Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Per Elio Pagliarani (1927-2012)

| 3 commenti

[In omaggio a Elio Pagliarani, morto oggi pomeriggio, pubblichiamo questa poesia tratta da Lezione di fisica (1964). Domani Le parole e le cose pubblicherà un ricordo di Pagliarani firmato da Andrea Cortellessa e incentrato su questo testo].

*

Oggetti e argomenti per una disperazione

ad Alfredo Giuliani


Che sappiamo noi oggi della morte
nostra, privata, poeta?
……………………………….Poeta è una parola che non uso
di solito, ma occorre questa volta perché
respinti tutti i tipi di preti a consolarci non è ai poeti che tocca dichiararsi
sulla nostra morte, ora, della morte illuminarci?
……………………………………………………………………..Tu
corrispondesti quando dissi con dei versi
che ho sofferto e avuto vertigine orgogliosa, temendo adolescente
di non poter morire. O credendo.

……………………………………………….Faccio una pausa
rileggo questo inizio non è male mi frego le mani
dove c’è un po’ di reumatismo stagionale, sollevo gli occhiali
mi guardo l’occhio allo specchio. Non lo capisco, non so giudicare
ma so che i medici mi spiano gli occhi, io non so se il mio
è torbido o dilatato o sporgente, che cosa può rivelare: so che mi tirano ora
le corde del collo che scrivere questa notte
mi terrà eccitato parecchio che direi ne vale la pena sapessi
che fra tre notti riprendo un ritmo di sonno.
……………………………………………………………….Alfredo e chiedo
in giro agli amici com’è la mia faccia, il colore.
…………………………………………………………………Anche tu
quello stesso pensiero adolescente, anche tu
sbianchi alle volte d’improvviso dopo un pasto.

Immortali per le stradi non ce n’è
ci avevano detto che gli uomini, non un uomo, sopravvivono
che a noi tocca la stessa immortalità come alle belve
nell’amore che genera, e sapessi o no che era
il solo atto consentito oltre il limite di uno
l’ossequio necessario alle consuetudini della specie
anch’io mi sono sentito in gran ritmo naturale
sopra una donna e ci guardava un mare
come avessimo avuto un senso, o guardavamo un mare
come avesse avuto un senso.

Ma ciò che distingue l’uomo è la scommessa
ecco una frase inventata dalle élites, in ogni modo è vero che qualcuno
scommette di non morire.
…………………… ……………….Ci vuole orgoglio: credere
che il proprio lavoro la pena non se stessi ma il proprio modello sia utile
agli altri; fiducia: che la storia
paghi il sabato; eccetera: e il bello è che di questa scommessa
l’unico a non avere le prove se l’opera gli sopravviva
magari di una sola luna
è chi ha scommesso, chi muore.

……………………………………………..Le dissi: lo stesso anno
che conobbi gli stimoli del sesso tradussi un sonetto di Shakespeare
male, “Shall I compare thee to a summer’s day?”
tra il trentanove e il quaranta, col finale
“il mio verso vivrà finché gli uomini
sapranno respirare e tu con quello.”
…………………………………………………..E tu con quello
volto di donna, sei ormai finale?
……………………………………………..E’ ora conchiudendosi
il respiro che la clausola s’adempia
risolutiva?
………………..Ho fumato duecento sigarette
per non amarla, in dodici ore accanto
il volto nel calore
le si apriva in dolcezza lievitata
ma da me è travasata soltanto
la malafede degli intestini
…………………………………….in bile e escremento
e il panico poi, e l’attrazione della clinica.

E il fisico con il cancro nel ginocchio, col ginocchio di vaccina
che urli, picchia lì avrebbe detto al fascista, picchialo nel ginocchio che c’ha il cancro.

Quanti alibi ormai per non amare
………………………………………………..e lei insiste al telefono
se è questo di me che ti interessa, ti aggiungo che è a Bologna
che ormai gli amputeranno la gamba.

………………………………………………………Da tempo io non mi esalto
più delle avventure dello spirito, da tempo ciò che brucia
mi devasta soltanto e non posso continuare
a far versi sulla mia pelle, a sublimare
le mie sconfitte, a presumere significativi
me e lei le penultime esplosioni
……………………………………………..a trarre una morale
di morte universale a consolarci della nostra.

Ma se avessi soltanto bestemmiato
allora Brecht ai vostri figli ha già lasciato detto
perdonateci a noi per il nostro tempo.

3 commenti

  1. era quello che più apprezzavo, all’interno della neoavanguardia. oserei dire anche l’unico; a leggerlo, sembrava anche (la divisione è stucchevole, ma in un contesto come una commemorazione funebre può starci) non solo un poeta, ma anche una brava persona.

    Il verso “quanto di morte noi circonda”
    apriva, e nella chiusa, isolato, bene in vista
    “tu sola della morte antagonista”.

    Ma già prima del termine di giugno
    la mia palinodia divenne sorte:
    nessun antagonista alla mia morte.

    E sono vivo senza rimedio
    Sono ancora vivo.

  2. IL POETA E LA MORTE
    Omaggio in disparte a Elio Pagliarani

    Muoiono i poeti. Come tutti gli altri. Gli amici più stretti esibiscono aneddoti e i ricordi di incontri con il defunto, si pubblica qualche loro poesia, si dicono le solite cose. Di Pagliarani ho riletto attentamente questa sua poesia, che non conoscevo. E aggiungo qui un commento e, in appendice, un giudizio di Fortini su Pagliarani. E’ il mio omaggio a un poeta visto in due occasioni a Milano ( a un funerale e a un reading), ma di cui mi piacque, subito, alla prima lettura, La ragazza Carla, su cui vanamente, quando insegnavo, tentai di attirare l’attenzione dei miei studenti . [E.A.]

    Davvero appartata, impersonale, quasi non rivolta neppure a se stesso o all’amico a cui la dedicò, la domanda che apre questa poesia. E poi il titolo: *Oggetti e argomenti per una disperazione*. La disperazione è già tutta nella domanda dei primi versi. Nessuno sa davvero qualcosa della propria morte, poeta o non poeta che sia. E perciò sento un po’ artificioso quel volersi aggrappare a una convenzione: perché i poeti (quasi fossero “ultimi preti”, celati e non più dichiarati) dovrebbero consolare, illuminare, dire qualcosa di decisivo sulla morte?
    (Tuttavia mi chiedo quanto sia convinta la richiesta, se appunto il titolo del testo è quello; e ad esso darei più credito). Pagliarani parlava con un morto, con se stesso da morto. Anche il ‘Tu’ rivolto ad Alfredo Giuliani, l’amico, il dedicatario di questi versi, è, credo, solo il fantasma a cui s’è appiccicata una comune, lontanissima, onnipotenza adolescenziale, condivisa una volta con l’amico reale (Anche tu/ quello stesso pensiero adolescente). «Non poter morire»! Fa sorridere. Quando Pagliarani scrive queste parole, sa che quella idea-desiderio fu solo «vertigine orgogliosa», puerile credenza di eternità, un’illudersi; e qui subito smentito dall’accenno a certi pallori premonitori (anche tu/ sbianchi alle volte d’improvviso dopo un pasto). Eppure Pagliarani ancora finge di illudersi, rileggendo i primi versi già scritti, fregandosi le mani di reumatico, togliendosi gli occhiali, spiando allo specchio i propri occhi, atteggiandosi vanamente a medico che vi cerca sintomi di un male che procede, eccitandosi ancora con la sua “droga” abituale: scrivere. (Che è poi altro modo, solipsistico, privato, di scrutarsi allo specchio e nella sola banale speranza di trovare una pausa all’insonnia. Perché forse una dimensione pubblica è già svanita: per lui il pubblico è ridotto ad amici da interrogare per sapere, forse solo dagli sguardi, come si sta appesantendo la propria faccia, come si sta sbiancando).
    Dopo questa parte così realistica, destruens, leopardiana, la seconda mi pare più letteraria, quasi scontata e un po’ dottrinaria. L’unica immortalità possibile a uomini e belve sarebbe «nell’amore che genera»? Consolatorio materialismo (non dissimile da tanto asfissiante idealismo).
    Essendosi svelata la scommessa «di non morire» soltanto «una frase inventata», un «eccetera» di vaghezza, che resta?
    Pagliarani si rifugia nell’idillio di un amore giovanile sfiorato e non goduto per timore di amare e poi torna a quel suo realismo drammatico e basso. (Ci sono in questa rievocazione riferimenti a una malattia di cancro, a una clinica, che mi restano oscuri). Per ribadire infine la sua visione materialista ( Da tempo io non mi esalto/ più delle avventure dello spirito) e richiamare la figura di Brecht; e con lui e come lui chiedere (orgogliosamente) perdono di essere stato soltanto uomo nei limiti del proprio tempo storico.

    Appendice:

    Un giudizio di F. Fortini su Pagliarani

    Pagliarani

    Dei molti autori di versi che hanno appartenuto al confuso
    ma importante gruppo dei cosiddetti «neorealisti», pochi so-
    no stati quelli che abbiano portate avanti le premesse morali
    e ideologiche dei loro versi senza flettere, in corrispondenza
    della grande crisi del 1956, verso forme metriche e ordini di
    linguaggio che avrebbero rivelato il fondo idillico di quei
    furori. Ora Pagliarani è uscito da quelle incertezze per una
    via èfìe non saprei indicarne di più pericolose; ma ne è uscito.
    La tonalità populista, o socialisteggiante, le inserzioni dialet-
    tali o cronistiche, l’amarezza e l’ironia della grande città,
    tutto questo poteva darei tutt’al più una gradevole ripresa di
    certi minori fine Ottocento, alla Pompeo Bettini. Mi pare che
    J>agliarani, con la sua Ragazza Carla.[1] si sia spinto assai più
    in là, e con grande serietà di intenti. E, in sostanza, la ripresa
    di quell’accento più moralistico che didascalico (e, malgrado
    le apparenzer più drammatico che narrativo) che è stato di
    Jahier, ma con le letture di Majakovskij o di Brecht. Vorrei si
    notasse come la griglia metrica di Pagliarani sia sempre o
    quasi sempre necessaria, lontana dalla sbadataggine alla qua-
    le troppi ci avevano abituati. Semmai quello che manca an-
    cora a Pagliarani è la sicurezza e la plausibilità narrativa:
    probabilmente perché lo schema narrativo è già slogato, già
    posto fuori del tempo cronologico, prima che gli inserti lirici
    provvedano alle transizioni; di qui la mancanza di ogni pro-
    gressione. La «storia» di Carla è molto meno vera della Mi-
    lano che le sta intorno; una Milano che è fatta veramente di
    parole, cioè di un tessuto sintattico studiato sul vero, che non
    scade mai a colore locale. E si vedano anche i toni alti –
    come gli endecasillabili del finale – o gli scatti espressionisti-
    ci. Pagliarani è un caso, rimasto isolato o quasi; ma il suo
    lavoro è in una direzione che gli può permettere di sviluppar-
    si liberamente.
    .

    ( Da Saggi italiani I, p.116, Garzanti, Milano 1987)

    [1] E. Pagliarani, La ragazza Carla, Torino 1960

Lascia un commento

I campi obbligatori sono contrassegnati con *.