di Emilia Margoni

 

Già nel 2004 Bruno Latour, uno dei più noti esponenti degli Science and Technology Studies, denunciava una vistosa tendenza “complottista” nell’uso pubblico della scienza[1]. La pretesa di verità delle teorie scientifiche veniva interamente sacrificata in nome di una guerra globale ai principi fondatori della società occidentale. Anziché concentrare gli sforzi nella giustificazione e convalida dei contenuti del sapere scientifico, ci si accaniva sulle condizioni sociali della sua produzione, così legate a tassonomie e sperequazioni di potere, che rendevano quel sapere uno degli addentellati di una più generale tecnica di dominio. Si era nel bel mezzo della famosa science war[2]. Gli alfieri del poststrutturalismo, che per decenni avevano predicato l’insensatezza della ricerca intorno al vero, e i sociologi della scienza, che trattavano il sapere scientifico come uno dei moltissimi ingranaggi dell’organizzazione sociale, erano chiamati a rispondere del perché a 30000 piedi da terra nessuno di essi fosse incline al relativismo: su un aereo, anche i più incalliti scettici tenderanno a riporre fiducia nell’oggettività della scienza[3]. L’invito di Latour, quantunque di parte, consisteva in una tregua ispirata a una nuova alleanza[4] tra saperi che in fondo si trovano a indagare su una medesima materia: la vita e le sue dinamiche evolutive.

 

Dal 2004, tuttavia, si sono registrati scarsi progressi. I dibattiti sull’uso politico della scienza e sulla post-verità segnano la scarsa presa dell’invito latouriano a una ricomposizione tra i due fronti. Anzi, questi si sono radicalizzati in una contrapposizione apparentemente insanabile tra politica e scienza. Un crescente richiamo a una nuova politica della scienza predica l’assoggettamento della seconda alla prima: le metodologie del sapere scientifico devono obbedire a provvedimenti istituzionali che ne governino la modalità di produzione e l’esercizio degli effetti. Così, chi ritiene che la politica debba imporre vincoli al funzionamento della scienza si oppone in modo persino più rigido che in passato a chi sostiene che la politica all’opposto debba obbedire a più rigidi protocolli di competenza. Un libro che fa ordine sul tema e avanza una proposta che non risente dell’atmosfera acre di belligeranza è Disinformazione scientifica e democrazia (edito per i tipi di Raffaello Cortina), di Mauro Dorato. A premessa metodologica del libro sta il principio secondo cui il sapere scientifico e le istituzioni democratiche condividono lo stesso scopo di fondo, vale a dire la soluzione di problemi specifici. In tal senso, avanza un’analogia tra le pratiche atte a garantire la tracciabilità delle scoperte scientifiche e le procedure fondamentali delle istituzioni democratiche. Questo nella convinzione dell’esistenza d’un nesso piuttosto consistente tra la “controllabilità pubblica di un’ipotesi nella formazione del consenso in una comunità scientifica” (p. 13), da un lato, e la gestione dei meccanismi decisionali di una società democratica efficiente, dall’altro.

 

Quel che in effetti connota la produzione scientifica è la definizione d’una metodologia condivisa, capace di determinare le condizioni di giustificabilità delle ipotesi e di riproducibilità delle loro applicazioni empiriche, nell’alveo di un protocollo sperimentale fondato sulla divisione del lavoro cognitivo. Sebbene il grado crescente di specializzazione nelle scienze comporti una visione frammentaria del sapere, certi obiettivi possono essere perseguiti solo attraverso la ripartizione dei compiti. Inoltre, proprio la condivisione d’un metodo sperimentale, attraverso opportune forme di mediazione, rappresenta la condizione per il raggiungimento di un consenso condiviso nei diversi segmenti del sapere.

 

Ecco dunque tracciati i punti d’intersezione. Come la comunità scientifica adotta tecniche di controllo della ricerca al fine di pervenire alla validazione, quindi eventualmente all’approvazione di un certo modello, così compito delle istituzioni democratiche è stabilire i criteri di gestione e controllo del governo in nome di una qualche forma di accordo. Un tema su cui ci si interroga da diverso tempo, come Dorato sottolinea, ma che diviene particolarmente urgente date le peculiarità dell’attuale contingenza storica. Una società esposta a forme sempre più ingenti di proliferazione ipertrofica delle informazioni e relative fonti, con tutti i vantaggi e svantaggi del caso, sembra in effetti trarre giovamento dall’ingresso di un qualche sistema di coordinate. Sistema che possa, in ragione delle posizioni d’interesse di ciascuno, favorire un certo grado di consapevolezza, senza tuttavia dismettere quel carattere di autonomia tipico delle società democratiche. E proprio intorno a questo binomio si snoda l’indagine, accurata e sempre godibile, del saggio di cui qui scriviamo, che Dorato impronta su considerazioni fattuali circa l’era contemporanea.

 

Se una caratteristica delle società occidentali odierne risiede nel ruolo sempre più preminente della tecnologia, come spiega l’autore nell’introduzione, è parimenti evidente che tale posizione tiene in ragione della progressiva settorializzazione del sapere scientifico. Entro tale cornice, allora, si delineano le conseguenze che questo saggio intende trarre. Una linea argomentativa, coerente ed efficace, che presenta una serie di casi d’interesse alla luce d’un quadro teorico di stampo realista.

 

Prima di entrare nel vivo delle tesi difese in questo libro, preme in questa sede sottolineare brevemente un certo percorso d’indagine, che di tali tesi costituisce la premessa. Una prima traccia consiste nella ricognizione delle metodologie scientifiche nel contesto della ricerca. Se da un canto la combinazione tra strumentazioni sempre più sofisticate e tecniche d’inferenza (induttiva e/o deduttiva) permette di espandere il campo di applicazione di certe teorie, è d’altro canto significativo segnalare il grado di revisione che le stesse hanno storicamente subito. Ebbene, proprio tale evoluzione attribuisce al sapere scientifico quel carattere di fallibilità che ne consente di rimando il continuo aggiornamento. Le teorie vengono allora dette effettive, quindi applicabili in certi domini, e vicendevolmente connesse attraverso regole di corrispondenza. Ovvero, se due (o più) teorie condividono un certo regime di applicazione, le previsioni in tale regime devono restituire gli stessi risultati, pena l’invalidità di una (o più) teorie. Una prospettiva simile, largamente esplorata nel contesto delle logiche euristiche, sembra ridurre lo scarto – mai del tutto colmabile – tra le varie branche del sapere. La seconda traccia consiste pertanto nel riconoscere il grado di connessione tra i principi della metodologia scientifica e la necessità di controllo dell’attività specificamente governativa.

 

Quel che insomma Dorato suggerisce di favorire – senza trascurare le “inevitabili differenze nei meccanismi decisionali che scienza e democrazia utilizzano per raggiungere i loro scopi” (p. 11) – è una forma di corrispondenza tra le due. Per poter incoraggiare un dialogo fruttuoso tra scienza e istituzioni risulta d’altra parte necessario adottare un criterio d’intesa, che Dorato riconosce nel concetto di competenza. Tale termine richiama il ruolo fondamentale della formazione ai fini dell’acquisizione di strumenti valutativi adeguati. A questo aspetto si lega la tesi secondo cui, proprio in ragione dei notevoli sviluppi tecnologici, occorre garantire una solida alfabetizzazione scientifica. Tale preparazione diviene infatti strumento politico in tutte quelle situazioni in cui il cittadino venga chiamato a scegliere in merito a disposizioni controverse. Tecniche algoritmiche, pur non del tutto esaustive, offrono allora al singolo la possibilità di muoversi con un certo agio rispetto alle proposte degli esperti. Si pensi – ed è un esempio tratto dal libro – agli indici che consentono di determinare il grado di influenza di uno studioso in relazione alla propria produzione. Ciò diviene particolarmente importante laddove certi provvedimenti elettorali vengono legati a ricerche in ambito sanitario, come per i vaccini, o economico, come per gli studi sul tasso di disoccupazione.

 

Il tipo di investimento che l’acquisizione di talune competenze richiede, rende altresì necessario il principio di delega. Questo perché, quanto più un campo si specializza, tanto più il linguaggio tecnico che vi si accompagna si rende inaccessibile al grande pubblico e necessita pertanto di mediazioni efficaci. A questa constatazione si lega la seconda tesi esposta da Dorato, vale a dire la predilezione per un sistema democratico rappresentativo. Tale sistema, oltre a garantire quei principi di uguaglianza, maggioranza e separazione dei poteri propri della democrazia in genere, risulta infatti confacente al principio di delega, dimodoché rappresentanti più competenti dei cittadini possano elaborare proposte per la risoluzione di problemi comuni.

 

Se diversi casi di disinformazione e frode mettono continuamente a dura prova la fiducia nei confronti degli esperti, Disinformazione scientifica e democrazia indica viceversa una conciliazione decisamente promettente tra competenza e autonomia. Per farlo, Dorato delinea dei criteri che rispondano in forma coerente a un certo codice intersoggettivo, proprio a partire dalle metodologie di ricerca in ambito scientifico. In questo modo, la mutua influenza tra competenza degli esperti ed esercizio delle facoltà critiche del cittadino risulta capace di tutelare i principi della democrazia rappresentativa, evitando di scadere in governi puramente tecnici. L’esercizio di tale facoltà critica è la linea su cui Dorato fa scorrere il proprio elogio della filosofia, e in particolare della filosofia della scienza, disciplina che promuove le caratteristiche del metodo scientifico nella valutazione delle ipotesi e consente forme di mediazione tra un sapere locale e sua collocazione in un panorama concettuale più ampio.

 

Il libro di Mauro Dorato tratta in modo circostanziato e rigoroso quel rapporto tra scienza e politica che oggi, come dicevamo in apertura, torna a toccare pericolosi punti di frizione. Nella misura in cui il relativismo gnoseologico vale come messa in questione di un sapere chiuso in se stesso e sclerotizzato, può sempre rivelarsi come un salutare momento di scetticismo critico; ma allorché acuisce all’eccesso la propria tendenza all’autoimmunità, rischia di sovvertire i principi che regolano la relazione armonica tra il sapere scientifico, il sapere sociale e la cultura politica. In tal senso, l’ipotesi di Dorato si mostra non solo solida, ma anche misurata: terreno di un nuovo consenso, o quantomeno un modus vivendi, che assicuri sia la circolazione del sapere sia la definizione delle procedure della sua convalida. Solo in tal modo la diffusione della conoscenza potrà garantire ricadute felici sul governo condiviso della società.

 

Note

 

[1] Bruno Latour, “Why has Critique Run out of Steam? From Matters of Fact to Matters of Concern”, Critical Inquiry 30, 2004, pp. 225-248.

[2] Vedi ad esempio Ullica Segerståle (ed.), Beyond the Science Wars: The Missing Discourse About Science and Society, New York, Suny Press, 2000.

[3] David Bloor, uno dei fondatori del Strong Programme di Edimburgo, riprende e discute questa obiezione nel saggio “Relativism at 30000 Feet”, in Massimo Mazzotti (ed.), Knowledge as Social Order. Rethinking the Sociology of Barry Barnes, Aldershot, Ashgate 2008, pp. 14-33.

[4] Il termine “alleanza” richiama il progetto di un’autrice ed un autore vicini al lavoro di Bruno Latour che intende favorire una contaminazione proficua tra campi del sapere più o meno vicini al metodo scientifico tradizionale. Vedi Ilya Prigogine, Isabelle Stengers, La Nuova Alleanza. Metamorfosi della scienza, Torino, Einaudi, 1999.

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