di Matteo Santarelli (La Ragione di Stato)

 

Sanremo non è cominciato, e già se ne parla. Non ovviamente per motivi artistici-musicali, ma per spiacevoli e numerosi scandali. Il “rapper” Junior Cally viene accusato di scrivere testi che incitano alla violenza sulle donne; il conduttore Amadeus loda in pubblico la virtù femminile di sapere stare “un passo indietro” al proprio compagno di vita famoso; l’estrema destra non vuole la giornalista palestinese Rula Jebreal, colpevole di aver criticato le scelte elettorali del popolo italiano; la sinistra non vuole l’estrema destra; e infine, per calmare le acque, il cantautore romano Achille Lauro smorza i toni presentando un brano dal titolo: “Me ne frego”, nome di un noto motivetto d’era fascista.

 

La quantità di bassezze, polemiche, questioni extra musicali sollevate ancora prima dell’inizio della kermesse suscita in una parte ormai cospicua del paese varie questioni: perché esiste Sanremo? La situazione è sempre stata così grave, o si è deteriorata negli scorsi anni? Le polemiche sono un fenomeno recente? Amadeus è il peggior conduttore e direttore della storia? Da quanti anni non viene presentata una canzone che non viola le convenzioni internazionali sui diritti umani? L’idea di un Sanremo progressista è allo stesso livello dell’idea di un triangolo di quattro lati?

 

Al fine di rispondere in modo parziale a tali domande, vorrei proporvi una breve storia recente del festival di Sanremo negli ultimi venticinque anni. In particolare, propongo di soffermarci su tre tappe del processo che ha portato all’abisso del 2020: Sanremo 1995, Sanremo 2001, Sanremo 2010.

 

Riformismo conservatore: Sanremo 1995

 

Sanremo, provincia di Imperia, 1995. Un giovane uomo abbronzato e sorridente vaga con sguardo ammiccante per il palco dell’Ariston. Completo grigio, camicia alla coreana, lunghi e folti capelli neri legati in una luccicante coda che scende lungo le spalle. È il personaggio del momento, che domina le cronache rosa del momento – sono gli anni del fidanzamento con Anna Falchi – e che si presenta al Festival di Sanremo con una canzone scritta dal gruppo del momento, gli 883 di Max Pezzali e dell’enigmatico ballerino corista Mauro Repetto. Ha quell’aria sfrontata ma non rivoluzionaria che hanno i personaggi vincenti di Fininvest, la holding di Silvio Berlusconi, ossia il presidente della squadra di calcio più vincente del momento e fino a un mesetto prima Presidente del Consiglio. L’aura vittoriosa che accompagna la prima avventura sanremese del trentacinquenne Rosario Tindaro Fiorello, per i più semplicemente Fiorello, è impressionante. Almeno, fino a quando non comincia a cantare.

 

L’interpretazione di Fiorello è anonima, e alterna incertezze piuttosto gravi a ridondanti abbellimenti, come un giocatore che sbaglia un passaggio decisivo e poi tenta di rifarsi con inutili dribbling lontano dalla porta avversaria. La performance non è disastrosa, è semplicemente mediocre. Il pubblico che amava le sue imitazioni vocali – ricordiamo una rivedibile versione di Come mai degli 883 in cui Fiorello imita a giro il firmamento della canzone pop italiana – scopre deluso che la sua voce non è brutta ma neanche indimenticabile. La mamma di una mia compagna di elementari fuori dalla scuola commenta in dialetto: “Con tutte le voci che sa fa’, proprio con la sua doveva canta’?”. Per un giovane uomo che si presenta con quell’aura da vincente, essere mediocri è peggio di fare schifo.

 

Fiorello canta male a Sanremo, a suo dire perché non sentiva bene la voce in spia.

 

Fiorello arriverà quinto, una posizione che non sa né di caldo né di freddo. L’ideologia Fininvest-Milan impone che si vinca con un gioco spregiudicato, e Rosario Tindaro delude entrambe le clausole. Non vince, non sale sul podio, e nemmeno arriva ultimo come i grandi dissacratori che hanno calcato il palco di Sanremo solo per mostrare che quel palco gli faceva schifo – remember Vasco?

 

Vasco orgogliosamente penultimo a Sanremo 1983. L’edizione sarà vinta da tale Tiziana Rivale.

 

I giornali della sinistra, già ringalluzziti dalla caduta del governo di centro-destra, infieriscono e non nascondono la propria soddisfazione. Repubblica titola: “Fiorello il più sconfitto vince soltanto con Anna”. L’articolo espone una tesi molto chiara: Fiorello è la testa d’ariete con cui Fininvest voleva sfondare le mura della Rai, un’operazione che come vedremo riuscirà vari anni dopo a Maria De Filippi e alle sue truppe dei talent show. Purtroppo ha perso, perché come in politica la popolarità a Sanremo non si traduce immediatamente in consenso, e in Italia non si vince solo coi voti dei giovani, ma anche con quelli dei vecchi. Da qui la vittoria della giovane romana Giorgia Todrani, che a differenza di Fiorello non ha sbagliato nemmeno un vibrato, e che ha portato una canzone innocua, con dei passaggi vagamente black e un ritornello italianissimo, corredato da un testo rivedibile dal punto di vista grammaticale – qualcuno/a ricorderà il misterioso inciso: “emozionando sempre più”. La Repubblica e l’intero centro-sinistra tirano un respiro di sollievo: Berlusconi e Fiorello hanno tentato l’assalto alle istituzioni, ma il sistema ha retto. Ora torneranno a fare soldi e ad accumulare popolarità, ma lasceranno stare le cose serie, tipo la politica e Sanremo. Una previsione che sappiamo essere vera a metà.

 

Dall’altra parte l’istituzione, dopo aver respinto l’assalto di Fininvest con la collaborazione delle corde vocali di Fiorello, può anche mostrare la sua magnanimità e la sua moderata apertura ai giovani e all’innovazione. La vincitrice Giorgia ha 24 anni, il quarto posto viene occupato da un tenore toscano non vedente che ha ripiegato sulla musica leggera, e nei bassifondi della classifica si aggira Sabina Guzzanti accompagnata da “La riserva indiana”, un gruppo che vede l’enigmatica presenza di Nichi Vendola, Antonio Ricci e Milo Manara tra gli altri

 

Grandi innovazioni anche nel settore paternalistico delle Nuove Proposte. Vince un gruppo vocale campano, i “Neri per caso”, che insegnano i più giovani a capire entro quali ristretti limiti è possibile e utile insistere con “Le ragazze” – questo il titolo della canzone vincitrice – senza rischiare una denuncia per stalking o un esaurimento nervoso. Il codice dell’amore romantico assoluto viene riposto in soffitta: “si può amare da morire, ma morire d’amore no”, alla faccia dell’ormai non più giovane Werther. Arriva secondo Gianluca Grignani, un capellone di ventitré anni che porta con sé la massima soglia di grunge tollerabile dal palco dell’Ariston e una canzone che forse parla di suicidio, ma forse no, e quindi può salire sul podio. Qualche anno dopo, il giovane capellone pseudo-grunge regalerà un ennesimo atto di ribellione presentandosi completamente ubriaco sul palco del capodanno in piazza a Bari organizzato da Gigi D’Alessio. Per molto meno, in questo paese si è diventati cavalieri del lavoro.

 

Un testo un pizzico oggettivante rispetto all’identità di genere femminile, sostenuto da una prestazione vocale di tutto rispetto.

 

Il festival di Sanremo del 1995, forse il più iconico della decade, realizza così in modo sapiente quel mix di conservatorismo e apertura minima all’innovazione e ai “giovani” tipico della RAI nel suo periodo di massimo splendore. Sacerdote di questo rituale modestamente riformato è Pippo Baudo. Dopo aver faticato l’anno precedente con la dirompenza della drag queen Ru Paul, alla quale in preda all’imbarazzo più sfigurante chiede: “sai giocare a basket?”, Baudo è finalmente a suo agio tanto con i/le concorrenti, quando con il solito arrosto misto di ospiti internazionali, che per quest’anno prevede: Take That, Madonna, Sting, Ray Charles. Tanto a suo agio, da arrampicarsi sopra la galleria dell’Ariston per salvare la vita di Pino Pagano, un disoccupato che minaccia di togliersi la vita spiaccicandosi in platea.

Pippo Baudo salva vite a Sanremo 1995

 

L’anticamera degli inferi: Sanremo 2001

 

Sei anni sono pochi per certi versi, ma sono tanti sotto altri aspetti. Chiedete ai capelli di Rosario Tindaro Fiorello, un tempo legati in un’innaturale e untuosa coda, ora volutamente spettinati come richiede la nuova moda. Dopo la delusione del 1995, Fiorello non arriva più da vincitore annunciato, ma da timido co-presentatore di una tirannica e implacabile Raffaella Carrà, che lo riprende davanti a milioni di telespettatori per non aver letto nella sequenza esatta i nomi degli autori della canzone, il nome del gruppo, il nome della canzone, il nome del direttore d’orchestra.

 

L’idea di ospitare gruppi rock non è del tutto nuova. Qualche anno prima Sanremo aveva ospitato i Dhamm, problematica versione romana di band americane glam/street metal in stile Bon Jovi, Poison, Skid Row – il cantante somiglia un po’ al frontman di questi ultimi, Sebastian Bach. Dopo questo bizzarro esperimento, e dopo la quasi vittoria di Elio e le storie tese nel 1996, Fiorello e la Carrà introducono uno strano gruppo dark-psichedelico che presenta una bizzarra composizione dedicata all’assenzio. La band è capitanata da un bassista cantante di carisma e talento – sì avete capito bene è Morgan – e un tastierista sassofonista vestito da Bowie con una cresta punk che legge una strana lista di nomi – sì certo è Andy. I Bluvertigo arrivano convintamente ultimi, come ogni artista sanremese che si rispetti. Penultimo un gruppo persino più bizzarro, i Quintorigo: una band strumentale acustica guidata dal virtuoso vocale John De Leo. La canzone si chiama “Bentivoglio Angelina”, è un mix di atmosfere anni ’20 -30’ e cose alla Tom Waits che non arriva ultima solo perché ci sono i Bluvertigo a pattugliare l’onorevole piazza.

 

I Bluvertigo hanno un’idea bizzarra: portare un brano dignitoso a Sanremo

 

Più si sale nella classifica, più l’area è resa rarefatta dalla pressione esercitata dai due gangsta dell’edizione: Zucchero Sugar Fornaciari e Caterina Caselli. Zucchero contribuisce alla composizione delle canzoni che occupano il primo e il secondo posto della classifica vips, ossia “Luce” di Elisa e “Di sole e di azzurro” di Giorgia, la cantante romana che aveva vinto nella puntata precedente del racconto. Caterina Caselli è la leader della casa discografica che ha sotto contratto sia Giorgia, sia i vincitori della categoria delle nuove promesse, ossia i Gazosa.

 

D’accordo col vostro terapeuta, ci auguriamo che voi abbiate rimosso l’esistenza di questi ultimi. I Gazosa erano un gruppo musicale di allora dodicenni che appunto vinse Sanremo giovani con la già agghiacciante “Stai con me forever”, per poi raschiare ulteriormente il baratro dell’estetica con la successiva hit “WWW.MI PIACITU”, colonna sonora dello spot Vodaphone in cui presenzia Meghan Gale, a sua volta co-conduttrice di Sanremo 2001 in una spirale irrefrenabile di catene significanti e interessi commerciali, che si interruppe con lo scioglimento della band nel 2003, anno in cui la loro età media ormai lambisce i quattordici anni. Il chitarrista Federico Paciotti all’epoca si presentò sul palco con una Ibanez modello Paul Gilbert per gli appassionati. Nel 2017 Paciotti confessa al Corriere che la sua infanzia è stata “sconvolta” dai Gazosa, che il Papa li ha chiamati a suonare alla Giornata della Gioventù e che oggi fa il tenore, proponendo una “lirica con innesti rock”. Ognuno rielabora il trauma con i propri strumenti.

I Gazosa a Sanremo 2001. Si scioglieranno pochi anni dopo, dilaniati dal successo e dall’anzianità

 

Se alcune delle proposte musicali suscitano un brivido di terrore – oltre ai Gazosa, ricordiamo “Fantasticamenteamore” tuttoattaccato di Syria e “Turuturu” di Francesco e Giada, giusto per limitarci ai casi più estremi – tale terrore è nulla rispetto agli eventi extra-musicali che accompagnano la rassegna. Le prime righe della pagina Wikipedia dedicata all’evento suonano come un bollettino di guerra: 1) fallimento di ascolti; 2) disastro co-conduttori, con Massimo Ceccherini ed Enrico Papi imprevedibilmente accusati di eccessiva volgarità – Papi viene persino ripreso dall’austera Franca Ciampi, moglie del Presidente Carlo Azeglio; 3) i Placebo distruggono il palco “facendo infuriare il pubblico in sala e costringendo Raffaella Carrà a scusarsi pubblicamente al rientro da una pausa pubblicitaria”; 4) viene invitata una rocker ucraina, Katia Bujinskaia, che però nessuno conosce e quindi non viene più fatta esibire; 5) i Sottotono vengono accusati di aver plagiato gli NSYNC, che è un po’ come rubare una poesia a Sandro Bondi, ricevono il Tapiro d’oro e picchiano l’inviato di Striscia la Notizia Valerio Staffelli mandandolo all’ospedale.

 

I Sottotono picchiano Valerio Staffelli.

 

I germi di dissoluzione e disfacimento delle istituzioni rinvenibili nell’edizione del 1995 sono ormai pienamente attivi. L’istituzione non regge più: la qualità nel caso della Sezione Campioni viene relegata dall’apice e ai bassifondi della classifica, con la classe media musicale italiana in crisi ormai irreversibile; la classifica dei giovani suggerisce una robusta sfiducia nei confronti del futuro musicale del paese; Fininvest avrà perso Sanremo 1995 ma ha ormai infettato il corpo della kermesse, con le istituzioni più nobili del paese che tentano di censurare il disordine libidico impersonificato dalla banalità del male degli occhiali di Enrico Papi; gli ospiti stranieri distruggono il palco, provocando le prime reazioni di difesa del territorio nazionale dalle quali emergerà il sovranismo di venti anni dopo. Gli anticorpi non reggono più.

 

L’evaporazione della morale: Sanremo 2010

 

Massimo Recalcati è uno psicoanalista di orientamento lacaniano. Nel 2010 scrive il suo libro più noto, L’uomo senza inconscio. Nel volume Recalcati impiega alcune categorie chiave del pensiero del Lacan per interpretare le patologie individuali e sociali più rilevanti del presente. L’idea di base è la seguente: il crollo dell’ordine simbolico non ha prodotto la liberazione dell’essere umano dalle catene dell’autocontrollo e della censura, ma al contrario ha dato origine a nuove forme di dipendenze, patologie, disturbi. La tesi appare ai lettori più critici come eccessivamente generale, o quantomeno come un’applicazione indebita di categorie valide nel caso delle patologie individuali al livello sociale e culturale più generale. E tuttavia, proprio in quello stesso anno accade un evento che pare confermare in pieno le tesi di Recalcati: Sanremo 2010.

 

Sanremo 2010 è l’emblema di come la picchiata verso l’abisso morale inaugurata dall’edizione del 1995 e proseguita da quella del 2001 possa ancora scendere fino a lambire le ripe dello Stige. Tutto ciò avviene non in un clima di terrore, angoscia, paura, ma al contrario in una inquietante pseudo spensieratezza, leggerezza e vitalità pulsionale. Citando un’altra grande opera profetica dei nostri tempi, ossia la serie tv Boris: si instaura pienamente il regime della locura, “una bella spruzzata di pazzia, il peggior conservatorismo che però si tinge di simpatia, di colore, di paillettes (…) questa è l’Italia del futuro: un paese di musichette, mentre fuori c’è la morte”.

 

Esposizione della teoria della locura

 

La locura della nuova edizione di Sanremo ha bisogno di due ingredienti fondamentali. In primo luogo, una carica pulsionale capace di eccedere le anguste e sfibrate redini della morale. Un compito che sembra confezionato a pennello sul profilo della conduttrice di Sanremo 2010. Antonella Clerici è la presentatrice che a furia di lapsus, doppi sensi e atti mancati ha ormai passato una mano di vernice sulla differenza tra la fascia protetta e l’orario in cui è meglio portare i bambini a nanna. Le sue prorompenti gaffe possono fare irruzione sul piccolo schermo in qualunque contesto a qualunque ora: alle sei mentre parla di calcio, alla mattina mentre gli italiani e le italiane sono ancora rincoglionite dalla dipendenza dalla caffeina, oppure all’ora di pranzo, quando scocca l’ora de “La prova del cuoco”. Un curriculum di tutto rispetto nel nuovo contesto sociale italiano, che fa di Antonella la presentatrice inevitabile del Festival 2010.

 

Antonella Clerici nella sua interpretazione più apprezzata da pubblico e critica: “la Borra”

 

Un secondo ingrediente fondamentale per toccare quel fondo solo a tratti intravisto nelle edizioni precedenti è la banalizzazione del male. Ciò che ancora sembra meritare rispetto e timore morale, deve essere relativizzato, minimizzato, e se possibile rovesciato nel suo opposto. La vittima sacrificale di questa insaziabile sete di degrado che si aggira per il paese è un evento il cui valore sembrava essere ormai fuori discussione: il referendum Repubblica vs. Monarchia del 1946.

 

Se l’Italia è un paese che ha faticato e ancora fatica a fare i conti con il fascismo, la possibilità di una rivalutazione positiva della monarchia è sembrata essere per decenni fuori discussione. E tutto ciò non tanto e non solo per buon senso o per cognizione storica, quanto piuttosto per l’incredibile consenso raggiunto dalla seguente, elementare tesi: i Savoia sono degli idioti, e sarebbe meglio farsi governare dal reparto piccole scimmie dello zoo-safari di Fasano piuttosto che da un loro erede. Il Festival 2010 rompe anche questo ultimo tabù, e lo fa in modo imprevedibile e spettacolare: il principe Emanuele Filiberto di Savoia scende in campo, e calca il palco dell’Ariston accompagnato da Pupo e da un tenore del quale per sanità psichica abbiamo dimenticato il nome. Pupo ormai è la personificazione del cinismo morale. La sua esecuzione consiste nello sciorinare frasi di compiacimento e vittimizzazione nei confronti di Emanuele Filiberto e del lamento del principe sui torti subiti dal popolo italiano. Emblematico il passaggio: “Tu non potevi ritornare anche se non avevi fatto niente/ ma mai ti sei paragonato a chi soffriva veramente”.

 

“Italia amore mio”

 

La sola presenza dei tre sul palco, il solo fatto che un testo del genere sia diventato dicibile e cantabile di fronte alla nazione italiana sarebbero già di per sé stessi sintomo di una degradazione pressoché assoluta. Ma non basta: “Italia amore mio” non solo esiste, non solo viene accettata e presentata in pubblico, non solo accede alle finali, ma sale sul podio e porta a casa la medaglia d’argento. In un sussulto di moralità, l’orchestra strappa gli spartiti, il Codacons fa un esposto, l’Anpi disseppellisce i fucili sepolti nell’Appennino Tosco-Emiliano, ma non se ne fa niente: Pupo, Emanuele Filiberto e il tenore arrivano secondi.

 

Ad onore del vero, se vogliamo restare su di un piano puramente estetico va ricordato che la Grande Depressione della musica italiana era in atto già da anni. Se l’edizione del 2001 aveva confinato le canzoni migliori o comunque tollerabili ai primissimi e agli ultimissimi posti, le edizioni più recenti vietano informalmente la possibilità della decenza musicale. Il podio di Sanremo 2009 recita: primo posto Marco Carta, che in quel contesto sembra Sergio Endrigo; secondo posto Povia con Luca era gay, interessante brano che dà speranza a migliaia di omosessuali che sognano di guarire e di tornare alla casa madre dell’eteronormatività; terzo posto per Sal Da Vinci, il cantante che nessun battesimo di camorra vorrebbe farsi sfuggire. Il 2010 conferma in pieno la tendenza: terzo Marco Mengoni, un gigante della contemporaneità rispetto al livello medio; secondo il famigerato trio, primo Valerio Scanu.

 

Luca era gay, adesso sta con lei

 

Scanu è uno dei sicari della spietata vendetta post-Fiorello di Fininvest, ormai divenuta Mediaset. Se nel 1995 l’assalto alla diligenza Rai era fallito, ormai da anni l’ex Biscione fa quello che vuole sul palco dell’Ariston. Regista dell’operazione gangsteristica è Maria De Filippi, la quale in un’epoca pre-reddito di cittadinanza parcheggia nelle coste liguri gli ex concorrenti del suo fortunato format Amici a forte rischio disoccupazione. Quest’anno Maria esagera: la canzone vincitrice “Per tutte le volte che…” è interpretata da Valerio Scanu e scritta da un ulteriore suo ex-concorrente, Pierdavide Carone. Il testo colpisce l’attenzione degli ascoltatori per l’uso smodato del congiuntivo e per un rapporto un po’ strano con la semantica. Molte frasi manderebbero immediatamente in tilt quei programmi che tentano di riconoscere le produzioni linguistiche umane da quelle dei robot: “Come se un giorno freddo in pieno inverno/Nudi non avessimo poi tanto freddo perché noi coperti sotto il mare/A far l’amore in tutti i modi, in tutti i luoghi/In tutti i laghi, in tutto il mondo”

 

Mentre Carone è nel frattempo caduto nel dimenticatoio, Valerio Scanu ha invece abbracciato quello stile di vita che Nietzsche definì nichilismo attivo. Ne sono testimonianza le sue performance nello show Tale e quale, in cui in una vorticosa spirale di degrado Scanu ha interpretato Francesco Renga, Patty Pravo, Stevie Wonder, Anna Oxa, Al Bano, Orietta Berti, Bon Jovi, Ornella Vanoni, Prince, Cher, Pavarotti, Conchita Wurst.

 

Il vincitore di Sanremo 2010 Valerio Scanu nei panni di Anna Oxa

 

L’edizione del 2010 porta dunque a compimento la lenta traiettoria inaugurata nel 1995 e accelerata a partire dal 2001. Il che non serve a scagionare le malvagità dell’edizione 2020, ma al contrario ci aiuta a contestualizzarle storicamente. Come insegna la grande storia: comprendere, non giustificare. E allo stesso tempo, è necessario ricordare come proprio nel 2010 si assiste a un ultimo, disperato tentativo del potere legislativo di porre un freno a questa deriva estetica, morale, politica: in un ultimo rantolo di dignità, l’Antitrust multa la Rai. Il motivo? La Rai avrebbe dovuto spiegare ai suoi telespettatori che “il televoto può essere manipolato”.

 

Oggi di questi rantoli legali non se ne vede nemmeno l’ombra. La legge è muta di fronte alla gestione di Amadeus, il quale non chiede scusa perché le donne le ama così tanto da averne scelte sette come sue accompagnatrici nell’avventura di Sanremo. Non era già chiaro così? E inoltre Junior Cally non deve scusarsi o giustificarsi perché lui è un libero artista, e quindi si comincia a censuare chi incita allo stupro e si finisce a spedire la gente nei gulag. Non bisogna chiedere scusa né rinunciare a nulla nel mondo di Sanremo 2020, perché c’è una giustificazione per tutto, come il ragazzino che ha sempre un buon motivo per non aver mantenuto la parola o per professare la propria innocenza morale – “m’è morta nonna”, “m’è morto il gatto”, “ho uno strappo”. Oppure, come mi capitò di sentire in una scuola media del centro Italia: “non sono io razzista, è lui che è albanese”. In questa serie di scuse vittimistiche e autocompiacenti, Amedeus and co. potrebbero in realtà trovare una buona e solida giustificazione per il loro pericoloso nulla: “non è colpa nostra, noi siamo l’esito di una storia iniziata vari anni fa”. Su questo punto, avrebbero ragione. Giustificare, non comprendere.

4 thoughts on “Tre gradini verso l’inferno. Breve guida alla storia recente di Sanremo

  1. ” 16 febbraio 1986 – Sanremo. Ecco Flavia Fortunato, una donna travestita da uomo travestito da donna. Ecco Anna Oxa che sale le scale, così si vede che ci ha un gran culo. Ecco Loredana, la negra travestita da negra. Ecco Rettore, una favola di Walt Disney, un cartoon, un cartone. Ecco dove siamo finiti: nel socialismo reale. Che allucinante culo. “.

  2. Per una più esaustiva analisi sarebbe necessario aggiungere la “Riforma Baglioni” del Festival di Sanremo: un vero e proprio iato per quanto riguarda la targetizzazione del programma e il paradigma di “media-event” rituale, che diventa trasversale per masscult e midcult italiane. Ma probabilmente non ho capito quanto tasso di divertissement sia presente dell’articolo.

  3. “ Domenica 24 novembre 1996 – « 28 novembre -1 dicembre 1996 – Sanremo, Teatro Ariston – Sala Ritz – Italo Calvino: a writer for the next millennium ». Oh, yes. “.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *