Intervista di Raffaele Notaro

 

Seduto alla poltrona del suo studio romano, Carlo Bordini dice a proposito del suo percorso artistico: «Io penso di non aver mai fatto nessuna scelta, io sono stato scelto. Prima dall’attività politica, in un periodo in cui la politica ti sceglieva e tu ci credevi. E poi sono stato scelto dalla scrittura. Io non scrivo, io sono scritto. E non potevo fare altro. Non potevo fare altro che come l’ho fatto. Una notte, non riuscendo a dormire, mi sono messo a scrivere. Al mattino avevo trentadue poesie. Forse perché ero un po’ innamorato, in quel periodo. Non sapevo di stare scrivendo un libro. Si stava scrivendo da solo. È qualcosa che passa attraverso di me ma su cui io non ho il controllo.» Si interrompe, batte un pugno sul bracciolo fiorato e mi sorride. «Come ci siamo arrivati a questo?»

È stato un lungo viaggio, penso – interrompendo la registrazione. E non è stato privo di pericoli.

 

Incontro Carlo Bordini in occasione della nuova edizione di Pezzi di ricambio (Empirìa, 2019). Mi accoglie in una casa che è disordinata come mi aspettavo: libri sulla quasi totalità delle superfici piane, appunti, quaderni, arnesi che hanno la forma dei suoi pensieri. È’ l’outsider della letteratura italiana, con uno stile che preoccupa il canone perché sembra volerlo scardinare dall’interno: un perdente che non perde mai, ma che manco si preoccupa troppo di vincere. E quindi spiazza tutti con un esordio in età avanzata, dopo aver faticato molto per pubblicare i suoi libri (del romanzo Gustavo dice che nessun editore era disposto a pubblicare il libro di un uomo che perde la salute mentale dopo una delusione d’amore).

 

 

E Pezzi di ricambio, invece? (Gli chiedo)

 

Pezzi di ricambio è un laboratorio a cielo aperto. È l’idea di fingere di essere normale. Non ho ancora le idee chiare. Forse ho finto di essere normale per tutta la vita, ma non l’ho ancora capito. È’ un frammento, una scheggia.

 

Questa scheggia è proprio il perno della malattia mentale. Non sapere in che misura fingiamo a noi stessi, quanto si sa di fingersi, quanto poi tutte le normalità siano una finzione.

 

Io non sono mai riuscito a distinguere un pazzo da una persona normale. Molti racconti di Pezzi di ricambio si riferiscono a persone mentalmente malate. Come l’ultima nuova aggiunta. È’ un racconto sulla solitudine, sulla paura di non essere accettato, o di pensare di poter essere accettato solo da un bambino. Sfuggire a certe regole…

 

Solitudine! Però questo libro più che richiudere una ferita di solitudine sembra aprire una voragine rispetto al canone, respingere quanti non hanno una visione aperta e libertaria della letteratura. Te la sei andata un po’ a cercare?

 

Sicuramente in gioventù ero molto fragile. Ero incapace di avere rapporto normali. Mi sono rafforzato col tempo e paradossalmente sono molto più giovane adesso. Sono cresciuto con l’idea che se fai un’apertura sbagliata, nel gioco degli scacchi, devi abbandonare dopo la quinta mossa. Solo che io non potevo abbandonare. Sotto molti aspetti sono diventato un ribelle per questo. Pezzi di ricambio è un libro ribelle, scritto polemicamente contro determinati parametri della narrativa.

 

Questa ribellione crea una rivoluzione o va avanti strenuamente di fronte alla sconfitta?

 

Io so di essere un finalista. Comincio le cose sempre male, debolmente. Non inizio mai con molta energia. Quando poi comincio a perdere divento terribilmente accanito nel difendermi e nel finale do il meglio di me. Anche letterariamente sono un finalista. Ho cominciato come un outsider, mi sono autosabotato in molti modi, tenendo nel cassetto tutto ciò che scrivevo.

 

Questo essere outsider è un atteggiamento letterario nei confronti della vita?

 

Ho cominciato ad essere riconosciuto negli ultimissimi anni. Sono stato marginale per lungo tempo, e ho pagato certe mie scelte controcorrente che sono il bisogno di non mentire. Ecco, se io devo dire che sono una persona che ha mentito per tutta la vita, che ha finto di essere normale per tutta la vita, mentendo, io nella scrittura non ho mai mentito.

 

La prima sensazione che ho avuto leggendo la nuova edizione del tuo libro è quella di un grandissimo coraggio. Ci vuole un grande coraggio per essere così sinceri. Chi scrive parte sempre da un punto, nel tuo caso però si tratta di un tempo, non un luogo, una parentesi molto lunga, come il tempo messianico in cui la fine del tempo coincide con il tempo della fine, un arco che attraversa tutta la tua produzione. È questo che chiami iperverità?

 

È proprio così. Nella scrittura ho sempre cercato di capire fino in fondo. C’è un misto di confessione e provocazione. Confessandomi, e confessando certe mie contraddizioni, io faccio un attacco, un assalto in cui mostro anche le contraddizioni di ciò che ci circonda. La sincerità è un modo per svelare la verità. Ho coniato il termine iperverità. L’ho usato in Perù durante un’intervista, poi in un Autoritratto nella rivista di Luigia Sorrentino. Iperverità è vedere ciò che sta sotto la verità apparente. Non è solo svelarla, è farla vedere, mettere in mostra la verità che si cela dietro una vita apparentemente normale.

 

Però è qui la contraddizione, se abbiamo allontanato la normalità perché era una pazzia, resta una continua processione. Ma non c’è una chiesa da raggiungere. C’è un Santo perennemente in piedi, tenuto dai fedeli, un Santo che sei tu tenuto in piedi dalla scrittura.

 

Questo perché non ci sono risposte. Solo domande, in definitiva. Scrivere non dà risposte. Pone domande che in genere non ci si pone. Tutto pur di uscire dalla melassa dell’apparente reale per raggiungere qualcosa che sia un po’ più profondo.

 

Se nulla finisce e non c’è una risposta, è nella vita che non c’è una risposta o non ce n’è una che sia accettabile?

 

È la negazione dell’apparenza. L’apparenza è falsa. Susanna è il mio rapporto con una ragazza tossicodipendente. La verità più profonda più anche essere molteplice, da una connessione può svilupparsene un’altra. Quando si scrive si mettono in scena le proprie incertezze, il rifiuto di una realtà artefatta, la difficoltà a trovare qualcosa di più solido. Vivo lo smarrimento che parte della scrittura come uno stimolo per il lettore. Mi tornano in mente i versi di Vladimir Holan, “chi non si sente perduto è perduto”. Permettere agli altri di sentirsi perduti è evitare che siano perduti in modo più profondo e più banale.

 

È quello che sta accadendo adesso alla società civile?

 

Sì. Soprattutto con la politica. Noi abbiamo tutta una serie persone ipnotizzate da questo mago bravissimo che è Salvini. È una persona che disprezzo profondamente sia dal punto di vista politica che umano. È un sadico. Ha una capacità di dire menzogne trasformandole in verità, abbindolando migliaia di persone, inventando dei miti. Probabilmente anche Cesare era così. Sfatare le verità più semplici è un atto politico, oltre che letterario. La sinistra non ha più un linguaggio.

 

Sul linguaggio posso essere d’accordo, sul consenso però non possiamo eliminare completamente la colpa di chi lo riceve. Deve attecchire su un terreno fertile.    

 

E’ vero. L’altro lato, cioè chi lo riceve. La faccenda è complessa. Tutte le statistiche parlano della diminuzione dei reati in Italia. Però la sensazione che hanno gli italiani è che i reati siano aumentati, quindi ci vuole una politica repressiva. In questo senso io mi pongo un problema, se in fondo, scrivere o fare arte non sia sempre diretto a una minoranza.

 

Un’arte antidemocratica? L’utente è diventato poco interessante per l’artista? Non c’è più un dialogo tra i due?

 

È un problema. L’artista opera per una minoranza, il che non è piacevole né a dirsi né a pensarsi. È possibile, come diceva Nietzsche nella Nascita della tragedia, che il coro siano gli spettatori. Oppure, penso alla popolarità di certi fenomeni artistici nel passato, per esempio Tasso. Tasso è il poeta più amato della storia della letteratura italiana. Perché in Tasso convivono avventura, amore e morte, in una sublime empatia. Veniva imparato a memoria anche dagli analfabeti. Non so se poi ci sia stato un degrado, per cui quello che un tempo era qualcosa che prima arrivava a molti, oggi arriva a pochi. C’è anche un altro aspetto, un altro universo parallelo. Tutte le nuove forme di espressione nascono come arti minori, e quindi vengono disprezzate dall’establishment culturale prima di diventare arti maggiori. Come accadde per la fotografia. C’è una battuta di un film di René Clair in cui un personaggio dice a delle persone, insultandole: “andate a far del cinema!”. Anche il cinema nasce come una banalità.

 

L’establishment è responsabile o succube dello Zeitgeist?

 

L’accademia è costituzionalmente stupida. L’accademia ripete il sapere. Ha una certa diffidenza verso il sapere che non è stato ancora codificato. Conosco accademici intelligentissimi. Guido Mazzoni è un genio. Se pensiamo all’accademia francese è stata qualcosa di roccioso e impenetrabile. I grandi scrittori francesi erano tutti dei ribelli, tutti. A cominciare da Moliere, passando per Rimbaud e i Surrealisti. Erano tutti contro l’accademia.

Allo stesso modo, forse alcune forme di arte trash alla fine si riveleranno arte e basta.

 

Ad esempio?

 

Confesso, a mio disdoro, di ammirare molto una serie Netflix. Jessica Jones. Se escludiamo la terza parte.

 

Davvero? Anche a me piace molto…

 

Ecco, secondo me quella è davvero una grande opera d’arte, perché hanno preso un’attrice a cui erano sempre stati assegnati ruoli da quattro soldi, e l’hanno trasformata in una grande artista, perché evidentemente ne aveva la stoffa. O Sergio Leone, che ha ricostruito il grande poema cavalleresco partendo dal trash reale dei film western, brutti e completamente falsi perché coprono il genocidio dei nativi americani. Ha ricreato il mito dell’eroe.

 

Esiste quindi una molteplicità di linguaggi, e farli funzionare insieme è il compito dell’artista. E questa cosa avviene molto bene in Pezzi di ricambio in cui si passa dalla prosa lirica a scene pulp. È questo il senso di smarrimento di cui parlavi? Nella prefazione tu parli del libro come di uno sfasciacarrozze dello spirito, in cui si trovano insieme tante cose molto diverse. È per questo che funziona a distanza di così tanti anni un testo del genere?

 

Volevo evitare che questo libro venisse considerato secondario rispetto alle altre mie opere narrative (raggruppate in un corposo volume, Difesa berlinese, uscito per Sossella Editore, n.d.r) e per far questo, Marisa di Iorio ha trovato per me una copertina estremamente efficace, un disegno di Dino Patanè. È stata una convergenza piuttosto casuale, ma io trovo che il libro sia fresco e che nessuna delle sue parti risenta del tempo.

 

Sono d’accordo. E aggiungo che esse ci ricordano che la prospettiva terribile potrebbe essere quella dell’appiattimento, andare nella direzione in cui tutti siamo costretti a pensare, scrivere e comportarci allo stesso modo. Eliminando la differenza rischiamo di uccidere ciò che siano noi come umanità. PDR è un testo che si permette di unire sotto lo stesso domicilio caratteri della scrittura che sono molto diversi. Ci aiuta a decodificare il presente.

 

Nel corso della mia lunga esistenza (ride, n.d.r.) mi sono accorto che alcune poesie hanno avuto un impatto molto grande su alcune persone. La poesia ha una forza. Il fatto che si rivolga a una minoranza non so se sia inevitabile o momentaneo. Penso che oggi ci sia una maggiore superficialità. Anni fa pochissime persone studiavano, questo vuoto era colmato dalla religione. Qualcosa poi è cambiato con la laicità del potere, con la fine dell’origine divina del sovrano, un momento in cui il capo non coincideva più con il capo spirituale e quindi aveva bisogno di investire in cultura.

 

Oggi in che cosa si investe?

 

Non certo in cultura. Ho l’impressione che questa nuova umanità che sa leggere e scrivere e che vive una vita immersa nel capitalismo sviluppato, ha aumentato la banalità, ha tolto qualcosa alla spiritualità. Viviamo un periodo di disprezzo per la cultura. È un processo lungo, cominciato negli Stati Uniti quando hanno cominciato a chiamare gli intellettuali ‘teste d’uovo’, quando chi non era maccartista era un traditore. Il ruolo dell’intellettuale viene negato, perché vengono negati i corpi intermedi. Guido Mazzoni lega questa crisi del corpo intermedio all’intervento dei social, in cui non c’è più alcun filtro. In questo modo si può arrivare alla barbarie.

Facciamo una breve pausa perché squilla il telefono. Si alza e torna dalla cucina con un vassoio, due bicchieri d’acqua e i pasticcini al burro che ha preso in un bar del quartiere Africano dove abita. Riprende la sua telefonata alternando risposte ai grossi bocconi. I biscotti sono effettivamente molto buoni. Quando riguarderò gli appunti, più tardi, dopo aver percorso a piedi la strada verso casa per via di uno sciopero, penserò alla premessa iniziale della nostra conversazione. Non parliamo di politica. E invece parliamo solo di politica, in quel modo da dinamitardi di far esplodere i concetti uno dietro l’altro. Perché al di là delle fazioni e dei colori e delle lotte, resta la vitalità di un uomo che ha creduto e ne è rimasto molto deluso. Se non è questa la banalità delle rivoluzioni. Carlo Bordini più che stanco è affaticato. C’è un momento nella carriera di un artista in cui tra sé e il pubblico (lettori, ascoltatori, spettatori, poco importa) l’opera non basta più, anzi l’opera incarna la frustrazione di un dialogo impossibile da finire. E se una cosa non si può concludere non si può neanche assolvere. E infatti è così che mi risponde, quando sono così schietto da chiedergli se…

 

…questa volontà di mettere tutto insieme, raggruppare poesia e prosa, lasciare un corpus unitario, non è altro che un modo per lasciare un testamento.

 

Sì, sono spinto a cercare di finire certe cose, è vero. Ho previsto la mia morte a 98 anni. (Ci facciamo una bella risata.) È da maleducati vivere troppo.

 

In virtù di questo, è d’obbligo chiederti a che cosa stai lavorando. Quali sono i tuoi progetti futuri?

 

Per ora aspetto la ristampa di Strategia, un libro di poesie d’amore, con Aragno, che uscirà tra poco. Ma quello su cui sono più concentrato al momento è un romanzo “pornografico” che ho appena terminato. E sto incontrando molta diffidenza per pubblicarlo. Come è successo sempre nella mia vita. Vedi, il fatto che quello che scrivo, oggi, abbia un minimo di riconoscimento, è già un grande risultato per me. Al di là della fatica che ho fatto per far pubblicare i miei libri. Non era possibile per me fare altre cose.

 

Voglio chiederti ancora un’ultima cosa, che per me è come spiare nella vita privata. Che cosa stai leggendo?

 

Cronica: un libro scritto nel Trecento da un anonimo romano. E’ un libro giustamente considerato un capolavoro. Usa l’espediente delle interviste incrociate di cui tiene soltanto le notizie condivise da molti degli interpellati, in modo da rimuovere la menzogna, a suo dire. In questo modo racconta la storia d’Europa e in particolare di Cola di Rienzo, e lo fa in un linguaggio suggestivo e un po’ complesso che però si fa presto a decifrare. L’anonimo non dà mai un’interpretazione, ma descrive le cose come se avessimo la macchina del tempo e potesse farci toccare i suoni, i rumori assordanti, le urla della battaglia. Non mi sono mai imbattuto in una descrizione auditiva e visiva così viva e efficace della realtà.

*

Immagino la scena, vedo alzarsi la polvere, sento il clangore e la furia, immagino un uomo non più giovane nella mischia, brandire un’arma di carta, la muove alla cieca contro i nemici nella sua testa, ne colpisce qualcuno ma tutti gli altri gli sfuggono. Poi si ferma, chiude gli occhi, respira con più calma. E sembra che qualcosa lo animi, un’incorporazione, il farsi carne del mito della creazione.

Qualche minuto dopo sono in strada. Fuori non so se fa più caldo o più freddo. Di certo qualcosa è cambiato. Alla pensilina dell’autobus, gli schermi rimandano la scritta Sciopero, fuori servizio. Mi incammino verso casa.

 

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