Ambiente di vita, migrazione interna e logistica nella definizione della legittimità politica

di Riccardo Sacco

 

Ecologie della trasformazione, rubrica a cura di Emanuele Leonardi

 

[Pubblichiamo la rubrica “Ecologie della trasformazione” in occasione del Quinto sciopero globale per il clima lanciato dai Fridays for Future, che oggi prende la forma di una mobilitazione digitale]

 

 

“Keep the Country in Heart and the Whole World in Mind!” recita lo slogan di un manifesto cinese degli anni ‘70 raffigurante un operaio portuale intento ad assicurare una cassa di beni “Made in the People’s Republic of China” ad un gancio levatore, mentre sullo sfondo procedono le operazioni di carico merci di un mercantile cinese.

Xi Jinping, il 14 maggio 2017 – nel suo discorso inaugurale al “The Belt and Road Forum for International Cooperation” tenutosi a Pechino – ha tracciato i contorni dell’odierna Via della Seta così come pensata dal Partito Comunista Cinese (PCC)[1]. Rievocando l’antica rotta mercantile, il Presidente Xi Jinping ha ricordato i principi che animavano gli scambi commerciali iniziati 2.000 anni fa; in particolare lo spirito di pace e cooperazione, di apertura e inclusività, di insegnamento reciproco e di reciproco beneficio. A conclusione della prima parte del suo intervento Xi Jinping esorta a fare un primo passo avanti sulla strada che condurrà l’umanità alla fratellanza, ad uno sviluppo condiviso, alla pace, all’armonia e a un futuro migliore.

 

All’interno della nuova Via della Seta, la tematica green trova spazio nel paragrafo sulle infrastrutture e l’energia; qui si parla di green and low-carbon development, obiettivo da raggiungere grazie alle opportunità create dalle nuove tecnologie in campo energetico. Il concetto viene ribadito ed esteso successivamente “(…) dovremmo perseguire una nuova visione di sviluppo verde e uno stile di vita e lavoro che sia ecologico, a basso dispendio di carbone, circolare e sostenibile”[2], allo scopo di raggiugere gli obiettivi fissati per il 2030 dall’Agenda per lo Sviluppo Sostenibile.

 

Perché concentrarsi sul lato green della nuova Via della Seta?

Intorno agli anni ’90 nella Repubblica Popolare Cinese si fa strada il concetto di civiltà ecologica, come modello di sviluppo che possa succedere a quello industriale, modificando la relazione tra uomanità e natura e gli effetti dannosi del sistema produttivo[3].

 

Nel 2007, nel corso del 17° Congresso del PCC, con Hu Jintao nella carica di Segretario Generale, il concetto di civiltà ecologica viene inserito per la prima volta all’interno di un documento ufficiale del PCC ed entra a far parte dei principi generali che informeranno la politica cinese degli anni a venire. Al paragrafo quattro del testo del discorso tenuto da Hu Jintao, si legge quanto segue: “il modello di sviluppo sarà considerevolmente modificato. Quadruplicheremo il PIL pro capite tra gli anni 2000 e 2020, attraverso l’ottimizzazione della struttura economica e una maggiore efficienza produttiva, mentre, al contempo, ridurremo l’utilizzo di risorse e proteggeremo l’ambiente (…) Promuovere una cultura della salvaguardia attraverso la formazione di un modello produttivo, di crescita economica e di consumo che sia efficiente da un punto di vista sia energetico che nell’utilizzo delle risorse ed ecologico. Avremo, così, un’economia circolare di larga scala e un incremento notevole della proporzione di energia derivante da fonti rinnovabili sul totale del fabbisogno energetico. (…) Quando, nel 2020, l’obiettivo di creare una società moderatamente prospera verrà raggiunto in tutti i suoi aspetti, la Cina – un grande paese socialista in via di sviluppo con un’antica civiltà – avrà praticamente portato a compimento l’industrializzazione, con la sua forza complessivamente accresciuta ed il suo mercato domestico classificato come uno dei più grandi del mondo”[4]. Il concetto di civiltà ecologica si compone del principio, derivante da Deng Xiaoping, della società moderatamente prospera a cui si aggiunge il modello teorico della visione dello sviluppo scientifico; ovvero un modello di sviluppo economico da realizzare attraverso una programmazione rigorosa e sistematica e, al contempo, capace di tenere presente i bisogni dell’essere umano.

 

Come risultato del 17° Congresso notiamo un forte impulso per quanto riguarda la legislazione in materia ambientale; infatti nello stesso anno viene varato “The National Climate Change Programme” e nel 2008 il “China’s Policies and Actions for Addressing Climate Change”[5]. In particolare il secondo documento effettua una panoramica su tutti i cambiamenti di tipo meteorologico, agricolo, sociale ed ecosistemico verificatisi in Cina a causa dell’innalzamento delle temperature, certificando l’esistenza del cambiamento climatico e aprendo a modalità di mitigazione dei suoi effetti all’interno della cornice dello sviluppo sostenibile; nel terzo paragrafo del documento viene esplicitato che: “il cambiamento climatico è sorto dallo sviluppo e dovrà, dunque, essere risolto di pari passo con lo sviluppo”[6]. La strategia prevista è di tipo win-win: crescita economica e salubrità dell’ambiente di vita. Questi due obiettivi saranno raggiunti attraverso la piena implementazione della visione dello sviluppo scientifico[7].

 

Dai primi anni 2000 a oggi, in Cina si è iniziato a fare i conti con l’ambiente di vita dei circa 1,4 miliardi di cittadini cinesi; si nota, a tal proposito, un fiorire di atti legislativi, piani di sviluppo e programmi politici con alla base la tematica ambientale. Tale produzione normativa e discorsiva oscilla tra l’istituzione di nuove riserve naturali e il potenziamento di un sistema finanziario ambientale. L’enfasi posta sulla finanza ambientale è un dato importante, il quale dà il senso del ruolo di cui è investita la natura all’interno della produzione di valore nel sistema neoliberista: “questa pervasiva mercatizzazione dell’ambiente per mezzo di strumenti finanziari rappresenta il volto concreto dell’innalzamento del livello di astrazione dalla natura come limite alla natura come driver del valore”.[8]

 

Il 10 settembre 2013 il Consiglio di Stato emana un programma per combattere l’inquinamento dell’aria dal titolo “Airborne Pollution and Prevention Action Plan (2013-2017)”[9], il quale mette l’enfasi sul controllo e la graduale diminuzione dei livelli di PM 2.5 e PM 10 nell’aria. Nel 2015 viene approvato l’“Environmental Protection Law”, nel 2017 l’“Environmental Protection Tax Law” e l’“Air Pollution Prevention and Control Action Plan”[10]. Nel gennaio del 2017 il quotidiano online ChinaDaily[11] – riportando una nota del Consiglio di Stato del dicembre 2016[12] – usciva con la notizia che, ai fini della valutazione degli amministratori locali, i risultati raggiunti in tema di politiche ambientali sarebbero stati più importanti degli indicatori di crescita economica, vista l’insoddisfazione della popolazione nei confronti di ambienti di vita così pericolosamente inquinati.

 

Nel 2018 viene istituito il “Ministero dell’Ecologia e Ambiente” (MEE) che fa proprie le competenze in materia di tutela ambientale che erano in capo alla “Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme” (NDRC). Importante, a questo punto del discorso, risulta essere la riflessione sullo stato di Michel Foucault: “Lo stato non è altro che l’effetto, il profilo, la sagoma mobile di un processo di statalizzazione o di statalizzazioni incessanti, di transazioni continue, che modificano, spostano, rovesciano oppure introducono insidiosamente – poco importa – le fonti di finanziamento, le modalità di investimento, i centri di decisione, le forme e le modalità di controllo, i rapporti tra poteri locali e autorità centrale, ecc. (…) Lo stato non è altro che l’effetto mobile di un regime di governamentalità molteplico.”[13]

Contestualizzata all’interno della breve storia delle politiche verdi sopra riportate, il progetto della Nuova Via della Seta può essere letto come l’altra faccia della politica ambientale domestica. Per preparare il campo, nel 2016 entra in attività la banca di investimenti “Asian Infrastructure Investement Bank” (AIIB), con sede a Pechino – di cui l’Italia è un membro fondatore con una quota del 2,79%[14].

Numerosi osservatori sostengono che la Cina potrebbe, grazie all’interconnessione creata dalla nuova Via della Seta, esternalizzare i propri settori produttivi maggiormente inquinanti nei paesi periferici. Questo movimento sarebbe legittimato e sostenuto dai cittadini cinesi che attualmente vivono in città caratterizzate da un ambiente di vita pericolosamente deteriorato. Sul finire del 2016, le banche e le compagnie estrattive cinesi erano impegnate nel portare a compimento 240 centrali a carbone negli stati coinvolti nel mega-progetto della Via della Seta[15].

 

Nel giugno del 2017 una nota pubblicata dalla piattaforma “Shanghai Cooperation Organization” (SCO) dal titolo “Guidance on Promoting Green Belt and Road” illustra come il progetto sia un modo per entrare a far parte della governance ambientale globale e promuovere il concetto di sviluppo verde: “Lo sviluppo verde è diventato un obiettivo comune e un contenuto chiave della governance globale”[16]. Il documento prosegue dichiarando che è compito di tutti gli attori statali invertire il trend di aumento delle emissioni e distruzione ecosistemica e sul finire del primo paragrafo si comprende in quali ambiti sarà funzionale questo tipo di infrastruttura con caratteristiche verdi: “promuovere il progetto della green Belt and Road contribuisce a veicolare una cooperazione pragmatica, dare impulso agli investimenti verdi, agli scambi commerciali green e alla finanza ambientale raggiungendo uno scenario di tipo win-win per la crescita economica e la protezione ambientale, costruendo comunità aventi interessi condivisi, responsabilità comuni e un comune destino”[17]. Simone Pieranni, tirando le fila del discorso, parla di “un’iniziativa mastodontica nella quale si può riscontrare l’aspirazione a una governance globale di tipo paternalistico e basata sul concetto di ‘win-win’ dovuto alle caratteristiche ‘aperte’ del progetto”[18]. La Nuova via della Seta risulta essere funzionale a una nuova ondata di accumulazione su scala globale e al contempo un fattore di stimolo per l’economia cinese; questa duplice funzione può essere letta attraverso le parole di J. W. Moore: “Ogni lunga ondata crea – ed è creata da – una natura storica che offre un nuovo, specifico insieme di vincoli e opportunità. Le strategie di accumulazione che funzionano all’inizio di un ciclo (…) progressivamente esauriscono i rapporti di produzione che forniscono lavoro, cibo, energie e materie prime ‘a buon mercato’”.[19] Il ciclo che qui si è concluso è quello della Cina come “fabbrica del mondo”, che non è più in grado di creare e redistribuire benessere diffuso ai livelli precedenti la crisi finanziaria del 2008.

 

La politica ambientale in Cina vede una doppia narrazione tra il domestico e l’esterno. All’interno dei confini si parla di civiltà ecologica: investimenti in energie rinnovabili e ammodernamento degli impianti produttivi per adeguarsi alle normative europee e ai nuovi modelli di consumo sempre più ricettivi nei confronti di beni eco-friendly, proponendo, allo stesso tempo, una soluzione al malcontento degli abitanti delle aree urbane densamente popolate per gli alti livelli di inquinamento.

Nei rapporti con l’esterno, soprattutto in campo energetico con i paesi vicini – coinvolti nell’approvvigionamento energetico della Cina – Pechino finanzia progetti che non tengono conto dell’impatto ambientale. Vedasi il caso del Tajikistan, che ha vissuto un periodo di forte de-industrializzazione a seguito del crollo della URSS e in cui oggi il 50% del PIL è costituito da aiuti russi. Dal 2011, la Cina ha delocalizzato nel paese centroasiatico parte della sua produzione di cemento – comparto altamente inquinante ed energivoro, che in Cina impiega circa 55 milioni di persone – portando il Tajikistan ad aumentare di cinque volte la sua produzione di cemento tra il 2010 e il 2016[20].

 

I corridoi infrastrutturali, gli hub logistici e le rotte commerciali – che prenderanno forma via via che il progetto entrerà nel vivo – sono, altresì, indicative della congiuntura economica contemporanea, in cui: “Ondate ricorrenti di esaurimento socio-ecologico – inteso come l’incapacità di apportare più lavoro al capitale da parte di una data congiunzione di nature umane ed extra-umane – implicano ricorrenti ondate di espansione geografica.”[21] Il concetto di “comunità di interessi”, a cui facevamo riferimento poc’anzi, è adatto a darci il senso dell’espansione geografica del capitale cinese e di come sia avvenuta per gradi. Pieranni ci ricorda che “da tempo si parla di una ‘comunità di interessi’: un concetto dapprima associato ai paesi alleati di Pechino nell’area di riferimento, quella asiatica, poi allargata a iniziative commerciali ed economiche cinesi in altre aree del mondo come l’Africa e l’America Latina e ora applicata direttamente a tutto il pianeta.”[22] Soffermandoci ancora un momento sul tema dell’espansione geografica e della creazione di paesaggi a opera del capitale, è possibile a questo punto introdurre una delle contraddizioni del capitalismo così come formulata da David Harvey: “a un certo punto della sua storia [il capitale] deve costruire un fixed space (o un ‘paesaggio’) necessario per il suo proprio funzionamento solo per dover distruggere, in un momento successivo della propria storia, quello stesso spazio (…) per far posto ad un nuovo ‘spatial fix’ (un’apertura ad una nuova ondata di accumulazione in luoghi e territori sconosciuti).”[23]

 

A mio avviso la dinamica espansionistica cinese rientra all’interno delle dinamiche storiche del capitale e la Nuova Via della Seta potrà rivelarsi funzionale per la creazione del nuovo “paesaggio” riconfigurato secondo il concetto cardine di civiltà ecologica.

L’impulso ambientalista di Pechino può, a mio avviso, essere inscritto in una cornice più ampia, per meglio comprendere i cambiamenti in corso all’interno della società cinese e dell’importanza strategica che riveste la nuova Via della Seta.

 

Nel marzo del 2014, il governo cinese ha emanato il “New National Urbanization Plan” che si prefigurava di assicurare a circa 100 milioni di migranti interni l’hukou urbano della città in cui risiedevano e lavoravano entro il 2020[24]. L’obiettivo del piano era di abbassare di due punti la percentuale della popolazione fluttuante sul totale della popolazione cinese. Nel dicembre del 2019 il Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese e il Consiglio Centrale hanno emanato le linee guida all’interno delle quali emerge il concetto chiave di employment first che costituirà il faro per le politiche cinesi nel campo della mobilità e della crescita economica. In quest’ottica è stato ripreso il tema della riforma del sistema dell’hukou, specificando che si va verso un rilassamento nella concessione dell’hukou urbano nelle città al di sotto dei 3 milioni di abitanti e importanti facilitazioni nell’ottenimento dello status anche per i centri urbani di medie dimensioni tra i 3 e i 5 milioni di abitanti. L’obiettivo del governo è di indirizzare l’inurbamento della popolazione fluttuante verso i centri meno congestionati allentando la pressione sulle megalopoli.

 

Che cos’è l’hukou? Per quale motivo è fondamentale tenere a mente la funzione di tale dispositivo all’interno dell’analisi sulla Cina odierna? L’hukou è il sistema di residenza cinese di origine maoista; ne esistono due tipologie: rurale ed urbano. “Dai primi anni Cinquanta tale sistema ha separato la popolazione rurale da quella urbana in termini economici e politici dividendola orizzontalmente in due classi di cittadinanza, di cui quella inferiore era in larga misura, anche se non completamente, bloccata nelle campagna”.[25]

 

 

Durante il periodo maoista, per sostanziare tale divisione, erano stati creati due diversi sistemi di welfare: il primo ruotava intorno alle comuni popolari, mentre il secondo aveva il suo fulcro nelle danwei (unità di lavoro) urbane. Vi erano evidenti disparità tra i servizi presenti nelle città e quelli a cui potevano accedere i contadini nelle aree rurali del paese; un esempio tra tutti, nelle città – a differenza che nelle campagne – erano presenti migliori ospedali e prestigiose università.

Sotto la guida di Deng Xiaoping il rigido controllo sulla migrazione interna viene meno e un enorme flusso di contadini/e si riversa nelle zone economiche speciali e nei centri urbani in espansione; tuttavia, non essendo in possesso dell’hukou del luogo di arrivo, i/le giovani/e contadini/e migranti non potevano accedere al sistema di welfare locale. Durante gli anni di apertura alla migrazione interna, l’hukou viene utilizzato per guidare gli spostamenti della popolazione secondo tre direttrici: geografica, economica e intellettuale. Fei-Ling Wang[26] riporta un manuale sull’hukou redatto dalle forze dell’ordine nel 2000 in cui si afferma che: “dobbiamo incoraggiare la dispersione della popolazione. Dobbiamo rendere, allo stesso tempo, più difficile migrare verso le grandi città e più semplice verso i piccoli centri. (…) Dobbiamo facilitare gli spostamenti per i lavoratori altamente qualificati e renderli più difficili per i lavoratori non specializzati.”[27]

 

L’aumento dei poteri decisionali, accordati alle municipalità dalle riforme urbane della seconda metà degli anni Ottanta, ha creato aree del paese che più di altre sono state capaci di catturare i flussi di capitali esteri e lavoratori altamente qualificati. Aiwha Ong utilizza il concetto di graduated sovereignty per descrivere la condizione nella quale: “i paesi emergenti sono costretti a essere flessibili nella loro concezione di sovranità e cittadinanza se vogliono essere rilevanti all’interno del mercato globale. (…) Il risultato politico è un arcipelago di enclavi, la cui somma risulta essere un tipo di sovranità variegata”[28]. All’interno di questa geografia frammentata si muove il nongmingong (quasi-operaio), né contadino né operaio, soggetto che compone la “popolazione fluttuante”. Questa moltitudine ha costituito la manodopera su cui si è costruita la narrazione della Cina come “fabbrica del mondo”; sono gli stessi soggetti che alimentano la gran parte delle proteste che in Cina vengono classificate sotto la dicitura di mass incidents e che si stima siano tra gli 80.000 e 100.000 all’anno.

Anziché andare a ingrossare le file della classe media di consumatori, nelle città cinesi si è creato un enorme sottoproletariato urbano composto da lavoratori e, sempre più, lavoratrici migranti tagliate fuori dalle garanzie welfaristiche[29].

 

Facendo nostra l’analisi di Gabriele Battaglia: “In estrema sintesi, Pechino si scontra oggi con la cosiddetta ‘trappola del reddito medio’: l’economia e la società sono troppo avanzate per competere sui costi, sull’economia di scala e sui prodotti di bassa gamma (è già in corso la delocalizzazione produttiva dalla Cina al Sudest Asiatico), ma non lo sono ancora abbastanza per competere al punto più alto dello sviluppo capitalistico.”[30] La frenata dei consumi delle economie occidentali a seguito della crisi del 2008, ha posto il governo cinese nella condizione di rivolgere lo sguardo all’interno dei propri confini con l’obiettivo di stabilizzare la popolazione fluttuante nelle città e dare vita a una classe media che possa assorbire l’offerta di beni e servizi prodotti dal paese attraverso il modello economico dello sviluppo sostenibile con caratteristiche cinesi.

Il 2020 è dunque l’anno in cui si allenteranno definitivamente le maglie per la concessione dello status di residente urbano di lungo termine per – si stima – circa 100 milioni di persone; Pun Ngai nel suo testo dal titolo Cina, la società armoniosa coglie perfettamente il ruolo che il lavoratore migrante detiene all’interno della società cinese: “su un miliardo e 300 milioni di abitanti, i 200 milioni di lavoratori migranti rappresentano un gruppo politicamente minoritario e tuttavia essi detengono una posizione economicamente strategica.”[31]

L’idea alla base di questo articolo è quella di mettere in relazione interno ed esterno, non guardare, dunque, alla Via della Seta come a una somma di accordi bilaterali che si fanno network, ma inscriverla all’interno dei cambiamenti strutturali vissuti dalla Cina nell’ultimo ventennio. Il mega-progetto di interconnessione può essere così letto in relazione alla politica di riforma dell’hukou volta all’inurbamento della futura classe media cinese consumatrice e al fiorire della legislazione verde.

Questi tre assi di politica interna e internazionale, sopra brevemente introdotti, se messi in relazione possono fornire gli strumenti per comprendere la nuova modalità attraverso cui il PCC sta ponendo le basi per la sua politica e legittimità futura: non più basata su tassi di crescita a doppia cifra, ma sullo sviluppo sostenibile con caratteristiche cinesi, la creazione di una classe media – non conflittuale – di consumatori e la Nuova via della Seta, corridoio utile ad esternalizzare i comparti produttivi maggiormente inquinanti. Non più, o meglio non soltanto gli alti tassi di crescita economica, ma la salubrità dell’ambiente di vita come driver della legittimità politica del Partito Comunista Cinese.

 

Il “paesaggio” così come configurato a partire dalla fine degli anni Settanta del Novecento è stato caratterizzato da un arcipelago di zone economiche speciali che si sono sviluppate e modificate in un rapporto di reciprocità con la composizione e i numeri sempre crescenti della manodopera migrante. Questo ciclo di crescita e redistribuzione si è esaurito per due crisi esplose quasi in concomitanza: l’entrata in crisi delle economie occidentali e la crisi ecologica vissuta soprattutto nella sua forma di deterioramento dell’ambiente di vita nelle aree urbane densamente popolate della Cina.

Per analizzare il nuovo paesaggio cinese che prenderà forma dalla riforma dell’hukou e dall’implementazione del progetto infrastrutturale sarà importante ricordarsi la lezione di Laura Conti: “quando il sistema capitalista viene messo a confronto con i problemi dell’ambiente, acquistano assai maggiore rilevanza le diversità nazionali”.[32]

 

 

Note

[1] Xinhuanet, Full Text pf President Xi’s speech at the opening of Bel and Road forum, 14/05/2017,

http://www.xinhuanet.com/english/2017-05/14/c_136282982.htm

[2] Ivi.

[3] Per approfondimenti sulla genesi del concetto di “civiltà ecologica”: https://sinosfere.com/2019/10/01/carlotta-clivio-la-civilta-ecologica-della-nuova-era-di-xi-jinping/

[4]Full Text of Hu Jintao’s report at 17th Party Congress, Hinhua, 24/10/2007 https://www.chinadaily.com.cn/china/2007-10/24/content_6204564_5.htm

[5]M.I. Khan and Y.C. Chang, Environmental Chellenges and Current Practices in China – A Thorough Analysis, Sustainability 2018, 10, 2547, www.mdpi.com/journal/sustainability pp. 2

Inoltre, le politiche di contrasto al cambiamento climatico del PCC si possono trovare al seguente link: http://english.gov.cn/archive/white_paper/2014/09/09/content_281474986284685.htm

[6]China’s Policies and Actions for Addressing Climate Change, October 2008, Beijing

[7]Ivi.

[8]E. Leonardi, Lavoro natura valore, André Gorz tra marxismo e decrescita, Orthotes, Napoli-Salerno, 2017, pp. 121

[9]The Airborne Pollution and Prevention Action Plan (2013-2017) http://english.cbcsd.org.cn/SDtrends/20130922/73436.shtml

[10]M.I. Khan and Y.C. Chang, Environmental Chellenges and Current Practices in China – A Thorough Analysis, Sustainability 2018, 10, 2547, pp.3

[11]L. Jing, Smog control more crucial than GDP in officials’ evaluation, ChinaDaily 16/01/2017

[12]The State Coucil The Peoples’ Republic of China, 23 dicembre 2016

http://english.gov.cn/policies/latest_releases/2016/12/23/content_281475522932412.htm

[13]M. Foucault, Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France (1978-1979), Feltrinelli 2017, pp. 75

[14]Pieranni S., Cina Globale, manifestolibri, Roma 2017, pp. 55

[15]EESI, Exploring the Environmental Repercussion of China’s Belt and Road Initiative, October 30, 2018

[16]SCO Environment Information Sharing Platform, Guidance on Promoting Green Belt and Road, 28/06/2017 http://english.mee.gov.cn/Resources/Policies/policies/Frameworkp1/201706/t20170628_416864.shtml

[17]Ivi.

[18]Pieranni S., Cina Globale, manifestolibri, Roma 2017, pp. 37

[19]J. W. Moore, Antropocene o Capitalocene? Scenari di ecologia-mondo nell’era della crisi planetaria, ombre corte 2017, pp.78

[20]Eurasian Geography and Economics, China’s new Eurasian ambitions: the environmental risks of the Silk Road Economic Bel, 28 Feb. 2017

[21]J. W. Moore, Antropocene o Capitalocene? Scenari di ecologia-mondo nell’era della crisi planetaria, ombre corte 2017, pp.82

[22]Pieranni S., Cina Globale, manifestolibri, Roma 2017, pp. 39-40

[23] D. Harvey, Globalization and the “Spatial Fix”, Grographische revue 2/2001, pp.25

[24]K.W. Chan, Achieving Comprehensive Hukou Reform in China, Paulson Institute, December 2014, pp.2

[25]P. Ngai, Cina, la società armoniosa, sfruttamento e resistenza degli operai migranti, Jaca Book, Milano 2012, pp. IX

[26]Wang, F., Organizing Through Division and Exclusion. China’s Hukou System, Stanford University Press, Stanford 2005

[27] Ivi.

[28]A. Ong, Neoliberalism As Exception: Mutations in Citizenship and Sovereignty, Duke University Press 2006

[29] Sulla riforma dell’hukou la letteratura è molto ampia:

A.Melander e K. Pelikanova, Reform of the hukou system: a litmus test of the new leadership, ECFIN, Issue 26, July 2013

[30]G. Battaglia, Reverse Engeneering. Le trasformazioni della Cina, 27 novembre 2014,

http://effimera.org/reverse-engeenering-le-trasformazioni-della-cina-di-gabriele-battaglia/

[31]P. Ngai, Cina, la società armoniosa, sfruttamento e resistenza degli operai migranti, Jaca Book, Milano 2012, pp. IX-X

[32]L. Conti, Che cos’è l’ecologia. Capitale, lavoro e ambiente, Mazzotta 1977, p. 124

 

Ecologie della trasformazione, rubrica a cura di Emanuele Leonardi

1 thought on “Sviluppo sostenibile con caratteristiche cinesi

  1. Ottimo articolo! Chiaro, documentato, dettagliato. Una finestra osservatorio da cui catturare immagini non comuni di un paesaggio che cambia nonostante o a causa della sua stessa storia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *