di Valentina Maini

 

Con una nota di Andrea Bajani

 

[Dei libri pubblicati in queste settimane di sciagura globale si dice che sono “bruciati”, con una brutalità lessicale e un cinismo che non tengono conto del fatto che dietro c’è qualcuno che li ha scritti. Che ha passato anni a correre dietro ai fantasmi e a creare catenacci di parole, a tirare su edifici fatti di alfabeto e immaginario. Nulla è bruciato, quei libri sono scritti, che è la cosa che conta. E troveranno giustizia, troveranno lettori, il che certo non lenisce il dolore per quello che viviamo. Di sicuro non si mette a tacere un libro con un’epidemia, la storia lo ha dimostrato molte volte.

 

Tra gli autori pubblicati in questo tempo pandemico c’è Valentina Maini. Il suo romanzo d’esordio, La mischia, Bollati Boringhieri, è arrivato nelle librerie poco prima che chiudessero. Quando lo lessi per la prima volta – ero consulente per l’editore – rimasi sbalordito, mi sembrava impossibile che qualcuno riuscisse a tenere per cinquecento pagine quella potenza e quella visionarietà, così al contempo poco addomesticata e raffinatissima, caotica e balisticamente micidiale. Ne scriveranno in molti, mi auguro, di quel libro, e di un’autrice così anticanonica, che non per volontà ma per istinto, e dunque per stile, mette in discussione l’edificio del romanzo pur raccontando una storia vera e propria, non rinunciando cioè al patto col lettore. Qui sotto, un suo testo inedito. È un estratto da un progetto più complessivo, il che potrebbe determinare un po’ di disorientamento. Ma lasciatevi andare, godetevi ogni riga, sentite la potenza della lingua, la sua musica, il mondo che compone. All’autrice e a me faceva piacere condividerlo (Andrea Bajani)]

 

*

Quaderno cicatrice

di Valentina Maini

 

Ho iniziato a scrivere Quaderno cicatrice nel novembre del 2015, a Parigi, dopo gli attentati. In quei giorni l’imperativo era continuare, andare avanti, faire la fête. Sentirsi eroi e sventolare la bandiera occidente con orgoglio. Io mi esercitavo all’immobilità. Non mi sentivo vittima, non volevo fare festa, non continuavo. Non ero attorniata da eroi. Guardavo la ferita che a volte mi pareva inflitta per difesa. In Quaderno, scrivevo di quello e altri dolori. Mi pareva si intrecciassero, che fosse quell’Evento a tesserli in una sola trama che ancora non vedevo, e non vedo. I giorni di Parigi mi hanno ricordato questi giorni, così ho riaperto Quaderno. Non solo per la paura di uscire, l’isolamento, la sensazione che chiunque, in mezzo alla folla, potrebbe uccidermi. Non solo per la realtà ormai inaccessibile, mediata, a volte contraffatta, da giornali e televisioni. Ma, soprattutto, per il non poter chiamare questo male «ingiustizia», perché subirlo non ci rende martiri, né migliori. Perché lo schiaffo più che un’offesa somiglia a una risposta.

Questo è un estratto.

 

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Novembre: occidente riponeva le scarpe da ballo nel cassetto, mentre la libertà esplodeva nella sua forma livida di bava. Racaille tappava la bocca a occidente, occidente non guardava, passava il tempo a stuccare le crepe del terreno nelle periferie esplose. L’arabo urlava con una voce senza traduttore, lo scarto tra la lingua buona e quella non salvata era il rumore nitido di un’esplosione. Luce era di carta, la stanza diminuita, la realtà trasmessa in differita. Lei conduceva una vita eccessiva e solitaria: al moto rotatorio della geografia opponeva uno sbattere di occhi, la controparte mobile di una statua imbalsamata. La sua topografia una topografia malata. Voltare le spalle non era concesso e in ogni caso non avrebbe funzionato quanto scoppiare a piangere due giorni di fronte alla diretta edizione straordinaria. Aveva fabbricato neve che nessuno oltre lei vedeva, ulteriore forma di un isolamento ancorato all’allucinazione ma non meno crudele del reale: lutto collettivo da consumarsi come un pasto scarno offerto dalla mensa al clochard di turno. E lo stato di emergenza come pausa ricreativa. C’erano quelli che andavano avanti e quelli che tornavano indietro, lei apparteneva alla categoria dei granchi, che per procedere devono farsi forza contando i lividi e richiamando in vita il demone che non dà tregua. Parigi reagiva troppo bene, la sua bandiera morta, le vittime contate come inconfutabili prove nel processo: le macerie spacciate per restauri, tappeti rossi su cui far correre l’orgoglio di una civiltà giusta, collaudata. Una crudele forza di reazione che somigliava a quella dell’automa o dell’angelo forse della lava. Dall’altra parte i marci, le catene indossate come spade, il tempo che non guariva: c’erano case altrove, messaggi come colpi contro le sue scelte estreme o vie di fuga, e la spesa da portare a casa come sempre, e un coraggio da fingere per non portare male. Le colpe da ammassare su una sola spalla e da indicare con gesto di fucile. C’erano zone che prendevano luce a forza e il vociferare del retore maggiore. Si sentiva l’ambulanza e si continuò a sentire. Si sentiva un’altra voce che ci si ostinava a non capire.

 

Lei non prese nessuna decisione, restare non restare, il fatalismo, avere paura. Una casa nuova urgeva la sua presenza storta, l’impronta dei piedi per il riconoscimento tattile contro presenze estranee non gradite. Come era stata lei prima, prima di cosa, che giorno era, sera, forse già estate. L’ombra aveva rotto gli argini come ogni diluvio mensile, e c’era da pensare a quella che tutti chiamavano la propria vita, forti di una ragione riprodotta in serie da una macchina quadrata. L’Evento stentava a darsi un nome, come la sua storia senza trama: e così si dava un imperativo al giorno, prediligeva la forma esortativa. Fuori dalla legge della nuova casa, restava una malinconia ridotta in scala uno a centomila, da nascondere sotto la biancheria sdrucita, nella tasca un autoprodotto foglio di via, occhi per la presa in carico del sonno. E il cuore improduttivo, da delocalizzare in Romania.

 

*

 

Mourir. [cesser de vivre ou être sur le point de cesser de vivre] [dépérir, perdre ses fonctions vitales] [disparaître, cesser d’exister] [perdre sa vigueur, s’affaiblir, s’étendre doucement, s’étendre brutalement, coupables, innocents, vieux, trop jeunes, entourés de gens, sans personne autour, personne].

 

Mi sono svegliata presto, una mezzora prima, ho cercato sul dizionario la parola morire. Nessuno che scriva: seccarsi. Sono io questa cosa secca. Voglio buttarmi dentro un ospedale e dormire per sempre, diventare un fiore, un pezzo di prato, di mare. Un’altra cosa.

 

*

 

Ottobre: nasceva sua madre. L’amore si mostrava come a una svendita promozionale straordinaria: quattro braccia, due polmoni, dieci dita per una sola casa. Già non c’era più nessuno: solo quella violenza prima di ritirarsi a vita privata e starsene in silenzio fino a che diventi adulta. Lei che si domanda se è così che si nasce, se è in silenzio, se qualcuno deve vedere. Se c’è per forza un letto, il sangue, le mosche, se si piange sempre dopo che è finita. Se i parenti sanno ma dicono sta zitta, porta solo le uova a casa. La bambina accusa il colpo in pancia l’arma contundente ignorando il motivo della lotta. Nei dintorni le bocche ascoltano gli occhi urlano gli orecchi chiedono perdono: e il liquido amniotico non attutisce traumi eventuali e il guscio si rompe e la pelle comincia a tagliarsi. Lei che si domanda se è così che si nasce, se deve rifarlo, se un giorno si impara. Se poi smette, se guarisce, se poi va meglio quando si muore.

 

*

 

Mère. [Femme qui a mis au monde ou qui a adopté un ou plusieurs enfants] [Femme qui joue le rôle d’une mère] [Femelle d’un animal qui a eu des petits] [Supérieure d’un couvent] [Lieu d’origine, de fondation de quelque chose] [Source] [Qui est à l’origine d’autres choses de même nature, et si elles ne lui ressemblent pas, elle les force, elle impose une ressemblance, elle ne pardonne pas une nature différente, ne peut pas pardonner]

 

Aspetto la cattiva notizia, qualcuno che mi costringa a tornare a casa. Il peso che sbilancia e mi obbliga a scappare per un buon motivo. Non so se fuori ci sono ambulanze, le sento. Potrebbe riprodurle qualcuno, meccanicamente nella stanza, per farmi uno scherzo. Se qualcuno mi chiedesse di tornare tornerei, ma non lo fanno. Ci arrivano di sbieco, alludono, non rispondo. Mi affaccio alla finestra e vedo solo una persona in piedi.

 

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Settembre: verso la fine, quelli volevano solo uno spazio pubblicitario per la lotta. Da una televisione all’altra si spartivano i minuti per annunciare ad ogni turno un vincitore diverso. Lei non voleva vincere, ma quelli non avrebbero capito, continuavano a spingere per farla entrare nella scatola, rifugio antisismico per esistenze quiete. C’erano scatole per tutti, con dicitura esplicativa, muovevano verso i contenitori come mendicanti felici. Lei conduceva una vita inquieta, mista, direi sfasciata. Mentre le famiglie stiravano gli stracci domenicali in attesa del gran giorno che si annunciava al mondo intero con gesti premonitori ambigui. Loro spolveravano un vecchio ideale da riporre in bella vista, controllando bene che gli altri stessero a guardare. Centinaia di cuori battevano all’unisono per un po’ di pane. Dei miliardi di utenti connessi non si poteva tracciare il nome, ma la compagnia assicurava l’efficienza del servizio: l’obiettivo comune a tutti era esporsi, senza farsi trovare. Mentre gli amici inforcavano le birre, il ragazzo storceva il naso con disprezzo, qualcuno proclamava gloria alla musica indie. Mentre tornavano di moda le siringhe buttate a terra, gli eschimi, le razzie al supermercato dei figli di papà che giocano il gioco della povertà. Mentre l’attore deliziava la serata all’intellettuale e le vecchie riponevano le carte nei cassetti. Mentre gli altri erano solo la controparte sociale. E lui che voleva solo scopare, lei che sì accettava, per non disturbare. Imparava a dare retta, ci si metteva, contraeva i muscoli e rimpiccioliva: sforzo concertato da millenni, più che generazionale, come inflitto con la scusa della tregua. Perché smettesse il terremoto, la scatola aderisse, così che si morisse in pace. Chiedeva aiuto a quelli, quelli spingevano, sull’etichetta della fiamma si leggeva appena la parola brace.

 

*

 

Couple. [personnes unies par le mariage, liées par un pacs ou vivant en concubinage] [deux personnes réunies provisoirement au cours d’une danse, d’une promenade] [animaux réunis deux à deux, mâle et femelle, ou appariés pour un même travail] [système de deux forces de somme nulle, caractérisé par son moment, le score de la donne n’est pas toujours zéro – zéro morts, zéro blessés –, parfois c’est le numéro un – «meurtre brutal de l’un des deux, réel ou imaginaire, dommage» – ou deux – «tous les deux amoureux sont morts, vous les voyez là-bas, leurs corps dans le lac, dans la salle des concerts, dans l’écran, ils sont beaux, les petits, les pauvres» – ou le spectre, voilà le résultat, il ne meurt pas, il reste à côté: un mariage]

 

Gli si avvicina una ragazza, uscita da chissà dove. Sono due, in strada, circondati da cose. Siamo in pericolo, pensa lui, mentre è lei a credersi salva. Solo io e te. In silenzio ringrazia la tragedia che ha decimato le rivali. Ora sono un’isola. Lui la spinge, lei gli si aggrappa di nuovo stringe. Tienitelo stretto, nessuno deve sapere. Che si sta spaccando, è da questo momento che si spacca, e non c’è verso di tenerlo in piedi.

 

*

 

Agosto: la città bruciava, lei si era ammalata, lieve abbassamento delle sue funzioni vitali. La malattia piombava come un monito, presagio larva di un racconto fallato, inflitto a sé stessa per il compromesso di una vita brava: amore, salute, lavoro tutto ok, grazie, pensava. La lieve incrinatura della favola la costringeva a letto, trasformando l’amante in infermiere, il letto in un angolo cantiere: lì si ricostruiva – sé stessa, la sua vita – a furia di lamenti e tazze di tisana da discount, mentre fuori la vacanza Roma sfotteva, non andava come previsto, la fregava: prima incrinatura, riassunto smosso di una infelice trama spacciata per commedia. L’estate non finiva, non colava, così come la febbre attaccaticcia al corpo pallido di due amanti improvvisati: c’erano farmaci sul tavolo e progetti sgangherati da finire – noi due insieme, una nuova vita, la casa – e una serie di voci subdole da affondare nell’abisso di una gran scopata: non durerà – dicevano – vedrai che passa, mentre lei dormiva o godeva, cacciava due urli in previsione della pace. Il sesso si stendeva come una manta su un fondale di detriti. Loro conducevano una vita abnorme, pallida, non dicevano fallata. Nel brusio di sottofondo, l’intuizione non fioriva: la ricacciavano sul fondo, che nessuno dica nulla, tuttalpiù, in caso di bisogno, la parola casa.

 

*

 

Île. [espace de terre entouré d’eau, personne entourée de silence, qui n’arrive pas à communiquer, ou qui ne peut pas, ou qui ne veut pas, personne qui ne parle plus parce qu’elle est incapable de parler, parce que la parole échappe, gens qui n’ont rien à dire, qui ne savent pas le dire ou qui n’ont plus d’auditeur. Hommes seuls ou abandonnés. Femmes seules ou abandonnées. Êtres humains entourés d’eau]

 

Sono andati, non li ho visti sparire. In strada non c’è nessuno. Sono qui? Non vedo né più terra né acque. Il pavimento è gelato, ho i piedi bianchi. Alla televisione hanno detto che in città ha cominciato a piovere.

 

 

[Immagine: © Christopher Bucklow, Guest, 1.51pm 27th July 2001].

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