di Mario Farina

 

Ha destato un discreto sgomento, almeno nel piccolo mondo della filosofia, la reazione di Giorgio Agamben alla particolare situazione sociale e politica nella quale l’emergenza sanitaria, ormai globale, ha gettato il paese. È probabile che il lettore anche distratto di Agamben avrebbe potuto anticipare con un certo agio quale sarebbe stata la sua posizione. Come in uno sketch da avanspettacolo, se ci avessero chiesto di imitare a bocce ferme un ipotetico Agamben che commenta un’ipotetica quarantena imposta per decreto avremmo tutti sciorinato un credibile repertorio di stati d’eccezione, cittadinanze coatte e corpi sottratti alla socialità. Ma la realtà, si sa, si diverte sempre a umiliare l’immaginazione e allora il vero Giorgio Agamben non solo ha confermato tutto il suo repertorio, ma si è spinto a battibeccare con le sacrosante critiche piovuto un po’ da ogni dove (la nuvola più alta è senz’altro quella di Nancy, mentre la più volgare ha la firma di Flores d’Arcais).

 

L’ultimo post del suo blog, pubblicato in data 17 marzo e ineffabilmente intitolato Chiarimenti (ineffabilmente perché anziché chiarire si limita a ribadire), contiene a mio modo di vedere la più grossolana tra le sviste del più tradotto filosofo italiano vivente. «È evidente» scrive Agamben «che gli italiani sono disposti a sacrificare praticamente tutto, le condizioni normali di vita, i rapporti sociali, il lavoro, perfino le amicizie, gli affetti e le convinzioni religiose e politiche al pericolo di ammalarsi. La nuda vita – e la paura di perderla – non è qualcosa che unisce gli uomini, ma li acceca e separa».

 

C’è una capziosa viziosità nel ragionamento di Agamben, che non tiene conto di come, ad esempio, il sacrificio di «praticamente tutto» sia fatto non semplicemente per salvaguardare la propria vita, ma specialmente per proteggere quella degli altri. Ma non è questo il punto. Il punto è piuttosto la profonda e lacerante solidarietà che una certa corrente di pensiero, autonomo e libertario, ha finito per mostrare con le tendenze più estreme, e violente, del liberismo economico. Perché quella «nuda vita» che secondo Agamben dovremmo essere capaci di disprezzare – traduzione tendenziosa e retorica del benjaminiano «bloße Leben», più prosaicamente rendibile con «mera vita» – non è altro che il benessere minimo del nostro corpo, base essenziale e irrinunciabile sulla quale si edifica quella comune umanità che sola, universalizzata, può essere fonte dell’eguaglianza tra gli uomini. D’atro canto, il «praticamente tutto» che agli occhi di Agamben, colpevolmente, l’Italia sacrifica sull’altare della vita corrisponde – probabilmente con una gaffe non voluta – ai «rapporti sociali», che Agamben dovrebbe ben saper essere sempre storici e vigenti.

 

Vengono allora in mente i balli pubblici fatti dai sostenitori di Bolsonaro quando hanno dato manforte al loro presidente per denunciare il complotto internazionale sulla pandemia, oppure le prime posizioni assunte dai più volubili Trump e Boris Johnson, che hanno pensato di salvare la produzione economica – sì, esatto, «i rapporti sociali» – sull’altare della vita e del benessere pubblico, vale a dire sull’altare della comune umanità, lasciando indietro i deboli esclusi dalla comunità dei liberi. Lette in questo contesto, le parole di Agamben assumono un significato decisamente più comprensibile. Sarebbe un errore intenderle come frutto di una radicalizzazione, magari lodevole ma a oggi sconveniente, di un principio di libertà individuale. Corrispondono piuttosto a una difesa di quel «praticamente tutto» che non intende sacrificare: la propria posizione all’interno dei rapporti sociali vigenti come individuo proprietario, come persona sociale che gode di affetti e di tutto ciò che la società mette a sua disposizione. Questo individuo proprietario, la cui individuale umanità è pienamente realizzata, non è disposto a sacrificare la propria posizione per la difesa della vita, vale a dire ciò su cui solo può essere edificata e realizzata quella comune e universale.

Mi è capitato di leggere parole di sconforto di fronte alle esternazioni di Agmaben. Già la filosofia naviga in pessime acque, si dice, se in più facciamo questo genere di figure, è difficile rivendicare una posizione nel dibattito pubblico. Capisco, ma di nuovo, non credo sia questo punto. Quello che stiamo vivendo in relazione alla pandemia di coronavirus (a proposito, Agamben da che mi risulta è l’unico a chiamarlo «il virus corona», come fosse in nome proprio) non è quasi nemmeno il tempo della scienza. È piuttosto il tempo della pratica, della tecnica della medicina d’assalto che prova a mettere una pezza a un mondo che sembra essersi rotto male. E questo è un fatto di cui la filosofia deve prendere atto. Viene comodo in proposito chiamare in causa Hegel, o meglio l’atteggiamento che Johann Friedrich Herbart, per altri versi suo nemico, riconosceva in Hegel lodandone la peculiare forma di empirismo: l’umiltà di accogliere i dati del dibattito scientifico per quello che erano, senza la pretesa di insegnare alla scienza il suo mestiere.

 

Per ragioni che sfuggono alle sue intenzioni, Agamben ha fatto un buon servizio al pensiero filosofico. La crisi sanitaria che stiamo vivendo mostra nettamente una tendenza chiarificatrice, che è quella di estremizzare e rendere visibili le storture sociali. Mentre io lavoro in mondo smart dal salotto di casa, miei coetanei rischiano il contagio, costretti a lavorare spesso per pochi soldi. Le distinzioni sociali diventano evidenti, chiare e plastiche. E così lo diventano anche le tendenze sottese ai pensieri che le interpretano. Evidenza che forse mancava poco più di un anno fa quando, sempre sul suo blog ospitato dalla casa editrice Quodlibet, Giorgio Agamben prendeva le distanze dalla petizione pubblica in favore della legge sullo ius soli. «La patria», scriveva citando Francesco Nappo, «sarà quando tutti saremo stranieri», cioè quando saremo tutti sottratti a uno ius e non sottomessi a esso. Ma lo ius di cui si parlava in quel caso, e oggi lo si vede chiaramente, non era un’arma di aggressione, ma uno strumento di protezione della libertà e dei diritti di donne e uomini che ne erano privati.

 

Di fronte a una crisi umana e sanitaria come quella che stiamo vivendo la filosofia può allora conservare un compito. E questo compito è quello di assumere i dati che le arrivano e contribuire a fare chiarezza. Richiamando ancora Hegel, è la nottola di Minerva che deve farle da guida. A modo loro, anche le parole di Agamben hanno contribuito a fare chiarezza. Nella loro fossilizzazione su schemi di pensiero consolidati, sono state in grado di mostrare i limiti dei quali soffre, oggi, una corrente di pensiero che dalla seconda metà degli anni Settanta ha preteso di porre al centro del proprio progetto l’autonomia dell’individuo, assolutizzandolo. Appare chiaro, oggi, che il diritto e i decreti, e con essi lo stato, non sono per forza una limitazione della libertà individuale. A volte, come in questo momento, possono essere strumento di protezione e realizzazione della sua libertà. A patto, certo, di avere come obiettivo non un’astratta idea della propria individuale libertà di proprietario, ma la diffusione dell’uguaglianza tra gli uomini come universalizzazione della comune umanità.

51 thoughts on “Su Agamben e il contagio. Il ruolo della filosofia e la comune umanità

  1. “A patto, certo, di avere come obiettivo non un’astratta idea della propria individuale libertà di proprietario, ma la diffusione dell’uguaglianza tra gli uomini come universalizzazione della comune umanità.” (Farina)

    Se non è zuppa è pan bagnato: “l’eguaglianza tra gli uomini come universalizzazione della comune umanità” è un’idea altrettanto astratta di quella della “propria individuale libertà”. Volete criticare Agamben? Aiutatevi con Marx non sbandierando uguaglianza contro libertà. Non sono le parole che cambiano il mondo.

  2. “ Venerdì 11 dicembre 1998 – « [Abstand (intervallo, distanza). Giocando sul senso di questa parola, Benjamin pensa qui gli intervalli in un diario come intima struttura, insieme spaziale e temporale, del diario stesso.] » (Giorgio Agamben, Nota al testo, in Walter Benjamin, Metafisica della gioventù, cit.) “.

  3. “ 15 giugno 1987 – « Il carattere insieme casto e perverso, fantasmatico e cerimoniale di un rapporto amoroso che, pur restando dominato da un ideale di castità, non escludeva il tener, il baizar, l’abrassar, il manejar e implicava, come fase suprema, questa singolare prova (asag) che era la contemplazione della donna nuda. » (Giorgio Agamben, L’erotica dei trovatori, in «Prospettive Settanta», 1, 1975) “.

  4. “O, per usare un vocabolario desueto, che ciò che ci è più intimo e nutriente abbia la forma non della scienza e del dogma, ma della grazia e della testimonianza. L’arte di vivere è, in questo senso, la capacità di tenersi in armonica relazione con ciò che ci sfugge.”

    Giorgio Agamben, L’ultimo capitolo della fine del mondo, in Nudità, Nottetempo, Roma, 2009 p.162

  5. In questa polemica non vedo disponibilità al compromesso, sia da parte di Agamben, che disconosce la realtà dell’aspetto sanitario e enfatizza la realtà dello stato d’eccezione, sia da parte dei detrattori di Agamben, che vedono solo la realtà dell’aspetto sanitario e non dicono niente sulla realtà dello stato d’eccezione. È comprensibile, in frangenti critici oggettivamente estremi come l’attuale, una iniziale divaricazione e inconciliabilità delle posizioni, quello che deprime è il brutto sospetto che i contendenti facciano delle proprie idee, e in sostanza del merito della questione, solo un mezzo di identificazione e affermazione personale, anziché un tavolo di confronto e di ascolto.

  6. “La conoscenza acquisita a Eleusi poteva, dunque, essere espressa attraverso nomi, ma non attraverso proposizioni; la ‘ragazza indicibile’ poteva essere nominata, ma non detta. […] E, nel nome, aveva luogo qualcosa come un ‘toccare’ e un ‘vedere’.”

    Giorgio Agamben e Monica Ferrando, La ragazza indicibile. Mito e mistero di Kore, Electa, Milano 2010 p. 15

  7. Ascolta, Mario Farina, intanto nel salotto di casa faresti meglio a fare le pulizie…
    Ora, considera pure il fatto che oggi è bastata una circolare a privarci di un diritto costituzionalmente garantito da una riserva di legge rafforzata (v. art. 16 Cost.).

    Quello di Agamben è un mantra, con ogni suo limite.

  8. “- Non respiri!
    Non ero dal fotografo. Ero nel reparto di radiologia di Reykjavik. È il motto di ogni società ai suoi cittadini: ‘non respirare.’”

    Pascal Quignard, Les ombres errantes, Paris, Grasset, 2002 p. 25

  9. Che Nancy ne sappia davvero più di Agamben o Flores su come affrontare il CV ho molti dubbi. Quindi, lasciando da parte l’argomento scientifico sul quale ne sapremo di più tra qualche mese, il discorso di Agamben dal punto di vista biopolitico (what else…) non mi pare tanto sballato: le mute di persone bramose di chiudere tutti in casa (sempre senza sapere nulla di CV) appaiono davvero un maraviglioso esempio di controllo che il cittadino esercita su se stesso senza nemmeno (insomma quasi) che lo stato glielo chieda. Triste spettacolo. Colpito anche dal fatto che dal buon vecchio medium di stato, la tv, passino ciclici messaggi di repressione e rarissimi d’azione (donare o sequestrare gli opifici per respiratori e mascherine) o organizzazione (come proteggere specialmente i più deboli). D’altronde per ora i risultati degli stati “reprimenti”, Italia in testa, non sembrano grandiosi.
    Ultima cosa. Tra le tante analisi eco-antropologiche, ce ne sarà qualcuna che dica che l’Europa paga semplicemente la sua età media troppo avanzata e che forse non è tutta questa tragedia ? La tanto invocata Natura dev’essere sempre buona come sarebbe buona Heidi? Vedremo le conseguenze post-coronavirus (ah no, scusate il corona virus non morirà in aprile, quanto durerà dunque la clausura per avere un senso ?) ma qui la parabola, sul lungo termine, è che giovani e mediani siano i sacrificati. Come accade ormai da un buon ventennio. E se, come mi dicono alcuni, le fabbriche sono ancora aperte, e dunque gli operai continuano a essere esposti ben più del passante… confino sì, confino no, confino un caz.

  10. “E che cosa è una società che non ha altro valore che la sopravvivenza? (Agamben, Chiarimenti).
    Lo diceva già anche il vecchio Fritz: “Cani! Volete vivere in eterno?”
    Incredibile come posizioni apparentemente distanti finiscano per dire le stesse cose.

  11. “ Sabato 21 marzo 2020 – « Bene l’esercito se combatte un virus invece di fare la guerra », dice Zagrebelski. Questa notizia si intitola: « Non sparate sul pianista ». “.

  12. QUESTIONE EPOCALE. Quando il dito indica la luna, lo stolto guarda il dito….

    E’ DA DIRE che, nonostante “La veglia per Finnegan” (James Joyce), la “Storia notturna” (Carlo Ginzburg) continua: “Ulisse” prosegue il suo “folle volo” ancora nel mare eracliteo (“la stessa cosa sono Ade e Dioniso”)! E, nell’orizzonte cartesiano-heideggeriano, la traccia della “fanciulla straniera” è perduta e, con essa, ogni possibilità di distinguere tra “charitas” e “caritas” (“virus” e “virtus”, “Forza, Italia” e “Forza Italia”, ecc.)!!! Il tempo scorre … e Dante Alighieri è già oltre!
    Non è forse ora di svegliar-si e uscire fuori dall’ inferno epistemologico paolino-hegeliano e dallo “stato di eccezione” schmittico-agambeniano?! Non si è ancora capita la “battuta” di Ponzio Pilato (“Ecce Homo”), di Giuliano l’Apostata e di Keplero (“Vicisti, Galilaee”, 1610)?! Ennio Flaiano , nella sua “Autobiografia del Blu di Prussia”, così scrive: “L’ Amor che muove il sole e le altre stelle. Ecco un verso di Dante che vede oltre il telescopio di Galileo”! Che dire?! In tempi di “peste”, non è male ricordare Manzoni, i “Promessi sposi”, e la sua “ardua sentenza” su Napoleone. Credo che sia meglio, ora e subito (http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=5908), uscire dal let-argo! O no?!

    Federico La Sala

  13. @ Filou

    Anche che si possa tranquillamente accettare l’ecatombe dei vecchietti in nome di una Natura non edulcorata (a quando l’ecatombe dei disabili?), rimangono una serie di problemi che né lei né Agamben affrontate.
    Poiché in Europa (e immagino non solo) vale ancora il principio che chi sta male viene curato, anche che l’epidemia sia principalmente un problema di persone di una certa età, essa crea negli ospedali una situazione ingestibile che va a danno dell’intera collettività, oltre che situazioni esteticamente e emotivamente pesanti (l’esercito chiamato a smistare le bare perché non si sa più come fare; anziani, che comunque sono tuo padre o tua madre, che vengono inumati o cremati senza che si abbia nemmeno la possibilità di constatare se sono veramente morti, ecc.
    A fronte di questi fatti, l’osservazione vitalistica che “giovani e mediani sono i sacrificati” lascia un po’ perplessi.
    Altra cosa il discorso sulle fabbriche e altri luoghi di lavoro in cui i lavoratori sono esposti (a volte senza nessun reale motivo). Lì lei ha ragione: le misure adottate sono contraddittorie.

  14. @Elena Gramman
    Io non accetto l’ecatombe dei vecchietti. Io dico che tra le varie analisi eco-antropologiche (per fare in fretta) nessuno dice -ma tutti ci pensano-che l’Europa è un paese vecchio e in cui vecchi per altro sono tendenzialmente favorevoli al discorso liberista, ossia alle ineguaglianze, ossia allo statu quo. Di fatto, schiacciano giovani e mediani. La quarantena protegge soprattutto i ricchi -e vecchi. Forse è per questo che si danno tanto da fare mentre per emergenze, anche più gravi, non fanno nulla.
    In questo momento suona stridente ma quando si riparlerà del corona virus come reazione della natura agli squilibri umani, troverei strano non considerare tali contesti e contraddizioni.
    Sì, i poveri in fabbrica, a fare le pulizie o destinati al fallimento, i ricchi in videoconferenza. Le anime belle sono usate sapientemente dal capitale, ormai da qualche decennio.

  15. @ Filou
    Sì, infatti, più che accettare mi sembra che lei la auspichi, così i giovani e mediani non saranno più schiacciati. Una trasposizione di psicanalisi da due soldi in visione politica da un soldo e mezzo.
    Questa storia che non è poi così grave che i vecchi crepino perché tanto sono reazionari comincia a impensierirmi. Ho capito che l’umanesimo è agli sgoccioli, ma forse bisogna stare un po’ attenti a quello che si dice. (Inoltre non è vero che tutti lo pensano e nessuno lo dice. Lo pensano in pochi, ma quelli che lo pensano, come si vede, non hanno problemi a dirlo, né il capitale glielo impedisce).
    Che il corona virus sia una reazione della natura agli squilibri umani è una pura ipotesi basata sui sensi di colpa, come quando si diceva che è un castigo di Dio. Pandemie e epidemie con effetti disastrosi esistono da ben prima che si possa parlare di squilibri umani – a meno che lei non consideri l’esistenza stessa della specie umana come uno squilibrio – e posso anche essere d’accordo, ma allora serve un rimedio molto più radicale.
    L’ipotesi che “forse è per questo che si danno tanto da fare” mi sembra pura fantapolitica. Le faccio inoltre notare che i governi che proponevano di non fare nulla e lasciare che la natura faccia il suo corso (che è sostanzialmente la proposta di Agamben) sono precisamente i più neoliberisti.
    Occhio: un filou è uno stereotipo tanto quanto un’anima bella.

  16. “ Venerdì 1 ottobre 2001 – Chi ci difenderà dalla politica?, si è chiesto una volta Berardinelli. Già. Sarebbe forse meglio dire: chi ci difenderà dalla democrazia? Che non è più quella di un tempo. (Quella di un tempo aveva l’accortezza di farsi i cazzi propri, salvo essere attaccata alla grande, p. e. il nazismo. Questa va sfruculiando il mondo in lungo e largo, ma senza essere un vero imperialismo, un imperialismo comme il faut. La globalizzazione è una specie di malattia globale, di epidemia, di peste. Come l’informazione. Già: chi ci difenderà dall’informazione – cioè dai giornalisti?) “.

  17. Filou, un mirabile esempio di Marinettismo d’altri tempi che dimostra la catastrofica ed irrimediabile ignoranza scientifica di questo Paese di azzeccagarbugli ed esperti di latinorum… Ma tant’è, il sistema fiscale e sanitario (attraverso i quali si mediano o dovrebbero mediare un tempo le differenze sociali, oggi le monadi sociali) deve sobbarcarsi anche di questi soggetti da blog filosofico. Comico, ma Marinetti e la sua selezione dei più forti con la guerra era cosa più divertente e letteraria. Spero tu non e parenti non dobbiate pesare sul SSN che già è ingolfato bene.

  18. @ Andrea Quanta rabbia! Marinetti ? No, guardi, i politici che lei ha probabilmente votato (vuole dirmeli? si confessi!) ci ripetono la stessa cosa ma con più ipocrisia: sopravviva il più forte. Forse lei era distratto a leggere l’assedio di Adrianopoli . Comunque, come ha mostrato Picketty, le guerre sono state i grandi fattori di riequilibrato sociali del XX secolo non certo le animule blandule manipulandule.
    @ Elena Gramman. Senso di colpa nell’associare Corona Virus e reazione di un’ ipotetica Natura ? Quindi se si sciolgono i ghiacci e NY sprofonda potrò berciare contro quelli che dicono la Natura si vendica ? Oppure la Natura agisce secondo le direttive delle animule ? Vi parla la notte dei suoi desii e frustrazioni ?
    I governi più liberisti ? Quali sarebbero i governi più liberisti ? Non mi dica che Johnson è più liberista della Merkel, Macron o Junker! Il Lussemburgo è terzo (terzo, il Lussemburgo!) partner commerciale della Germania: non credo elaborino un welfare in comune a favore degli operai italiani o romeni.
    Io non sono per nulla Filou. Anzi, ho sempre detto che i programmi budgetari UE non facevano che riflettere una visione dell’umano come materia da usare ed eliminare -bed managing è il nome in tali programmi per non lasciare UN SOLO LETTO VUOTO IN OSPEDALE . Non so se voi due facevate lo stesso. Non so perché ma vi immagino impegnati in qualche altra nobile causa senza effetto (quasi cit.). Contento di sbagliarmi.

  19. @ Filou (o no?)
    In quello che lei scrive non si capisce un accidente, a parte che c’è dentro il mondo ben rimescolato.
    (es. Io non ho detto che il senso di colpa nei confronti della natura non sia giustificato. Ho detto che nulla (ma proprio nulla) prova che i nostri misfatti nei confronti della natura siano all’origine del corona virus.)
    Animula sarà lei, e non vedo perché deve fare ipotesi sprezzanti su quello che io o altri stavamo facendo.
    Buona giornata

  20. “Il corpo di Pulcinella non è più, come nella metafisica occidentale, il presupposto animale dell’uomo. Egli spezza la falsa articolazione fra il semplicemente vivente e l’umano, fra il corpo e il logos. La macchina antropologica dell’Occidente si è qui inceppata. Per questo il suo corpo – ilare e, insieme, deforme, né propriamente umano né veramente animale – è così difficile da definire.”

    Giorgio Agamben, Pulcinella, ovvero divertimento per li regazzi, Nottetempo, Roma, 2015 p. 126

  21. @Elena Grammann
    Prove, forse, non proprio, ma fondati sospetti “che i nostri misfatti nei confronti della natura siano all’origine del coronavirus”, sì. Su “La lettura” di oggi c’è un intervista a David Quammen, autore di “Spillover”, pubblicato da Adelphi due anni fa, che parla proprio di questo. Io il libro non l’ho ancora letto ma l’intervists sì, ed è piuttosto illuminante.

  22. @Elena Gramman. Non volevo offenderla, sono impulsivo prima di tutto nel lessico.. Mi scuso se l’ho fatto. Ma ho ravvivato il dibattito, o no? Di questo dovrebbe rallegrarsi.
    1Mi ha irritato un po’ l’innalzamento (implicito) di Nancy a qualcuno che della materia ne sappia più di Agamben e Flores
    2 Mi pare evidente che un virus che comincia nelle fabbriche del nostro mondo per poi spostarsi qui e colpire la sua parte se non più consumatrice, statisticamente più ricca -e anche simbolo della nostra natura di “vecchio” continente -, abbia una sua forza simbolica innegabile. Questo non significa che voglia che i vecchi muoiano, come Picketty non vuole dire che si debba fare un’altra guerra quando constata che sono stati le grandi equilibratrici sociali del XX secolo.
    3 Chiusi in casa e sentirsi per questo tra i giusti mentre gli operai continuano a lavorare mi sembra un’aberrazione e simbolo di tutto una certa visione “Dem” del mondo.
    Filou et pas Filou. Credo nell’ambiguità

  23. @Filou
    (1. Perché mette Agamben insieme a Flores? Flores bastona Agamben a sangue: http://temi.repubblica.it/micromega-online/filosofia-e-virus-le-farneticazioni-di-giorgio-agamben/, e Farina dice semplicemente che Nancy, nella sua critica a Agamben, è meno rude e grezzo di Flores.)
    2. Il punto è proprio la “forza simbolica”. . La forza simbolica, il simbolo, sono nella narrazione. La realtà nuda e cruda non è né simbolica né non simbolica, non è proprio niente. La realtà è un fatto contro il quale ci si scontra, generalmente fino a morirne – cosa che, sempre generalmente, si cerca di evitare il più a lungo possibile. Retroflettere le narrazioni, come se la realtà si comportasse proprio così, secondo me è scorretto e pericoloso. Credo che sia necessario tenere il più distinte possibile realtà e letteratura, filosofia e letteratura – salvo restando tutti i meriti della letteratura nel campo proprio.
    Aggiungo che questo tipo di confusione mi sembra particolarmente perniciosa in un momento in cui tutta una parte di intellighenzia, delusa dal crollo dei socialismi reali, è animata da un odio feroce e in questa intensità credo mai visto nei confronti delle società variamente liberiste. Ogni crisi viene vista come l’attesa apocalisse che farà finalmente crollare l’odiato sistema. Gli andrebbero bene anche le uova di Alien o un asteroide. Questo mi rende un po’ scettica nei confronti di un certo tipo di analisi. Poi, dopo questa crisi qualcosa cambierà senz’altro (lo dice anche Salvini, no, che dopo l’emergenza molte cose devono cambiare :-) ). Ma negare la crisi come fa Agamben per perpetuare il suo sistema non mi sembra da furbi.
    3. Io sono chiusa in casa perché faccio l’insegnante e il sistema mi permette/impone la didattica a distanza, che ritengo in questa situazione un sacrosanto dovere. Ma non mi sento tra i giusti (perché?) e sono solidale non solo con gli operai, ma con le cassiere, le donne delle pulizie, le farmaciste (quasi tutte donne), alle quali i datori di lavoro non forniscono nemmeno le mascherine, per non parlare dei divisori di plexiglas. Capisco però anche che ci si sia andati piano a chiudere le fabbriche, perché, passata l’emergenza, a sessanta milioni di italiani bisognerà poi dare da mangiare. Da chi ci arriverà stavolta il piano Marshall? Dalla Cina? Perché no.
    Il mondo è ambiguo, sono d’accordo con lei.

  24. https://flaneurotic.com/2020/03/11/stati-deccezionale-stupidita/
    dove fra l’altro si parla di “uno stile di pensiero condiviso, una tradizione culturale consolidata, quella per cui le interpretazioni precedono i fatti e la realtà è solo un testo col quale giocare. Nel corso del tempo questa cultura ha inquinato la critica dell’esistente, è filtrata a sinistra contemporaneamente al declino del marxismo, generando tutta una serie di imposture intellettuali, pantomime politiche, gerghi astrusi e mode filosofiche. Niente di serio, niente di piacevole, comunque niente che possa interessare noi non-specialisti, sempre che non ci vada di mezzo la salute delle persone. È troppo chiedere di mettere da parte i balocchi, di piantarla con le cazzate, almeno finché l’epidemia non inizierà a scemare?”

  25. Intervengo per precisare alcuni aspetti del mio articolo che, complice la stesura, rischiano di essere fraintesi. Anzitutto, ringrazio a questo dibattito per alcuni interventi che ritengo molto stimolanti. Credo che, su un punto, vada fatta chiarezza: non ho inteso schierarmi dalla parte delle decisioni dei governo e non ho inteso difendere i singoli decreti sulle singole scelte politiche, e giuridiche. Ho inteso smontare quello che ritengo essere un pregiudizio rinvenibile nelle parole di Agamben, vale a dire l’idea che lo stato di eccezione sia stato in qualche senso creato ad arte per esercitare il potere e la conclusione che questa idea si porta dietro, ossia il principio per cui, oggi, esista un potere che abbia bisogno di utilizzare stati d’eccezione per governare. Ritengo che questi pregiudizi risalgano da una assolutizzazione delle condizioni storiche e sociali degli anni Settanta, quando effettivamente esisteva uno scontro sociale aperto e acceso, nel contesto del quale correnti di pensiero pur lontane tra loro (penso all’Autonomia, ai residui dell’esistenzialismo e al foucaultismo specie italiano) hanno cristallizzato l’immagine dello stato come gestore coatto e repressivo della libertà. Di fronte a questo, sono state dimenticate le grandi esperienze di qui popoli (per lo più, di origine coloniale) che invece hanno usato proprio gli strumenti dello stato per emanciparsi, a dimostrazione che gli assetti del potere vanno sempre considerati storicamente e non assolutizzati. Oggi, ad esempio, lo stato ha – o quantomeno, ha la possibilità – di svolgere una funzione protettiva nei confronti delle classi subalterne. Lo fa, o lo può fare, proteggendo i lavoratori da chi li vorrebbe al lavoro senza possibilità di scelta, ad esempio. Credo che in Agamben vi sia la tendenza a fissare, schematicamente, una distinzione stra “nuda vita” e “vita piena”, la cui coerenza tende a perdere consistenza alla prova storica dei fatti. Perché la piena vita di cui parla assomiglia, almeno nelle sue parole di questi giorni, a uno status contingente di individuo proprietario, goditore di beni e di affetti, nel quale si trova; cioè, tende ad assomigliare all’assolutizzazione – o come avrebbe detto Marx, alla naturalizzazione – dello stato di cose presente.

  26. Si dice che le misure estreme e radicali prese ormai da buona parte dei governi del mondo, che la limitazione delle libertà più elementari, è pienamente giustifiata da un’epidemia di ampie proporzioni che incombe e dialaga per contagio a livello esponenziale e che non è il caso di fare le bizze e scalpitare come i bambini perché non possiamo più andare a prendere l’aperitivo con gli amici. Se ciò è vero, non capisco quindi la riluttanza quasi unanime a definire questa una condizione eccezionale come eccezionali d’altro canto sono state le misure del governo, a fronte dell’imperverersare della pandemia. Non capisco allora, dott. Farina, tutto questo arricciare il naso, obtorto collo, se non persino bandire dal consorzio umano, chiunque parli di “stato d’eccezione”. Io che ho sicuramente qualche annetto più di lei, posso assicurarle che una situazione del genere, malgrado tutte le emergenze che si sono susseguite in Italia almeno dalla seconda metà degli anni settanta, non l’avevamo mai vista. Questo, almeno, lo si potrà riconoscere. Non è forse questa un’eccezione, nel senso letterale della parola? Non dobbiamo neppure trascurare che quando si parla di emergenza, non si intende la causa effettiva che l’ha provocata, il pericolo reale, ma le disposizioni politiche che sono state impiegate per affrontarla. Gli stessi media mainstream non hanno fatto altro, fin dall’insorgenza dell’epidemia, quando nessuno aveva ancora in chiaro le sue proporzioni, che alimentare questa confusione tra la dimensione medico-sanitaria e quella politica, tra pericolo epdemiologico e misure di emergenza prese dal potere politico a fronte del pericolo. Diventa allora lecito insinuare il sospetto, come fa Agamben, al di là del complottismo paranoico, perché non è di questo che si tratta se avete davvero letto i suoi libri, che come si è fatto uso del pericolo terroristico, per creare uno stato d’emergenza e intensificare a livello parossistico i dispositivi di controllo poliziesco, si possa oggi, senza perciò pensare a disegni e panificazioni occulte, fomentare una paura che riguarda la vita biologica di ciascuno e strumentalizzare pertanto questa epidemia con ancora maggiore efficacia di quanto non si sia fatto col terrorismo. Che si possa cioè sfruttare questa occasione in atto per intensificare le forme di controllo e sperimentare una inedita forma di disciplinamento dei corpi.

  27. @Nicola Bucci
    Ma francamente, lei riesce seriamente a immaginare Conte, Di Maio e Speranza che si dicono: bene dai, adesso ne approfittiamo proprio “per intensificare le forme di controllo e sperimentare una inedita forma di disciplinamento dei corpi”. Ci riesce?

  28. @ Angelo

    Sì, anche a me Conte, Di Maio e Speranza fanno un pochino ridere. E tuttavia penso che le vie del disciplinamento sono infinite: “ 13 gennaio 1983 – « Si osservano invece dei fenomeni tipici dei nostri giorni. Come l’esplosione cromatica dovuta all’uso delle giacche a vento, dei piumini, delle salopette, ormai usate ubiquitariamente e non più soltanto sui campi da sci, che hanno completamente trasformato il grigiore del panorama metropolitano di anni addietro. » (L’estetica applicata alla vita quotidiana // Una disciplina che non è più « analisi del bello », in «Corriere della Sera», 13 gennaio 1983) “.

  29. @ Angelo
    Lei non capisce, lei è ancora nel fraintendimento. Conte, Di Maio &co sono gli agenti ingenui e inconsapevoli del PPPPotere (mi raccomando la plosiva), che ha letto Foucault, si è convinto, e sta andando in loop col controllo dei corpi.
    Scherzi a parte, quelli che dicono che “si è fatto uso del pericolo terroristico, per creare uno stato d’emergenza e intensificare a livello parossistico i dispositivi di controllo poliziesco”:
    1) avevano altre idee per far fronte al pericolo terroristico (a parte dire che non esiste, che è una nostra creazione culturale (Baudrillard) ecc.)?
    2) cos’è che gli dà tanto fastidio nelle telecamere di sorveglianza nei luoghi pubblici? hanno paura di essere ripresi mentre si mettono le dita nel naso? Pensano che ci sia qualcuno che si mette lì di notte e visiona sogghignando tutti i filmati?

    E’ la famosa scelta fra una libertà più estesa (sostanzialmente impossibile nelle attuali società di massa) con meno sicurezza, e una libertà meno estesa ma compensata da una maggiore sicurezza. Non è una scelta ovvia come sembra farla Nicola Bucci, soprattutto se si considera che il primo compito dello stato è proteggere i suoi cittadini.

    Se ci sono stati che combattono massicciamente e validamente le epidemie con metodi polizieschi possibili a partire da una tecnologia già sviluppata (il che la dice lunga sugli obiettivi di quei sistemi a prescindere dalle epidemie), se ce ne sono altri che approfittano dell’emergenza come di una scorciatoia per affermare una dittatura che era già nei loro programmi, non credo che questo debba valere in ogni caso e per ogni stato. Non credo che ci sia nulla di automatico e necessario in questo tipo di reazioni e di sviluppi.

  30. “È bene non dimenticare che i primi campi di concentramento in Germania non furono opera del regime nazista, bensì dei governi socialdemocratici, che non soltanto nel 1923, dopo la proclamazione dello stato di eccezione, internarono sulla base della Schutzhaft migliaia di militanti comunisti, ma crearono anche a Cottbus- Sielow un Konzentrationslager für Auslander che ospitava soprattutto profughi ebrei orientali e che può, pertanto, essere considerato il primo campo per gli ebrei del nostro secolo (anche se, ovviamente, non si trattava di un campo di sterminio).
    Il fondamento giuridico della Schutzhaft era la proclamazione dello stato di assedio o dello stato di eccezione, con la corrispondente sospensione degli articoli della costituzione tedesca che garantivano le libertà personali. L’art. 48 della costituzione di Weimar recitava, infatti: «Il presidente del Reich può, quando la sicurezza pubblica e l’ordine siano gravemente disturbati o minacciati, prendere le decisioni necessarie per il ristabilimento della sicurezza pubblica, in caso di bisogno con l’ausilio delle forze armate […] » Dal 1919 al 1924, i governi di Weimar proclamarono più volte lo stato di eccezione, che si protrasse, in qualche caso, fino a cinque mesi (ad esempio, dal settembre 1923 fino al febbraio 1924). Quando i nazisti presero il potere e, il 28 febbraio 1933, emanarono il Verordnung zum Schutz von Volk und Staat, che sospendeva a tempo indeterminato gli articoli della costituzione che concernevano la libertà personale, la libertà di espressione e di riunione, l’inviolabilità del domicilio e il segreto epistolare e telefonico, essi non facevano, in questo senso, che seguire una prassi consolidata dei governi precedenti”.

    Giorgio Agamben Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Einaudi, Torino, 1995 pp. 186-7

  31. Non credo che rimarcare il fatto che l’uomo contemporaneo sia disposto a rinunciuare alle proprie libertà in nome della salute e alla protezione della propria vita biologica sia un’osservazione così peregrina né un delirio. Già da tempo immemorabile cediamo le nostre libertà in cambio di protezione. Protego ergo obligo, era la formula del Leviatano che all’insorgenza dello Stato moderno poneva le condizioni trascendentali della sua possibilità o necessità. L’ideologia securitaria ha una storia antica e si basa sulla paura come Stimmung fondamentale della politica. Ma Hobbes almeno sapeva una cosa che in haec vita plena securitas non espectanda est; Esercitare sospetto verso certa ideologia e sulle sue narrazioni non e’ dietrologia o complottismo. Basta quindi con queste pseudocategorie psicologiche, perche’ nessuno vede complotti, nessuno si richiama né a Spectre né al tradizionale concetto di Arcana Imperii sotto il profilo soggettivo ma pone il problema a livello sistemico e oggettivo, esercita sospetto circa una tendenza del nuovo nomos e a un paradigma insorgente, anche se ha antiche premesse come ci ha insegnato il metodo archeologico del “filosofo romano”. Ma non è questo né il luogo né l’occasione per dispute accademiche. Le considerazioni sicuramente precoci e un po’ frettolose di Agamben, forse perché appunto dettate dall’urgenza, in primis avanzano dubbi, in questo senso veramente solidali con la buona tradizione del pensiero critico, su una qualunque forma di politica emergenziale e soprattutto nell’attuale declinazione medico-sanitaria, dubbi sulla medicalizzazione della politica e sulla politicizzazione della medicina che non riguardano solo il presente ma anche il futuro del dopo-emergenza (chi vivrà vedrà, ma se si ha un po’ di senno credo siano facilmente prevedibili). Anche questa è una vecchia storia che comincia con Johan Peter Frank (1745-821) che istituissce la Medicinische Polizei, come arte della difesa che protegge gli uomini contro le conseguenze nefaste dei grandi sovraffollamenti” e la cui novità, come ha osservato con acume Ellenio Cicchini, come lo stesso Farina un autore pubblicato da Quodlibet:“è che esso non si limita più ad agire in periodi di epidemia, ma contribuisce a “favorire” in ogni tempo dei cambiamenti sul regime di vita quotidiano delle persone”. Non è evidentemente in questione il virus come tale, né la sua virulenza né la sua letalità, ma quello “stato medicale” di cui parlava appunto Foucault come intersezione tra politica e medicina che trova nell’emergenza securitaruia il proprio paradigma: E se Foucault non vi sta simpatico, e oggi meno che mai grazie alle esternazioni di Agamben, quardate le critiche rivolte alla medicina contemporanea e all’ossessione per la prevenzione basata su dati statistici di Ivan Illic, Non sto parlando beninteso di un disegno o di un piano occulto ma di un experimentum politico che a prescindere dalla eziologia della malattia tenta di misurare tutta l’efficacia di una forma inedita di politica emergenziale che antepone a tutto la difesa della salute e la protezione da ogni rischio che provenga dalla vita sociale, dal contatto con gli altri, instaurando appunto una forma di “distanziamento sociale”. Non temo quindi un ritorno al fascismo, e, ripeto, non credo che le responsabilitè siano soggettive, credo che questo non riguardi né Conte né chiunque altro, ma qualcosa come un movimento di mondo, una svolta storico-epocale che investe l’ethos contemporaneo sebbene riabiliti la formula del “come arte della difesa che protegge gli uomini contro le conseguenze nefaste dei grandi sovraffollamenti”: Il monito di Agamben è che si instauri una condizione in cui in nome della salvaguardia della vita biologica ciascuno sia disposto al sacrificio di ogni vita sociale, che comunque va tenuta a debita distanza, in quanto fonte prima di ogni rischio e di ogni minaccia. Possiamo confidare nella rete, nello smart-working, che in molte delle attività produttive può facilmente sostituire la prestazione di presenza sul luogo di lavoro, anche nelle scuole e negli atenei chiusi, perché evitando prossimità e contatto il telelavoro è l’unica forma di comunicazione senza contagio. Siamo in comune, grazie alle “inter-connessioni” tecnologtiche, ma a distanza, senza esporci ad altri o che altri corpi siano esposti a noi. Quel che dovremmo temere è che le forme di controllo sulle forme di vita che oggi stiamo sperimentando nella dimensione più estrema, che sono eccezionali ma temporanee e provvisorie, possano diventare domani una prassi ordinaria, in nome della necessità di prevenzione rispetto ad ogni possibile indeterminata minaccia che viene dal nostro stesso essere al mondo, quindi dal rischio a cui siamo esposti per il fatto stesso che usciamo di casa, camminiamo per le strade e parliamo con la gente, insomma per il fatto stesso che ci siamo e ciò ci espone senza riparo all’indeterminato possibile in cui ciascuna vita è sospesa. Mi viene in mente, al riguardo, quel geniale frammento di Kafka: “non essere ancora nati e già costretti a camminare per le strade e a parlare con la gente”.

  32. Le derive autoritarie mi preoccupano molto, tuttavia, come altri hanno già scritto, non è che sia automatico che in tutti i paesi si prenda l’epidemia come occasione per cancellare la democrazia. Orban ha colto la palla al balzo, ma forse ne avrebbe trovata un’altra nel giro di poco tempo e forse non è detto che ce la farà ad andare a fondo con i suoi piani.
    Anche le derive securitarie, che sono un po’ meno pericolose di quelle autoritarie, mi preoccupano non poco, come mi preoccupa lo spirito delatorio che si è impadronito di non pochi italiani, tuttavia nel discorso di Agamben ci sono troppe cose che non stanno in piedi e che mi fanno dire che Agamben non ha reso un buon servizio al pensiero filosofico, se non, come dice Farina, proprio perché le sue parole ci hanno fatto capire quanto un certo tipo di analisi sia inadeguato. Prima di tutto, dal punto di vista medico ciò che ha scritto è insensato. Non è un dettaglio, se sei un filosofo punto di riferimento per tanti (ma anche se non lo sei per nessuno) non puoi fare un ragionamento a partire da un argomento – l’epidemia – che tratti con una grossolanità sconcertante. L’aneddoto che Jean-Luc Nancy ha riportato su Agamben che gli sconsigliò di sottoporsi a un intervento chirurgico che gli salvò la vita non possiamo prenderlo come, appunto, un semplice aneddoto o addirittura un pettegolezzo, esso mostra in maniera lampante come, di fronte alla realtà, se questa non si accorda con la teoria del filosofo, Agamben dica che è la realtà a sbagliarsi. In uno dei suoi interventi sulla pandemia Agamben ha tirato in ballo La storia della colonna infame, ma io, manzonianamente, paragonerei Agamben a don Ferrante.
    Dice poi Agamben in chiusura del suo secondo pezzo che “è difficile non pensare che la situazione che esse [le disposizioni del governo] creano è esattamente quella che chi ci governa ha più volte cercato di realizzare: che si chiudano una buona volta le università e le scuole e si facciano lezioni solo on line, che si smetta di riunirsi e di parlare per ragioni politiche o culturali e ci si scambino soltanto messaggi digitali, che ovunque è possibile le macchine sostituiscano ogni contatto – ogni contagio – fra gli esseri umani”. A parte che mi viene subito da ironizzare sulle classi affollate di alunni stipati in classi microscopiche in cui mi trovavo fino al 21 febbraio a lavorare – altro che assenza di contatti e di contagi! -, la domanda potrebbe essere “cui prodest?”
    Voglio dire: Zoom che realizza un software per videoconferenze sta sicuramente beneficiando della situazione, Amazon , forse, ma dovremmo aspettare i risultati della trimestrale per capirlo; Google, forse, ma forse anche no: quanto guadagna Google dalle inserzioni sulle mappe? A cosa servono adesso le inserzioni se tutti stanno a casa?
    La macchina economica globale si basa in gran parte anche sul movimento delle persone, persone che si muovono e si spostano creano più lavoro e maggior movimento di denaro. Io penso che Agamben non abbia davvero risposto alla domanda “cui prodest”, se non con un’astrazione esistente nella sua testa e, come scrive Farina, legata a un’altra epoca storica.

  33. Se una tendenza che esiste da diverso tempo – indipendentemente dagli stati di eccezione – verso un’individualismo sempre più marcato accompagnato da un’identità che lo è sempre di meno , e il concomitante svanire a vista d’occhio di reali collettività ci porti verso fenomeni inquietanti genere hikikomori o verso altre forme di organizzazione delle nostre esistenze, non lo sappiamo.
    Detto questo, gli allarmi di Agamben soffrono secondo me della fallacia della brutta china: se in seguito a un’emergenza sanitaria (che lo stesso Agamben aveva decisamente sottostimato, dimostrandosi almeno in questo cattivo profeta) viene instaurato uno stato di eccezione, allora questo stato d’eccezione è sicuramente destinato a eternizzarsi in parte o in toto.
    Da un punto di vista logico questa è una fallacia. A Agamben però non interessa, perché non lavora con la logica ma con l’analogia, che è il pratico sistema che permette di fare di ogni erba un fascio.

  34. Per riprendere ciò che dicevo in chiusura del mio precedente intervento, citando Kafka. Che cosa mi preoccupa? Mi preoccupa che si instauri un nuovo ethos, una nuova abitudine e sappiamo, come diceva Leopardi, che solo l’uomo è capace di abitudini (rispetto agli animali che sono dotati di istinti specializzati, l’uomo è sprovveduto biologicamente e perciò deve compensare questa sprovvedutezza mediante il linguaggio). C’è da temere pertanto che la “claustrofilia” a cui Elvio Fachinelli ha dedicato un libro in tutti i sensi esemplare possa diventare collettiva. Prendersi cura di fronte all’irreparabile porta necessariamente a questo comportamento paranoico. Già da lungo tempo ormai ci eravamo infatti abituati a vivere in una condizione di emergenza permanente ma questa lunga quarantena ci ha messo di fronte a una dimensione inedita mai vista prima che evidentemente investe le nostre forme di vita e i nostri rapporti col mondo. A proposito di negazionismo, questa è un’evidenza che non possiamo misconoscere. Ci stiamo abituando a questa forma di claustrofilia che, fino all’altro ieri, era un tratto patologico che colpiva eccezionalmente solo certi individui e che oggi rischia appunto di diventare un comportamento collettivo, di massa. Che il nostro bisogno di protezione in un mondo interconnesso in cui l’eccezione è diventata la regola (non lo dice Agamben ma appunto Nancy nella sua replica) non abbia più bisogno né di ingiunzioni, né di coercizioni e tantomeno di sanzioni per diventare un comportamento comune e universalmente accettato. Che il “Noli me tangere” su cui si fonda l’attuale provvisorio e temporale “distanziamento sociale” diventi un’abitudine o addirittura un imperativo morale e giuridico, come di fatto lo è attualmente, è una probabilità eventuale non una certezza scientifica, come ci ha insegnato in questi ultimi tempi il dogmatismo scientista di ritorno che, secondo le puntuali sservazioni di Donatella Di Cesare, è l’esatto contrario della scienza in senso galileiano. Ho detto rischia di diventare, è possibile che diventi, non ho affermato che sia o sarà necessariamente tale, in buona parte dipenderà da noi. Comunque vada sono certo però che nulla tornerà come prima, sarebbe assurdo, ma forse, senza slanci ingiustificatamente ottimistici, meglio così. E questa non è una petitio principii, dello stesso tipo della professione di fede. Credo quia absurdum. Con ciò non intendo dire, beninteso, che le attuali restrizioni continueranno oltre l’emergenza – il cui tempo resta purtuttavia indeterminato, incessantemente riaggiornato e procrasinato, letteralmente sospeso – perché nessun governo democratico lo può ragionevolmente imporre. Non è questo il punto. La logica, vorrei in questo senso brevemente rispondere alla signora Elena Grammann, è analitica, kantianamente parlando, prescinde dai fatti, che ci sono dati sempre e soltanto mercè la sensibilità, ma per se stessa è vuota di deno tazione perché è priva di oggetto. Per giunta, all’esatto contrario, l’etica e la politica non possono tradursi in una conoscenza universale e necessaria perché esse non riguardano i fatti che il linguaggio può solo descrivere, ma la possibilità del il possibile. Sotto il profilo logico la modalità del possibile ci dice che qualcosa può essere soltanto se può “non” essere – e questa non è una disgiunzione né una congiunzione ma una vera e propria implicazione. Perciò, diceva Aristotele, i giudizi sul possibile e il contingente sono indecidibili e tautologici, si sottraggono ai valori di verità del discorso apofantico. E’ per tale ragione che Aristotele, a riguardo dell’etica e della ploitica, non parla di episteme ma di phronesis, di avvedutezza mondana che nulla ha a che fare con una verità scientifica. Al contrario, in certi ragionamenti che ho sentito mi pare che accada quel che afferma Sergio Benvenuto, in un articolo recente pubblicato su questo blog:“Le cose a cui non sappiamo di credere sono più forti delle credenze consce.”
    Sulla questione del qui prodest, sollevata da Angelo, voglio solo dire che a volte non è immediatamente facile comprendere il fine partendo da una razionalità tecnico-strumentale perché il dominio della politica, soprattutto quella ipermoderna, non appare legato banalmente alle categorie mezzo-fine (per questo che siano stati fraintesi i miei interventi, attribuendo al potere una volontà soggettiva orientata a un fine, ma può essere che io mi sia espresso male). Forse ciò riguarda anche la produzione sociale post-fordista in cui il lavoro è performativo e ha dimesso la sua classica figura teleologica. Per fortuna c’è lo smart working e questa è una buona occasione per misurare tutte le virtù del telelavoro e emanciparsi una buona volta dal pregiudizio che il lavoro sia prestazione di presenza, insomma timbrare il cartellino, che fino all’altro ieri sembrava un imperativo tanto superfluo quanto inviolabile. Si lavora agilmente da casa, ma si lavora sempre, non c’è più alcuna distinzione tra tempo libero e tempo di lavoro e, come aveva scritto Marx nel frammento sulle macchine dei Grundrisse, il tempo di lavoro, “la giornata lavorativa” come spartiacque tra plusvalore relativo e plusvalore assoluto, come criterio di valorizzazione della merce forza-lavoro, diventa “una base miserabile”. Che bisogno c’è di muoversi fisicamente e freneticamente nello spazio, come i pendolari di ieri di oggi, se il “villaggio globale” o il grande spazio “interconnesso” ha ormai eliminato ogni distanza, come già scriveva Benjamin nel 1936.

  35. La logica riguarda la correttezza del pensiero, indipendentemente dai suoi contenuti. Posso benissimo commettere errori di logica, cioè di pensiero, a proposito di oggetti “possibili” come la politica o l’etica. Un esempio è la famosa affermazione di Fanfani: “Se passa la legge sul divorzio vostra moglie vi lascerà per scappare con qualche ragazzina”. Indipendentemente da quello che accadrà o non accadrà, questa è un’affermazione fallace, è la fallacia logica detta della brutta china.
    Naturalmente chiunque può fare ipotesi sul futuro, ma per favore le presenti come ipotesi e non con la fastidiosa sicumera del veggente cieco.
    La frase di Sergio Benvenuto da lei citata, “Le cose a cui non sappiamo di credere sono più forti delle credenze consce”, bell’esempio di letteratura, se vale qualcosa vale naturalmente per tutti, lei e Agamben compresi.

  36. @ Nicola Bucci
    Il refuso si fa perdonare, anche perché ci dà da pensare. Infatti io credo che il prodest, il vantaggio, il profitto sia soprattutto nel senso del ” qui “, cioè dello spazio. In quanto al tempo, fino a prova contraria, è da considerare perduto.

  37. @ Nicola Bucci
    Quindi, cercando di sintetizzare e chiarire, lei praticamente ha paura di qualcosa che 1) non sarebbe deciso intenzionalmente da nessuno (“non sto parlando di un disegno o di un piano”) e 2) non servirebbe a niente (in quanto “non banalmente legato alle categorie mezzo/fine”). Bene. Perciò, tenendo presente anche che, come lei stesso ammette molto ragionevolmente, non c’è motivo di temere che le misure di restrizione vengano procrastinate oltre l’emergenza, l’unico vero pericolo è che ci prendiamo gusto, a stare in casa, e che quando ci diranno “potete uscire” nessuno lo faccia. Boh, è certamente vero che siamo animali abitudinari, ma che due mesi di stato d’eccezione siano sufficienti a modificare le abitudini consolidatesi in (almeno) alcune decine di migliaia di anni mi sembra poco “saggio” (in senso aristotelico) crederlo. Io francamente trovo molto più ragionevolmente saggio aver paura di contagiarsi (e di contagiare qualcun altro: su quest’ultimo punto, già più volte ricordato in questa discussione, mi sembra che voi “agambeniani” continuiate a tacere).
    Ah, e sulla faccenda della logica, che è vuota priva di connessione con la realtà ecc.: sì, certo, la logica non è sufficiente per dire qualcosa di vero o anche solo di sensato sulla realtà: però necessaria sì…

  38. Non voglio insistere ma lo logica modale non riguarda la modalità statistica, l’eventualità che qualcosa accada o non accada, come ha ribadito il grande logico finnico Jakko Hintikkita, ma la struttura ancipite del possibile, perché, come obiettava Aristotele all’argomento vittorioso di Diodoro Crono e dei Megarici, qualcosa può essere solo se può non essere. In caso contrario il possibile sarebbe necesario, o comunque ineluttabilmente attuale. Questa possibilità modale che esprime la forma logica del possibile è intransitiva – non implica un transito dalla potenza all’atto ‘ ma è simultanea e coestensiva – a proposito di spazio-tempo – a ogni stato di cose attuali. Quindi non concerne il futuro, ma il” non piuttosto”, ouden mallon degli stoici, che si incunea come un puro differenziale nella pretesa estensionale del principio di non contraddizione. Scusate la digressione. Comunque vada per la fallacia della “brutta china”, il problema è che, come ho già detto, si sta instaurando un nuovo ethos, quello del “distanziamento sociale” e questo non lo si può negare, ripeto, indipendemente da cosa accadrà domani. A proposito della differenza tra “logica” e “retorica” (analogia mi consta che sia una forma logica, come ha dimostrato Enzo Melandri che, a partire da Aristotele è una proporzione m atematica), sono qui in gioco i pathemata, le tonalità emotive che il linguaggio evoca, suscita, nella forma della persuasione. Negare questo aspetto nella società-mediatico spettacolare mi pare davvero controfattuale. Centrale non a caso nella trattazione aristotelica della Retorica è Phobos, la paura. Nel suo commento a Reth.B5 Heidegger sostiene che, insieme alla pistis, alla credenza, “la paura è una determinazione fondamentale dell’esserci dell’altro, dell’ascoltatore, che entra in gioco nel deliberare, nel decidersi in merito a una – qualunque – questione da sbrigare”. Ma non voglio ripetere cose che ho già detto a proposito di paura e protezione, anche se continuo a pensare di non essermi spiegato bene. La narrazione alla quale ci stiamo ormai abituando è ambivalente, come la sua retorica. A proposito di brutta china, un ultima cosa, che forse non riguarda appunto la logica formale ma quel tipo di phorenis che ricaviamo dall’esperienza. Si dice, siamo in un momento di crisi e di emergenza ma tutto finirà bene, dobbiamo soltanto armarci di pazienza, e riprenderemo serenamente le nostre abitudini e la nostra vita di sempre. Ma sappiamo, come ci insegna la storia, che sotto il profilo giuridico e politico sovente le misure straordinarie sopravvivono ben oltre la situazione effettiva di crisi che le ha provocate, istituiscono un nuovo ordine, cone la legislazione d’emergenza in Italia dopo la stagione del terrorismo, che è a tutt’oggi vigente. Sebbene provvisoria e speciale essa è entrata a pieno titolo nel nostro ordinamento giuridico e non a caso le leggi speciali sono state denunciate come un’anomalia italiana persino dall’Alta Corte di Strasburgo per la violazione dei diritti umani. Ma questa è un’altra storia, come diceva il barista in Irma la dolce.

  39. “FILOSOFIA: Sogghignare.”

    Gustave Flaubert, Bouvard et Pécuchet, avec un choix de scenario, du Sottisier, L’Album de la Marquise et le Le Dictionnaire des idées reçues, Gallimard, Paris, 1979 p. 546

  40. @ Elena Grammann

    Ma veramente Fanfani disse: “ Se passa la legge sul divorzio vostra moglie vi lascerà per scappare con qualche ragazzina ”? Curiosa cosa. Poiché, che io sappia, a quei tempi, il femminismo, oppureThelma & Louise erano ancora di là da venire.

  41. @ adriano barra
    Lo disse, lo disse. La seconda parte della frase è, a quel che mi risulta, letterale. La prima l’ho integrata riassumendo, ma il senso è quello. Aprile 1974, campagna elettorale per il referendum abrogativo.

  42. @ elena gramman

    Profetico, il nanetto… – “ 4 novembre 1992 – « Erede della toga e della camicia da notte, l’unisex spaventa quanti contavano sinora sul taglio dei capelli e sulla foggia dei vestiti per riconoscere nella specie umana il maschio dalla femmina. Costoro (in genere uomini) avevano già pronte due reazioni standard: cavalleria, galanteria, sostanziale disprezzo e ostentata libidine in un caso, gelosia, antagonismo, complicità, ostentato rispetto nell’altro. Traumatizzati dall’incauta frase d’una signora in visita: “ Com’è carino: sembra proprio una bambina “ accetteranno questa moda solo a patto di vistose distinzioni. Ma passeranno per dei fissati. Scopo precipuo dell’unisex è infatti di mettere il sesso tra parentesi, esaltando così la personalità a prescindere, favorendo il diffondersi della cavalleria a prescindere, del rispetto a prescindere e della selezione naturale del partner: affidata, come appare evidente nell’accoppiamento al buio, ad un certo sesto senso che attira certe farfalle per l’accoppiamento a centinaia e centinaia di chilometri oltre la curvatura terrestre al di là di oceani e tempeste magnetiche. » (Da «Il caffè», 1970) “,

  43. @ adriano barra
    In che senso profetico? Lei vede un numero significativo di donne divorziate che si mette in ménage con ragazzine? Esiste un legame necessario fra il divorzio e lo scappare con qualche ragazzina? O pensa che il divorzio abbia enormemente potenziato
    “un certo sesto senso che attira certe farfalle per l’accoppiamento a centinaia e centinaia di chilometri oltre la curvatura terrestre al di là di oceani e tempeste magnetiche”, sesto senso che, secondo il nanetto, era opportuno ottundere tramite referendum abrogativo sul divorzio?

  44. @elenagramman @adrianobarra

    “’Volete il divorzio? Allora dovete sapere che, dopo, verrà l’ aborto. E dopo ancora, il matrimonio tra omosessuali. E magari vostra moglie vi lascerà per scappare con la serva!’.
    Eruttava fuoco e fiamme Amintore Fanfani, quel 26 aprile 1974, nel teatro comunale di Caltanissetta”

    Giampaolo Pansa, “La caduta di Fanfani” in La Repubblica, 8 maggio 2008

  45. Io non sono un filosofo quindi usero un linguaggio meno “tecnico” dei commentatori che m hanno preceduto,senza dotte citazioni ecc..cio che reputo francamente agghiacciante è il non fare alcun accenno alla necessita del carattere transitorio di misure come queste, che “eccezionali” sono e tale devono restare..no no anzi : e’ necessario (per digerire questa realta da incubo e accettare la eventualita che sia permanente) ripensare il concetto di liberta individuale inteso come “proprietà di una rete d’affetti” , in nome proprio della tutela di quella “nuda vita” su cui fondare il futuro umanesimo (boh..ma un vostro collega di qualche tempo fa non diceva che l’uomo é un animale sociale?)..detta cosi, mi pare di capire che per lei signor farina si puo restare cosi per sempre, perche dobbiamo ripensare proprio il concetto di “individuo proprietario”, dei suoi affetti, delle sue relazioni sociali, delle sue esigenze individuali..liberati finalmente da questo vetusta e anacronistica concezione di individualismo libertario “anni 70” , potremo anche rimanere murati in casa a vita,lontani da nostri amici,parenti e amori,giusto no? ..tanto c è il pc,che dobbiamo uscire a fare?

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