di Condorcet. Ripensare la scuola

 

[Pubblichiamo questo intervento del gruppo Condorcet. Ripensare la scuola. Riteniamo che il dibattito delle idee, e il conflitto sociale, siano un bene prezioso per la democrazia, e ci auguriamo che altre voci vogliano intervenire su LPLC su queste questioni essenziali per il futuro delle nostre istituzioni educative e della nostra vita civile].

 

Le scuole italiane sono ferme per l’emergenza Coronavirus. In alcune regioni del nord dal 24-25 febbraio, e in tutto il resto del paese dal 5 marzo. Non sappiamo ancora fino a quando, certamente ben più in là del 3 aprile previsto inizialmente. Il governo ha chiesto ai dirigenti scolastici di attivare forme di didattica a distanza (DAD) per garantire, in qualche maniera, il diritto all’istruzione. Tutte le scuole si sono mosse. Moltissimi docenti hanno trovato il modo di tenere vivo il rapporto con studenti e famiglie.

 

Il Ministero dell’Istruzione, il 17 marzo, ha inviato una lunga nota con le “Prime indicazioni operative per le attività di didattica a distanza”. Questa nota ricorda che la DAD è un obbligo per le scuole, quindi deve essere attivata dai dirigenti scolastici; offre alcune indicazioni sui principi e i criteri da seguire per organizzarla (garantire il contatto con gli studenti e il diritto all’istruzione; evitare di mandare solo compiti, ma anche di eccedere nei collegamenti online per videolezioni; coordinare il lavoro dei docenti); suggerisce di ripensare la programmazione didattica in funzione della nuova situazione; ricorda i principi a cui ci si può attenere per la valutazione; elenca le risorse a disposizione.

 

La nota è stata attaccata duramente da tutti i sindacati firmatari del contratto collettivo nazionale scuola (Flc Cgil, Cisl scuola, Uil Scuola, Snals, Gilda), che hanno chiesto al Ministero di ritirarla e di convocare i sindacati per aprire un confronto. Questo attacco è stato un fulmine a ciel sereno che ha lasciato interdetti molti di quelli che, in questi giorni, stanno dando anima e corpo per mantenere viva la scuola. È stato come un improvviso colpo di freno dato a un treno in corsa.

 

L’attacco e la richiesta dei sindacati sono infatti del tutto ingiustificati, per tre ragioni.

 

1) L’opportunità. In questa situazione di emergenza, in cui bisogna mobilitare tutte le energie per fare fronte al grande carico di lavoro necessario per attivare la DAD, non è il caso di aprire conflitti, di dividere il mondo della scuola in parti avverse. È necessario tenersi uniti e rafforzare i vincoli di solidarietà. I sindacati fanno il loro lavoro, hanno quindi tutto il diritto di chiedere di condividere le scelte che riguardano i lavoratori della scuola, ma potevano farlo senza richiedere il ritiro della nota.

 

2) Il merito della nota ministeriale. I sindacati affermano che la nota tende a “replicare contenuti e modalità tipiche di una situazione di normalità”, che propone “riproduzione in remoto delle attività ordinarie”, e la accusano di volere imporre “controlli, esami e valutazioni” “comportanti per loro natura un carico di stress” che andrebbe risparmiato non solo a studenti e famiglie, ma anche a docenti e dirigenti. Niente di tutto questo è vero. La nota ministeriale non propone affatto i modelli della attività didattica ordinaria per la DAD, anzi si dilunga nel descriverne alcuni aspetti peculiari, ed è prodiga di raccomandazioni per evitare una serie di cose che sarebbero ovvie in situazioni ordinarie (per esempio, il rispetto dell’intero orario curricolare) e che invece non hanno senso adesso. Raccomanda più volte proprio di non sovraccaricare di lavoro gli studenti, e di lasciare loro il tempo di stare lontani dagli schermi, per evitare eccessivo affaticamento. Quanto alla valutazione, ricorda che nell’ordinamento essa è lasciata all’autonomia dei docenti e delle scuole, che quindi anche ora possono gestirla nel modo che credono più idoneo. Certo, insiste sul “dovere alla valutazione”, da parte dei docenti, e sul “diritto alla valutazione”, da parte degli studenti: ma per valutazione non si intende il “nudo voto”, bensì il processo che permette allo studente di valorizzare le sue potenzialità e individuare i suoi limiti. Infine, è vero che suggerisce alle scuole di ripensare la propria programmazione didattica, in rapporto alla nuova situazione, ma questo, appunto, è solo un suggerimento. Come viene sottolineato nella nota stessa, la partita è nelle mani delle scuole, della loro autonomia.

 

Certo, i sindacati sollevano un punto importante: ci possono essere studenti e docenti che hanno difficoltà ad accedere alle risorse informatiche. Questo è un problema reale, che andrà discusso a parte. Tuttavia, non giustifica la richiesta di revocare la nota, a meno che non si voglia fermare la DAD; semmai, deve spingerci ad affrontarla con più impegno, anche per superare questi ostacoli.

 

3) La visione generale. La ragione principale per cui i sindacati chiedono il ritiro della nota è citata all’inizio del loro documento: “le sottoscritte Organizzazioni Sindacali chiedono che la nota […] sia immediatamente ritirata perché contenente modalità di organizzazione del lavoro che sono oggetto di relazioni sindacali”. Il problema è questo: secondo i sindacati la nota interviene sull’organizzazione del lavoro dei docenti in un ambito, la DAD, che non è regolato dai contratti nazionali né dalla normativa. Ne discenderebbe che il Ministero non può intervenire prima di avere definito le forme di questa organizzazione in un confronto con i sindacati. Questo è un problema di visione generale del lavoro dei docenti. Alla lettera, è vero che questa materia non è regolata dai contratti. Ma rimanere legati alla lettera della normativa rivela una visione molto limitata, dispiace dirlo, della responsabilità dei docenti. Nell’emergenza, attaccarsi a questi formalismi suona offensivo per chi non può smettere di lavorare per la comunità (i medici, i fornai, il personale dei supermercati, gli operai nelle fabbriche, i trasportatori ecc.) correndo anche gravi rischi.

 

Ma ragioniamo fuori dall’emergenza, perché in realtà qui dietro c’è un problema di visione generale. La presa di posizione del sindacato si traduce così, nella pratica e nelle posizioni di chi la condivide: i docenti non sono obbligati, né dai contratti né dalle leggi, a fare la didattica a distanza; la fanno e la faranno per deontologia professionale, ma non è un obbligo giuridico. Questa è la visione che rende irricevibile la richiesta dei sindacati: affermare questo significa rifiutare il nucleo della professionalità docente, cioè la funzione educativa. Il primo compito dei docenti è proprio la didattica, se l’emergenza ci toglie le strutture ordinarie per svolgerla, i docenti sono tenuti comunque a farla nelle condizioni date. È un puro formalismo attaccarsi, come fanno in molti, al fatto che è stata dichiarata la “sospensione delle attività didattiche” (tanto più che, a essere precisi, sono state sospese le sole “attività didattiche in presenza”). Un formalismo che nasconde il rifiuto di accettare il proprio ruolo come funzionario dello Stato che si fa carico della propria funzione comunque, quando sono date le condizioni per realizzarla, senza aspettare che siano calibrati al millimetro i diritti del docente. Perché, va ricordato, i diritti sono un sistema: nessun diritto, da solo, è assoluto, rendere indipendente un diritto significa comprimere gli altri. Rendere assoluto il diritto del docente a vedere perfettamente regolata la propria posizione rischia di comprimere il diritto all’istruzione degli studenti. Questo non è accettabile in una democrazia, e non solo nell’emergenza.

16 thoughts on “Didattica a distanza: perché i sindacati sbagliano

  1. per una volta che i sindaca ti fanno davvero sindacato, non limitandosi a fare richieste protocollari ma di sostanza addirittura ‘ideologica’ (quella cosa che l’articolista politicamente corretto chiama visione d’insieme) ecco che arriva la chiamata al sentimento patrio…
    se non si sottolineano le contraddizioni nei momenti di ‘emergenza’ (nel senso epistemologico della teoria dei sistemi complessi) quando sarebbe il caso? quando c’è la routine della quiete che invita alla rilassata distrazione, alla disattenzione, all’accettazione di tutti i protocolli possibili…
    La scuola non è questione di tecnica (che pur ci vuole) ma di conoscenze e di ‘visioni’ ideologiche ..

  2. Non i pare che l’articolo invochi il sentimento patrio ma il riconoscimento (o disconoscimento, nella posizione sindacale) della funzione e responsabilità del docente, cui va integrato il riconoscimento dei diritti degli studenti. Lo trovo pienamente condivisibile.

  3. Il cosiddetto ‘Gruppo Condorcet’ rappresenta 13 firme. Meno che un gruppo familiare.
    Che Le parole e le cose apra un dibattito a partire da un testo di chi rappresenta solo se stesso e meno della sua famiglia dà la misura dello spessore democratico e condiviso della discussione.
    Scrivete di letteratura, è meglio.
    p.s.: nelle 13 firme è presente Marco Campione, che ha condiviso le scelte del governo Renzi sulla scuola (la famigerata Legge 107). La legge è stata rigettata dal complesso del mondo della scuola, con lo sciopero del personale docente più partecipato di sempre.
    Non c’è bisogno del nome ‘Gruppo Condorcet’ per capire chi si nasconde dietro quel nome: sono gli stessi che il mondo della scuola, nel suo complesso, non ha ritenuto all’altezza di rappresentarlo.
    Punto e a capo.

  4. Caro Emilio,
    il gruppo Condorcet ha più di 350 iscritti (quattro gatti, secondo noi), quelli che cita lei sono solo gli ideatori, per così dire.
    Trovo che gli argomenti ad personam non abbiano valore, quindi non polemizzo. Il punto è il contenuto dell’articolo, ovviamente criticabile.

  5. Una osservazione, importante.
    Ieri sera, dato l’aggravarsi della situazione, ho esitato a pubblicare questo intervento, perché anche se reputiamo molto sbagliata la posizione del sindacato (ora per fortuna la Cisl ha iniziato ad ammorbidire la sua) ho pensato che davvero non è il momento di continuare a fare polemiche, ma bisogna darsi da fare, ognuno nel suo campo.
    Alla fine l’abbiamo messo lo stesso, perché ho visto che ci sono ancora molti che polemizzano duramente contro l’obbligo di fare didattica a distanza. Ho pensato allora che, al di là di qualche frase polemica, questo intervento può essere un contributo alla discussione, semplicemente.
    Leggerò quindi tutti i commenti, e risponderò se necessario, ma solo per chiarire, non per continuare la polemica.
    Da questo momento “Condorcet” si concentrerà sulla diffusione di idee, esperienze e suggerimenti sulla didattica a distanza.

  6. Gentile Mauro Piras,
    gli argomenti ad personam servono per chiarire quale sia la logica pubblica ispiratrice di questo intervento.
    La logica, lo ripeto, è quella che il mondo della scuola ha rifiutato nel suo complesso.
    Gli argomenti alla base di questo intervento sono gli stessi che stavano alla base di quell’intervento normativo e di ristrutturazione della scuola che chi lavora a scuola ha già rifiutato.
    Non entro nel merito perché c’è già entrata, nel merito, tutta la scuola italiana.
    Il Gruppo Condorcet rappresenta solo se stesso e qualche ‘ideatore’.
    Non si apre un dibattito pubblico da una posizione espressa di un micro-segmento autoreferenziale.
    Perché questo è:un micro-segmento autoreferenziale.

  7. In questa materia non si può improvvisare. Docenti e studenti a casa propria posseggono le dotazioni tecniche necessarie? Le dirigenze scolastiche hanno per tempo organizzato attività di formazione dei docenti sul tema dell’insegnamento a distanza? Sono state organizzate giornate di simulazione sul piano pratico nelle scuole?
    Senza la necessaria esperienza gli insegnanti rischiano figure barbine che, messe in rete, girano per il mondo! Ma quello che è insopportabile sono le tronfie dichiarazioni dei dirigenti scolastici sulla stampa e in tv che le scuole funzionano magnificamente a distanza!

  8. La scuola italiana è pensata per essere una scuola in presenza, non perché non sia abbastanza al passo cogli odierni tempi informatici, ma perché parte dal presupposto che l’apprendimento degli alunni, perché sia vero apprendimento, debba coinvolgere tutta la persona e quindi possa accadere solo in presenza e cioè nel rapporto con l’insegnante, nel rapporto con i compagni e le compagne della classe e della scuola. Per questo motivo la funzione docente prevede innanzitutto le ore di lezione in classe, per questo nel registro di classe si segnano solo le ore svolte in aula e le valutazioni si segnano in corrispondenza di ore svolte in aula.
    Se non c’è lavoro comunitario della classe in aula, non ci può essere pieno apprendimento e quindi, tanto meno significativa e legale valutazione.
    Siamo ora nell’impossibilità di svolgere ciò che è costutuzionalmente garantito alle giovani e ai giovani cittadini italiani. Il Ministero si accorge ora che c’è un diritto costituzionalmente garantito all’istruzione, ma non se ne è evidentemente avveduto fino ad oggi quando, solo per fare un esempio, crea classi di più di 30 alunni e alunne, intende quindi far finta di garantire questo diritto obbligando docenti e alunni ad attività che non possono dare reale apprendimento. Dovrebbe invece prendere atto dell’impossibilità momentanea di garantire questo diritto, del resto colle misure eccezionali che sono state prese dal Presidente del Consiglio dei Ministri, per arginare l’epidemia, sono già stati limitati fondamentali diritti.
    Ovviamente la scuola fa bene a mantenere le attività a distanza, il cui scopo non può essere sostiuirsi a quelle in presenza, per i motivi suddetti. La scuola deve, e infatti lo sta facendo, svolgere il suo ruolo in una situazione di difficoltà gravissima della comunità, che ovviamente può non essere coincidente con quello che può svolgere in presenza e che prevede un orario settimanale e verifiche.
    I diritti non si comprimono come fisarmoniche, sostenere i diritti dei docenti significa garantire libertà di insegnamento e quindi garantire il pieno diritto degli alunni all’istruzione.
    Andrea Verri, Mira (VE) 22 marzo 2020
    Insegnante presso l’I.I.S. “8 marzo-Lorenz” Mirano (VE)

  9. Concordo con la Nota del Ministero che tratta della Didattica a distanza! Diffido i Sindacati ad insistere sulle posizioni assunte ed invito ad aprire una consultazione! Non credo che vi sia un solo insegnante d’accordo con un atteggiamento tanto becero quanto sconsiderato, visto il momento che il paese sta attraversando. Andiamo avanti grazie all’impegno di categorie che non si sono certo tirate indietro: dai medici e tutti coloro che lavorano negli ospedali, come pure chi ci procura le derrate, dagli agricoltori agli addetti alla logistica ed alla distribuzione. Per non dimenticare le forze dell’ordine e gli addetti a mantenere in efficienza tutto ciò che ci e’ indispensabile: trasporti, energia, rifiuti come pure le poste e le banche.
    Mi vergognerei con i miei figli se abbandonassi a loro stessi miei studenti ora!
    I mezzi tecnologici li ho avuti grazie al bonus Insegnanti che non so più come spendere ed alle Zoom meetings e Google suite…!
    Anzi, questo frangente mi ha permesso di scoprire queste modalità che mi saranno sicuramente utili in futuro… per esempio in caso di essere impossibilitato a presenziare.
    Mi sembra non vi sia nulla di persecutorio nella contestata nota nei confronti degli Studenti anche per gli aspetti della valutazione.
    Su questo servirà una riflessione nel caso le scuole restassero a lungo chiuse: al momento dobbiamo essere vicini agli Studenti ed alle loro Famiglie e l’eventuale valutazione (a distanza) può essere intesa solo come una leva per i più deboli, per non perderli.
    Alla luce di questa presa di posizione mi viene
    da pensare che forse l’unica categoria che potrebbe starsene tranquillamente a casa è quella dei sindacati della scuola! Che tanto il disastro nelle politiche della scuola e’ già stato fatto edi sindacalisti non sono riusciti ad evitarlo!

  10. MI permetto di cut&paste il mio commento a un post del sito di Condorct su la stesso tema, http://condorcet.altervista.org/la-scuola-sta-facendo-il-proprio-dovere/. Commenti al commento benvenuti.
    ————

    Salve,

    Le modalità e il contenuto dell’intervento sindacale sono errate, fuori luogo e mancano del senso della realtà della situazione, ma i contenuti e sopratutto il tono della nota ministeriale sono ben poco condivisibili: poco empatici delle difficoltà oggettive create dalla situazione, non appropriati a interloquire con chi esercita la professione di docente, sostanzialmente elusivi su le questioni amministrative che si pongono.

    Nella situazione di inedita e preoccupante emergenza, il richiamo deve sicuramente essere al rigore morale e alla assunzione di responsabilità, per evitare qualsiasi accenno di smobilitazione da parte dei docenti di scuole pubbliche, e qualsiasi comportamento da godiamoci l’inaspettata vacanza. Ma questa richiamo deve poggiare sul riconoscimento che sarà proprio il rispetto della vocazione professionale dei docenti e delle prerogative di libertà e indipendenza nell’esercizio del proprio ruolo che assicureranno -nel confronto continuo e privilegiato con le famiglie su come meglio mitigare, per quanto possibile, la situazione- la continuità sociale – più che didattica o istituzionale – del ruolo della Scuola pubblica italiana, in tutta la sua molteplice e ricca realtà.

    Molto probabilmente, le scuole riapriranno a pieno regime solo per il nuovo anno scolastico, a Settembre. Si dovrà pertanto intervenire sulle norme sulla validità dell’anno scolastico, sulle valutazioni finali e sull’ammissione all’anno successivo, e sul computo del credito scolastico. Gli esami di fine ciclo, dovranno forse essere rimodellati su programmi di studio esenziali, in parte riorientandoli su quanto già svolto negli anni precedenti. A leggerlo tra le righe, con un poco di malizia, il messaggio tacito della nota sembra sia invece che al Ministero non si pensa di adottare nessun misura del genere, ma sostenere la finzione che le attività a distanza possano davvero sostituire in toto quelle in aula, il che ovviamente non è.

    Non sarà infatti possibile né pretendere, nè assicurare nè verificare gli obblighi di frequenza (che sicuramente non sarà possibile prendere nota dei minuti di connessione o di ‘presenza’ a distanza, per una varietà di problemi tecnici e giuridici), nè realmente svolgere tutte le attività di verifica per tutte le numerose discipline e competenze previste, nè tantomeno svolgerle con quel minimo di serietà e integrità richieste. Per evitare che il Ministero induca il corpo docente italiano a una sistematico travestimento della realtà a fini meramente burocratici, si deve riformulare gli obblighi professionali (e lavorativi) nei termini di disponibilità di assistenza da remoto alla famiglie su come affrontare la situazione, e formulare un nucleo minimo di attività da privilegiare (non chiaramente educazione fisica, non forse le discipline con poche ore per gruppo classe). Per le classi terminali di ciclo, indicare fin da ora ambiti ristretti di contenuti e/o competenze essenziali, in parte dai programmi della penultima classe di ciascun ciclo, per rimodulare le prove d’esame.

    Si tratta di agire con una chiara comprensione sia della complessa configurazione giuridica della Scuola pubblica italiana e del ruolo dei docenti, non riducibile o equiparabile a quella di una azienda di Stato e dei suoi impiegati, e che anche in questa situazione deve essere comunque rispettata, sia del ruolo sociale e financo affettivo della relazione umana che si instaura tra docenti e famiglie. Ed è sopratutto nel favorire la relazione umana a distanza, a controbilanciare il distanziamento sanitario, che devono andare le preoccupazioni principali. In questo, io credo, la nota 338 non aiuta. In tuttta Italia un numero via via più ampio di docenti sta affrontando con ingegno e passione l’emergenza, e cercando di mantenere il contatto con i propri alunni, trovando le soluzioni possibili per svolgere comunque la propria vocazione e ruolo. Dal Ministero, per sua competenza, devono arrivare indicazioni chiare, realistiche e giuridicamente ben formulate di come svolgere gli adempimenti legali connessi alla funziona docente nella Scuola pubblica, con le modifiche imposte dalla situazione, ma senza approfittarne per far avanzare una propria agenda politica, qualunque essa sia. Questo si deve chiedere, questo deve essere fatto a breve.

    ps. “I pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione” (art 98 Cost.). Ma i docenti sono ‘pubblici impiegati’ sui generis, essi sono al servizio primariamente di libere scienza e arte, secondariamente delle famiglie, e solo in terzo luogo della Nazione (ma io riformulerei, della Repubblica).

  11. Sono d’accordo su tutta la linea. Da tempo sostengo che la DAD debba diventare un’opzione anche in tempo di pace, in misura limitata e scelta dal docente, ovviamente. Non entro più di tanto nel merito delle questioni contrattuali, che mal si sposano col tempo di guerra che viviamo, ma la questione della valutazione è davvero da ricentrare. Da questa crisi può nascere una discussione. Sarebbe opportuno monitorare le buone pratiche e le esperienze che si fanno, per prepararsi ad altri probabili tempi di sospensione.
    P.S. una buona pratica, valida per tutte le discipline, è la lettura ad alta voce, che per me dovrebbe avere valore quasi disciplinare, stando a certe evidenze scientifiche di ricerche recenti.

  12. Ho inviato un commento non pubblicato. Che dire? Anche nel micromondo si pubblica solo ciò che piace

  13. Non è la didattica a distanza in discussione: non si può fare altro per tutelare il diritto allo studio dei ragazzi. Quello che si contesta è la burocratizzazione, la pretesa ministeriale di disciplinare, regolamentare qualcosa che è per sua natura abnorme, emergenziale, e inoltre , ora nella crisi, affidato alle risorse dei privati (famiglie e docenti che mettono a disposizione pc, contratti di connessione, di fornitura elettrica) sebbene la scuola sia pubblica.
    Non è giusto da parte dello Stato intervenire così pesantemente. Non c’è motivo. Lasciateci lavorare, non imponete il COME, rispettate l’art.33 della Costituzione. La scuola procede, ma la tutela del diritto allo studio non deve trasformarsi nella violazione della libertà di insrgnamento. Didattica a distanza significa tante cose: lasciateci la libertà operativa. Ognuno di noi farà scelte nell’interesse degli studenti, gli unici che dovrebbro stare a cuore in questo momento.
    Cfr.https://www.doppiozero.com/materiali/scuola-e-insegnamento-distanza-ai-tempi-dellemergenza

  14. Ne parlo più diffusamente nel seguente articolo:
    https://www.glistatigenerali.com/scuola/il-covid-19-e-la-scuola/
    Concordo comunque in generale sul fatto che il movimento Condorcet sia ideologicamente vicino alla cultura rottamatrice che ha animato la 107/2015 e alla ingenua equazione economicistico/liberistica che la sottende (nuovo=buono). Citare Condorcet nella pagina di presentazione del sito non basta a camuffare le reali spinte che ispirano il gruppo e che dagli articoli pubblicati emergono. La tradizione non va rottamata tout court e i cambiamenti, i rinnovamenti, non sono automaticamente “miglioramenti”: Manfred Spitzer mette in guardia rispetto all’uso del digitale a scuola, attraverso evidenze scientifiche e noi italiani che facciamo? Inneggiamo alla tecnologia come panacea!
    Ora certo si fa di necessità virtù: la DAD è una scelta inevitabile ai tempi del covid19. Ma dobbiamo dirci con onestà che è un’anomalia solo emergenziale. La DAD non è scuola.
    La scuola è molto altro.

  15. La didattica autentica è in presenza; poi c’è un surrogato interessante a distanza, che in sé è un compromesso utile e, in questo momento, inevitabile. Non deve però diventare una scorciatoia verso il feticismo della tecnologia, anche perché nelle scuole della Silicon Valley i grandi dell’industria informatica chiedono scuole SENZA COMPUTER:

    https://www.businessinsider.com/silicon-valley-parents-raising-their-kids-tech-free-red-flag-2018-2

    E adesso provate a pubblicare questo commento, se avete il coraggio

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