di Emanuele Franceschetti

 

Nel 2016, l’Oxford English Dictionary consacra post-truth come parola dell’anno, word of the year. Sembra un buon indizio per misurare quanto sia radicata, nella mentalità di questo decennio, il problema della verificabilità dei fatti, la calante rilevanza del dato oggettivo, la pericolosità delle false informazioni. È l’era della post-verità: la percezione soggettiva è sovrapponibile alla realtà, la quale finisce per diventare una rete caotica di opinioni im-mediate e costruzioni arbitrarie. Ma guai a pensare che, consacrazioni terminologiche a parte, questo stato di cose sia una peculiarità degli anni duemila.

 

Nel 1938 (il 30 Ottobre), con sinistra puntualità rispetto ai tragici appuntamenti della storia, l’allora poco più che ventenne Orson Welles realizza un’operazione-capolavoro che sembra suffragare alla perfezione l’adagio di Walter Benjamin, secondo il quale (cito malamente a memoria) ciò che va prodotto, ancor prima che la merce in sé, è il suo consumo. Il fatto è ben noto: Welles, negli studi della CBS, nell’ambito di The Mercury Theatre on The Air (serie di adattamenti di classici della letteratura) decide di mandare in onda una riscrittura radiofonica – elaborata insieme a Howard Koch – del romanzo La guerra dei mondi di Herbert George Wells, pubblicato a puntate in Inghilterra nel 1897, tra i primi caposaldi del genere fantascientifico. De facto, l’oggetto del radiodramma viene costruito “usurpando” la fisionomia stessa del medium radiofonico: il falso notiziario che annuncia un atterraggio alieno nel New Jersey si sovrappone alla regolare trasmissione, rendendosi così oggetto incredibilmente equivoco e problematico. Il risultato è un magistrale corto-circuito che, a distanza di ottant’anni, ha la chiara fisionomia di una doppia fake-news: da una parte la notizia del pericolo alieno, ovviamente fiction (per chi avesse compreso correttamente l’oggetto del programma, peraltro regolarmente annunciato); dall’altra, la narrazione costruita dai media, artatamente sovradimensionata, secondo cui la trasmissione avrebbe prodotto ovunque apocalittiche reazioni di terrore. Che fossero o meno milioni – o una percentuale incredibilmente minore, come è stato successivamente dimostrato – i radioascoltatori precipitati nel panico, l’incredibile quantità di articoli stampati sull’accaduto (siamo nell’ordine delle migliaia) e la risonanza provocata non fece che testimoniare, qualora ce ne fosse stato bisogno, l’ingovernabile potenziale del medium radiofonico. Oltre, naturalmente, al giovamento in termini di immagine e popolarità per Welles.

 

È questo il suggestivo pre-testo del nuovo lavoro di Marcello Malatesta (piano, keyboards, live electronics) e Marco Di Battista (piano, keyboards, live electronics), che con il loro progetto Soundscape’s Activity dedicano a The War of the Worlds di Welles una Suite-Poema concepita per mettere a dialogo musica elettronica ed improvvisazione, grazie anche alla partecipazione chitarristica di Roberto Zechini, veterano dei linguaggi improvvisativi (di marca jazzistica e non) e delle contaminazioni stilistiche. Malatesta e Di Battista costituiscono un tandem oramai consolidato in cui l’elaborazione – costruzione del suono e il plurilinguismo pianistico articolano uno spazio sonoro in cui, secondo quello che era stato l’auspicio di uno dei pionieri del Novecento musicale (Edgar Varèse, 1922), il tecnico e il compositore lavorano insieme, oramai persino – aggiungerei – coabitando perfettamente nello stesso individuo. Il lavoro, pur muovendo come già detto dalla Guerra dei mondi e traendone il paratesto (com’è evidente dai titoli) e importanti frammenti del radiodramma originale, non ne ricalca l’esatta organizzazione, muovendosi piuttosto liberamente lungo l’asse della narrazione radiodrammatica. Il repertorio di materiali sonori e gesti musicali messi in campo è eterogeneo e piuttosto ostile a semplificazioni di genere: vi sono spazi timbrici accomodanti e dilatati in cui vengono innestati brevi incisi tematici, persino di facile presa (Mercury Theater on the air); momenti di nervose e audaci diteggiature (Tempest in a Teapot) che, aggredite da frenetici loop ritmici e severissime intrusioni di synth, sembrano inscenare il caos ingovernabile prodotto dall’annuncio dell’invasione aliena (War of the worlds); incipit pianistici quasi jarrettiani (7 October 30, 1938: non si dimentichi mai il bagaglio tecnico e linguistico dei musicisti); momenti in cui i materiali sonori sembrano reagire e collidere l’un l’altro come galleggiando a mezz’aria (Mass Hysteria). Il finale, con sorriso sornione (e un tantino post-moderno), congeda l’ascoltatore giustapponendo e sovrapponendo a ritmo serrato lacerti sonori diversi e apparentemente incompatibili, come schegge – residui di un’esplosione che ha posto fine a ogni possibile (e verosimile) narrazione.

 

War of the Worlds richiede un ascolto capace di cogliere al contempo episodi e relazioni, cues e strutture sottese. Obiettivo non facile, proprio in virtù della quantità – e diversità – di materiali proposti: il legame profondo col radiodramma di Welles (e quindi la natura poematica e organica del lavoro), però, permette di individuare (o immaginare) costantemente referenti extra-musicali, immagini, episodi. Il dialogo tra suono costruito/programmato e momenti di libera improvvisazione (è in tal senso che diventa significativa la relazione fra le chitarre di Zechini e i suoni di Malatesta e Di Battista), oltretutto, rende War of the Worlds in perfetto equilibrio fra opera ed operazione, fra costruzione e discorso. In tal modo, anche il pastiche sonoro apparentemente capzioso può essere ricondotto entro un’intenzione narrativa ed espressiva. E per questo legittima, se non addirittura necessaria.

 

 

[Immagine: Orson Welles negli studi della CBS].

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