di Federica Gregoratto

 

La pandemia si è abbattuta sulle nostre vite, in questa parte dell’emisfero, che ancora era inverno. L’ultima volta che sono stata in un bar con degli amici indossavo il cappotto più pesante che ho. I primi boccioli di fiori, i primi raggi caldi molti italiani, ma anche francesi e spagnoli, li hanno visti e sentiti da dietro le sbarre, da dietro la ringhiera della terrazza o porta-finestra, i più fortunati al di qua del cancello del loro giardino. In paesi come Svizzera o Germania, in cui l’ethos protestante assicura più fermamente l’auto-disciplinamento individuale, ci è stato concesso di respirare la primavera anche durante camminate, corse, a piedi o in bici. Probabilmente solo a tarda estate potremmo però veramente ricominciare a uscire e muoverci secondo schemi abituali di normalità sociale. Una normalità nuova, probabilmente, a “new normal” come si dice – altri abiti, altre abitudini?

 

A inizio marzo mi ero chiesta (in uno dei rari giorni in cui anch’io come tanti ho sentito l’impulso di incanalare la frustrazione in attività domestiche di riordinamento e pulizia): Dovrei forse già affrontare il cambio degli armadi, portare in cantina i maglioni pesanti, i pantaloni di velluto a coste, e forse anche gli abiti di mezza stagione, e descatolare il guardaroba estivo? Si era già capito che la mezza stagione l’avremmo passata, fondamentalmente, barricati in casa.

 

La mezza stagione che non c’è più. O meglio, quello spazio-tempo che si è espanso, vorace, a inghiottire tutto l’inverno. Mi ricordo un giorno all’inizio dello scorso febbraio, in cui c’erano circa 18 gradi di prima mattina. Surreale, soprattutto a Zurigo, dove vivo. Stavo aspettando l’autobus, non c’era nessuno in giro, stranamente. Per un attimo ho temuto un’allucinazione, ma poi, con ancora più timore, ho sentito che era propria la realtà, gonfia di presagi, la minaccia di quello che doveva ancora arrivare. (E non è qualcosa che sto ricolorando a posteriori, un passaggio sul mio diario lo conferma). Quest’anno non è stata l’idea – ahimè ancora percepita come idea astratta – della catastrofe climatica, bensì la realtà concreta della pandemia a eliminare la mezza stagione dal nostro orizzonte di esperienza.

 

Alla fine, il cambio non l’ho fatto. I miei armadi stretti e traballanti, sedie e poltrone straripano, piumini e pantaloni pesanti stanno sempre lì, ma giorno dopo giorno mi sono messa a tirare fuori anche i vestitini leggeri, shorts e addirittura costumi, a provarmeli, fantasticando su dove e come potrò indossarli quest’estate. Il pensiero che certi outfit dovranno aspettare fino al 2021 – un paio di stravaganze da festival – mi provoca fitte di delusione e amarezza. E senso di colpa, che magari dovrei preoccuparmi di cose più serie (del mio lavoro, ora più precario che mai, o della curva che non si abbassa come dovrebbe). Ma non solo questo, anche una certa titubanza, o addirittura paura, davanti alle fantasie più audaci: avrò davvero voglia di uscire, entrare in stazione o in un aeroporto, incontrare persone sconosciute in pubblico?

 

La mia sensazione indefinita delle ultime settimane è diventata ora un sentimento reale, ancorché sempre vago, per molte persone: Siamo davvero pronti a lasciare il bozzolo, soffocante ma anche confortante, delle nostre dimore? Esitiamo, per la paura, ancora razionale, di infettarci o di infettare altri, ma anche per altri motivi più sfuggenti.

 

Negli ultimi due mesi, la nostra abituale esperienza dello spazio e del tempo si è interrotta e deformata. Il mondo in cui ci muoviamo si è ridotto drasticamente, le mura domestiche, il tragitto tra casa e supermercato, il quartiere, il bosco dietro casa (per chi ce l’ha e può andarci). Dal punto di vista spaziale, la traiettoria ricorda, ma al contrario, quella di Lenù in L’amica geniale, riprodotta molto bene dal lavoro di cinepresa nella prima stagione della serie televisiva tratta dalla quadrilogia. Quando è ragazzetta l’obiettivo l’accompagna dal basso, le strade polverose, i condomini opprimenti dello stesso colore, non si vede il cielo, gli adulti si guardano dal basso all’alto, le geometrie che stritolano. Poi, ormai adolescente, finalmente esce dal quartiere per andare al liceo, nel centro di Napoli, il piano sequenza è un crescendo, prende lo slancio, si apre sull’orizzonte azzurrissimo del mare, che Lenù vede per la prima volta.

 

Per quelli come me che, fino ad ora, hanno goduto di certi privilegi e libertà – andare (quasi) sempre (quasi) ovunque si voleva – la perdita dei piani sequenza lunghi si accompagnava all’inizio a una spinta di ribellione, anche solo astratta e interiore. Ma poi nello scorrere delle settimane quella perdita si è mutata in dubbio ontologico, quasi cartesiano. Provo a pensare a quando i confini riapriranno e potrò valicare le Alpi e raggiungere il mare, me le immagino, quelle spiagge, le onde, i miei luoghi (non solo quelli conosciuti, ma anche quelli che avevo intenzione di visitare per la prima volta quest’estate): Sarà davvero possibile, raggiungerle, spostarsi fin là? Come? Esisteranno ancora, quegli spazi che mi mancano e che vorrei abitare di nuovo o per la prima volta?

 

Questa sensazione di perdita dello spazio esterno, oltre i confini di ciò che è permesso dai decreti è rafforzata da una simultanea torsione del piano temporale. Come mi fanno notare certe persone più brave di me ad aggrapparsi alla ragione: ciò che ora non si può vedere e toccare, ciò che non si può raggiungere ora, mica sparisce per sempre. Prima o poi…Ma il punto è che, come effetto del lockdown e dell’isolamento, anche il prima e il poi non funzionano al ritmo abituale. Soprattutto all’inizio della quarantena, quando la nuova situazione di costrizione era insopportabile (anche perché inaspettata), il passato veniva a occupare massicciamente il presente (oh tutto quello che facevamo, potevamo o avremmo potuto fare prima!), il futuro cercavamo di anticiparlo con speranza mista a disperazione (oh tutte le cose che farò poi!). Ora, inaspettatamente, quasi troppo presto, stiamo entrando nella fase 2 (in Italia il 4 maggio, in Svizzera il 27 aprile, in Francia l’11 maggio, etc.), ma non ci sentiamo preparati, che cosa abbiamo fatto in tutto questo tempo, perché l’abbiamo buttato al vento, devo ancora finire di leggere (e di scrivere) un libro, non ho nemmeno imparato a fare la pizza. Il presente ha inglobato e colonizzato il passato e il futuro – gli abiti invernali e estivi sono tutti ammassati insieme nella mia stanza. Cosa conta, in fondo, tutto quello che è successo prima, ce lo ricordiamo? E quello che dovrà succedere dopo, potrebbe non accadere mai.

 

Il caos di abiti nella mia stanza è anche lo specchio del caos in cui sono state gettate le nostre abitudini più fondamentali. Il modo in cui ci muoviamo nello e incorporiamo lo spazio, la percezione del tempo, sono questioni di abitudini, seguono i ritmi che abbiamo imparato acquisendo i nostri habits – spazio-motori, culturali, di interazione sociale. Allo stesso tempo, queste abitudini non possono che essere sollecitate a cambiare se c’è un potere esterno che, giustamente o meno, riesce a intervenire profondamente nello spazio-tempo oggettivo delle persone. (Si dovrebbe ora consultare Kant, e i filosofi pragmatisti come Peirce e Dewey, ma anche chiedere ai migranti e ai rifugiati di raccontare le loro storie, deformazioni temporali e spaziali infinitamente più drammatiche delle mie e di molti dei miei lettori.)

 

La crisi attuale, la più acuta, dal punto di vista economico e esistenziale, dalla seconda guerra mondiale, è una crisi di abitudini di questo tipo, sia a livello individuale che collettivo. E su entrambi i livelli, le abitudini potrebbero rivelarsi resistenti: Tornerò a viaggiare dalle montagne al mare, a mescolarmi a centinaia di persone. Parafrasando Faber, ristoranti e parrucchieri riapriranno (le fabbriche non hanno mai chiuso), arresteranno qualche furbetto (i veri responsabili, mai). Per ora, siamo in transito tra fasi, e, lo si nota ovunque, quelle a venire sembrano promettere ancora meno certezze delle precedenti. Lo shock iniziale non è ancora confluito in strategie efficaci per tenere a bada l’incertezza (quella costitutiva della ricerca scientifica, l’incertezza dello scontro tra Capitale e Stato, l’incertezza personale).[1]

 

Mi sembra però innegabile che alcune abitudini muteranno, anche se ancora non è chiaro quali e come. Le abitudini, di per sé, sono continuamente attraversate da un (leggero) moto di cambiamento: è mutando che ci permettono di adattarci alle variazioni del mondo esterno, e questi adattamenti ci danno una presa migliore sul mondo, magari anche, a volte, permettendoci di forgiarlo a nostro piacimento. Certo, i cambiamenti dipendono solo in parte dalle nostre intenzioni e ragioni. Spesso, quando lo scossone, esterno e interno, è molto forte, come ora, le cose sono ancora meno sotto controllo. La pressione a reagire, a cambiare ed adattarci, è così intensa che le nuove pratiche cui siamo costretti potrebbero trasformarsi e radicarsi velocemente in nuove abitudini.

 

Uno sforzo di riflessione potrebbe aiutarci in questi processi di coping e trasformazione. Invece che provare a mettere ordine negli armadi, vorrei dunque soffermarmi su alcuni possibili cambiamenti, soprattutto dal punto di vista delle relazioni interpersonali (quelle economiche e politiche travalicano le mie competenze). Tre, in particolare, mi interessano: l’imbozzolamento nell’io, l’irrigidimento tradizionale dei modelli famigliari, e la spiritualizzazione dei rapporti erotici e amicali.

 

Imbozzolamento. In un bell’articolo scritto nei primi giorni della fase 1, Catherine Malabou ci fa riflettere su come la quarantena potrebbe rivelarsi un’esperienza non del tutto negativa a patto che riusciamo a isolarci dall’isolamento stesso. La solitudine, nel senso di ritrovarci in uno spazio e tempo solo nostro, in cui raccogliere i pensieri e gli affetti, immergercisi, può avere un effetto benefico: un balsamo calmante, l’acuirsi nella coscienza e nel corpo di ciò che sappiamo e vogliamo, un balzo di creatività. Ma perché ciò avvenga, deve essere un passo che facciamo noi, non semplicemente imposto dalle circostanze, e richiede il distacco da quei legami – le persone con cui siamo costretti o abbiamo scelto di passare la quarantena, i contatti virtuali, il profluvio di news e commenti da seguire, le telefonate continue – che magari ci danno l’illusione di sopportare meglio il distanziamento imposto, ma che in fondo ci dissociano da un’esperienza di spazio-tempo concentrata, centrata.[2] Alla fine però, come dice anche Malabou, l’io isolato e (ri)trovato deve essere la condizione di un’apertura al mondo e intersoggettiva, nuova, ancora capace di nutrirsi dell’altro e di altri. E non dovrebbe, aggiungo io, espandersi troppo, in un delirio di autosufficienza che nasconde il terrore del fuori. Gli episodi che oggi vanno sotto il nome di mindfulness, il raccoglimento nel qui e ora – anche meditativo o estatico – hanno valore solo in quanto episodi. Il passato che si disperde nel nulla, il futuro cieco: la strozzatura della temporalità ci libera da certi perturbamenti, privandoci però allo stesso tempo dell’imprevedibilità del possibile.

 

Tradizionalismo. Negli ultimi anni, almeno in alcuni luoghi delle nostre società democratiche (?) e liberali (?), nuove pratiche di vita famigliare e sentimentale hanno cominciato efficacemente a mettere in discussione modelli tradizionali, novecenteschi, ancora patriarcali e piccolo-borghesi. Non parlo solo dei matrimoni omosessuali, che, come tanti hanno notato, si limitano a ricalcare e rendere più inclusivo lo stesso modello eteronormativo, basato sull’amore romantico, sulla coppia stabile e duratura. Penso soprattutto ad un’idea di famiglia che prende sul serio la saggezza, ancora ben viva in comunità non bianche e non borghesi, che “ci vuole un villaggio per crescere un figlio o una figlia”. Una famiglia che si può scegliere, non determinata esclusivamente da legami biologici. Legami affettivi e sessuali in cui l’esclusività non è un valore e un vincolo, in cui non ci deve essere una persona sola (“the one”) a monopolizzare desideri e bisogni, istituendo e fissando gerarchie. L’ultimo controverso decreto del governo Conte per la fase 2 ignora completamente e rende invisibili forme famigliari e affettive devianti (quelle che deviano, cioè, da una certa norma). Le amicizie, pare, non contano come “affetti stabili”, non sono riconosciute come spazi sociali di bisogni fondamentali. E vallo a dire a tutti i single, a tutti coloro che non hanno più una famiglia biologica o se ne sono distanziati per necessità di sopravvivenza, alle donne in fuga da partner violenti che non possono contare sul sostegno delle istituzioni, e a tutti coloro – e sono tantissimi, probabilmente moltiplicatisi negli ultimi mesi – che non sono tanto sicuri della stabilità dei loro matrimoni e convivenze, ma potrebbero mettere una mano sul fuoco sulla fedeltà degli amici. Si può fare dell’ironia sul famigerato decreto, e in effetti il genio dei memes si è scatenato in questa circostanza con picchi satirico-artistici di alto livello. Ma la questione è seria: Nel veicolare una certa realtà da anni ’50, pre-rivoluzione sessuale, questo decreto di fatto la riproduce, la rafforza, tende ad escludere alternative.

 

Spiritualizzazione. Il dialogo e la conversazione sono fondamentali nei rapporti interpersonali e intimi. Ce lo spiegano bene Aristotele, Seneca, Montaigne, i romanzi epistolari e le raccolte di lettere degli ultimi tre secoli, alcuni bei testi di filosofia dell’amore contemporanea. Molti amanti e amici ne hanno fatto esperienza ultimamente: molti di noi, divisi da confini improvvisamente invalicabili, tra comuni e nazioni, hanno riscoperto o scoperto per la prima volta il potere magico delle parole scritte, spesso digitate, delle immagini che evocano senza mostrare, della narrazione lenta, pensata, che connette i ricordi ai sogni. L’assenza dell’amico o dell’amante germoglia mondi fantastici, l’immaginazione crea mostri ma anche folletti e fate. Le tirate di Platone e Lacan sul desiderio che è desiderio solo di ciò che manca acquistano una dimensione concreta, a volte consolatoria. Le dating apps sembrano legittimarsi ora di un’aurea spiritualizzata e spiritualizzante: Non è importante incontrarsi dal vivo, in un luogo di consumo (cinema, bar) o in una camera d’albergo, l’importante è la “connection” (anche solo online). Ma dove è finito e dove finirà il corpo? Il corpo dell’altro, ora soprattutto percepito come veicolo di contagio, la bocca nascosta dalla mascherina, gli occhi abbassati perché anche un incrocio di sguardi sembra pericoloso, la distanza di due metri che dovrà essere osservata anche nella fase 2, 3, forse oltre. In un articolo su The Guardian, V (precedentemente nota come Eva Ensler) ci dice come il toccarsi sia fondamentale non solo per le relazioni interpersonali, ma anche per la sopravvivenza e per la vita degli individui. Non possiamo fare a meno degli abbracci, dei baci, del contatto pelle-pelle. Non ha “niente a che fare con il sesso” (o non solo), ma ha tutto “a che fare con la vita”. Pensiamo ai malati di Coronavirus, che non possono essere toccati dai loro cari, i loro cari che non possono toccarli, forse mai più. Il toccarsi non è solo un desiderio tra affetti stabili (o instabili, ma lo stesso preziosi), ma esprime una relazione più profonda, ontologica, con il mondo: è attraverso il contatto corporeo interpersonale, anche, che l’io riesce a non dissolversi, a far fluire quella temporalità e spazialità di cui parlavo prima. Ma, più radicalmente, V difende la tesi che il corpo è “quell’umile cosa umana” che riesce sempre a mettere i bastoni tra le ruote (al potere, all’ordine stabilito): “desiderio incasinato, rabbia, passione”, il “luogo della rivoluzione e del cambiamento”. Nella conclusione, un grido: “Non annienterò la voglia di toccarti” (I will not kill off my yearning to touch you – dove “you” sta per un generico tu, anche quello di uno sconosciuto). Questa voglia diventerà la mia guida, “ci fantasticherò sopra. La scriverò. Disegnerò. … Sentirò la pelle morbida della tua mano preziosa nella mia. Ti abbraccerò mentre piangi e adorerò il bagnato delle tue lacrime sulla mia camicia. Sentirò il fuoco della rabbia nel mio ventre e il dolore impossibile nella mia gola. E imparerò nel tempo come far confluire la fame per il tuo corpo, per la tua pelle che brucia, nel farsi di questo nuovo mondo necessario.”

 

É un appello disperato, forse un po’ patetico, alcuni di noi potrebbero inarcare ironici le sopracciglia. Ma l’afflato è tale perché nasconde il terrore di fronte alla prospettiva di un “touchless future”, un futuro tutto spiritualizzato, ma arido e incorporeo, alimentato dagli entusiasmi più o meno opportunistici per le nuove tecnologie comunicative (in primis gli Zoom Meetings per la didattica o le cene con congiunti e amici intoccabili), e l’ironia, forse, il distacco anche consolatorio dai nostri desideri più profondi, spesso anti-sociali e apolitici (o contro l’organizzazione attuale della società e della politica).

 

Note

[1] Il fatto che, insieme a Covid-19, anche il senso diffuso di incertezza, in primis a livello istituzionale e di comunicazione politica, non accennano ad andarsene potrebbe rivelarsi deleterio a livello psicologico: Non pochi specialisti hanno già messo in guardia dall’intensificazione e incremento di fenomeni come depressione, dipendenze, attacchi di ansia e di panico, episodi psicotici, soprattutto per quelle persone che non possono contare su infrastrutture psichiche e materiali solide e radicate, e ora si vedono anche saltare molte delle loro abitudini.

[2] L’articolo fa anche riflettere sul perché alcune persone, come Rousseau nell’episodio dell’epidemia del 1743 a Genova narrato nelle Confessioni (e la sottoscritta), potendo scegliere se trascorrere la quarantena da soli o in compagnia, optano per la prima opzione.

 

 

 

[Immagine: Grado (Friuli Venezia Giulia), foto di Federica Gregoratto].

5 thoughts on “Cambio d’abiti: dalla fase 1 alla fase 2 – e 3 e oltre

  1. ” vorrei dunque soffermarmi su alcuni possibili cambiamenti, soprattutto dal punto di vista delle relazioni interpersonali (quelle economiche e politiche travalicano le mie competenze)”
    (Gregoratto)

    E non sarebbe ora di svegliarsi e di farsene un po’ di queste “competenze” economiche e politiche?
    Sorelle ,
    fatte non foste a viver come brute
    ma per seguir virtute e canoscenza

  2. @ Samizdat
    Mah. Fra quelli che si reputano “svegli” perché si sono fatti le “competenze” economiche e politiche ne vedo tanti in realtà immersi in un coma profondo eterodiretto, che mi chiedo se non sia meglio approfondire le proprie competenze di quello che si è in grado di appurare senza troppi intermediari. (Odisseo è andato a vedere di persona, non ha consultato un atlante).

  3. Come dicevano gli anziani, certe cose sono come il prezzemolo: stanno sempre dappertutto. Anche la pandemia diventa un’occasione (per non dire un pretesto) per “ridiscutere” (eufemismo per “auspicio di cancellare”) la famiglia cosiddetta tradizionale. Certi opinionisti hanno talmente introiettato il principio puramente ideologico , completamente scardinato dalla realtà cosmica, secondo il quale la famiglia non c’entra niente con il genere sessuale – così come una mela non c’entrerebbe niente con l’albero che l’ha prodotta – che non riescono più nemmeno a vedere la necessità del legame tra diversità sessuale e generazione, e tra generazione e biologia (ma ci sarebbe da andare ben oltre la biologia, ma in senso inverso, cioè alla radice del fatto che l’universo, Dio, l’evoluzione o come preferite chiamarlo – vi piaccia o no, ha partorito due sessi destinati a completarsi, e tutto il resto è solamente l’eccezione che conferma la regola). Qui addirittura si va oltre, il matrimonio omosessuale sarebbe criticabile in quanto riprodurrebbe il modello eterodiretto, bianco (!) e borghese. Come se presso le altre etnie l’omosessualità fosse maggioritaria e i figli nascessero dagli uomini ed esistessero società in cui ‘comandano’ i “proletari”. Pur di mettere sullo stesso piano realtà che per le loro caratteristiche intrinseche non possono essere collocate assolutamente su tale piano, certa gente arriva a elucubrare, e se potesse creerebbe realmente, un universo distopico, allucinato. I neonati bloccati in Ucraina perché prenotati da coppie che si sono avvalse di quell’assurdita’ che è la gravidanza surrogata, e ora a causa della pandemia non possono “ritirarli” (verbo testualmente riportato dalla cronaca, perché tra un neonato, un cagnolino e un pacco cosa cambia?, non vorremo mica creare delle gerarchie?!?), intanto, stanno lì a indicare a chi ha ancora un’anima umana “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” (Eugenio Montale). Con buona pace delle persone che non sanno distinguere tra i balzani desideri personalizzata e i diritti umani (cosa recentemente ribadita dall’ex onorevole Marco Rizzo del Partito Comunista, che come si sa è clericale, omofobo e di estrema destra…).

  4. @ Elena Grammann

    “Odisseo è andato a vedere di persona, non ha consultato un atlante”.
    Se fosse vissuto in tempi di coronavirus (o di crisi cruciali), anche Odisseo si sarebbe documentato presso qualche oracolo sul Web come tutti noi poveri mortali. Nelle competenze non c’è tutto. Io sono rimasto ancora a Sartre.

  5. Non mi è successo niente: lo spirito lo frequentavo anche prima, un toccarsi raro e leggero è sempre stata la scelta, e imbozzolata in un aereo spazio indeterminato mi ritrovo sicura. Ma, certo, sono fortunata.

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