di Matteo Bortolini

 

Nel tritacarne in cui siamo finiti nell’ultimo mese e mezzo, immagini ed emozioni si sovrappongono e decadono velocemente. Usciremo? Ne usciremo? E quando (ne) usciremo? Come vanno i numeri oggi? E come andavano ieri? Hai fatto il pane oggi? Hanno cambiato modo di contare? E perché? C’è il flesso? Hai visto il flesso? Hai lavato le tapparelle? Non avevi un amico statistico che ha visto il flesso? Hanno beccato un altro a passeggiare sulla spiaggia? Tua madre come sta? Non ti pare un po’ troppo? E i droni? E Salvini? E il MES? E i tedeschi? Lo sciabordio di indignazione e speranza, per dirla alla Sloterdjik, è sempre più rapido, e ognuno lo fronteggia come può.

 

Bisogna trovare punti fermi, porti sicuri. Incapacitati per sensibilità o tradizione ad accettare il conforto della preghiera, abbiamo trovato un appiglio (negativo, ovviamente) in Giorgio Agamben e nei suoi scrittini nati dall’idea, diciamo così “superata”, che il Covid-19 fosse una semplice influenza. Grazie ad Agamben e ai suoi improvvidi interventi possiamo sentirci comunità, ognuno in fondo perso dentro i fatti suoi, ma legato comunque agli altri da un nemico comune. So far, so good. Io non vengo, come si suol dire, per lodare Agamben—sempre che il problema sia Giorgio Agamben e non //Agamben// come dispositivo per pensare orizzonti—ma per provare a dire una cosa piccola, minuscola, su un’idea che vedo circolare con insistenza: smettiamola di parlare di biopolitica, campi, e totalitarismo, si dice. Guardiamo a quanto sta accadendo, si dice, dal punto di vista della cura.

 

“Ogni vita”, ha scritto con profondità Francesco Valerio Tommasi, “è essenzialmente bisognosa di cura. La cura è una necessità inchiodata al corpo, connaturata al corpo, incarnata nel corpo”. Riflettendo sulla cura, è la conclusione, possiamo comprendere che “contenere la libertà individuale in nome della cura per i deboli significa, oggi, riscoprire l’idea di un bene comune che trascende l’interesse singolo”. Sottesa al ragionamento—che riduco oscenamente for the sake of argument, e mi perdonerà Tommasi—sta una identificazione tra libertà negative, interesse individuale e potenzialità astratta (team Agamben) , la stessa che nei commenti dei social si trasforma (ancora, non me ne voglia Tommasi) in mero egoismo-del-capriccio—“I nostri nonni hanno sopportato cinque anni di guerra, voi ci farete morire tutti perché non sapete rinunciare allo spritz (o alla corsetta nel parco, o alla grigliata sul tetto, etc. etc.)”. Al paradigma della dicotomia libertà-che-in-realtà-è-licenza versus coercizione si contrappone un’idea del prendersi cura della fragilità, in cui, appunto, il bene comune prevale sull’interesse individuale.

 

Vi dico un paio di cose, per chi non mi conoscesse. Ho 48 anni e di mestiere faccio il professore di sociologia. A Natale sono tornato da un sabbatico trascorso al Max Weber Kolleg della Università di Erfurt, in Germania, ed essendo molto fortunato (leggi: ricco) ho potuto trascorrere il lockdown nel mio studiolo a finire un libro che verrà pubblicato da Princeton University Press alla fine dell’anno. Ho una figlia di due anni e nove mesi, Ester Emilia, che non esce dal primo di marzo. Anche se per lei stare a casa con i suoi genitori è bellissimo, aveva appena cominciato ad andare al nido e senza dubbio soffre della mancanza di altri bambini, dei nonni, dell’aria aperta. A volte è talmente nervosa che noi, semplicemente, facciamo tutto quello che vuole. Vuoi guardare i cartoni? Vuoi l’ennesima merenda? Guarda i cartoni, tieni la merenda. Mia moglie Elisa dovrebbe finire un master, le mancano due esami e la tesi da un anno e mezzo, cioè da quando abbiamo scoperto che a Erfurt non c’era posto al nido e lei si è acconciata a fare la mamma a tempo pieno. L’altro mio figlio, Riccardo, sta per compiere 18 anni e viene da un anno molto difficile—mentre noi eravamo in Germania è rimasto a Bologna e ha avuto qualche problema, da cui io e sua madre l’abbiamo tirato fuori un po’ per i capelli. Aveva appena ricominciato a riprendere un ritmo, un rapporto con suo padre (cioè con me) e con la scuola, che a lui non piace molto. Anche Riccardo è chiuso in casa dall’inizio di marzo, e ha un po’ perso il senso del tempo, nonostante la DAD e le tante chiamate video con i suoi amici. Il momento più fulgido della sua giornata è quando il plug gli tira un po’ di fumo dalla finestra.

A questo punto ho perso metà o forse due terzi dei lettori, e chi è andato avanti a leggere è rimasto solo perché vuole vedere dove vado a parare, ma sta scuotendo la testa. Ma forse qualcuno ha già capito. Il problema della cura è che la cura è sempre una “cura di” dove però al di là del di sta un essere speciale, come diceva un altro autore assai citato ultimamente. Detta altrimenti: posso pensare la cura in astratto? No, non posso proprio. “Io, sì, che avrò cura di te”. Non posso pensare la cura staccata da me e te che siamo me e te concreti, incarnati, e mai generici o astratti. La cura è, e non può che essere, cura del particolare nella sua singolarità da parte di un altro particolare nella sua singolarità altrettanto bisognosa di cura—e quel “sì” sta lì a ricordarci che non tutti vogliono o possono o riescono a prendersi cura di un altro.

 

La bambina di due anni e mezzo che non capisce cosa sta succedendo e si innervosisce. La giovane donna che ha sospeso la sua vita e non sa quando potrà riprenderla in mano. L’adolescente che perso il dove, il come e il quando. I suoi genitori che chiudono un occhio sulle canne, perché sanno che senza sarebbe peggio. E poi c’è mia madre, che è rimasta vedova meno di un anno fa e fatica a reggere la solitudine. Mio fratello imprenditore con sua moglie medico al policlinico. L’amico fraterno che, chiuso in casa a 1000 chilometri dalla sua famiglia, “sta un po’ teso” e controlla cinquanta volte al giorno che il gas sia proprio chiuso. L’amica libraia che si sbatte come una matta per non chiudere. Potrei, come tutti, andare avanti all’infinito. Ma queste non sono immagini o archetipi, sono persone concrete che hanno un corpo, un nome, una storia. “Prendersi cura di” significa prendersi cura di ognuno di loro nella sua particolarità, da parte di qualcuno che ha altrettanto bisogno di cura e che, probabilmente, non ce la farà.

 

OK, mi direte, ma quando ragioni filosoficamente non puoi parlare di ogni singolo, devi astrarre. Ma come faccio a parlare di cura senza parlare di singoli? Se non parlo di ogni singolo di cosa posso parlare? Se solo astraggo poco poco, già facendo violenza al mio oggetto, mi resta solo un punto di vista, quello per cui non posso non dire che non esiste una sola debolezza, non esiste un solo corpo. E che quindi far prevalere una fragilità—quella dei malati di Covid-19—su altre fragilità—la povertà materiale, la mancanza di strumenti di senso, la malattia mentale, le violenze domestiche, la necessità di interrompere una gravidanza e così via—è, quella sì, una decisione politica che oblitera il mondo, nella sua complessità, a favore di una sua parte. Una fragilità su tutte le altre. Una povertà su tutte le altre.
Ma come fai a non capire, si ribatte, che di Covid-19 si muore? Si muore, capisci? Di fronte alla morte tutto il resto tace, deve tacere. Tua figlia si calmerà, tuo figlio si riprenderà, tua moglie comincerà a vivere la sua vita—a tempo debito.

 

Uhm, no. Se vogliamo stare dalla parte della cura, proprio no. Se vogliamo vedere le cose da un punto di vista filosofico, astraendo un altro po’, allora sì. Però poi non possiamo più fare finta che non ci sia un potere che ha già creato un ordine del vivente. Che ha già gerarchizzato le fragilità. Che ha già definito cosa si può e cosa non si può. E che ha già deciso non solo di pascerci in un prato piuttosto che in un altro, ma anche chi è sacrificabile e chi no. Di fronte a questo potere allora la richiesta di libertà più che l’egoismo dello spritz potrebbe essere il lamento di vite spezzate (o prossime a farlo) di fronte a un argomento che si vorrebbe definitivo e naturale—definitivo perché naturale: LA MORTE—ma che, mi si perdoni, è un argomento come un altro.
Se un vero limite trovo negli abbozzi di Agamben, allora, è quello di suggerire, forse non volendolo, che questo potere abbia preso queste decisioni consapevolmente. La vera tragedia del nostro tritacarne è invece che quasi tutto è stato fatto, direbbe forse Pasolini, alla cazzo di cane—un’espressione nobile che, assai più della libertà dell’individuo di realizzare le sue potenzialità, sta agli antipodi della cura. Ma questo, temo, non è abbastanza filosofico.

5 thoughts on “Premessa a una critica della violenza della “cura” (che cura non è)

  1. La tesi di Agamben ha un preciso retroterra di filosofia politica: non credo abbia mai affermato nei suoi articoli che ci sono alcuni che consapevolmente attuano lo stato di eccezione. Lo stato di eccezione è un modo di funzionare – il modo, dice lui – della politica contemporanea, che tra l’altro per lui è compimento della metafisica occidentale, quindi se mai “destino”, e non scelta. Purtroppo chi lo cita e ne parla, spesso ha letto solo gli sventurati suoi ultimi articoletti comparsi sui media – che peraltro ancora non capisco per quale motivo abbia scritto. Non è illegittimo farlo, ma porta spesso la discussione in zone improprie.

  2. Intanto, solidarietà piena e incondizionata per la situazione che lei sta vivendo, professore. Poi: ogni cura è in sé un compromesso più o meno delicato, a seconda del corpo (fisiologico o sociale che sia) ad essa soggetto. Purtroppo, però, la morte non è un argomento come un altro, ma la fine di tutti argomenti, che invece dipendono dai vivi, che sono gli autori degli argomenti o i continuatori degli argomenti dei morti. Sì, c’è un potere che ha organizzato una gerarchia di valori e che quindi ha gerarchizzato le fragilità e deciso ciò che si può e ciò che non si può; mi sembra che il potere lo faccia da sempre. C’è caso che questo potere abbia esercitato le sue priorità alla pene di veltro o membro di segugio, ma allora sta ai cittadini esigere un cambiamento; e, in democrazia, si può e si deve. In pratica: correre o camminare in campagna o per gli argini dei fiumi rimanendo a debita distanza (un metro? due metri) dovrebbe essere concesso, come lo è negli Stati Uniti. Gioverebbe a suo figlio e alla bambina, non trova?

  3. Caro Matteo,
    Stavo scrivendo ieri una lunga risposta a questo tuo post, quando ho letto un articolo di Zagrebelsky di qualche giorno fa che sintetizza la premessa:
    «C’è perfino un inizio di teorizzazione in nome della libertà: che m’importa della salute e addirittura della vita se mi si priva della libertà? Nobilissimo è l’argomento. Ignora però, e questo è molto meno nobile, il piccolo particolare che nelle infezioni epidemiche in gioco non c’è solo la propria salute, la propria vita, la propria libertà, ma anche quella degli altri. È la tipica situazione “olista” in cui bene e male del singolo e di tutti si convertono l’uno nell’altro.L’argomento della libertà, come dotazione individuale, non vale. È un prezzo che la libertà individuale paga alla “globalizzazione”, la globalizzazione dei rischi».
    Sulla stessa linea aggiungo – e mi permetto di farlo solo perché sei stato tu a impostare per provocazione la questione sul piano personale (la cura concreta dei singoli), che i problemi di cui parli sono reali, realissimi, ma che ognuno di noi ne ha di equivalenti e potenzialmente conflittuali con i tuoi. Da come ricostruisci la tua situazione, il lettore conclude che si tratta in gran parte di conseguenze di vostre decisioni personali che sono certo aggravate dalle misure Covid, ma che hanno cause del tutto indipendenti. Se tua moglie è sospesa non è per colpa dei decreti, ma in primo luogo per decisioni che avete preso in famiglia a proposito degli spostamenti, il momento per avere figli, le carriere di coppia; la stessa cosa mi sembra valida per il disagio di tuo figlio grande, rimasto solo a Bologna – se ho capito bene – perché voi siete andati in Germania. Ora, a voler scendere sullo stesso piano così personale, che comunque non mi piace, potrei replicare che i miei concreti interessi di cura sono incompatibili con i tuoi, e che non vedo perché le conseguenze di decisioni private della tua famiglia debbano mettere a repentaglio la vita dei miei vecchi genitori e dei miei amici con problemi immunitari. Ma così siamo solo da capo.
    Capisco bene le ragioni emotive del tuo sfogo, ma credo che dovrebbe restare tale, e non prendere la forma di un discorso ambiguo che fa perdere ogni senso alla nozione stessa di solidarietà, che a differenza della cura, che è etica e resta nel privato, ambisce a una dimensione politica, ossia di bene comune. L’alternativa mi sembra un vizioso circolo delle cure e delle libertà «particulari».
    Sperando di poterne parlare presto dal vivo,
    un caro saluto
    Barbara

    Ps. La morte non è un argomento come un altro, per la semplice ragione che per condurre una vita libera e buona bisogna avere una vita. E quella che stiamo vivendo non è nuda: è molto impoverita, ma comunque temporanea e ben lontana, con buona pace di Agamben, da un campo di concentramento o dal vegetare incoscienti in un letto di ospedale.

  4. Cara Barbara
    grazie per la risposta, ma vorrei ribattere a due punti:
    (a) Vorrei che fosse chiara una cosa, sulla quale forse non mi sono spiegato bene: il mio non è “uno sfogo” personale, ma un argomento filosofico molto preciso. Della cura non si può che parlare che al singolare, e il singolare non è una astrazione (“il singolare”) ma una serie di nomi concreti e concrete situazioni. Qualunque generalizzazione (i malati, gli adolescenti, gli anziani, i malati, etc) prevede già una esclusione e una gerarchizzazione, e quindi un operatore di tale gerarchizzazione ed esclusione. Il mio argomento è semplice: se vuoi generalizzare, devi sempre e comunque tenere gli occhi fissi sull’operatore della generalizzazione, perché quell’operatore sta facendo “politica”, non sta facendo “cura”. Cura la faccio io quando telefono a mio figlio, o tu quando porti la spesa ai tuoi genitori, che pure hanno un nome e un cognome, etc etc. Generalizzare significa appunto obliterare differenze (che al livello più radicale sono addirittura differenze non tra individui, ma tra lo stesso individuo in diversi luoghi/momenti) e crearne delle nuove. Tutto qui, l’argomento non era ambiguo e contro l’astrazione: l’astrazione è ovviamente necessaria, ma è sempre “operata da”, non è mai “naturale” (come chi parla di “cura” vorrebbe).
    (b) E’ per questo che Zagrebelsky propone un argomento fallace: non siamo affatto in un registro “olistico”. Se lo fossimo saremmo concentrati su altro — per es. sulle cause di politica del welfare che ci hanno portato a un lockdown di due mesi, oppure sui rapporti di lavoro di quel 57% di dipendenti che hanno continuato, qui in Emilia-Romagna, a recarsi al lavoro tutti i giorni, oppure ancora sulla connessione tra bambini, genitori e scuola. Se i miei studi di filosofia politica antica e di un libro straordinario di Adriana Cavarero che si chiama “Corpo in figure” non mi ingannano, se fossimo in un registro olistico chi sta alla “testa” (perché un “tutto” è sempre articolato in parti in gerarchia, eh, un tutto non è mai omogeneo come un popolo moderno) avrebbe già sacrificato parte del suo benessere per gli altri (per es. con una patrimoniale anche sostanziosa, che invece non vediamo). Insomma, si fa in fretta a parlare di olismo da lassù — e se ci pensi, di olismo si è sempre e solo parlato “da lassù”. Non è possibile essere popolo di individui liberi di intraprendere e negoziare contratti di lavoro individuali quando le cose van bene (e secondo Confindustria, all’inizio della fase 2 le cose vanno già abbastanza bene da cancellare i contratti nazionali) e poi essere “olistici” quando si tratta di socializzare le perdite (di tutti i tipi). E sì, la morte è un argomento come un altro. Si muore, alla fine. Che la fine sia ora o tra 30’anni non lo sai. Pensa all’ironia, esci di casa dopo due mesi e vai sotto a un autobus perché tu hai deciso (per riprendere un’altra tua critica) di attraversare la strada e prendere un caffè al bar. Perchè mi debba dire Conte (o Zagrebelsky) che la mia morte sotto un bus sia più stronza di una morte per Covid proprio non ci arrivo.
    Saluti non olistici
    m

  5. Rispondo con notevole ritardo rispetto alla pubblicazione di questo articolo. L’ho letto tempo fa e avrei voluto rispondere prima (concordo con molte delle questioni sollevate da Barbara Carnevali e non ho trovato nella risposta argomenti soddisfacenti rispetto a quanto posto ). Ora mi trovo a scrivere un articolo per un pubblico brasiliano e sono tornata a riflettere su questo articolo. In particolare sulla cura e sul tema della morte vorrei condividere qualche riflessione.
    In Italia mi sembra che soprattutto i movimenti femministi, da sempre più vicini ai temi della fragilità, della disabilità, della cura, abbiano saputo sviluppare risposte interessanti, fuggendo dalla polarizzazione del dibattito (chi difende le misure straordinarie nell’obbedienza acritica e chi grida a complotti, stati d’eccezione, e restrizioni insopportabili della libertà individuale, facendo eco a integralisti religiosi e difensori di Trump e Bolsonaro di turno). Senza negare l’effettiva esistenza dei gravi problemi menzionati e legati al confinamento (violenza domestica, povertà materiale, interruzione di servizi sanitari fondamentali ecc.), i movimenti femministi hanno saputo mettere a disposizione servizi speciali attraverso i centri antiviolenza, denunciare la situazione in molti ospedali; nello stesso modo molti movimenti sociali hanno attivato brigate di solidarietà in tantissime città e non hanno smesso di scrivere e protestare per reclamare un reddito universale (su cui fanno battaglia da ben prima dell’emergenza del codiv 19) contro povertà e disuguaglianza. Questi servizi, queste proteste e rivendicazioni, tuttavia, non sono mai stata opposte alla difesa del confinamento come forma di protezione di tutt*, in particolare i/le più fragili e anziani/e (consiglio un articolo “L’epidemia e il bisogno di costruire un pensiero sulla fragilità”). Mi sembra che questo articolo, senza forse volerlo, finisca per ricadere nell’assecondare quella considerazione gerarchica ed escludente di quali siano le fragilità da tutelare e quali no. Tutte le fragilità meritano di essere tutelate, anche e soprattutto quella alla vita. Molte persone hanno sperimentato frustrazioni, difficoltà materiali e ostacoli diversi e persino incompatibili durante questo confinamento, come si diceva, ma il ragionamento di questo articolo, se portato a estreme conseguenze, rischia di sfociare in un individualismo egoista in cui ciascuno difende i propri diritti (e la propria cura) sottovalutando, negando o non riconoscendo quelli degli altri e mettendo persino in discussione il diritto alla vita (quante persone non hanno neanche potuto scegliere di stare a casa perché obbligate da scelte padronali piegate agli interessi di mercato? Parte della mia famiglia rientra in questa categoria e posso garantire che è piuttosto triste). La cura, oggi più che mai, in questo scenario più che mai, dovrebbe diventare un argomento politico, collettivo, condiviso; bisognerebbe riappropriarsi del discorso della cura, per tanto tempo rinasto legato al contesto privato e femminile, e politicizzarlo. Un tema come quello della salvaguardia del nostro ambiente e pianeta non potrà mai realizzarsi se, per esempio, non riusciamo a riportare alla concretezza delle nostre vite e scelte politiche un discorso apparentemente collettivo e “astratto”. Affermare che la cura è sempre “cura di” è verissimo ma potenzialmente problematico se ciascuno, concentrato esclusivaente su di sé, su chi ha vicino e sui suoi bisogni, non riesce a guardare poco più in là.
    Protezione, prevenzione, tutela della vita e della sua qualità sono alla base di tanti diritti per cui si è lottato aspramente. Morire attraversando la strada per una tragica fatalità (considerando l’esistenza di un codice della strada che è pensato per tutelare la vita) e morire per un virus che potrebbe invece essere contenuto e gestito (adottando misure di tutela collettive), sono forse comparabili? Assomiglia a molti argomenti che davanti all’emergenza del Codiv 19, rispondono elencando tutte le altre cause di morte esistenti nel mondo. Non capisco la validità di un paragone di questo tipo. Ovviamente si può morire in tanti modi e per tragiche fatalità, questo non ci impedisce di cercare in tutti i modi di ridurre tutte queste tragicità possibili e morti evitabili.
    Rigrazio in ogni caso l’autore per aver contribuito a questo dibattito così importante in questo momento.

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