di Gianfranco Pellegrino

 

Quando mia nonna veniva a conoscenza di un fatto sconveniente, procedeva così. Lo diceva a tutti, tranne che ai protagonisti, vincolando ognuno al segreto. Per un po’ la cosa funzionava. Tutti sapevano del tradimento del marito, della perdita al gioco, del figlio che ha mentito sulla laurea. Ma, siccome nessuno sapeva che tutti gli altri sapevano, era come se nessuno sapesse. Il fatto era allo stesso tempo universalmente noto, ma anche segreto. Appena il numero dei confidenti aumentava, però, inevitabilmente succedeva che qualcuno si facesse scappare il segreto con qualcuno, o ritenesse di potersi fidare di qualcun altro e decidesse di condividere con lui il pettegolezzo. A questo punto, ci potevano essere due possibilità: chi riceveva la notizia scabrosa poteva o far finta di non saperla già, bloccando così la catena per un po’ e turando la falla, oppure poteva svelare l’inganno, ottenendo l’effetto di rendere noto a tutti il fatto, o meglio di far sapere a tutti che tutti ne erano a conoscenza.

 

C’è una generalizzazione statistica ovvia che regola comportamenti del genere: maggiore è il numero delle persone coinvolte maggiore sarà la probabilità che il segreto si diffonda. Anzi, si potrebbe dire che c’è un numero sotto il quale la probabilità di diffusione è molto bassa e un numero sopra il quale la probabilità che il segreto venga rivelato è altissima. D’altra parte, per determinare questo numero, e la probabilità che ne consegue, non basta la statistica. Tutto dipende dall’indole del gruppo in cui questi comportamenti si verificano. Se il gruppo è fatto da gente che tiene i segreti o che non sbaglia a fidarsi di chi ha davanti, probabilmente una sola defezione unilaterale non sarà sufficiente, ma ne serviranno molte. Se il gruppo, invece, è composto da persone che dicono subito quel che sanno o che sbagliano nel valutare di chi fidarsi o no, basterà un’unica defezione per diffondere la notizia a macchia d’olio e in brevissimo tempo.

 

La diffusione di un virus come il Covid-19 funziona come i segreti di mia nonna, se ho capito bene (e facendo astrazione, in questo post, da tutti i dettagli più specifici e più controversi della ricerca scientifica in corso sul virus, che sono ancora in via di definizione, di cui non sono un esperto e che non sono mio interesse principale qui: il mio obiettivo, come si vedrà ben presto, sono considerazioni etico-politiche). La diffusione del virus dipende dalla numerosità del gruppo coinvolto, dalla capacità dei singoli di giudicare su questioni come la contagiosità propria e altrui e dai costumi sociali. C’è, in casi del genere, una sorta di maledizione della defezione unilaterale: ogni defezione unilaterale – ogni defezione unilaterale a comportamenti come l’isolamento, per esempio, o ogni venir meno unilaterale di certe precauzioni – aumenta la probabilità di contagio, aumentando la probabilità di altre defezioni unilaterali, che presto o tardi diventeranno collettive[1]. Per dirlo più in dettaglio: un individuo isolato contagioso può contagiare chi incontra per caso, sapendolo o meno; una persona non contagiosa, ma che organizza un evento affollato o fa in modo di stimolare la presenza di altri ad eventi del genere oppure si muove credendo di essere sana diffonde il contagio, seppur in maniera indiretta. In tal senso, forse si dovrebbe distinguere fra l’untore isolato vero e proprio, o il paziente zero, che è probabile non esista o sia destinato a rimanere sconosciuto per sempre, e chi in maniere indirette ostacola l’isolamento del contagio. È su quest’ultimo caso che mi concentro qui.

 

Questo modo di spiegare la dinamica della diffusione del Coronavirus dovrebbe fare riflettere su alcune ripercussioni etico-politiche della situazione in cui ci troviamo e su un dato trascurato. Senza pretesa di essere esaustivi, e di uscire (troppo) dalla mia bolla social, in questi giorni i fronti di commento sulle reazioni del governo e della società al diffondersi del virus si sono concentrati sulle seguenti questioni: la natura e la certezza dei dati scientifici a nostra disposizione e il ruolo degli scienziati o dei sedicenti esperti (senza trascurare il comportamento mediatico di alcuni esperti che hanno indossato anche i panni dell’oracolo, del pubblico fustigatore dei costumi, e così via: Burioni, naturalmente, è il caso principale), con estremi contrapposti di scetticismo e allarmismo; l’impatto dei provvedimenti sulle nostre libertà individuali, con varie discussioni sullo stato di eccezione, sulla biopolitica, sul timore che i provvedimenti presi dal governo in questi giorni siano una scusa per protrarre sine die restrizioni antidemocratiche e illiberali: Giorgio Agamben e i Wu Ming sono stati i protagonisti abbastanza incontrastati di questa discussione[2].

 

Se l’analogia fra la diffusione del virus e la strategia del segreto di mia nonna è corretta, ci sono due osservazioni che dovrebbero a questo punto risultare ovvie. Primo, il dato rilevante sul virus non è la sua pericolosità – il tasso di mortalità –, ma la sua contagiosità. Questo molti l’hanno capito e detto a un certo punto, ma mi pare utile ripeterlo e mi pare utile rifletterci su. Tornando a mia nonna: il punto non è la natura del segreto, ma il numero di persone a cui lo comunica. E, naturalmente, se la scabrosità del segreto sta nel, o aumenta col, numero di persone che ne vengono a conoscenza, il fatto che maggiore il numero di persone cui esso viene comunicato, maggiore il pericolo che tutti ne vengano a conoscenza, rende la strategia di mia nonna molto pericolosa. Consideriamo, ad esempio, la questione dei posti letto in terapia intensiva. Non era stato detto con chiarezza sin dal primo momento, mi pare, ma poi si è capito che il problema era quello: evitare il collasso del sistema sanitario italiano. Il virus forse non è pericoloso, ma richiede, per la sua cura, una risorsa che può rapidamente diventare scarsa. Cercare di non contagiare e contagiarsi serve a rendere disponibile la risorsa a chi ne ha più bisogno. Per chi si è concentrato sull’attendibilità degli scienziati e delle conoscenze scientifiche sul virus: forse non è un problema scientifico, ma un problema amministrativo, di politiche sanitarie. E naturalmente il numero di posti in terapia intensiva non è un dato controverso. E per chi vede in tutto questo una manifestazione del paradigma biopolitico, in cui la vita viene controllata in maniera totalitaria dal potere politico: il controllo è talmente poco totalitario che mancano proprio le strutture che servirebbero a controllare, e basterebbe esporsi allegramente al contagio per mandare a monte il Panopticon. Basterebbe fare i kamikaze del virus, per mettere a dura prova la struttura tecnocratica e mutare la ferrea gestione dello stato di eccezione di cui hanno paura tanti neofoucaultiani in un’allegra (!?) anarchia preliminare a un’allegra (!?) morte di masse di anziani, immunodepressi e affetti da patologie respiratorie.

 

E questo porta alla seconda osservazione ovvia: la vita e la gestione della vita delle masse, cioè la biopolitica, non c’entrano, o comunque non sono l’aspetto specifico di tutto quello che stiamo vivendo in questi giorni. Il problema sarebbe stato lo stesso, in fondo, se a un certo punto gli italiani avessero deciso di concentrarsi tutti al casello di Roncobilaccio. Il problema è che una risorsa che si presume a disposizione di qualunque cittadino italiano e di qualunque individuo di uno Stato minimamente funzionante – la viabilità, o l’esistenza di cure minime per malattie a diffusione contagiosa – invece è improvvisamente diventata scarsa. Da un lato, il fenomeno è simile a quello per cui, a un certo punto, molte generazioni del mondo industrializzato hanno consumato irrimediabilmente una risorsa non inesauribile – la capacità dell’atmosfera di assorbire gas a effetto serra senza effetti pericolosi sul clima. Dall’altro, la diffusione del virus è perversamente differente rispetto alla mitigazione del cambiamento climatico: nel caso del virus c’è gente che viene colpita immediatamente, e sono i più anziani, gli immunodepressi, chi fatica a respirare; nel caso del cambiamento climatico ci sono persone che verranno colpite tra molto tempo, e non sono qui a lamentarsi, e sono le generazioni future. Questo forse giustifica le nostre diverse reazioni ai due pericoli.

 

Ciò che è stato trascurato, però, o almeno così mi pare, è la natura delle azioni collettive che la diffusione e la prevenzione del virus mette in campo e richiede, quel che esso fa emergere sulle nostre società e le conseguenze di tutto ciò sulla natura della nostra vita associata di cittadini. Qui emerge infatti una differenza con l’esempio da cui sono partito – i segreti di mia nonna. In quel caso, infatti, il costume sociale dei gruppi poteva essere di due generi: o una discrezione prevalente – tutti o quasi tengono il segreto – o una sincerità predominante – tutti o quasi spifferano tutto. Nella prima situazione, come ho detto, solo l’errore può inceppare il meccanismo: solo se il membro della maggioranza che tiene il segreto sbaglia a giudicare e fa le sue confidenze a un membro della minoranza di spifferatori allora la notizia potrebbe iniziare a diffondersi. Ma, comunque, in una comunità con una maggioranza di discreti, la cosa potrebbe a lungo, o anche per sempre, restare celata.

 

Nel caso del virus il problema è che la norma sociale non è così chiara – perché la situazione non è stata vissuta prima (o se è stata vissuta prima, vedi Sars o epidemia della febbre spagnola, se ne è persa memoria o non si sono stabilizzate norme sociali durature ed efficaci). Quindi, la nostra comunità non è stabile, per così dire: ci comportiamo in maniere troppo diverse – dividendoci fra scettici e allarmisti, libertari a oltranza e nostalgici della legge marziale. E, naturalmente, nel caso del virus la possibilità di errore – degli scienziati, dei comuni cittadini, dei politici – è molto più alta che nel caso del giudizio su a chi affidare un segreto (una cosa perfezionata, negli esseri umani, da millenni di vita sociale e gestione delle notizie).

 

In un certo senso, qui il governo e la libertà non c’entrano, ancora. Il problema è che il virus richiede un’azione coordinata e noi non abbiamo una norma sociale attorno a cui coordinarci. Potremmo decidere di prenderlo tutti, e di tassarci per aumentare i posti in terapia intensiva, o di curarci a casa, o di lasciare morire i più deboli. Potremmo decidere di rinserrarci a casa, lavandoci compulsivamente le mani. Ma dovremmo deciderlo insieme, perché il primo che sgarra fa sgarrare tutti gli altri, in un senso o nell’altro. Questo è uno di quei casi in cui il conformismo è necessario, o meglio il non conformismo è possibile solo su uno sfondo di conformismo. Pochi possono prendersi delle libertà – per esempio la libertà di rischiare di ammalarsi –, solo se molti non si prendono simili libertà – mantenendosi sani e non intasando gli ospedali. E non si può dire che i pochi che si prendono la libertà di ammalarsi lo potrebbero comunque fare, perché rischiano in prima persona e nessun governo dovrebbe impedirglielo. Con una malattia contagiosa, il rischio è sempre collettivo. Pochi neofoucaultiani possono infettare molti neobenthamiani….

 

La struttura della cosa – e qui entrano in campo il governo e la libertà – è intrinsecamente liberticida e rende necessario un governo, quale che sia. Chiunque si prenda una libertà, infatti, fa sì che altri non se ne possano prendere di simili: chiunque decida di contagiare costringe alcuni ad ammalarsi; chiunque decida di isolarsi e isolare per non contagiare ed essere contagiati costringe alcuni a subire l’isolamento. In una situazione del genere, solo un accordo, una norma sociale, produce una situazione di relativa libertà. Ma in attesa che la norma sociale si crei, per prove ed errori, il virus si potrebbe diffondere. In casi del genere, una norma sociale dev’essere di necessità creata coercitivamente, da un governo. In una situazione del genere, forse, la coercizione governativa è la fonte della futura libertà. E naturalmente ci si potrebbe conformare prima di, o senza, essere costretti – si può cioè creare una norma sociale prima che qualcuno la imponga, e magari ne imponga una che non ci piace. E la prossima volta che accade, forse, potremmo semplicemente decidere da soli come fronteggiare la cosa, senza aspettare – e rendendo inutili – decreti di chiusura e provvedimenti vari. Può sembrare utopistico, ma in realtà è già avvenuto: in molti campi, le norme sociali hanno preceduto, e talvolta reso inutile, la coercizione legislativa. Ci sono leggi contro la tortura degli animali domestici, ma è la mentalità che è cambiata, e nessuno si sognerebbe di torturare un gatto, come avveniva forse ai tempi di mia nonna. E, per fare l’esempio contrario, ci sono leggi che tutelano il comune senso del pudore che sono del tutto inapplicate, dal momento che in fatto di costumi prevalgono norme sociali molto più permissive e meno retrive. La norma sociale contro certi reati contro i minori è più forte, e talvolta va meno per il sottile, delle norme giuridiche. Perché non si dovrebbe pensare che, se dovesse riaccadere, la norma sociale contro chi diffonde virus non arrivi a essere anche più forte dei decreti del governo?

 

Note

 

[1] Prendo l’idea da Nick Bostrom, Thomas Douglas & Anders Sandberg (2016) “The Unilateralist’s Curse and the Case for a Principle of Conformity”, Social Epistemology, 30:4, 350-371, ripreso e adattato al caso del virus in A. Sandberg, “Pandemic Ethics: the Unilateralist Curse and Covid-19, or Why You Should Stay Home”, sul blog Practical Ethics: http://blog.practicalethics.ox.ac.uk/2020/03/pandemic-ethics-the-unilateralist-curse-and-covid-19-or-why-you-should-stay-home/

[2] Sulla questione della scienza e della comunicazione, è utile leggere S. Pollo, “Parlare del virus in democrazia”, sulla newsletter della rivista il Mulino: https://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:5046. L’intervento di G. Agamben, uscito su Il Manifesto del 26 febbraio, si può leggere qui: https://ilmanifesto.it/lo-stato-deccezione-provocato-da-unemergenza-immotivata/. L’intervento dei Wu Ming è qui: https://www.wumingfoundation.com/giap/2020/02/diaro-virale-1/

 

[Immagine: Milano].

13 thoughts on “Pandemia e segreti. Libertà e coercizione nell’epoca del coronavirus

  1. “E naturalmente ci si potrebbe conformare prima di, o senza, essere costretti – si può cioè creare una norma sociale prima che qualcuno la imponga, e magari ne imponga una che non ci piace. E la prossima volta che accade, forse, potremmo semplicemente decidere da soli come fronteggiare la cosa, senza aspettare – e rendendo inutili – decreti di chiusura e provvedimenti vari.”
    Osservazione giusta, ma mi sembra, sopratutto in casi eccezionali, ossia dove la norma non puo’ essere già presente, che la costrizione non puo’ alla lunga funzionare se una norma sociale non la “riconosce”. La gente deve crederci alle limitazioni eccezionali che sconvolgono anche momentaneamente la sua vita. Se un governo non è credibile per vari motivi – la severità eccessiva, o al contrario l’ipocrisia e la menzogna – rischia di non potersi poggiare su quella norma sociale che solo puo’ far funzionare un confinamento di milioni di persone. La costrizione, infatti, da sola, in casi simili, puo’ ben poco, a meno di avere a che fare con un regime autoritario come quello cinese. Nel caso cinese, invece, si è visto come le cose possono prendere una direzione inquietante, con accresciute capacità di controllo dei cittadini acquisite dallo Stato.
    Infine, pur non condividendo in questo caso la fissazione agambiana sullo stato d’eccezione, se c’è qualcosa di concretamente biopolitico – in vari significati possibili – mi sembra la gestione politica di un’epidemia. E questo senza per forza vedere questa gestione come l’attuazione di un piano di controllo totalitario.

  2. Sono d’accordo con Inglese, che ringrazio. L’aspetto su cui più mi interrogavo nel testo era proprio quello dell’assenza di norme sociali e del fatto che presto se ne formeranno di nuove. Ma c’è un aspetto che vorrei sottolineare, e che forse non è risultato chiaro nel testo. Se non c’è una norma sociale, qualsiasi governo crea coordinazione. E se abbiamo bisogno di coordinazione, in un senso o nell’altro, e non abbiamo una norma sociale, siamo preda di qualsiasi governo – ipocrita, debole, semi-autoritario. Con uno slogan: se uno condivide le paure per le limitazioni della propria libertà, in certi specifici contesti – quale è quello in cui siamo – dovrebbe autolimitarsi e cercare di costruire norme sociali dal basso. Solo così evita che lo faccia il governo, e magari lo faccia con interessi sinistri. Naturalmente, quando il governo non ha, già di per sé e prima, intenzioni autoritarie. Ma quella è un’altra situazione.

  3. Tutti a casa? Sì, però…

    SAMIZDAT

    Ragazzi, me ne sto a casa perché il coronavirus è un pericolo reale ma la fiducia in questo Stato e in questa Scienza, che non hanno predisposto le necessarie difese da una tale minaccia, è scesa a zero. Teniamone conto. Siamo uomini (e donne), non caporali.

    P.s.
    Scava, vecchia talpa, scava!

  4. Gianfranco Pellegrino la tua riflessione mi ha fatto pensare al modo in cui un filosofo come Castoriadis considera l’autonomia, come dimensione non formale ma sostanziale della democrazia. L’autonomia è quando il popolo si dà la legge da sé, ossia si autolimita. (E tu parli appunto di “autolimitazione”.) Ora quello che sta accadendo in Italia potrebbe essere visto come una grande esperimento di democrazia popolare e diretta, dal momento che tutti sanno che il confinamento di un paese come il nostro non potrebbe funzionare se si basasse sulla pura coercizione. Cosa potrebbe fare la polizia di fronte a milioni di cittadini che volessero disubbidire? Sembra un po’ leggero discettare sulle “opportunità” che una sciagura simile puo’ aprire, pero’ la responsabilità di ognuno di limitare il contagio pone in evidenza il nesso costitutivo tra singolo e collettività a partire da una gerarchia di priorità evidenti. Se la società collassa, la mia festa individuale sarà completamente travolta. Non ci saranno winner e looser come invece nella competizione economica.

  5. Non so se l’analogia con i segreti della nonna sia davvero convincente. Se non capisco male l’esempio, in questo caso ciascun destinatario del segreto coopera con la nonna (se mantiene la promessa) e non con gli altri depositari del segreto, di cui in teoria dovrebbe ignorare l’esistenza. Ossia la cooperazione è uno a uno. Il contrasto alla diffusione di un virus richiede la cooperazione di tutti o comunque molti (a seconda della contagiosità, probabilmente). D’altra parte, si può davvero parlare di maledizione della defezione unilaterale nel caso di una malattia contagiosa? Ossia, è vero che la cooperazione si disfa non appena qualcuno defeziona? Molto dipende mi pare dalle credenze sulla contagiosità del virus (o la carenza di posti in reparti di rianimazione), credenze che nel caso del segreto della nonna non giocano invece alcuni ruolo, sempre che abbia capito l’esempio. Le persono che considerano il virus molto contagioso e suppongono di non essere ancora contagiate continueranno per interesse a cooperare (a isolarsi e a usare ogni altra precauzione) anche in presenza di numerosi non cooperatori e anche sapendo che pochi non cooperatori possono vanificare molti o quasi tutti gli sforzi degli altri. Usare comportamenti prudenti resta razionale, mi pare. Se è convinzione comune che il virus sia molto contagioso, defezionare sarà razionale solo in presenza di molti cooperatori e pochissimi non cooperatori. Ossia, date le credenze immaginate , forse coordinarsi potrebbe non risultare così difficile. Alle istituzioni centrali potrebbero allora spettare compiti non così”imperiosi”: diffondere le credenze e magari organizzare dei turni: oggi esci (defezioni) tu e gli altri stanno a casa, domani tu, ecc. ecc.

  6. Cara Paola, grazie del commento, che solleva questioni importantissime.
    Ho l’impressione che ci siano vari aspetti, e per alcuni l’analogia, credo, regga, mentre per altri forse no. Ti dico come ho pensato. Nella situazione da cui parto, ogni persona che riceve la notizia segreta può o dirla ad altri o tenersela per sé. Se la dice ad altri, questi altri hanno la stessa opzione. Come detto, se uno lascia trapelare il segreto in una comunità dove la maggioranza tiene il segreto, la cosa si ferma lì. Se uno invece lo fa in una comunità di spifferatori si ha l’effetto a catena. L’idea è che nel caso del contagio siamo in una comunità di spifferatori, perché 1. non sappiamo se siamo contagiosi e 2. non sappiamo bene chi potremmo contagiare. Quindi, il primo che spiffera, fa partire la catena. Questa è la prima analogia. Poi: in base a che cosa uno decide di spifferare? Perché c’è qualcosa di bello, di attrattivo, nel parlare e confidare il segreto e perché c’è una credenza, la credenza che la persona a cui lo dico manterrà il segreto. Se questa credenza è sbagliata – in particolare, se sono sbagliate due credenze: 1. quello di fronte a me manterrà il segreto; 2. sono in una comunità a maggioranza di discreti, parte l’effetto a catena. E questa è la seconda analogia. Il fatto che ci siano credenze che possono essere sbagliate e un guadagno nel dire il segreto a qualcun altro è il secondo pezzo della mia analogia. Nel caso della seclusione, sarebbe bello uscire e tutti tendiamo a pensare di non essere contagiosi e che non contageremo, e che ci ci sta attorno non è contagioso. Queste credenze potrebbero essere sbagliate, ma se le seguiamo potremmo diffondere il contagio.
    Il bello di spifferare segreti, cercando di far sì che rimangano segreti, rende anche più complessa la questione della razionalità e della cooperazione. E’ vero, qui hai ragione, che c’è una cooperazione uno a uno, e forse nel caso del contagio c’è una cooperazione uno a molti, o molti a molti – ma ciascuno contagia altri singoli, no? Ma i pagamenti sono vari. Da un lato, è un bene aver ricevuto il segreto dalla nonna, perché è una notizia interessante, o pruriginosa, Dall’altro, però, che gusto c’è a tenersi il segreto? Si vorrebbe dirlo ad alcuni, tenendo questi al segreto. Ma, appunto, se tutti lo fanno… Come dicevo nel pezzo, alcuni pochi vorrebbero uscire, e non essere contagiati. Ma se tutti usciamo, tutti potremmo venire contagiati… La libertà di alcuni sta sullo sfondo della coercizione di molti, così come il bello di spifferare il segreto sta nel fatto che rimanga, almeno per altri, un segreto. O almeno così mi pare. E questo rende difficile, credo, l’idea di turni e coordinamento che tu immagini alla fine del commento. Grazie molte per le tue riflessioni.
    Caro Andrea, grazie. Pensavo proprio a questo genere di riflessioni, anche se Castoriadis non rientra tra le mie letture. Ma evidentemente debbo leggerlo.

  7. La questione è un pò più complicata, perché il pericolo incombente non è solo personale. e invidiale. Il pericolo a medio e lungo termine è la perdita del patrimonio umano sanitario. In una catastrofe naturale il sistema sanitario è sottoposto ad alto stress per un tempo limitato, pochi giorni, qui invece non c’è limite. Siamo già alla terza settimana con un forte incremento delle postazioni di emergenza. Stiamo perdendo personale, per contagio o per quarantena.
    Ci sono già medici morti e per fare un medico specializzato ci vogliono 12/13 anni.
    Non basta aggiungere letti.
    Se non rallenta il contagio aumenteranno i morti, per assistenza strutturalmente insufficiente.

  8. Certo, Paola G.,
    c’è anche il problema dei medici che muoiono. Lei ha ragione. Volutamente non ne avevo tenuto conto, per due ragioni. In primo luogo, perché nel post mi fissavo sulle condizioni di noi tutti cittadini, che non abbiamo scelto di fare il medico, e quindi abbiamo doveri meno stringenti, e altri diritti, rispetto ai medici. In secondo luogo, perché quando scrivevo le cose erano diverse, ed era soprattutto la previsione sul futuro delle risorse materiali – letti in terapia intensiva – a occupare la discussione. Ma naturalmente i medici e il loro ruolo aggiungono un altro tassello. I medici sono quasi costretti al contagio, in un certo senso – naturalmente, possono difendersi, ma credo la cosa sia più difficile di quanto sia per uno di noi che semplicemente resta a casa. Nella mia analogia, è come se fossero costretti a sentirsi ripetere il segreto, e a dirlo ai loro colleghi. Ma qui l’analogia chiaramente non regge. Grazie molte.

  9. Grazie della risposta al mio commento. Forse adesso ho capito: la nonna desidera comunicare a qualcuno ciò che ha scoperto ma anche evitare che questa notizia diventi pubblica, forse per problemi di rapporto con le persone protagoniste della verità scoperta. Confida dunque il suo segreto a un certo numero di persone fidate, ossia che terranno la cosa per sé o per lealtà nei suoi confronti o perché ugualmente interessate a che la cosa non diventi pubblica. Oltre a un certo punto però valutare l’affidabilità delle persone è molto difficile o persino impossibile: come si comporteranno una volta in possesso del segreto? Lo terranno per sé o lo renderanno pubblico? (Come, comunque? Non ho ben capito la tua ipotesi: basta che lo dicano a un’altra persona già al corrente della questione? Se non capisco male, dovrebbe semmai dirlo pubblicamente o direttamente alle persone protagoniste del segreto.) Chi non dovesse tenerlo per sé verrebbe meno alla promessa alla nonna (forse si può dire che non coopererebbe) vanificando gli sforzi degli altri nel mantenere il segreto. (Egli lo farebbe però ignorando di vanificare questi sforzi: quest’ultimo confidente non sa nulla infatti in teoria di tutti gli altri e tanto meno dunque coopera con loro, che è una delle mie obiezioni del mio primo commento; potremmo chiederci anzi cosa farebbe se ne fosse al corrente.)
    L’esempio serve a chiarire l’importanza in certe interazioni della numerosità delle persone coinvolte, o meglio la difficoltà, in queste circostanze, per le persone coinvolte di formarsi credenze affidabili sugli interessi e perciò le intenzioni delle altre. La tua tesi è che abbiamo la stessa difficoltà anche oggi e che questa difficoltà ci impedisce di cooperare. Ora che ho capito meglio il tuo esempio riformulerei la seconda obiezione del mio primo commento dicendo che una fonte preziosissima di informazioni sulla cui base formarsi credenze attendibili sugli interessi delle altre persone e dunque sul loro probabile comportamento futuro sono le caratteristiche “tecniche” della situazione, caratteristiche che nel tuo esempio del segreto restano indeterminate forse principalmente (ma probabilmente non solo) per il modo generico in cui lo presenti (non sappiamo nulla del segreto, per esempio), ma che nel caso di un’epidemia gli scienziati possono via via chiarire. Poniamo si scopra che la contagiosità del virus in questione e la sua pericolosità sono molto alte. Nel mio primo commento sostenevo che, in circostanze del genere (supposte note a tutti), cooperare (ossia restare a casa, uscire quando è inevitabile ma mantenendo il metro di distanza ecc. ecc.) è interesse di tutti a prescindere dal comportamento degli altri (cooperare è una strategia dominante). In effetti, da quando gli scienziati e le varie autorità hanno smesso di presentare questo virus come una semplice influenza e il problema delle sale di rianimazione è emerso per come è, la gente ha iniziato a cooperare (a conformarsi ai comportamenti prudenti). Sembra comunque che il coronavirus sia più o meno contagioso e più o meno pericoloso a seconda delle fasce d’età. Dunque vi sono persone il cui interesse a proteggere se stesse restando a casa o comportandosi in modo prudente quando devono uscire è minore e forse più debole del desiderio di incontrare amici o celebrare un funerale. Molte di queste persone (i giovani) hanno parenti a casa (madri o padri per esempio) per i quali i rischi sono maggiori; alcune potrebbero pensare all’eventualità di aver bisogno di un ricovero d’urgenza per motivi diversi dal coronovirus. Questi sono motivi per cooperare. Per chi non dovesse avere neppure questi, sarà necessario darne uno “artificiale” per esempio prevedendo sanzioni (multe o reclusione).
    Ma come stiamo vedendo questa epidemia solleva molti altri problemi di cooperazione specifici: tra le autorità politiche, gli imprenditori e i lavoratori, gli imprenditori e i lavoratori da un lato e il resto della collettività dall’altro, tra paesi ecc. ecc., e tutti sono interessantissimi. Vediamo queste cooperazioni formarsi o disfarsi davanti ai nostri occhi. Se proseguirai in questi ragionamenti, mettici a parte delle tue conclusioni, se ti va.

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