di Corrado Piroddi

 

Uno dei romanzi che più ha colpito, in assoluto, il mio immaginario quando avevo più o meno vent’anni è L’occhio del purgatorio di Jacques Spitz, uno semisconosciuto scrittore francese di cui poi non ho avuto l’opportunità di leggere altre opere. In questo romanzo breve, di genere surreale e fantascientifico, uno scienziato scopre che alcuni animali (non ricordo quali) riescono ad anticipare le mosse degli esseri umani in quanto dotati di un diverso senso del tempo, che permette loro di prevedere istintivamente il corso degli eventi.

 

Lo scienziato crea un bacillo che consente lo sviluppo di tale capacità predittiva e contagia un inconsapevole pittore per testarne l’efficacia. Il pittore in questione comincia a percepire la realtà intorno a lui come se si deteriorasse progressivamente e più velocemente del previsto. Persone un giorno giovani appaiono decrepite qualche giorno dopo; nei ristoranti viene servito cibo marcio; i negozi vendono abiti lisi. Dopo poco, il pittore si rende conto che ad essere cambiata non è la realtà, ma la sua percezione della realtà. Pian piano, capisce inoltre che tale percezione lo porta a vedere un futuro sempre più lontano in cui, del mondo, non rimane nient’altro che polvere e la personale speranza di morire il prima possibile per non assistere più all’orrore.

 

La mia esperienza della pandemia in Finlandia potrebbe essere descritta sulla falsariga di questo racconto. Ho la sensazione di percepire l’evoluzione e l’acuirsi dell’emergenza in una maniera che alla maggior parte dei finlandesi pare preclusa e aliena. Mi sembra di anticiparli in termini reazioni e adattamenti pratici. La cosa che più mi ha colpito della mia reazione allo scatenarsi dell’ondata epidemica in Italia è che, a partire dal lockdown del 7 marzo in Nord Italia, ho cominciato a vivere e comportarmi come i miei amici e i miei cari a Reggio Emilia. In Italia, per un fenomeno di isteresi, la gente faceva fatica (e ancora fa fatica) ad abbondare abitudini sociali fortemente consolidate. I cambiamenti del campo sociale innescati dal diffondersi del virus e imposti a livello medico, politico e legislativo sono stati troppo repentini. In Finlandia, io ho quasi istintivamente modificato le mie disposizioni pratiche senza che il campo sociale in cui mi trovo de facto, quello finlandese, mi imponesse alcunché. Progressivo autoisolamento, uscite limitate alla spesa e a qualche passeggiata solitaria nei boschi dietro il mio palazzo, un’attenzione feroce all’igiene delle mani e della casa, uso compulsivo di social network e chat.

 

Tutto intorno a me, a Jyväskylä, la cittadina dove abito, a Tampere, a Helsinki, a Turku, la vita, fino a due giorni fa, è continuata normale. Amici che mi chiedevano di andare a bere una birra; io che rispondevo che forse era il caso di evitare luoghi affollati. Qualcuno che mi diceva di essere un po’ influenzato; io che ribattevo che forse era meglio chiamare l’unità sanitaria locale e far registrare la cosa. In palestra, il 9 marzo, l’ultima volta che ci ho messo piede, intorno alle sette del mattino, facevo fatica a respirare. Pulivo gli attrezzi in maniera tale da suscitare l’incredulità e l’ilarità delle persone intorno a me. Inutile dire che la gente pensava, e alcuni tutt’ora lo pensano, che fossi uscito fuori di testa. Non vi dico lo stupore della mia ex ragazza, una persona attentissima all’igiene e fanatica della vita sana, quando le ho detto che le stavo portando alcune mascherine FFP3 che avevo comprato in un negozio a cento chilometri a nord di Jyväskylä per distribuirle ad amici e conoscenti, nel caso si ammalassero e non potessero contare su nessuno. Ero andato lì con un amico che lavora in banca come tecnico della sicurezza informatica, e che aveva cominciato a darmi spago dopo aver notato gli andamenti a dir poco inusuali dello stock market. Il fatto è che in quei giorni a Jyväskylä, a quasi quattromila chilometri di distanza dalla Lombardia e dall’Emilia, l’esplodere dell’epidemia italiana non era altro che un impercettibile rumore di sfondo. La mia percezione della realtà, invece, aveva cominciato ad essere completamente determinata dal flusso di informazioni che mi arrivavano via telefono, via social, via media, e dagli stati emotivi generati da questo flusso.

 

Intendiamoci: fino al 7 marzo, il diffondersi del Covid era qualcosa che mi suscitava una sotterranea inquietudine, ma non esplicita e cosciente preoccupazione. Fino a quel momento, in Finlandia, erano stati registrati otto casi. Tutti nella zona di Helsinki e Tampere. Tutti sottoposti a isolamento e tracciamento. All’inizio della stessa settimana ero imbestialito per i messaggi ambigui, ora catastrofisti ora irragionevolmente rassicuranti, mandati da giornali, tv e politici italiani. Sentivo la crescente preoccupazione e il disorientamento di mia madre e mia sorella, e tentavo di tranquillizzarle enfatizzando la scarsa deontologia e la spiccata attitudine al clickbaiting sensazionalista dei nostri media. Ho realizzato che però mi sentivo profondamente a disagio per qualcosa di imprecisato la notte del 6 marzo, quando con alcuni amici sono andato ad un grosso evento di musica elettronica in uno dei club di Jyväskylä. Una volta dentro, ho cominciato a evitare di entrare in contatto con le decine di persone che, in pista, ballavano, sudavano, si baciavano, si scambiavano sorsi di birra dallo stesso bicchiere. Sarò andato in bagno una decina di volte in tre ore per lavarmi le mani, chiudendo il rubinetto col gomito e aprendo la porta coi piedi.

 

Insomma, dalla sera del 7 marzo, è iniziata una modificazione naturale delle mie attitudini pratiche, mediata da un certo modo di elaborare le informazioni che mi giungevano dall’Italia, e del modo di gestire la mia dimensione emotiva. Quest’ultima cosa crea tuttora forti situazioni di stress psicologico e di scissione interiore. Per esempio, alla gioia e al sollievo per le reazioni decise degli italiani e per il progressivo aumento dei numeri dei guariti, seguono rabbia e frustrazione per la sensazione totalmente privata e soggettiva (dunque potenzialmente erronea) che le autorità finlandesi non facciano abbastanza, siano troppo lente, non prendano sul serio la situazione. In questo momento la maggior parte dei finlandesi sta facendo pian piano propria l’idea dello stare a casa, del limitare le uscite il più possibile, e comincia a svuotare i supermercati di pasta, disinfettanti, carta igienica. Quest’ultima cosa è una follia totale, se considerate che la Finlandia è estesa come l’Italia ed è completamente coperta da foreste.

 

Io, dal canto mio, passo da momenti in cui mi sento morire ad altri in cui mi sento, molto infantilmente, Mad Max. Non leggo i media italiani perché non li ritengo affidabili. Per me sono solo fonte di ulteriore ansia. Mi affido perciò agli aggiornamenti del sito del ministero della salute e alle conferenze stampa della protezione civile. Tento di seguire alcuni profili social, come quello di Ilaria Capua ed Enrico Bucci, per capire un po’ meglio, al netto della mia totale ignoranza, alcuni aspetti epidemiologici e virologici della situazione. Con alcuni amici più scafati di me che mi aiutano nell’interpretazione, seguo l’andamento delle borse e dei mercati, che sembrano un termometro abbastanza affidabile per avere dei feedback non esclusivamente tecnico-medici circa la gravità della situazione. Ma è seguendo il procedere dell’emergenza attraverso media e profili stranieri (Le Monde, Guardian, El Mundo…) che la mia incredulità non fa altro che aumentare. Lo sgomento che mi cresce dentro in questi giorni dipende da questo: il propagarsi di un codice RNA senza intenzionalità e volontà di sorta sta mandando in crisi, in maniera totalmente imprevedibile e inaspettata, società altamente complesse, spesso molto differenti fra di loro, ma fortemente integrate e interdipendenti a livello globale per quanto riguarda i rapporti economici e politici. E tutto questo, con delle invarianze significative da un punto di vista strutturale.

 

Mentre scrivo il parlamento finlandese, su proposta del governo di Sanna Marin, ha appena attivato e reso operativo un dispositivo speciale chiamato valmiuslaki, che si potrebbe tradurre in italiano come “legge di prontezza” o “legge di solerzia”. Tale dispositivo giuridico introduce per la prima volta in Finlandia dal 1947 la poikkeustila, letteralmente lo “stato di eccezione”. L’ultima adozione del dispositivo risale infatti al periodo 1939-1947, quando il governo finlandese lo attivò per combattere la Guerra d’Inverno contro i sovietici. L’adozione di tali leggi eccezionali, che permettono la limitazione di alcuni diritti sociali e individuali come quello di associazione e di movimento, la chiusura delle frontiere, la limitazione alla vendita di farmaci, ha suscitato polemiche e inquietudine nell’opinione pubblica finlandese. Parlando con alcuni conoscenti finlandesi, mi sono reso conto che, prima del 16 marzo, tendevano a considerare l’adozione di simili leggi speciali possibile solo in paesi come l’Italia o la Spagna. Entrambi nazioni caratterizzate da esperienze politiche di tipo fascista e autoritario, e da una forte cultura machista. La cosa incredibile è che la “legge di prontezza” è stata attivata, in Finlandia, dal governo più a sinistra degli ultimi vent’anni: molto “giovane” da un punto di vista anagrafico, guidato essenzialmente da donne, con un interesse molto forte circa le questioni ambientali e di genere. Attualmente, a gestire la situazione sono il Primo Ministro Sanna Marin (Partito Socialdemocratico), il Ministro dell’Educazione Li Andersson (Alleanza di Sinistra), il Ministro delle Finanze Katri Kulmuni (Partito di Centro), il Ministro agli Affari Sociali e alla Salute Aino-Kaisa Pekonen (Alleanza di Sinistra).

 

Questo per sottolineare come certe letture della emergenza italiana in termini di specificità locale, di logica del decoro per esempio, come quelle dei Wu Ming, siano, nella migliore delle ipotesi, fortemente parziali e non completamente esaustive, sebbene mettano in luce il pericolo concreto di autoritarismo che, ogni volta, accompagna la dichiarazione degli stati di emergenza e l’impiego di poteri eccezionali. Come spiegare l’adozione di misure così simili in paesi culturalmente, politicamente e socialmente così distanti? Senza contare che la reazione dei paesi europei al diffondersi della emergenza sembra seguire lo stesso copione e climax di quanto avvenuto in Italia quasi due settimane fa. Leggo ora che Macron studia l’applicazione di uno stato di emergenza sanitaria, quando il 6 o 7 marzo andava a teatro e invitava i francesi a mantenere inalterate le proprie abitudini quotidiane.

 

Mi avvio a questo punto a concludere questo scritto, che mi ha tenuto sveglio una notte. Io non so cosa sta succedendo. Sono preoccupato, spaventato, elettrizzato, oberato di informazioni che faccio molta fatica a processare lucidamente. Non ho una proposta interpretativa da fornire in termini costruttivi. Da studioso di teoria critica e filosofia sociale, mi sento di indicare solo alcuni punti che mi sembrano molto generali, se non triviali, ma difficilmente contestabili.

 

Primo, dobbiamo riconoscere che le nostre attività collettive producono conseguenze inaspettate e potenzialmente distruttive per i nostri sistemi sociali, nonostante possano essere pensate per perseguire un miglioramento progressivo delle nostre condizioni di vita. Questo vale non solo per comprendere l’emergere della pandemia. Nel caso specifico, le misure severe di contenimento che stiamo progressivamente attuando in tutta Europa sembrano, per ora, le uniche efficaci a rallentare la propagazione delle varie epidemie a livello nazionale. Tuttavia, non sappiamo quali effetti possano avere sul tipo di modello economico che abbiamo sviluppato sino ad ora. Non è peregrino pensare che un successo nel contenimento della pandemia possa sortire conseguenze economiche e, a seguire politiche, ben più gravi. Siamo stretti fra la necessità di fronteggiare una situazione pandemica mai vista prima, e la necessità di stabilire quando i nostri estremi tentativi di salvare più vite possibili non mettano in pericolo la tenuta delle nostre società in termini di esigenze produttive, mantenimento delle nostre istituzioni democratiche, benessere individuale.

 

Secondo, gli strumenti predittivi che abbiamo sono in questo momento debolissimi, e mi pare che il personale medico-sanitario sia il gruppo sociale più consapevole di questo fatto in questo momento. Abbiamo bisogno di sviluppare una prospettiva fallibilista rispetto a questa situazione. Versioni forti di letture biopolitiche, come quella di Agamben, non ci dicono però assolutamente nulla riguardo agli possibili sviluppi di questa emergenza globale. Partono da un assunto totalizzante, lo stato di emergenza genera sempre oppressione, e lo applicano a qualsiasi circostanza. Ma questo non è diverso dall’atteggiamento di Don Ferrante che, morendo di peste, se la prende contro l’influenza degli astri negando l’esistenza della peste stessa. Inoltre, se come dice Agamben il 9/11 aveva già segnato la normalizzazione del paradigma emergenziale come forma di governo, a cosa stiamo rinunciando esattamente con questa nuova emergenza?

 

Questo ci porta al terzo punto. Nessuno mette in dubbio che le emergenze lascino sovente il passo a svolte autoritarie, a forti limitazioni delle libertà individuali, a un pericoloso indebolimento dei legami sociali e comunitari. Le forme di delazione per mezzo dei social fanno rabbrividire. Analogamente, faceva rabbrividire la caccia all’untore cinese, lombardo, veneto, meridionale-lombardo (in sequenza) poco prima che l’epidemia emergesse in tutta la sua potenza. Tuttavia, quello che certe prospettive biopolitiche e critiche hardcore sottovalutano è la capacità dei gruppi e degli agenti sociali di correggere le storture e gli eccessi di misure emergenziali necessarie attraverso conflitti macrosociali e microsociali.   In questo frangente, vedo con favore gli scioperi degli operai italiani che pretendono di lavorare in maniera sicura e ben remunerata, fosse anche a costo di mettere a rischio una parte delle catene produttive. Nella stessa maniera, vedo con piacere che i finlandesi, di soliti ligi alle regole sino al parossismo, una corsa o una passeggiata solitaria nei boschi immensi in cui abitano se la concedono, nonostante l’invito a restare in casa il più possibile.

 

Sia chiaro, non mi sento ottimista in questo momento. Penso che il mondo come lo conoscevamo non sarà più lo stesso, e faccio fatica a pensare che tutto questo volgerà in una fioritura del genere umano in tempi brevi. Sono più propenso a credere che l’emergenza sanitaria lascerà prima o poi spazio a emergenze economiche e politiche altrettanto imprevedibili. Tuttavia, non possiamo negare che società che si bloccano per un virus sono società che non funzionano più. Per questo motivo, meritano di trasformarsi in qualcosa di altro.

 

[Il pezzo è stato scritto fra la notte del 17 e il mattino del 18 marzo 2020.]

1 thought on “La pandemia nella Regione dei laghi: Suomi mon amour

  1. molto lucido, grazie
    Personalmente, temo derive autoritarie una volta che l’emergenza sanitaria si sarà trasformata in emergenza economica, e temo che la domanda di interventi decisi prenderà direzioni tanto diverse da rendere complicata l’unità europea e la tenuta democratica. Nel migliore degli esiti, invece, l’autoconfinamento di queste settimane e mesi risveglierà non la passività dell’obbedienza, ma la responsabilità della scelta personale. Potrebbe essere uno stimolo per tornare a occuparsi (direttamente, fisicamente) di politica. Certo, il ritorno alla politica non dipende da una “scelta”, ma dalle condizioni che lo consentono o lo ostacolano (voglio dire: se abbiamo smesso di fare politica non è solo perché siamo diventati pigri e sazi), e il problema del “che” e del “come” fare si porrebbe. Ma, appunto, sarebbe già tanto arrivare a sentire il bisogno di porsi il problema.

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