di Mario Farina

 

Ha destato un discreto sgomento, almeno nel piccolo mondo della filosofia, la reazione di Giorgio Agamben alla particolare situazione sociale e politica nella quale l’emergenza sanitaria, ormai globale, ha gettato il paese. È probabile che il lettore anche distratto di Agamben avrebbe potuto anticipare con un certo agio quale sarebbe stata la sua posizione. Come in uno sketch da avanspettacolo, se ci avessero chiesto di imitare a bocce ferme un ipotetico Agamben che commenta un’ipotetica quarantena imposta per decreto avremmo tutti sciorinato un credibile repertorio di stati d’eccezione, cittadinanze coatte e corpi sottratti alla socialità. Ma la realtà, si sa, si diverte sempre a umiliare l’immaginazione e allora il vero Giorgio Agamben non solo ha confermato tutto il suo repertorio, ma si è spinto a battibeccare con le sacrosante critiche piovuto un po’ da ogni dove (la nuvola più alta è senz’altro quella di Nancy, mentre la più volgare ha la firma di Flores d’Arcais).

 

L’ultimo post del suo blog, pubblicato in data 17 marzo e ineffabilmente intitolato Chiarimenti (ineffabilmente perché anziché chiarire si limita a ribadire), contiene a mio modo di vedere la più grossolana tra le sviste del più tradotto filosofo italiano vivente. «È evidente» scrive Agamben «che gli italiani sono disposti a sacrificare praticamente tutto, le condizioni normali di vita, i rapporti sociali, il lavoro, perfino le amicizie, gli affetti e le convinzioni religiose e politiche al pericolo di ammalarsi. La nuda vita – e la paura di perderla – non è qualcosa che unisce gli uomini, ma li acceca e separa».

 

C’è una capziosa viziosità nel ragionamento di Agamben, che non tiene conto di come, ad esempio, il sacrificio di «praticamente tutto» sia fatto non semplicemente per salvaguardare la propria vita, ma specialmente per proteggere quella degli altri. Ma non è questo il punto. Il punto è piuttosto la profonda e lacerante solidarietà che una certa corrente di pensiero, autonomo e libertario, ha finito per mostrare con le tendenze più estreme, e violente, del liberismo economico. Perché quella «nuda vita» che secondo Agamben dovremmo essere capaci di disprezzare – traduzione tendenziosa e retorica del benjaminiano «bloße Leben», più prosaicamente rendibile con «mera vita» – non è altro che il benessere minimo del nostro corpo, base essenziale e irrinunciabile sulla quale si edifica quella comune umanità che sola, universalizzata, può essere fonte dell’eguaglianza tra gli uomini. D’atro canto, il «praticamente tutto» che agli occhi di Agamben, colpevolmente, l’Italia sacrifica sull’altare della vita corrisponde – probabilmente con una gaffe non voluta – ai «rapporti sociali», che Agamben dovrebbe ben saper essere sempre storici e vigenti.

 

Vengono allora in mente i balli pubblici fatti dai sostenitori di Bolsonaro quando hanno dato manforte al loro presidente per denunciare il complotto internazionale sulla pandemia, oppure le prime posizioni assunte dai più volubili Trump e Boris Johnson, che hanno pensato di salvare la produzione economica – sì, esatto, «i rapporti sociali» – sull’altare della vita e del benessere pubblico, vale a dire sull’altare della comune umanità, lasciando indietro i deboli esclusi dalla comunità dei liberi. Lette in questo contesto, le parole di Agamben assumono un significato decisamente più comprensibile. Sarebbe un errore intenderle come frutto di una radicalizzazione, magari lodevole ma a oggi sconveniente, di un principio di libertà individuale. Corrispondono piuttosto a una difesa di quel «praticamente tutto» che non intende sacrificare: la propria posizione all’interno dei rapporti sociali vigenti come individuo proprietario, come persona sociale che gode di affetti e di tutto ciò che la società mette a sua disposizione. Questo individuo proprietario, la cui individuale umanità è pienamente realizzata, non è disposto a sacrificare la propria posizione per la difesa della vita, vale a dire ciò su cui solo può essere edificata e realizzata quella comune e universale.

Mi è capitato di leggere parole di sconforto di fronte alle esternazioni di Agmaben. Già la filosofia naviga in pessime acque, si dice, se in più facciamo questo genere di figure, è difficile rivendicare una posizione nel dibattito pubblico. Capisco, ma di nuovo, non credo sia questo punto. Quello che stiamo vivendo in relazione alla pandemia di coronavirus (a proposito, Agamben da che mi risulta è l’unico a chiamarlo «il virus corona», come fosse in nome proprio) non è quasi nemmeno il tempo della scienza. È piuttosto il tempo della pratica, della tecnica della medicina d’assalto che prova a mettere una pezza a un mondo che sembra essersi rotto male. E questo è un fatto di cui la filosofia deve prendere atto. Viene comodo in proposito chiamare in causa Hegel, o meglio l’atteggiamento che Johann Friedrich Herbart, per altri versi suo nemico, riconosceva in Hegel lodandone la peculiare forma di empirismo: l’umiltà di accogliere i dati del dibattito scientifico per quello che erano, senza la pretesa di insegnare alla scienza il suo mestiere.

 

Per ragioni che sfuggono alle sue intenzioni, Agamben ha fatto un buon servizio al pensiero filosofico. La crisi sanitaria che stiamo vivendo mostra nettamente una tendenza chiarificatrice, che è quella di estremizzare e rendere visibili le storture sociali. Mentre io lavoro in mondo smart dal salotto di casa, miei coetanei rischiano il contagio, costretti a lavorare spesso per pochi soldi. Le distinzioni sociali diventano evidenti, chiare e plastiche. E così lo diventano anche le tendenze sottese ai pensieri che le interpretano. Evidenza che forse mancava poco più di un anno fa quando, sempre sul suo blog ospitato dalla casa editrice Quodlibet, Giorgio Agamben prendeva le distanze dalla petizione pubblica in favore della legge sullo ius soli. «La patria», scriveva citando Francesco Nappo, «sarà quando tutti saremo stranieri», cioè quando saremo tutti sottratti a uno ius e non sottomessi a esso. Ma lo ius di cui si parlava in quel caso, e oggi lo si vede chiaramente, non era un’arma di aggressione, ma uno strumento di protezione della libertà e dei diritti di donne e uomini che ne erano privati.

 

Di fronte a una crisi umana e sanitaria come quella che stiamo vivendo la filosofia può allora conservare un compito. E questo compito è quello di assumere i dati che le arrivano e contribuire a fare chiarezza. Richiamando ancora Hegel, è la nottola di Minerva che deve farle da guida. A modo loro, anche le parole di Agamben hanno contribuito a fare chiarezza. Nella loro fossilizzazione su schemi di pensiero consolidati, sono state in grado di mostrare i limiti dei quali soffre, oggi, una corrente di pensiero che dalla seconda metà degli anni Settanta ha preteso di porre al centro del proprio progetto l’autonomia dell’individuo, assolutizzandolo. Appare chiaro, oggi, che il diritto e i decreti, e con essi lo stato, non sono per forza una limitazione della libertà individuale. A volte, come in questo momento, possono essere strumento di protezione e realizzazione della sua libertà. A patto, certo, di avere come obiettivo non un’astratta idea della propria individuale libertà di proprietario, ma la diffusione dell’uguaglianza tra gli uomini come universalizzazione della comune umanità.

29 thoughts on “Su Agamben e il contagio. Il ruolo della filosofia e la comune umanità

  1. “A patto, certo, di avere come obiettivo non un’astratta idea della propria individuale libertà di proprietario, ma la diffusione dell’uguaglianza tra gli uomini come universalizzazione della comune umanità.” (Farina)

    Se non è zuppa è pan bagnato: “l’eguaglianza tra gli uomini come universalizzazione della comune umanità” è un’idea altrettanto astratta di quella della “propria individuale libertà”. Volete criticare Agamben? Aiutatevi con Marx non sbandierando uguaglianza contro libertà. Non sono le parole che cambiano il mondo.

  2. “ Venerdì 11 dicembre 1998 – « [Abstand (intervallo, distanza). Giocando sul senso di questa parola, Benjamin pensa qui gli intervalli in un diario come intima struttura, insieme spaziale e temporale, del diario stesso.] » (Giorgio Agamben, Nota al testo, in Walter Benjamin, Metafisica della gioventù, cit.) “.

  3. “ 15 giugno 1987 – « Il carattere insieme casto e perverso, fantasmatico e cerimoniale di un rapporto amoroso che, pur restando dominato da un ideale di castità, non escludeva il tener, il baizar, l’abrassar, il manejar e implicava, come fase suprema, questa singolare prova (asag) che era la contemplazione della donna nuda. » (Giorgio Agamben, L’erotica dei trovatori, in «Prospettive Settanta», 1, 1975) “.

  4. “O, per usare un vocabolario desueto, che ciò che ci è più intimo e nutriente abbia la forma non della scienza e del dogma, ma della grazia e della testimonianza. L’arte di vivere è, in questo senso, la capacità di tenersi in armonica relazione con ciò che ci sfugge.”

    Giorgio Agamben, L’ultimo capitolo della fine del mondo, in Nudità, Nottetempo, Roma, 2009 p.162

  5. In questa polemica non vedo disponibilità al compromesso, sia da parte di Agamben, che disconosce la realtà dell’aspetto sanitario e enfatizza la realtà dello stato d’eccezione, sia da parte dei detrattori di Agamben, che vedono solo la realtà dell’aspetto sanitario e non dicono niente sulla realtà dello stato d’eccezione. È comprensibile, in frangenti critici oggettivamente estremi come l’attuale, una iniziale divaricazione e inconciliabilità delle posizioni, quello che deprime è il brutto sospetto che i contendenti facciano delle proprie idee, e in sostanza del merito della questione, solo un mezzo di identificazione e affermazione personale, anziché un tavolo di confronto e di ascolto.

  6. “La conoscenza acquisita a Eleusi poteva, dunque, essere espressa attraverso nomi, ma non attraverso proposizioni; la ‘ragazza indicibile’ poteva essere nominata, ma non detta. […] E, nel nome, aveva luogo qualcosa come un ‘toccare’ e un ‘vedere’.”

    Giorgio Agamben e Monica Ferrando, La ragazza indicibile. Mito e mistero di Kore, Electa, Milano 2010 p. 15

  7. Ascolta, Mario Farina, intanto nel salotto di casa faresti meglio a fare le pulizie…
    Ora, considera pure il fatto che oggi è bastata una circolare a privarci di un diritto costituzionalmente garantito da una riserva di legge rafforzata (v. art. 16 Cost.).

    Quello di Agamben è un mantra, con ogni suo limite.

  8. “- Non respiri!
    Non ero dal fotografo. Ero nel reparto di radiologia di Reykjavik. È il motto di ogni società ai suoi cittadini: ‘non respirare.’”

    Pascal Quignard, Les ombres errantes, Paris, Grasset, 2002 p. 25

  9. Che Nancy ne sappia davvero più di Agamben o Flores su come affrontare il CV ho molti dubbi. Quindi, lasciando da parte l’argomento scientifico sul quale ne sapremo di più tra qualche mese, il discorso di Agamben dal punto di vista biopolitico (what else…) non mi pare tanto sballato: le mute di persone bramose di chiudere tutti in casa (sempre senza sapere nulla di CV) appaiono davvero un maraviglioso esempio di controllo che il cittadino esercita su se stesso senza nemmeno (insomma quasi) che lo stato glielo chieda. Triste spettacolo. Colpito anche dal fatto che dal buon vecchio medium di stato, la tv, passino ciclici messaggi di repressione e rarissimi d’azione (donare o sequestrare gli opifici per respiratori e mascherine) o organizzazione (come proteggere specialmente i più deboli). D’altronde per ora i risultati degli stati “reprimenti”, Italia in testa, non sembrano grandiosi.
    Ultima cosa. Tra le tante analisi eco-antropologiche, ce ne sarà qualcuna che dica che l’Europa paga semplicemente la sua età media troppo avanzata e che forse non è tutta questa tragedia ? La tanto invocata Natura dev’essere sempre buona come sarebbe buona Heidi? Vedremo le conseguenze post-coronavirus (ah no, scusate il corona virus non morirà in aprile, quanto durerà dunque la clausura per avere un senso ?) ma qui la parabola, sul lungo termine, è che giovani e mediani siano i sacrificati. Come accade ormai da un buon ventennio. E se, come mi dicono alcuni, le fabbriche sono ancora aperte, e dunque gli operai continuano a essere esposti ben più del passante… confino sì, confino no, confino un caz.

  10. “E che cosa è una società che non ha altro valore che la sopravvivenza? (Agamben, Chiarimenti).
    Lo diceva già anche il vecchio Fritz: “Cani! Volete vivere in eterno?”
    Incredibile come posizioni apparentemente distanti finiscano per dire le stesse cose.

  11. “ Sabato 21 marzo 2020 – « Bene l’esercito se combatte un virus invece di fare la guerra », dice Zagrebelski. Questa notizia si intitola: « Non sparate sul pianista ». “.

  12. QUESTIONE EPOCALE. Quando il dito indica la luna, lo stolto guarda il dito….

    E’ DA DIRE che, nonostante “La veglia per Finnegan” (James Joyce), la “Storia notturna” (Carlo Ginzburg) continua: “Ulisse” prosegue il suo “folle volo” ancora nel mare eracliteo (“la stessa cosa sono Ade e Dioniso”)! E, nell’orizzonte cartesiano-heideggeriano, la traccia della “fanciulla straniera” è perduta e, con essa, ogni possibilità di distinguere tra “charitas” e “caritas” (“virus” e “virtus”, “Forza, Italia” e “Forza Italia”, ecc.)!!! Il tempo scorre … e Dante Alighieri è già oltre!
    Non è forse ora di svegliar-si e uscire fuori dall’ inferno epistemologico paolino-hegeliano e dallo “stato di eccezione” schmittico-agambeniano?! Non si è ancora capita la “battuta” di Ponzio Pilato (“Ecce Homo”), di Giuliano l’Apostata e di Keplero (“Vicisti, Galilaee”, 1610)?! Ennio Flaiano , nella sua “Autobiografia del Blu di Prussia”, così scrive: “L’ Amor che muove il sole e le altre stelle. Ecco un verso di Dante che vede oltre il telescopio di Galileo”! Che dire?! In tempi di “peste”, non è male ricordare Manzoni, i “Promessi sposi”, e la sua “ardua sentenza” su Napoleone. Credo che sia meglio, ora e subito (http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=5908), uscire dal let-argo! O no?!

    Federico La Sala

  13. @ Filou

    Anche che si possa tranquillamente accettare l’ecatombe dei vecchietti in nome di una Natura non edulcorata (a quando l’ecatombe dei disabili?), rimangono una serie di problemi che né lei né Agamben affrontate.
    Poiché in Europa (e immagino non solo) vale ancora il principio che chi sta male viene curato, anche che l’epidemia sia principalmente un problema di persone di una certa età, essa crea negli ospedali una situazione ingestibile che va a danno dell’intera collettività, oltre che situazioni esteticamente e emotivamente pesanti (l’esercito chiamato a smistare le bare perché non si sa più come fare; anziani, che comunque sono tuo padre o tua madre, che vengono inumati o cremati senza che si abbia nemmeno la possibilità di constatare se sono veramente morti, ecc.
    A fronte di questi fatti, l’osservazione vitalistica che “giovani e mediani sono i sacrificati” lascia un po’ perplessi.
    Altra cosa il discorso sulle fabbriche e altri luoghi di lavoro in cui i lavoratori sono esposti (a volte senza nessun reale motivo). Lì lei ha ragione: le misure adottate sono contraddittorie.

  14. @Elena Gramman
    Io non accetto l’ecatombe dei vecchietti. Io dico che tra le varie analisi eco-antropologiche (per fare in fretta) nessuno dice -ma tutti ci pensano-che l’Europa è un paese vecchio e in cui vecchi per altro sono tendenzialmente favorevoli al discorso liberista, ossia alle ineguaglianze, ossia allo statu quo. Di fatto, schiacciano giovani e mediani. La quarantena protegge soprattutto i ricchi -e vecchi. Forse è per questo che si danno tanto da fare mentre per emergenze, anche più gravi, non fanno nulla.
    In questo momento suona stridente ma quando si riparlerà del corona virus come reazione della natura agli squilibri umani, troverei strano non considerare tali contesti e contraddizioni.
    Sì, i poveri in fabbrica, a fare le pulizie o destinati al fallimento, i ricchi in videoconferenza. Le anime belle sono usate sapientemente dal capitale, ormai da qualche decennio.

  15. @ Filou
    Sì, infatti, più che accettare mi sembra che lei la auspichi, così i giovani e mediani non saranno più schiacciati. Una trasposizione di psicanalisi da due soldi in visione politica da un soldo e mezzo.
    Questa storia che non è poi così grave che i vecchi crepino perché tanto sono reazionari comincia a impensierirmi. Ho capito che l’umanesimo è agli sgoccioli, ma forse bisogna stare un po’ attenti a quello che si dice. (Inoltre non è vero che tutti lo pensano e nessuno lo dice. Lo pensano in pochi, ma quelli che lo pensano, come si vede, non hanno problemi a dirlo, né il capitale glielo impedisce).
    Che il corona virus sia una reazione della natura agli squilibri umani è una pura ipotesi basata sui sensi di colpa, come quando si diceva che è un castigo di Dio. Pandemie e epidemie con effetti disastrosi esistono da ben prima che si possa parlare di squilibri umani – a meno che lei non consideri l’esistenza stessa della specie umana come uno squilibrio – e posso anche essere d’accordo, ma allora serve un rimedio molto più radicale.
    L’ipotesi che “forse è per questo che si danno tanto da fare” mi sembra pura fantapolitica. Le faccio inoltre notare che i governi che proponevano di non fare nulla e lasciare che la natura faccia il suo corso (che è sostanzialmente la proposta di Agamben) sono precisamente i più neoliberisti.
    Occhio: un filou è uno stereotipo tanto quanto un’anima bella.

  16. “ Venerdì 1 ottobre 2001 – Chi ci difenderà dalla politica?, si è chiesto una volta Berardinelli. Già. Sarebbe forse meglio dire: chi ci difenderà dalla democrazia? Che non è più quella di un tempo. (Quella di un tempo aveva l’accortezza di farsi i cazzi propri, salvo essere attaccata alla grande, p. e. il nazismo. Questa va sfruculiando il mondo in lungo e largo, ma senza essere un vero imperialismo, un imperialismo comme il faut. La globalizzazione è una specie di malattia globale, di epidemia, di peste. Come l’informazione. Già: chi ci difenderà dall’informazione – cioè dai giornalisti?) “.

  17. Filou, un mirabile esempio di Marinettismo d’altri tempi che dimostra la catastrofica ed irrimediabile ignoranza scientifica di questo Paese di azzeccagarbugli ed esperti di latinorum… Ma tant’è, il sistema fiscale e sanitario (attraverso i quali si mediano o dovrebbero mediare un tempo le differenze sociali, oggi le monadi sociali) deve sobbarcarsi anche di questi soggetti da blog filosofico. Comico, ma Marinetti e la sua selezione dei più forti con la guerra era cosa più divertente e letteraria. Spero tu non e parenti non dobbiate pesare sul SSN che già è ingolfato bene.

  18. @ Andrea Quanta rabbia! Marinetti ? No, guardi, i politici che lei ha probabilmente votato (vuole dirmeli? si confessi!) ci ripetono la stessa cosa ma con più ipocrisia: sopravviva il più forte. Forse lei era distratto a leggere l’assedio di Adrianopoli . Comunque, come ha mostrato Picketty, le guerre sono state i grandi fattori di riequilibrato sociali del XX secolo non certo le animule blandule manipulandule.
    @ Elena Gramman. Senso di colpa nell’associare Corona Virus e reazione di un’ ipotetica Natura ? Quindi se si sciolgono i ghiacci e NY sprofonda potrò berciare contro quelli che dicono la Natura si vendica ? Oppure la Natura agisce secondo le direttive delle animule ? Vi parla la notte dei suoi desii e frustrazioni ?
    I governi più liberisti ? Quali sarebbero i governi più liberisti ? Non mi dica che Johnson è più liberista della Merkel, Macron o Junker! Il Lussemburgo è terzo (terzo, il Lussemburgo!) partner commerciale della Germania: non credo elaborino un welfare in comune a favore degli operai italiani o romeni.
    Io non sono per nulla Filou. Anzi, ho sempre detto che i programmi budgetari UE non facevano che riflettere una visione dell’umano come materia da usare ed eliminare -bed managing è il nome in tali programmi per non lasciare UN SOLO LETTO VUOTO IN OSPEDALE . Non so se voi due facevate lo stesso. Non so perché ma vi immagino impegnati in qualche altra nobile causa senza effetto (quasi cit.). Contento di sbagliarmi.

  19. @ Filou (o no?)
    In quello che lei scrive non si capisce un accidente, a parte che c’è dentro il mondo ben rimescolato.
    (es. Io non ho detto che il senso di colpa nei confronti della natura non sia giustificato. Ho detto che nulla (ma proprio nulla) prova che i nostri misfatti nei confronti della natura siano all’origine del corona virus.)
    Animula sarà lei, e non vedo perché deve fare ipotesi sprezzanti su quello che io o altri stavamo facendo.
    Buona giornata

  20. “Il corpo di Pulcinella non è più, come nella metafisica occidentale, il presupposto animale dell’uomo. Egli spezza la falsa articolazione fra il semplicemente vivente e l’umano, fra il corpo e il logos. La macchina antropologica dell’Occidente si è qui inceppata. Per questo il suo corpo – ilare e, insieme, deforme, né propriamente umano né veramente animale – è così difficile da definire.”

    Giorgio Agamben, Pulcinella, ovvero divertimento per li regazzi, Nottetempo, Roma, 2015 p. 126

  21. @Elena Grammann
    Prove, forse, non proprio, ma fondati sospetti “che i nostri misfatti nei confronti della natura siano all’origine del coronavirus”, sì. Su “La lettura” di oggi c’è un intervista a David Quammen, autore di “Spillover”, pubblicato da Adelphi due anni fa, che parla proprio di questo. Io il libro non l’ho ancora letto ma l’intervists sì, ed è piuttosto illuminante.

  22. @Elena Gramman. Non volevo offenderla, sono impulsivo prima di tutto nel lessico.. Mi scuso se l’ho fatto. Ma ho ravvivato il dibattito, o no? Di questo dovrebbe rallegrarsi.
    1Mi ha irritato un po’ l’innalzamento (implicito) di Nancy a qualcuno che della materia ne sappia più di Agamben e Flores
    2 Mi pare evidente che un virus che comincia nelle fabbriche del nostro mondo per poi spostarsi qui e colpire la sua parte se non più consumatrice, statisticamente più ricca -e anche simbolo della nostra natura di “vecchio” continente -, abbia una sua forza simbolica innegabile. Questo non significa che voglia che i vecchi muoiano, come Picketty non vuole dire che si debba fare un’altra guerra quando constata che sono stati le grandi equilibratrici sociali del XX secolo.
    3 Chiusi in casa e sentirsi per questo tra i giusti mentre gli operai continuano a lavorare mi sembra un’aberrazione e simbolo di tutto una certa visione “Dem” del mondo.
    Filou et pas Filou. Credo nell’ambiguità

  23. @Filou
    (1. Perché mette Agamben insieme a Flores? Flores bastona Agamben a sangue: http://temi.repubblica.it/micromega-online/filosofia-e-virus-le-farneticazioni-di-giorgio-agamben/, e Farina dice semplicemente che Nancy, nella sua critica a Agamben, è meno rude e grezzo di Flores.)
    2. Il punto è proprio la “forza simbolica”. . La forza simbolica, il simbolo, sono nella narrazione. La realtà nuda e cruda non è né simbolica né non simbolica, non è proprio niente. La realtà è un fatto contro il quale ci si scontra, generalmente fino a morirne – cosa che, sempre generalmente, si cerca di evitare il più a lungo possibile. Retroflettere le narrazioni, come se la realtà si comportasse proprio così, secondo me è scorretto e pericoloso. Credo che sia necessario tenere il più distinte possibile realtà e letteratura, filosofia e letteratura – salvo restando tutti i meriti della letteratura nel campo proprio.
    Aggiungo che questo tipo di confusione mi sembra particolarmente perniciosa in un momento in cui tutta una parte di intellighenzia, delusa dal crollo dei socialismi reali, è animata da un odio feroce e in questa intensità credo mai visto nei confronti delle società variamente liberiste. Ogni crisi viene vista come l’attesa apocalisse che farà finalmente crollare l’odiato sistema. Gli andrebbero bene anche le uova di Alien o un asteroide. Questo mi rende un po’ scettica nei confronti di un certo tipo di analisi. Poi, dopo questa crisi qualcosa cambierà senz’altro (lo dice anche Salvini, no, che dopo l’emergenza molte cose devono cambiare :-) ). Ma negare la crisi come fa Agamben per perpetuare il suo sistema non mi sembra da furbi.
    3. Io sono chiusa in casa perché faccio l’insegnante e il sistema mi permette/impone la didattica a distanza, che ritengo in questa situazione un sacrosanto dovere. Ma non mi sento tra i giusti (perché?) e sono solidale non solo con gli operai, ma con le cassiere, le donne delle pulizie, le farmaciste (quasi tutte donne), alle quali i datori di lavoro non forniscono nemmeno le mascherine, per non parlare dei divisori di plexiglas. Capisco però anche che ci si sia andati piano a chiudere le fabbriche, perché, passata l’emergenza, a sessanta milioni di italiani bisognerà poi dare da mangiare. Da chi ci arriverà stavolta il piano Marshall? Dalla Cina? Perché no.
    Il mondo è ambiguo, sono d’accordo con lei.

  24. https://flaneurotic.com/2020/03/11/stati-deccezionale-stupidita/
    dove fra l’altro si parla di “uno stile di pensiero condiviso, una tradizione culturale consolidata, quella per cui le interpretazioni precedono i fatti e la realtà è solo un testo col quale giocare. Nel corso del tempo questa cultura ha inquinato la critica dell’esistente, è filtrata a sinistra contemporaneamente al declino del marxismo, generando tutta una serie di imposture intellettuali, pantomime politiche, gerghi astrusi e mode filosofiche. Niente di serio, niente di piacevole, comunque niente che possa interessare noi non-specialisti, sempre che non ci vada di mezzo la salute delle persone. È troppo chiedere di mettere da parte i balocchi, di piantarla con le cazzate, almeno finché l’epidemia non inizierà a scemare?”

  25. Intervengo per precisare alcuni aspetti del mio articolo che, complice la stesura, rischiano di essere fraintesi. Anzitutto, ringrazio a questo dibattito per alcuni interventi che ritengo molto stimolanti. Credo che, su un punto, vada fatta chiarezza: non ho inteso schierarmi dalla parte delle decisioni dei governo e non ho inteso difendere i singoli decreti sulle singole scelte politiche, e giuridiche. Ho inteso smontare quello che ritengo essere un pregiudizio rinvenibile nelle parole di Agamben, vale a dire l’idea che lo stato di eccezione sia stato in qualche senso creato ad arte per esercitare il potere e la conclusione che questa idea si porta dietro, ossia il principio per cui, oggi, esista un potere che abbia bisogno di utilizzare stati d’eccezione per governare. Ritengo che questi pregiudizi risalgano da una assolutizzazione delle condizioni storiche e sociali degli anni Settanta, quando effettivamente esisteva uno scontro sociale aperto e acceso, nel contesto del quale correnti di pensiero pur lontane tra loro (penso all’Autonomia, ai residui dell’esistenzialismo e al foucaultismo specie italiano) hanno cristallizzato l’immagine dello stato come gestore coatto e repressivo della libertà. Di fronte a questo, sono state dimenticate le grandi esperienze di qui popoli (per lo più, di origine coloniale) che invece hanno usato proprio gli strumenti dello stato per emanciparsi, a dimostrazione che gli assetti del potere vanno sempre considerati storicamente e non assolutizzati. Oggi, ad esempio, lo stato ha – o quantomeno, ha la possibilità – di svolgere una funzione protettiva nei confronti delle classi subalterne. Lo fa, o lo può fare, proteggendo i lavoratori da chi li vorrebbe al lavoro senza possibilità di scelta, ad esempio. Credo che in Agamben vi sia la tendenza a fissare, schematicamente, una distinzione stra “nuda vita” e “vita piena”, la cui coerenza tende a perdere consistenza alla prova storica dei fatti. Perché la piena vita di cui parla assomiglia, almeno nelle sue parole di questi giorni, a uno status contingente di individuo proprietario, goditore di beni e di affetti, nel quale si trova; cioè, tende ad assomigliare all’assolutizzazione – o come avrebbe detto Marx, alla naturalizzazione – dello stato di cose presente.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *