di Antonio Lanza

 

[Sabato 25 gennaio alle 18, a Palermo, Antonio Lanza presenterà il suo primo libro di poesie, Suite Etnapolis, presso Prospero/Enoteca letteraria, in dialogo con Andrea Accardi. Presentiamo alcuni estratti del libro, scelti dall’autore per LPLC2].

 

… che aprirà tra pochi minuti

e capisci che è sveglia, che larghi

occhi di civetta, che in un pentolone

prepara l’ipnosi – la musica,

la solita –: e scoppia con violenza

ai commessi nelle vene il sangue

e si affretta il passo, la scopa dietro

la porta, puntuale nel respiro

la coda dell’obbedienza –

quando mascherato ovunque il comando

apre! si moltiplica.

 

(…)

 

 

La pallina punta dritto alla buca,

ai megafoni lo annuncia la solita

innocente voce di donna, udibile

per duecentosettantamila metri

quadri e oltre, fin nel cuore dei pilastri,

l’eco che sforza tessuti e cemento.

 

 

I rotoli cassa s’irrigidiscono

come muscoli di atleti che aspettano

lo sparo, slumacate le vetrine

dalla spinta dei desideri,

non ancora pronto all’interno

il racconto perfetto delle merci.

 

 

In camice giallo tre silenziose

finito il turno delle cinque

conservano premute all’ombra

il capogiro di un mattino ubriaco,

memoria di un caffè lasciato al tavolo

a annerire, maniglie violate.

 

 

Motta rupestre, Piano Tavola attraversata

da nausea di autobus,

mammella normanna Paternò, calda conca,

geometrica Belpasso e Martoglio

sul rovescio – coro di sorelle

città, e al centro tu, Etnapolis separata,

presso cui subito si venne a patti.

 

 

La pallina centra in pieno la buca:

vi precipita come dentro un pozzo

il corpo di un uomo che non finisce

mai di cadere, di spalle, di pancia,

perso il senso stesso della caduta,

dell’alto, del basso, la direzione,

con guizzanti fantasmi di speroni

di roccia o finale salvezza di acqua,

ma senza che soggiunga il tonfo, senza  

che a interromperla intervenga il respiro

 

 

dolce della fine. La voce chiama

a sé l’attenzione, un’unica volta:

il Centro apre.

 

 

(…)

 

 

Adesso ecco che sì, Etnapolis

da ogni lato è un esteso epos

di racconti: rientrate le sbavature,

torna sapiente a funzionare

il gioco delle figure

retoriche, l’equilibrio

dei pieni e dei vuoti, gli specchi

che propagano i termini,

e i colori mercenari, la luce

mercenaria, la cavità

mercenaria di una bocca

che un sorriso mercenario accogliendoti

sforza.

 

 

(…)

 

 

Chiaro e sorridente si apre l’allegro

carnevale di volti, chiaro

perché cola dai lucernari umana

una luce dietro cui Etnapolis per ora

un passo indietro si ritrae a

trattenere fiato e incantamenti,

e lascia che i padri con sincero

trasporto bacino sui carrelli

le figlie, che al guinzaglio annusandosi

abbaiandosi ritraendosi

due cani allarghino intorno una pozza

divertita di attenzione, che muscoli

e scollature e manipoli

di stranieri malvestiti e polpacci

e scapole tatuate o scoppi

di euforia scatenino

rette e diagonali di sguardi

da allontanarti (come, non volendo,

vuoi, perché, come non dici,

tu lo meriti) da te stesso.

 

 

(…)

 

E mescola l’intruglio

con un mestolo di legno

e il gesto circolare della mano

nel pentolone Etnapolis,

e vi unisce farmaci tristi. Così

la città che dicono del tempo ritrovato

identica si ripete: rappezza

il pensiero ai passanti, allenta loro

alle ginocchia il vigore perché per decine

di negozi deboli di equilibrio

si trascinino e vinti.

 

 

(…)

 

 

Pioggia e stecchi Etnapolis, primavera

di essenze Etnapolis, broda

e infradito: le abbiamo assistite qui

anzitempo, chiuse dentro le vetrine,

le stagioni per noi rapide a maturare.

Resistenza dei pochi sbandati

opliti Etnapolis, acropoli

degli uffici direzionali Etnapolis,

offesa di latomìe.

Ci provammo a espugnare a ogni costo

il Plemmirio ma il successo ogni volta

per l’altezza di un respiro sfuggiva.

Amaro e noia Etnapolis, pletora

di insegne Etnapolis, macropaese

di sconosciuti, Idolo, Edicola,

Obolo, Offerta Votiva Etnapolis,

Dite, Levatrice di draghi,

Scorpione, rapido

sapone di Lavandaia.

……………………………….Volge in sera

il pomeriggio. Radente dalle porte

scorrevoli a ovest entra il sole

a accendere le vetrine dei primi

negozi. Sfavilla con le centinaia

di impronte di suole accumulate

il pavimento di pietra lavica

levigata, un rossore tenero

ammorbidisce sui volti i tratti

più aspri, e per congiura manda

pane più buono la radio, la voce

roca di Bonnie Tyler che dichiara

che è stato solo un gioco folle

nient’altro che un gioco folle,

e a qualcuno dei distratti

o dei commessi potrebbe persino

avvenire di sentirsene punto,

lì dove più molle e non difeso

da ossa attende paziente il dolore

di essere vivi.

 

 

(…)

 

 

Si accumulano si ispessiscono le ore.

 

 

Annunci di vario genere identici

si depositano sui corrimani sulle scale

sul cucchiaino che gira nel caffè

sui gesti tutti circolari dei commessi

su tutto ciò che non si svolge

ma ruota, e può tornare: il tempo,

pur passando anche di qui, qui

non lascia storia, perentorio

big bang di cemento da cui d’un colpo

questo bianco Etnapolis è sorto.

 

 

Si accumulano si ispessiscono le ore.

 

 

È l’ora in cui più in alto sulle zampe

posteriori spinge il cavallo irretito

la testa, l’ora delle budella contorte,

delle insalate verdi, delle granite

con brioche al pistacchio, della

calura fitta di là dalle porte

scorrevoli dove anche la diritta

SS 121 (l’asfalto, colloso,

staccandosi, sembra rallentarle,

le auto, in corsa) fatica a esistere.

 

 

Si accumulano si affannano le ore.

 

 

Ore che per fuggire alla vampa

di agosto, ripiegate le cartine,

si concedono gli stranieri una

libera visita al Tempio, al nostro

impersonale tributo al Moloch

del commercio, dove finalmente,

in una maniera strana, sussurra loro

Etnapolis allòtropi di una lingua

comune, un ordine valido ovunque;

e con uno sforzo d’immaginazione sono

gli altri, ora, non loro, qui, gli stranieri.

 

 

(…)

 

Girovagando

svogliato per negozi

e chiedendo di uno

chiamato Hevel,

calpesta Samuele il pomeriggio

sotto i piedi, tanto

è marcia l’arancia,

aspettando Cinzia,

che finisca:

 

 

«Ti ricordi» dice (intorno

è un simultaneo raschiare

di saracinesche) (le commesse

sulle porte si disimpacciano

ciascuna di una maschera,

i gesti divenuti più elastici,

le giunture non più costrette:

si fa sotto così per tutte la vita

che di poco sempre

le sopravanza). Dice:

 

 

«Ti ricordi» con un misto

di eroismo e malinconia

«il cielo com’era chiaro

prima di entrare

 

 

stamattina».

 

 

Con la stessa

rapidità di un pollice

e di un indice che si congiungono

è passato volando un giorno.

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