di Filippo Tuena

 

GLOUCESTER

 

Ora, l’inverno del nostro scontento

è diventato gloriosa estate sotto questo splendore di York;

e ogni nuvola che oscurava la nostra casata

è sepolta nel profondo ventre dell’oceano.

Adesso le nostre fronti si cingono con l’alloro

del vincitore;

le nostre armi scheggiate vengono issate come trofei;

le nostre faticose veglie si trasformano in spensierate feste:

le nostre marce spossanti in amabili passi di danza.

Il volto contratto della guerra ha disteso la fronte rugosa

e adesso, anziché montare stalloni bardati

per abbattere l’animo di avversari impauriti,

zompetta leggiadro nella stanza di una signora

agli accordi lussuriosi di un liuto.

Ma io, che non sono tagliato per i passatempi sportivi,

non fatto per corteggiare un amorevole specchio;

io che sono stato impresso da un rozzo stampo

e manco della maestà della passione

per esibirmi dinnanzi a una ninfa vogliosa;

io, che fui privato delle armoniose fattezze,

tradito nell’aspetto da una natura che inganna,

deforme, incompiuto, vomitato anzitempo

in questo mondo palpitante, scolpito a metà,

e così zoppo e sgradevole

che i cani abbaiano se gli vado accanto;

io, in questa stagione che zufola pace

non godo nel passare altrimenti il tempo

se non ammirando la mia ombra al sole

e canticchiare sulla mia deformità.

E inoltre, poiché non posso recitare un amante,

per divagarmi in questi giorni galanti

sono deciso a interpretare un mascalzone

e detestare i piaceri oziosi dell’oggi

e così ho imbastito trame, e pericolosi intrighi,

con profezie balorde, sentenze e sogni,

che mettono mio fratello Clarence e il re

in odio feroce l’uno contro l’altro:

e se re Edoardo fosse onesto e giusto

quanto io sono subdolo, falso e contorto,

l’oggi dovrebbe vedere Clarence chiuso in prigione,

seguendo la profezia che fa colpevole

un ‘G’ tra i parenti di Edoardo.

Sprofondate, pensieri, in fondo all’animo mio: ecco

che viene Clarence.[*]

 

VARIAZIONE I

 

Ad alta voce, con una certa precisione, nello studio, in ora in cui nessuno potrebbe ascoltarmi, con grande esattezza torno a ragionare su questa sequenza e mi duole non aver risolto il contrasto prima di trovarmi alle prese con le parole ostili che devo, ripeto, devo pronunciare qui ora l’inverno del nostro scontento che si è mutato per quanto ci giri intorno non è possibile tradurre questa frase altrimenti. Rimanda a un romanzo neorealista – può dirsi così un libro di Steinbeck? E fa da gemella al The Sound and the Fury, (puttana una volta, puttana per sempre, povera Caddy. Once a bitch, always a bitch, what I say)) questi furbi titoli shakespeariani come un ragtime. Libri che potevano trovarsi nella biblioteca dei miei, accanto a quelli di Camus, a un volume sulla scultura di Michelangelo così com’è stato, se ben ricordo. Io ci ho aggiunto del mio, ora.

 

VARIAZIONE II

 

Riguardo alla vecchia edizione di Steinbeck, è stato tradotto come ‘scontento’ perché rifugge dall’uso dell’aggettivo e si fa sostantivo; allora, negli anni sessanta mi pare non si disquisisse di ‘calchi’, quando si trattava di traduzione e dunque ‘discontent’ val bene ‘scontento’ e non altri termini, non altri aggettivi sostantivati, così deve aver pensato Luciano, che nella Braida, proprio di fronte alla mia finestra abitò e lo tradusse, forse dopo – ma cos’è il dopo e cosa il prima – dalla Maremma disfatto e vomitato altrove. Qui, di fronte.

 

VARIAZIONE III

 

Ora, l’inverno del nostro scontento. Possibilmente con una lunga pausa in corrispondenza della virgola e meglio ‘ora’ di ‘adesso’ per quel ‘Now’ che si fa forte della rotondità di una ‘o’ che tende alla ‘a’. Tutto questo va pensato e ascoltato ogni volta che l’attore appare in proscenio e attende che il brusio si attenui e lo si sta ad aspettare e dominata la platea, nel silenzio esordisce: ‘Now, is the winter of our discontent’… ancorché la virgola sia d’intenzione e non scritta, occorre che cada e separi la prima parola da tutto il resto, e del monologo e del testo. Ora. E’ qui che accade. Quel che viene dopo è narrato, messo in scena, accaduto e ripetuto. Il presente è quel tale in proscenio che delimita il tempo: Ora.

 

VARIAZIONE IV

 

Osserviamo coi suoi occhi, come se aprisse il sipario e mettesse in scena il dramma. Vede molto oltre, con uno sguardo rapace, in navigazione sospesa, sopra di noi. Piccola variazione, stanziale ma osserva con grande attenzione.

 

VARIAZIONE V

 

Costui dovrebbe essere uomo deforme, dalla doppia gobba, attorcigliato su se stesso sui propri peccati sulle ambizioni che tra poco enumererà. Dovrebbe essere ripugnante, suscitare ribrezzo con quel suo pensiero subdolo, con quella sua determinazione assoluta totale priva di ripensamento. Nella realtà metterebbe paura a chiunque; lo incontrassi in una festa di società, a un tè danzante, a un cocktail-party. Lo vedi e provi ribrezzo, e accade che per quanto sia stato tratteggiato così nulla in lui è ripugnante benché lo dica deforme, incompiuto, vomitato anzitempo… Seduce, letteralmente seduce ognuno, personaggi, attori e pubblico.

Al teatro Quirino, in Roma, febbraio 1968. Gassman appare sul proscenio, imbustato in un’orribile armatura verdastra, forse plastica o alluminio; tutori alle gambe e alle braccia; gobba reale, storto ma altissimo. Uomo nel fiore degli anni ridotto a radice intorcinata. Ronconi e Wilcock, Ceroli e Job ne fanno scempio. Voce e corpo strizzati, subito destinati a scoppiare. Nel corso dello spettacolo si libera di qualche ammennicolo, la corona o i tutori, gli schinieri deformi. Scena sontuosa, per la seduzione del nato anzitempo. Leggo antiche recensioni che ne parlano male e tuttavia ricordo la scala e i macchinari che rendevano farraginoso il tutto. Gloucester sul proscenio a dominare la platea. Ricordo tutto questo perfettamente ed è più di mezzo secolo fa.

 

VARIAZIONE VI

 

Come nell’aria di sosta del Consiglio Municipale di Leicester, rinvenuto lo scheletro pochi anni fa. Preso a botte a Bosworth Field, dopo aver mendicato un cavallo, seppellito a Leicester. Stortignaccolo, appunto. Scoliosi. Vomitato anzitempo. Un rutto. Esposto come un cadavere di faraone. Ancora una volta sent before my time.

 

VARIAZIONE VII

 

Sono gli sportive tricks a rappresentare le forche caudine di questo monologo. Spostano tutto dal passato al presente. Sportive tricks, passatempi sportivi, tipo andare ad assistere a un incontro di calcio oppure partecipare a un’interminabile sfida di cricket – gli abiti bianchi, il prato verde smeraldo, le regole incomprensibili di gente pakistana che corre coi pantaloni lunghi o di indiani col turbante e una retina sotto il mento per tenere in ordine la barba nera così come osservato più volte alla tv nel 1975 nel salotto col bowindow di Mrs. O’Hara a Wanstead 11. Accade anche alla fine, quando Gloucester si raccomanda a se stesso: Dive, thoughs… Sprofondate pensieri, immergetevi e quel dive rimanda ai sub che hai visto nei porticcioli caricare le bombole sull’imbarcazione con scritto sulla fiancata diving center. E’ sempre una costante oscillazione tra il presente e il passato. E’ su quella distanza percorsa dal pendolo che si misura l’ampiezza della lingua di Shakespeare e del mio leggerla o ascoltarla. Sportive tricks-Summer.Ma il verso ‘io che non sono fatto per i passatempi sportivi’ attualizza il tempo di Shakespeare e quello di Riccardo. Sport porta a pensare al presente. Dive, thoughts into my soul.

 

VARIAZIONE VIII

 

Ora invece è Amorgos, la scorsa estate. Nell’emporio di Katapola sfoglio un Ritsos. Sei stata tu, a dire il vero, a regalarmelo. Poi quando stiamo al bar del porto appaiono i sub con le bombole. Le caricano sul gommone del diving center. E’ così è: sprofondate pensieri. Troppo sole, qui, seduti sulle poltrone da regista. Allora dici, andiamo alle rovine della città micenea; proprio qui dietro. Oltre la collina a sud. Saliamo e ci fermiamo davanti alla cancellata di ferro e alla rete metallica che delimita l’aria degli scavi e alzando lo sguardo alle rovine appare il falcone delle Cicladi, il Falco della regina Eleonora, in alto, a perlustrare in cerchio quel che accade tra noi, sotto di lui. Molto aristocratico. Davvero qualcosa da famiglia reale, da intrigo a corte. Poi si lancia, completamente concentrato nell’atto, le ali rinserrate, il becco a fendere l’aria. Sportive tricks. I sub che s’immergono, il falcone che scende in picchiata. Noi che osserviamo. Verrebbe adesso il mio tempo; le cose da dire in maniera che non si possano confondere o mistificare. Non sono cattivo come sembra. E la storia dice che non sarebbe cattivo neanche lui se un monologo come questo non l’avesse condannato per sempre.

 

VARIAZIONE IX

 

Osserva gli eventi e il tempo che ti separa; considera e dimentica per quello che puoi ma la marginalità ti porterà a ordire trame contrarie. Posto che tu non sia stato vomitato anzitempo lo sarai comunque e non avresti voluto. Una volta gettato sul campo di battaglia non rimpiangerai certo d’aver fatto tappezzeria alle feste di classe un paio di giorni dopo aver assistito allo spettacolo del Quirino, così come altre volte nella vita. Eppure è quella diffidenza dello sguardo a smuovere le montagne; allora neppure il dialogo tra Gloucester e Anna ti parrà impossibile. (continua)

 

Nota

 

[*] Now is the winter of our discontent
Made glorious summer by this sun of York;
And all the clouds that lour’d upon our house
In the deep bosom of the ocean buried.
Now are our brows bound with victorious wreaths;
Our bruised arms hung up for monuments;
Our stern alarums changed to merry meetings,
Our dreadful marches to delightful measures.
Grim-visaged war hath smooth’d his wrinkled front;
And now, instead of mounting barded steeds
To fright the souls of fearful adversaries,
He capers nimbly in a lady’s chamber
To the lascivious pleasing of a lute.
But I, that am not shaped for sportive tricks,
Nor made to court an amorous looking-glass;
I, that am rudely stamp’d, and want love’s majesty
To strut before a wanton ambling nymph;
I, that am curtail’d of this fair proportion,
Cheated of feature by dissembling nature,
Deformed, unfinish’d, sent before my time
Into this breathing world, scarce half made up,
And that so lamely and unfashionable
That dogs bark at me as I halt by them;
Why, I, in this weak piping time of peace,
Have no delight to pass away the time,
Unless to spy my shadow in the sun
And descant on mine own deformity:
And therefore, since I cannot prove a lover,
To entertain these fair well-spoken days,
I am determined to prove a villain
And hate the idle pleasures of these days.
Plots have I laid, inductions dangerous,
By drunken prophecies, libels and dreams,
To set my brother Clarence and the king
In deadly hate the one against the other:
And if King Edward be as true and just
As I am subtle, false and treacherous,
This day should Clarence closely be mew’d up,
About a prophecy, which says that ‘G’
Of Edward’s heirs the murderer shall be.
Dive, thoughts, down to my soul: here
Clarence comes.

 

[Immagine: Robert Sheehan nei panni di Riccardo III (mge)].

1 thought on “Una traduzione e nove variazioni sul monologo del Riccardo III di Shakespeare

  1. “Abbiamo cancellato la nave. È permesso. In musica si fa continuamente ricorso alle variazioni, al riadattamento di una composizione già esistente. Quando visito il Louvre, avrei voglia di rielaborare alcuni dipinti.”

    Anselm Kiefer, L’arte sopravvivrà alle sue rovine, Feltrinelli, Milano, 2018 p. 158

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