di Gabriele Merlini

 

[Esce il 13 febbraio per effequ No music on weekends – storia di parte della new wave di Gabriele Merlini. L’autore ha composto una playlist per l’occasione, riprendendo i brani citati e descritti nel capitolo “Disincanto e cappelli buffi – Regno Unito, Europa” della parte II, Elaborazioni aliene].

 

Ciò che viene definito «new wave» – la fase musicale successiva all’era del punk, tra la fine dei Settanta e l’inizio degli Ottanta – è un contenitore di roba decisamente eterogenea ed è liberatorio pescarci a caso perché ogni gusto viene soddisfatto e qualsiasi inclinazione appagata: melodie notturne o brani solari, arrangiamenti da banda di paese tra tripudi di sintetizzatori robotici, estetiche compassate abbinate ad esagerazioni da carnevale, liriche decadenti contrapposte a celebrazioni dei piaceri più basici. Una varietà sonora e visuale che può insinuare dubbi sulla reale esistenza del genere, ma al tempo stesso dice qualcosa sul periodo in cui si è sviluppato: la decade dell’impegno politico violento che cede il passo all’edonismo, al culto del denaro, a una visione di mondo rinnovata e antitetica. Come accade di frequente, le canzoncine si mettono in fila alle spalle della storia con curiosa partecipazione e velleità di rilevanza.

 

Abusato e poco innovativo, il metodo della top ten potrebbe tuttavia funzionare al fine di definire il canone di rappresentatività per la new wave inglese e, un titolo a testa, l’elenco prende corpo. Le regole sono abbastanza intuitive: si copra l’intero spettro temporale del fenomeno (da fine Settanta a metà Ottanta), qualsiasi variabile estetica (dai pappagallini al maledettismo) o sonora (dall’acustica all’elettronica) omettendo gli album unanimemente celebrati come capisaldi e già analizzati da chiunque con risultati soporiferi. Alla fine vedremo come sistemare la poltiglia in graduatoria. – p. 187

 

1. Orchestral Manoeuvres In The Dark – Talking Loud And Clear

 

Nel 1984 gli inglesi OMD (quelli di Enola Gay) appiccicano suggestioni bucoliche a una ovattata ninnananna elettronica e l’insieme è un video che centra il bersaglio, almeno per chi ami gli spaventapasseri ballerini. L’album Junk Culture figura tra gli esemplari più riusciti di una commistione destinata a caratterizzare buona fetta della musica coeva, nel futuro riproposta ma mai eguagliata: cantato cristallino sopra ipnotici, avvolgenti tappeti synth.

 

2. Pere Ubu – Non-Alignment Pact

 

 

Viceversa è un fischio aggressivo l’entrata in scena (1978) degli statunitensi Pere Ubu. Anni luce dagli OMD, Non-Alignment Pact è rumorismo primitivo, atonalità ultramoderna e ritmi ossessivi. Arrivano dall’Ohio e l’ombra delle fabbriche dell’hinterland, le industrie a produzione continua, il metallo che schiocca tra gli ingranaggi permea i lavori di un progetto che saprà farsi ispiratore per una valanga di fragorosi, furiosi e ogni tanto inadeguati emuli.

 

3. Gaznevada – I.C. Love Affair

 

 

Bologna ha dato i natali ai Gaznevada. I Gaznevada, assieme ad altri gruppi felsinei (Confusional Quartet, Windopen, Hi-Fi Bros.) hanno contribuito a dare i natali alla new wave in Italia. La fase pop emerge attorno al 1983; I.C. Love Affair sta in Psicopatico Party che segue Sick Soundtrack e Dressed to Kill, coppia di dischi dalla impostazione piuttosto differente: influenze no wave newyorkesi, legame con il punk che li ha preceduti, liriche battagliere. Se new wave indica cocktail di ascendenze ed elasticità, i Gaznevada hanno saputo fregare sul tempo le altre formazioni del Belpaese e sistemarsi sul podio dei capisaldi nazionali per un genere che, alla fine, magari genere nemmeno è.

4. Deutsch Amerikanische Freundschaft – Kebab Träume

 

 

In Germania si chiama Neue Deutsche Welle, cioè nuova onda tedesca. In un mondo ancora amabilmente bipolare il duo Deutsch Amerikanische Freundschaft (D.A.F.) si propone con una inconsueta miscela tra techno spinta e testi non propriamente neutri (loro la hit Der Mussolini) Esiste un dibattito sulle simpatie dittatoriali per alcune band etichettate new wave, non di rado germogliato dalla scarsa capacità degli osservatori di riconoscere l’importanza della provocazione artistica in un momento iperpoliticizzato e ideologico (in Italia i Confusional Quartet incideranno Guerra in Africa al cui interno spicca un parlato del Duce.) Fasi complesse, si direbbe oggi che invece tutto fila liscio.

 

5. Pink Military – Wild West

 

 

Jayne Casey va ricordata per un’infinità di motivi: con i Pink Military ha saputo fare la scelta più saggia per un gruppo che voglia pianificare al meglio il proprio futuro cioè incidere un disco e scomparire dai radar. Ha mescolato post-punk a dub e dance e si è esibita sui palchi di mezza Europa con la testa dentro lampadari. Trattando di new wave spunta abitualmente il legame tra musica e moda, suoni e look: in Italia per esempio quando fai le pulci al cosiddetto rinascimento rock fiorentino. Magari sarebbe accaduto lo stesso senza Jayne, però con lei è stato più divertente agghindarsi da matti e bisogna rendergliene merito, adesso che troppi si prendono dannatamente sul serio.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *