di Gilda Policastro

 

Quello che le ultime generazioni di scrittori, compresa la mia, hanno perso del tutto, è la capacità di lanciare slogan: forse effettivamente un retaggio degli anni Sessanta, più politici, ideologici, in fermento. Se ripensiamo a tutti gli scrittori di quella stagione, e non solo dell’avanguardia, li possiamo associare a una formula più o meno fortunata. Pasolini è sicuramente il generatore più prolifico di slogan, dalla «mutazione antropologica» al «genocidio culturale» all’«omologazione», nei corsivi che uscivano sul «Corriere della sera» o sul «Mondo», dunque destinati a un pubblico relativamente ampio. Non mi sono sorpresa nel sentir citare, l’altra sera, a una giornalista televisiva la «casalinga di Voghera» arbasiniana, in un pur frettoloso momento commemorativo, all’interno di una trasmissione dedicata al tema portante di questo momento angosciastico. Arbasino in verità a noi studiosi di letteratura, e di letteratura degli anni Sessanta in particolare, viene subito in mente (oltre che per il monumentale capo d’opera di Fratelli d’Italia) per il celeberrimo articolo sulla famigerata Gita a Chiasso. Molti vi fanno riferimento quando si parla di arretratezza culturale del nostro paese: specie in poesia, dove si è fermi a una tradizione poco più che scolastica, in cui i cieli sono proprio cieli azzurri con gli uccelletti e i tramonti (e non cieli «di lamiera» o «contemporanei», alla Pagliarani) e i prati rivestiti di fiori in ogni stagione, mentre altrove, già dai primissimi anni Zero, si fanno le poesie con gli algoritmi ricombinati da Google. Una battaglia di svecchiamento culturale raccolta come eredità (non del tutto riconosciuta e sicuramente non al di fuori dell’area sperimentale) da alcuni autori-traduttori nostrani, andando dal gruppo di Gammm (attivo nel 2006) a Prosa in prosa, l’antologia di post-poesia (per dirla col mentore Gleize) del 2009. Bisogna uscire dagli angusti confini nazionali e andare almeno in Francia, se non negli Stati Uniti, a vedere cosa sta accadendo alla poesia, come si sta trasformando con le nuove (ormai nemmeno più tanto) tecnologie e i nuovi linguaggi, dicevano quegli autori, da Andrea Inglese a Gherardo Bortolotti a Michele Zaffarano. Il discorso di Arbasino in verità era più ampio, e riguardava non solo la poesia ma il diffuso impaludamento della nostra cultura. Vale la pena tornare a leggere un passaggio di quell’articolo, uscito nel ’63 sul «Giorno»:

 

bastava arrivare fino alla stanga della dogana di Ponte Chiasso, due ore di bicicletta da Milano, e pregare un qualche contrabbandiere di fare un salto alla più vicina drogheria Bernasconi e acquistare, insieme a un Toblerone e a un paio di Muratti col filtro, anche i Manoscritti economico-filosofici di Marx (1844), il Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein (1921) […] le Idee per una fenomenologia di Husserl (1931) […] un po’ di Blanchot e Bataille assortiti, nonché di Henry Green e Anthony Powell, e il meglio di Forster, dai romanzi intorno al 1910 ai saggi del 1936 […]. Ci si sarebbero risparmiati alcune decine d’anni di penose indecisioni intorno a illusioni senza avvenire, come primo vantaggio, e soprattutto la scomodità dell’apprendistato coi capelli bianchi. I dolori della nostra cultura derivano dal fatto che una numerosa “classe unica” di letterati degli anni Trenta non si è ancora messa al passo con le idee dei loro coetanei del resto del mondo, e affronta in ogni nuovo anno scolastico un programma di studi estremamente limitato.

 

Naturalmente è in tutt’altro contesto dal nostro e in tutt’altra dimensione pragmatica che origina la provocazione, rivolta ad autori che non disponevano di internet, e-mail, siti, blog, social, Instagram o Whatsapp e TikTok, e che non potevano perciò scambiarsi con la nostra immediatezza file, pdf, audio, link: dovevano andare proprio fisicamente a vedere, toccare, acquistare. Non a caso molti di loro, ad esempio Enrico Filippini, oltre a essere poeti o narratori, furono lettori o traduttori di scrittori, filosofi, teorici già molto discussi in Francia o Germania e che rimanevano invece per gran parte ignoti alla cultura italiana (se pensiamo solo alla tarda circolazione di Beckett o Ponge, a tacere di Blanchot e di Lacan).

 

A che cosa serviva, la “gita a Chiasso”? Ad ampliare lo spettro del narrabile (e del poetabile), a scoprire che la letteratura non si faceva più lasciando impunemente uscire la marchesa di casa alle cinque. Altra caratteristica tipica dell’avanguardia (non disdegnata però dal fiero avversario Pasolini) è la metaletteratura: la letteratura che riflette su se stessa, e che accoglie al suo interno la saggistica, il giornalismo, la poesia, la prosa, i materiali che non siano i tradizionali mattoncini bene ordinati della narrazione («vaghe storie di personaggini vaghi che discorrono vagamente su fondalini anche più vaghi», per dirla con l’Anonimo lombardo), ma anche le idee dell’autore, sul mondo, e sulla letteratura stessa. Arbasino non ne lesina certo, nel suo eterno pastiche di «proliferazioni mostruose» che rende la sua scrittura al tempo stesso più godibile e meno incasellabile di quella di tanti suoi contemporanei.

 

«Dal giorno che la fine della guerra ha voluto regalarci quel certo neorealismo, non si è proprio mai riusciti a prenderlo sul serio o sul neo»: è così che il narratore del succitato Anonimo lombardo, pubblicato nel ’66 come romanzo autonomo (dopo una prima apparizione all’interno di una raccolta nel ’59), giustificava in atto la scelta di contaminarne l’impianto narrativo con inserti di storia, teoria o analisi letteraria, e di frammentare e frastagliare il testo epistolare (già di suo discontinuo) con divagazioni e note atte a interrompere la credulità del lettore. Lo aveva fatto Manganelli con Hilarotragoedia, l’esperimento di diffrazione della trama, rimanendo però entro un ambito totalmente finzionale, pur nella cornice pseudotrattatistica. Arbasino distingue invece un piano «disumano» dell’esperienza, «cioè la finzione letteraria», laddove il «piano umano» sarebbe stato rappresentato, invece, dalla «vita quotidiana», ostentatamente disprezzata dall’autore, se non per l’offerta di accadimenti riutilizzabili a fini narrativi («esempio», scrive in una nota: «fare l’amore per poi servirsene nei racconti, che è un po’ come andare nei posti di villeggiatura unicamente per mandare le cartoline agli amici»). Eppure il pre-testo resta tra i più classici, col ricorso all’espediente topico della tradizione romanzesca, ossia il ritrovamento del manoscritto:

 

Questa storia non è mia. È arrivata per posta, da parte di un Anonimo Lombardo 1955, che poi è morto. C’erano tante note. Le abbiamo tolte quasi tutte.

 

Il testo si presenta, nel suo svolgersi, come un romanzo epistolare atipico, innanzitutto perché i destinatari delle lettere sono multipli e non rispondono al mittente (l’Anonimo del titolo); inoltre perché alla trascrizione delle epistole sono intervallate ampie parti metanarrative, in cui si viene descrivendo e anticipando il modo in cui gli eventi andranno man mano a presentarsi al lettore. Al centro della vicenda, l’amore di un uomo adulto per un giovinetto, raccontato nei minuti dettagli erotici. Si definisce così un ambiente di vita tipicamente omosessuale (con ostentazione smaccata di tale tipicità), dalla passione per l’opera ai viaggi in posti esclusivi all’abbigliamento sgargiante e frivolo all’incultura esibita delle «checche», fino alla netta separazione tra la sfera della sessualità e la vita sociale, col rifiuto dei ruoli e degli stereotipi della coppia tradizionale, di fatto inevitabilmente replicati anche all’interno di un rapporto evidentemente non convenzionale. Arbasino mutua in modo che diverrà suo proprio alcuni tratti del romanzo sperimentale, soprattutto l’utilizzo di un linguaggio composito, con escursioni dall’altissimo al bassissimo e l’ostentazione di un plurilinguismo insistito e “snob”. Un elemento di ulteriore interesse è la vicenda editoriale che portò a posporre l’uscita dell’Anonimo ad altri racconti, meno dirompenti, con un ragionamento tutto opposto alle strategie editoriali di oggi, dove l’esordiente si getta nel calderone delle novità con un romanzo potenzialmente “forte”, il quale, nel migliore dei casi, diventa un successo, cui non seguono però, magari, altre uscite di analogo riscontro (critico o commerciale che si voglia). L’editore Feltrinelli fu invece lungimirante, e consigliò ad Arbasino di aspettare una miglior maturità di scrittore, prima di pubblicare un’opera tanto dissacrante e audace: è l’autore stesso, nel vivo del testo, a definirla «letteratura d’emergenza» e a presentarsi come «l’autore della storia di uno scrittore in difficoltà». Seguono una serie di giustificazioni non richieste in relazione all’uso della prima persona, al caos strutturale e formale e, come anticipavo, alla lingua, ritenuta il problema capitale per chi scrive in italiano, per via dell’enorme distanza tra «la lingua veramente parlata e la lingua convenzionalmente scritta» (chiosando poi, icasticamente: «si capisce perfino come mai l’Italia, un paese così loquace, appaia nella sua narrativa, come la terra dei muti»). La questione della lingua era in quegli anni particolarmente sentita, andando dal Pasolini di Nuove questioni linguistiche (del ’64) al Calvino dell’articolo Per ora sommersi dall’antilingua (altrimenti noto come “il verbale del brigadiere”, uscito nel ‘65). Al centro del dibattito tra gli scrittori c’era la salvaguardia di una lingua espressiva, che mantenesse un valore comunicativo senza omologarsi al linguaggio tecnocratico della borghesia egemone (Pasolini) e senza arrivare ad odiare, oltre ai propri destinatari, anche sé stessa (l’antilingua di Calvino), fino al ripudio (in Arbasino) di una «lingua scritta falsa per definizione, intrattenuta in finzioni insensate da una grave tradizione di retori con l’orecchio di piombo». Meno oltranzista, nei fatti, degli altri avanguardisti quanto a torsioni linguistiche o invenzioni procedurali, Arbasino resta forse il più letto e il meglio invecchiato (anche se può parere un po’ sinistra, oggi, come annotazione) dei suoi primi compagni del Gruppo 63. Forse proprio per la sua peculiarità, che lo rende al tempo stesso molto caratterizzato e meno rappresentativo del movimento d’avanguardia nel suo complesso rispetto ad altri. Se pure i problemi sono comuni e l’orizzonte su cui si appunta la riflessione metatestuale è il dibattito sul realismo, a quell’altezza ancora pervasivo, con l’Anonimo Arbasino usciva decisamente dal Gruppo fondando un vero “mito” personale, che lo avrebbe accompagnato per il corso della sua ricchissima produzione letteraria e giornalistica – l’una e l’altra spesso confuse o sovrapponibili – non mancando di suscitare, anche a distanza di decenni, forme imitative o epigonali. Del resto, l’autore stesso aveva dichiarato l’intenzione euforicamente autoimitativa sin dagli anni Sessanta:

 

farò ancora […] come ho già provato nell’Anonimo: dopo aver raccontato delle cose […] in modo che si senta “l’odore stesso della realtà” aggiungerò che i fatti, veramente, nella vita, si erano svolti in maniera diversa, e li ri-racconterò […] secondo versioni cento volte più scatenate.

 

Non peritandosi di aggiungere, da vero trickster, che si trattava di «divertimento per poveretti», (ovvero delle «castagne secche del decadentismo»).

 

L’ultimo slogan che aveva lanciato Arbasino, almeno a mia memoria, riguardava i dati di vendita agitati come criterio di valutazione (o sopravvalutazione) di un’opera letteraria: sarebbe, aveva dichiarato in un’intervista, come giudicare McDonald’s il miglior ristorante al mondo, perché il più frequentato. Battuta tristemente anacronistica nella stretta contingenza attuale, dal momento che svuotati e chiusi, tanto quanto le librerie, sono pure i ristoranti. In questo «nostro mondo» che, per dirla con l’antico sodale Balestrini, «sta scomparendo», dobbiamo cominciare a progettare nuove forme di vita, forse, e pensare a nuove parole. Di sicuro chi faceva della bêtise materia narrabile, e la ribattezzava «proprio stronzaggine», se n’è irrimediabilmente andato.

8 thoughts on “Le parole nuove di Arbasino

  1. “ Lunedì 28 dicembre 2015 – Stamani, chissà perché, mi sono svegliato pensando alla « Gita a Chiasso ». Forse dipende dal fatto che ieri sera ho visto un film di Hitchcock. Nel film di Hitchcock c’era una bionda, e c’era uno che voleva ucciderla. Ma non ci riesce. È tutta una storia di gente che entra e che esce, di chiavi di casa scambiate etc. Alla fine, il colpevole, smascherato, dice all’amico: « Avevi ragione tu, Mark, nei romanzi va tutto bene. Ma… », e intende dire: ma nei film è un’altra cosa. Per tornare alla « Gita a Chiasso », si è trattato, per farla breve, di un invito ad uscire, ad andare fuori. Dopo più di mezzo secolo, per farla breve, si ha la più che fondata impressione che fosse un trucco per restare dentro. In ogni caso è andata così, che c’è chi è uscito fuori e chi è restato dentro. E ancora ci sta, deciso più che mai a non uscire. Parola di uno che sta fuori, sempre più fuori, e, per quanto si sforzi, a tornare dentro non ci riesce. “.

  2. “Prima di tutto, una prescrizione di Marcel Raymond, in Da Baudelaire al surrealismo: ‘si tratta di acchiappare le immagini come si suol fare con le prime farfalle, montarle con meno parole che sia possibile, usar pochi colori e unire l’eleganza al libertinaggio in una nube di polvere di riso… senza toccare, in verità, né l’anima né il cuore. Il fascino deve operare altrove, nelle ragioni della sensibilità dove ha origine quel che si chiama comunemente lo spirito…’”

    Alberto Arbasino, Nota 1971 a Le piccole vacanze, Einaudi, Torino, 1971 p.257

  3. Ha voluto essere uno scrittore borghese, o piuttosto metaborghese, in un’Italia in cui nessuno voleva o poteva esserlo.

  4. “E infatti il ‘finale’ comincia già a metà libro, subito dopo il Congegno Ritardante della colazione dei monsignori, cercando questa sensazione di precipitare, precipitare, e non arrivare mai in fondo del tutto. Oppure – che è lo stesso – di accumulare, accumulare: ‘cade… cade… non ce ne sta più.’ La soffocante corsa da Roma a Firenze e attraverso l’Emilia, alla fine d’agosto, fino a una Venezia spettrale. E subito dopo la Baviera, e Milano, con nuove sventure: dopo le simmetrie immobili di un mondo pietrificato, dopo le invettive nel vuoto contro un telone teatrale nero e piatto che non è neanche più una città, e le contraffazioni della Storia e della Cultura, il frenetico shopping-party londinese, dove gli oggetti in movimento per troppo amore finalmente uccidono.”

    Alberto Arbasino, Nascita dei Fratelli d’Italia, in Gruppo 63. Critica e teoria, Feltrinelli, Milano, 1976 p. 202

  5. Quando ho letto Arbasino: “ I dolori della nostra cultura derivano dal fatto che una numerosa « classe unica » di letterati degli anni Trenta non si è ancora messa al passo con le idee dei loro coetanei del resto del mondo, e affronta in ogni nuovo anno scolastico un programma di studi estremamente limitato. “ (Alberto Arbasino, Gita a Chiasso, 1963), mi è tornato in mente un diario: “ 14 giugno 1994 – Negli anni Trenta il nonno vendette tutti i libri per pagare una troia. Magari era tua nonna, pervicace lettore. Con questo non voglio dire niente. Erano libri vecchi, e la troia, forse, era giovane. Perché parlo così pesante? Volevo solo fare « colore »: è una storia ambientata negli anni Trenta. (L’Italia aveva finalmente il suo impero, De Sica cantava Parlami d’amore Mariù, Mario Luzi imparava a fare l’ermetico, il nonno aveva passato i cinquanta) (Tutte queste cose le scrivo perché stanotte ho dormito male. Ho dormito così male che al terzo o quarto risveglio non ho saputo fare di meglio che accendere la tv. E così sono entrato anch’io nel magico mondo dei 144. Per non fare rumore avevo tolto il sonoro. Nel buio della stanza, nel fondo della mia notte ingarbugliata, c’era solo il quadrato di luce, grande come una figurina Panini, un francobollo, uno spioncino, una toppa di chiave, una miniatura dello zio Mario di Firenze. Con la scusa del pertugio c’era un sacco di gente che si comportava come se nessuno la vedesse, cioè anzi come può comportarsi solo uno che sa di essere osservato. E gli piace, anche. E gli basta, a quelle ragazze, come se non avessero altro da dire) “.
    Tanto per dire.

  6. “Forse, i romanzi di D’Annunzio, come le opere di Puccini, furono gli ultimi prodotti nella storia della cultura italiana non effimera, capaci di metter d’accordo ogni tipo di utente. Parecchie somiglianze inquietanti legano Il Piacere alla Tosca, che è insieme un teatrino sadico-delirante e un melodioso ‘mélo’ d’intrattenimento pomeridiano per piccole famiglie piccolo-borghesi. E i numerosi romanzi dannunziani risultano programmaticamente « à double face » e « a diversi livelli ». Reggono perfettamente sia una rilegatura in cuoio infernale da biblioteca di Des Esseintes, sia la confezione in paperback plastificato da autogrill…”

    Alberto Arbasino, Ritratti italiani, Adelphi, Milano, 2014 p. 167

  7. “Eroe della futilità, sembra avere sempre in serbo il ‘via la morte!’, che gridano i protagonisti alla fine dell’ultimo atto dell’*Andrea Chenier*
    +
    (da ‘Arbasino’ in “Trentasei moderni. Breve secondo Novecento” di Franco Fortini, Manni Editore, Lecce 1996)
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    P.s.
    Ringrazio la redazione per non aver pubblicato il mio precedente (troppo politicamente scorretto) commento.

  8. “Riconosciamo piuttosto la vera ‘trama’ di Contre Sainte-Beuve; la necessità di far subito del pastiche deliberato per sottrarsi al destino inevitabile di continuare a comporre dei pastiches involontari per un’intera carriera… Perché già, in fondo, buona parte dell’Arte può risultare un pastiche involontario in quasi tutte le epoche; e anzi la vita e le azioni e i discorsi e le opere della maggior parte degli uomini e donne finiscono per apparire dei pastiches et mélanges sui ‘modelli’ dominanti nella loro epoca. E nelle epoche come la nostra, oltre tutto, si sa che si costruisce comunque con materiali sintetici, inautentici, però almeno critici, da quando la counsciouness non perdona…”

    Alberto Arbasino, Parigi o cara, Adelphi, Milano, 1995, p. 29

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