefanaconi. Il che suggerisce un’ultima, decisiva lezione sulla ‘Ndrangheta contemporanea.

 

La figura del pentito di mafia è controversa e ambigua, e non può essere altrimenti. Nel dibattito italiano tale ambiguità è acuita da una questione socio-linguistica e culturale. Il mafioso che collabora con la giustizia è definito nella discussione pubblica e politica “pentito”. La metafora religiosa chiama in causa una dimensione morale che non può essere ricondotta ai puri fini giudiziari. Negli Stati Uniti chi decide di collaborare con la legge ottiene dei benefici in proporzione ai vantaggi che la sua collaborazione apporta alle indagini. In Italia chi collabora è un pentito, e la sua legittimazione nel discorso pubblico chiama in causa categorie morali come la sincerità, l’onestà, la trasparenza. Possiamo fidarci del rinsavimento di una persona che si è macchiata di crimini orribili? È giusto che lo Stato protegga chi fino al giorno primo ha fatto parte di organizzazioni incompatibili con gli interessi statali e del bene comune? Come si capisce se qualcuno si è veramente pentito o no?

 

Il fatto che la mafia sia concepita e discussa in Italia anche attraverso delle categorie morali non va condannato. Il punto di vista della concettualizzazione morale offre una profondità che rischia di sfuggire negli approcci puramente economici. Tuttavia, una completa moralizzazione del pentitismo comporta dei rischi teorici, politici, e in fin dei conti anche morali. Il valore della collaborazione di un ex criminale con la giustizia è difficilmente misurabile esclusivamente con criteri quali la bontà delle sue intenzioni e la sincerità del suo pentimento. A tale scopo, vanno ricordate le parole che aprono l’autobiografia di Tommaso Buscetta, l’ex esponente di punta di Cosa Nostra che con le sue dichiarazioni ha dato il via al maxi processo: “Non sono un pentito”. Non sarà stato un pentito, ma la sua parola ha contribuito a infliggere a Cosa Nostra il colpo più grande degli ultimi decenni. Speriamo che accada la stessa cosa con la ‘Ndrangheta, un’associazione che purtroppo ha dimostrato una certa abilità nel contenere la diffusione del pentitismo. Con le buone, e se serve con le cattive.

 

[Immagine: Nicola Gratteri].

1 thought on “Pentiti, processi e affari. Breve viaggio nella ‘Ndrangheta del 2019

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