di Georg Heym

 

[Poco prima dell’esplosione della pandemia è uscito per Giometti & Antonello Il ladro, un libro di novelle dello scrittore tedesco Georg Heym. Pubblichiamo uno dei racconti, Il pazzo (la traduzione è di Andrea Schanzer), accompagnato dalla Nota degli editori].

 

Il pazzo

 

Il custode gli diede la sua roba, il cassiere gli mise in mano il suo denaro, il portiere gli aprì la grande porta di ferro. Era ormai in giardino, spinse il cancello e fu fuori.

Ecco, e ora il mondo avrebbe visto qualcosa.

Camminò lungo le rotaie del tram, fra le case basse della periferia. Passò vicino a un campo e al margine di questo si gettò a terra fra grossi papaveri e cespi di cicuta. Vi si rannicchiò lasciandosi avvolgere dall’erba come da un folto tappeto verde. Solo la sua faccia ne spuntava fuori, come una bianca luna sorgente. Ecco, finalmente se ne stava seduto.

Dunque era libero. E proprio in tempo, altrimenti li avrebbe ammazzati tutti, tutti quanti. Quel grassone del direttore, lo avrebbe afferrato per la barbetta rossa e lo avrebbe infilato nella macchina per fare le salsicce. Che tipo odioso, quello. E come rideva, quando passava per la macelleria.

 

Diavolo, era un tipo proprio schifoso.

E il medico assistente, quel porco gobbo, a quello una volta o l’altra gli avrebbe schiacciato il cervello. E i custodi, coi loro camiciotti bianchi a strisce, parevano una banda di ergastolani, quei manigoldi, che rubavano agli uomini e violentavano le donne nei gabinetti. C’era da diventare matti.

Non sapeva proprio come aveva fatto a resistere per tutto quel tempo. Tre anni o quattro, quanti erano stati? In quella fossa bianca, in quel grande scatolone, in mezzo ai pazzi. Quando la mattina andava verso la macelleria, attraverso il cortile grande, li vedeva sdraiati a digrignare i denti, alcuni seminudi. Poi venivano i custodi e trascinavano via quelli che si erano comportati particolarmente male. Li spingevano in un bagno bollente. Più d’uno lo avevano lasciato a lessare, con intenzione, lui lo sapeva. Una volta i custodi avevano tentato di introdurre un morto nella macelleria, per farne salsicce. E loro avrebbero dovuto mangiarlo. Lui lo aveva detto al dottore, ma quello aveva negato. Già, anche lui doveva essere d’accordo. Quel cane maledetto. Se ora fosse qui. Lo getterebbe a terra, fra il grano, e lo scannerebbe, quel porco maledetto, quel cane dannato.

Ma poi? Perché lo avevano portato in manicomio? Era stato tutto un sopruso. Dopotutto che cosa aveva fatto? Aveva picchiato un paio di volte sua moglie, e quello era il suo buon diritto, visto che era sposato. La polizia avrebbe dovuto mettere sua moglie alla porta, sarebbe stato molto più giusto. Invece lo avevano chiamato, interrogato, fatto una gran commedia. E una mattina non l’avevano lasciato più uscire, lo avevano ficcato in una macchina e scaricato qua. Che ingiustizia, che sfacciataggine.

 

E di chi era la colpa? Ma di sua moglie! Bene, ora avrebbe fatto i conti con lei, era la prima della lista.

Al colmo dell’ira strappò un ciuffo di spighe e lo agitò come un bastone. Poi si alzò, e adesso guai a lei.

Si gettò su una spalla il fagotto della sua roba e si rimise in marcia. Ma non sapeva dove andare. In fondo, al di là dei campi fumava un comignolo. Lo conosceva, non era lontano dalla sua casa.

Lasciò la strada e si addentrò fra i campi, in mezzo alle spighe. Dritto verso la sua meta. Che gusto calpestare le spighe, che scricchiolavano e scoppiavano sotto i suoi piedi!

Chiuse gli occhi e un sorriso beato passò sul suo viso.

Gli sembrava di passare su una grande piazza. C’era moltissima gente, tutti con la testa poggiata a terra. Era come in quel quadro appeso nell’abitazione del direttore, dove migliaia di persone, con cappucci e mantelli bianchi, stavano genuflesse davanti a una grande pietra e l’adoravano. Quel quadro si chiamava «Kaaba». «Kaaba, Kaaba», ripeteva a ogni passo. Lo diceva come se fosse uno scongiuro potentissimo, e ogni volta dava un pestone a destra e uno a sinistra, su tante teste bianche. E sentiva i crani scricchiolare – come quando si spacca una noce con un martello.

Alcuni si rompevano dolcemente, erano i più sottili, erano i crani dei bambini, che avevano un suono quasi d’argento, lieve, vaporoso come una piccola nuvola. Altri invece stridevano quando li pestava, come spiritelli maligni. E dalla bocca uscivano sventolando le lingue rosse, come nelle palle di gomma. Ah, era splendido!

 

Qualche testa era così molle, che il piede affondava subito. Vi rimaneva appiccicata. E così egli continuava a camminare con un cranio incollato a ogni piede, come se egli fosse appena uscito dall’uovo e non avesse ancora finito di staccarsi da dosso il guscio.

Ma la sua gioia era al colmo quando vedeva da qualche parte la testa di un vecchio, calva e lucida, come una sfera di marmo. Allora vi poggiava soltanto il piede, dapprima con prudenza, e lo faceva dondolare un paio di volte, così come per prova. Poi faceva forza, crac, finché il cervello schizzava ben bene, come un piccolo zampillo tutto d’oro. A poco a poco si stancò. Si ricordò all’improvviso di quel pazzo che credeva di avere gambe di vetro e di non poter camminare. Stava seduto tutto il giorno sul suo banco da sarto, ma i custodi dovevano portarcelo a braccia. Da solo non faceva un passo. Se lo mettevano in piedi, non si muoveva. E le sue gambe stavano benissimo, lo sapevano tutti. Neppure al gabinetto andava da solo – che si potesse essere così pazzi! Era proprio da ridere.

Giorni fa era venuto il parroco in visita, ed egli aveva parlato con lui del pazzo: «Guardi un po’, signor pastore, quello là, il sarto, quanto è pazzo quello. Che carogna imbecille!» E allora il pastore si era messo a ridere da far tremare i muri.

Uscì dal campo, la paglia gli si era impigliata un po’ dappertutto, sul vestito e nei capelli. Aveva perduto il suo fagotto. In mano aveva ancora le spighe e le agitava come una bandiera d’oro. Marciava con passo marziale. «Dest’ sinist’, salam’ prosciutt’», canterellava fra sé. E le lappole appese ai suoi pantaloni si staccavano e cadendo descrivevano un grande arco.

«Compagnia alt», comandò. Piantò la sua bandiera nella sabbia del viottolo e si gettò nel fosso.

All’improvviso ebbe paura del sole che bruciava sulla sua tempia. Gli sembrava che dovesse aggredirlo, e nascose il viso fra l’erba. Poi si addormentò.

Voci di bambini lo svegliarono. Erano accanto a lui, un ragazzino e una bambina. Appena si accorsero che l’uomo si era svegliato, scapparono.

Lo assalì una furia tremenda contro quei bambini, si fece rosso in viso come un gambero.

Si alzò d’un balzo e li rincorse. Quando essi udirono i suoi passi si misero a gridare e corsero sempre più. Il ragazzino tirava la sorellina, che cadde e cominciò a piangere.

Ma il pianto era una cosa che egli non poteva proprio sopportare.

Raggiunse i bambini e alzò la bambina da terra. Essa vide il suo viso stravolto sopra di sé e cacciò un urlo. Anche il ragazzo gridò e cercò di scappare. Ma egli lo afferrò con l’altra mano. Sbatté le teste dei due bambini l’una contro l’altra. Uno, due, tre, uno, due, tre, contava e ogni volta al tre le due piccole teste si urtavano, con un rumore come di temporale. Adesso usciva già il sangue. La vista lo inebriò, lo fece sentire un dio. Dovette cantare. Gli venne in mente un corale. E cantò:

 

Saldo baluardo è il nostro Dio,

un buon usbergo e brando.

Dal mal di questo tempo rio

ei sol ci sta affrancando.

L’antico avversario

or trama sul serio;

son armi sue truci

gran possa e molte astuzie:

in terra niun l’eguaglia.

 

A voce alta sottolineava il tempo facendo urtare a ritmo le due piccole teste, come un orchestrale che batte i piatti.

Quando ebbe finito il corale lasciò cadere dalle mani i due crani fracassati. Come in estasi cominciò a danzare intorno ai due cadaveri. Agitava le braccia come un grande uccello e il sangue che ne gocciava gli schizzava intorno come una pioggia di fuoco.

All’improvviso il suo umore cambiò. Una pietà incontenibile per i due poveri bambini gli serrò quasi la gola. Sollevò i loro corpi dalla polvere della via e li trascinò fra il grano. Con un ciuffo d’erba pulì il viso dal sangue, dalle cervella e dallo sporco e si sedette fra i due piccoli cadaveri. Poi prese le loro manine nel suo pugno e le accarezzò con le dita intrise di sangue.

Gli venne da piangere, grandi lacrime gli scorrevano sulle guance.

Pensò che forse avrebbe potuto far rivivere i bambini. Si inginocchiò sopra i loro volti e soffiò il suo respiro negli squarci del loro cranio. Ma essi non si muovevano. Pensò che ancora non bastasse e ripetè il tentativo. Nulla. «E allora basta», disse, «quel che è morto è morto».

 

A poco a poco sciami innumerevoli di mosche, zanzare e altri insetti vennero dai campi, attirati dall’odore del sangue. Stavano sospesi come una nube fitta sopra le ferite. Per un paio di volte cercò di scacciarli. Ma venne punto, e allora la sua situazione gli parve troppo scomoda. Si alzò e andò via, mentre gli insetti si gettavano, come una nuvola fitta e nera, sugli squarci sanguinosi dei crani.

E ora, dove andare?

Gli tornò in mente, allora, il compito che si era prefisso. Doveva fare i conti con sua moglie. E pregustando la vendetta, il viso gli si illuminò come un sole purpureo.

Svoltò in una strada di campagna che conduceva verso la periferia.

Si guardò intorno.

La strada era vuota e si perdeva in lontananza. In alto, su un colle dietro a lui, sedeva un uomo con un organino. Ora una donna, che si tirava dietro un carrettino a mano, saliva il colle.

Aspettò finché era vicina, la lasciò passare e la seguì.

Gli sembrava di conoscerla. Non era la Fritzi dell’erbivendolo all’angolo? Voleva parlarle, ma si vergognava. Già, quella pensa che io sono il pazzo del n° 17. Se mi riconosce, ride di me. E io non permetto che si rida di me, accidenti. Piuttosto le spacco il cranio.

 

Sentiva che la furia stava di nuovo montando in lui. Aveva paura di quella follia oscura. Che schifo, adesso mi riprenderà – pensò. Gli girava la testa, si appoggiò a un albero e chiuse gli occhi.

Improvvisamente rivide l’animale che si annidava dentro di lui. In basso, dov’è lo stomaco, come una grande iena. Che fauci che aveva! E quella carogna voleva uscire. Sì certo, doveva uscire.

Adesso era lui l’animale e a quattro zampe avanzava sulla via. Svelto, svelto, altrimenti scappa. Come corre, ma una iena è ancora più veloce.

Abbaiò forte come uno sciacallo. La donna si voltò. Quando vide un uomo, che carponi le correva dietro, con i capelli arruffati sul viso grasso, bianco di polvere, lasciò lì il suo carrettino e gridando forte corse giù per la strada.

L’animale, allora, si alzò d’un balzo. Come un selvaggio le correva dietro. La sua lunga criniera ondeggiava al vento, i suoi artigli sferzavano l’aria e dalle sue fauci pendeva la lingua.

Ora poteva già udire il respiro della donna, che ansava, gridava e correva quanto più poteva. Ecco, ancora uno, due balzi. E adesso l’animale le salta proprio alla gola.

La donna si rivoltola nella sabbia, l’animale le si avventa sopra. Ecco la gola, qui c’è il sangue migliore; si beve sempre dalla gola. Si avventa al collo e succhia il sangue dal suo corpo. Diavolo, quanto è bello!

L’animale lascia la donna a terra e salta su: là sopra ne viene un altro. Ma quanto è stupido. Quello non si accorge neppure che qui ci sono le iene. Che idiota.

Il vecchio veniva avanti. Quando fu vicino scorse, attraverso gli occhiali spessi, la donna che giaceva nella sabbia, con le gonne in disordine e con le ginocchia serrate al corpo nella lotta mortale. Vicino alla testa c’era una grande pozza di sangue.

 

Si fermò davanti alla donna, irrigidito dallo sgomento. Allora si aprì un varco fra gli alti fiordalisi e ne venne fuori un uomo, lacero e disfatto. Aveva la bocca sporca di sangue.

«Questo è certamente l’assassino», pensò il vecchio.

Il suo terrore era tale che non sapeva più che cosa fare. Fuggire o restare fermo?

Infine decise di provare la cortesia. Perché quello non aveva il cervello proprio a posto, si vedeva.

«Buon giorno», disse il pazzo.

«Buon giorno», rispose il vecchio, «è una disgrazia orribile».

«Sì, è una disgrazia orribile, ha proprio ragione», disse il pazzo. La sua voce tremava.

«Ma io devo andare, mi scusi».

E il vecchio mosse dapprima lentamente alcuni passi. Quando si fu allontanato un po’ e vide che l’assassino non lo seguiva, accelerò. E, alla fine, si mise a correre come un ragazzo.

«Ma che modo buffo di correre. Che gente matta». E il pazzo rise con tutta la faccia, mentre il sangue gli si fermava tra le rughe. Sembrava un demonio spaventoso.

Ma, in fondo, che corra pure. Dopotutto aveva ragione. Anche lui avrebbe fatto lo stesso. Perché lì potevano, da un momento all’altro, uscire di nuovo le iene dal grano.

«Oddio come sono sporco». Si guardò. «Da dove viene tutto questo sangue?»

E strappò il grembiule alla donna e si pulì il sangue, alla meglio.

 

La sua memoria si perse. Alla fine non seppe più dove era. Si mise a camminare per i campi, traversando viottoli, nel mezzogiorno riarso. Si sentiva come un grande fiore che va, per i campi. Come un girasole, forse. Non lo sapeva bene.

Sentiva fame.

Trovò più tardi un campo di rape, ne strappò un paio e le mangiò.

In un prato trovò uno stagno.

Si stendeva là come un grande lenzuolo nero fra l’oro del grano.

Gli venne voglia di un bagno, si spogliò e scese nell’acqua. Quanto faceva bene, come calmava. Respirò l’odore dell’acqua, sulla quale aleggiava il profumo estivo dei grandi campi. «Acqua, acqua», disse piano, come se volesse chiamare qualcuno. E adesso nuotava, come un grande pesce bianco, nello stagno tremolante.

Sulla riva si intrecciò una corona di foglie di canna e si specchiò nell’acqua. Poi cominciò a saltare e danzò sulla riva, nudo nel sole bianco – grande, forte e bello come un satiro.

All’improvviso gli venne in mente che stava facendo qualcosa di sconveniente. Si vestì rapidamente, si fece piccolo e si nascose fra il grano.

«Se ora viene il custode e mi trova qui, mi sgriderà, lo riferirà al direttore», pensò. Ma siccome nessuno venne, riprese coraggio e continuò per la sua strada.

A un tratto si trovò davanti allo steccato di un giardino. Al di là c’erano alberi da frutto. Su questi era appesa della biancheria ad asciugare. C’erano dei bambini che dormivano. Camminò lungo lo steccato e giunse a una strada.

C’era molta gente che gli passava accanto senza badargli. Sopraggiunse un tram elettrico.

Lo colse un senso di infinita solitudine, la nostalgia lo afferrò con violenza. Avrebbe voluto tornare di corsa al manicomio. Ma non sapeva dove fosse. E a chi poteva chiederlo? Non poteva mica dire: «Senta, dov’è il manicomio?» Lo avrebbero preso per un pazzo, non poteva permetterlo.

E poi sapeva bene che cosa voleva. Aveva ancora tante cose da fare.

 

All’angolo della strada c’era un vigile. Il pazzo decise di chiedergli la strada dove aveva abitato, ma gliene mancava il coraggio. Però non poteva nemmeno stare lì in eterno. Si avvicinò al vigile. Improvvisamente si accorse di avere ancora una larga macchia di sangue sul gilè. Il vigile non doveva vederla. E si abbottonò la giacca. Rifletté su quello che avrebbe detto, parola per parola, e lo ripete un paio di volte.

Andò tutto bene. Si tolse il cappello, domandò la sua strada, il vigile gliela indicò.

Non è nemmeno distante, pensò. E allora riconobbe anche le strade. Ma quanto erano cambiate, adesso c’era perfino il tram.

Si mise in cammino, scivolando lungo le case; se incontrava qualcuno voltava il viso verso il muro. Si vergognava.

Giunse alla sua casa. Davanti alla porta giocavano dei bambini, che lo guardarono curiosi. Salì la scala. C’era un odore diffuso di cucina. Avanzò in punta di piedi. Quando udì una porta aprirsi al piano di sotto, si tolse anche le scarpe.

Era arrivato alla sua porta. Si sedette per un momento su uno scalino, e rifletté. Giacché era arrivato il momento decisivo. E quello che doveva accadere, doveva accadere, non c’era neppure da chiederselo.

Si alzò e suonò il campanello. Silenzio. Traversò un paio di volte il pianerottolo, su e giù. Lesse la targa di fronte. Non vi abitava più la stessa gente. Tornò indietro e suonò ancora una volta. Anche questa volta nessuno rispose. Si chinò per guardare dal buco della serratura, ma vide solo nero. Appoggiò l’orecchio alla porta, con la speranza di udire qualcosa, forse un passo, un bisbiglio, ma nulla.

Ed ebbe un pensiero. D’un tratto sapeva perché nessuno veniva ad aprire. Sua moglie aveva paura di lui, sua moglie non aveva fegato. Quella carogna, lo sapeva già che cosa l’aspettava. Ma ora avrebbe visto.

Arretrò di qualche passo. I suoi occhi si fecero piccolissimi, come punti rossi. La sua fronte bassa si raggrinzì ancora di più. Si piegò su se stesso e poi, con un grande salto, balzò contro la porta. Questa scricchiolò forte, ma sopportò il colpo. Gridò allora con tutta la forza e saltò ancora. E questa volta la porta cedette. Le tavole si schiantarono, la serratura si staccò, la porta si aprì ed egli si precipitò all’interno.

 

Vide un appartamento vuoto. A sinistra era la cucina, a destra la camera. La tappezzeria era strappata. Per terra c’era polvere e scaglie di intonaco staccato.

Dunque era così, sua moglie si era nascosta. Corse lungo le quattro pareti della stanza vuota, per il piccolo corridoio, il gabinetto, la dispensa. Non c’era nulla, tutto era vuoto. Anche in cucina. Saltò allora con un balzo sul fornello.

Eccola, che correva. Sembrava un grande topo grigio. Così era dunque. Correva sempre lungo la parete della cucina, sempre in tondo, ed egli divelse una piastra di ferro dalla stufa e la lanciò sul topo. Ma lei era più veloce. Ora, ora però la coglierà. E tirò un’altra volta. Ora la prende. E il bombardamento dei cerchi di ferro della stufa rimbombava contro le pareti e faceva dovunque piovere la polvere.

Cominciò a gridare. Urlava come un invasato: «Puttana, troia, sei una..». Urlava da far tremare la casa.

Dovunque cominciarono ad aprirsi porte, dovunque sorse un frastuono. E adesso lo si udiva salire su per le scale.

C’erano già due uomini sulla porta e, dietro a loro, un mucchio di donne che si tiravano dietro, attaccati ai grembiuli, un intero battaglione di bambini.

Lo videro che infuriava in piedi sul fornello. I due uomini si incoraggiarono a vicenda. Ma ad uno volò sulla testa l’attizzatoio, l’altro fu gettato a terra e, con pochi salti, il pazzo traversò la folla, come un gigantesco orangutan. Salì di corsa le scale, arrivò alla soffitta, saltò sul tetto, scavalcò alcuni muri, girò intorno ai comignoli, scomparve in una botola, si precipitò giù per una scala e si trovò improvvisamente su uno spiazzo verde. Davanti a lui c’era una panchina vuota. Vi si lasciò cadere, nascose il viso fra le mani c si mise silenziosamente a piangere.

Aveva bisogno di dormire. Quando stava per stendersi sulla panchina, vide venire da una strada, con in testa un paio di vigili come generali, una gran folla.

 

«Quelli mi stanno cercando, mi vogliono riportare in manicomio. Credono che non sappia da me che cosa debbo fare», pensò.

Lasciò rapidamente il parco. Il suo berretto rimase sulla panchina. E da lontano poté ancora vedere uno degli uomini agitarlo in aria come un trofeo.

Passò per alcune strade affollate, traversò una piazza, e ancora altre strade. Si sentiva a disagio fra la gente. Come oppresso. Cercò un angolo tranquillo, dove sdraiarsi. Scorse una casa con un grande portone. All’ingresso c’era un uomo in livrea marrone e con bottoni d’oro. Altre persone non c’erano. Passò accanto al portiere, che lo lasciò entrare tranquillamente. Ne fu meravigliato. Non mi conosce? Si chiese. E, in fondo, si sentì offeso.

Arrivò a una porta che girava continuamente. Fu afferrato da un battente, ricevette una spinta e si trovò all’improvviso in una grande sala.

C’erano tavoli innumerevoli pieni di trine, di vestiti. Tutto galleggiava in una luce dorata, che proveniva da lunghe finestre distribuendosi nella penombra dell’enorme sala. Dal soffitto scendeva un lampadario gigantesco, splendente di infiniti diamanti.

Ai lati del salone grandi scalinate conducevano ai piani superiori, percorse da gente che saliva e scendeva.

«Accidenti, che chiesa elegante», pensò. Nei passaggi c’erano signori in abito scuro e ragazze vestite di nero. Dietro a un banco sedeva una donna, qualcuno contava del denaro davanti a lei. Una moneta cadde e tintinnò per terra.

Salì la scala, passò per altri saloni pieni di mobili, arredi, quadri. In uno erano disposti molti orologi, che a un certo punto si misero a suonare tutti insieme. Dietro una grande tenda suonava un armonium, era una musica malinconica, che sembrava perdersi lentamente in lontananza. Di soppiatto scostò la tenda, e vide molta gente che ascoltava una pianista. Tutti i visi erano seri e assorti, ed egli si sentì invadere da una sensazione di solennità. Ma non osò entrare.

 

Giunse a una porta munita d’inferriata. Al di là c’era un gran pozzo, nel quale delle funi sembravano correre su e giù. Un grosso armadio salì dal basso, il cancello si aprì e qualcuno disse: «Salire, prego» – si trovò nell’armadio, volando come un uccello verso l’alto.

Lassù incontrò molte persone che stavano intorno a grandi tavoli pieni di piatti, vasi, bicchieri e recipienti o si muovevano nei passaggi tra file di banchi sui quali brillavano, come un campo di fiori di vetro, cristalli esili, candelieri o lampade multicolori di porcellana dipinta. Lungo la parete che fiancheggiava questi oggetti preziosi girava, rialzata di pochi gradini, una piccola galleria.

Riuscì a fendere la folla e salire per la scaletta fin sulla galleria. Si appoggiò alla balaustra e vide, sotto di sé, il fiume di gente che, come innumerevoli mosche nere, sembrava produrre – con le sue teste, gambe e braccia in perenne movimento – un brusìo continuo. E, insonnolito dalla monotonia di questo rumore, stordito dall’afa del pomeriggio, malato per le esaltanti sensazioni di quel giorno, chiuse gli occhi.

Era un grande uccello bianco sopra un grande mare solitario, cullato da un eterno chiarore, alto nell’azzurro. La sua testa toccava le nuvole bianche, egli era il vicino del sole, che riempiva il cielo sopra di lui, una grande coppa d’oro che cominciò a rimbombare con intensità.

Le sue ali, più bianche di un mare di neve, forti, con assi come tronchi d’albero, si tesero sull’orizzonte, in basso, profonde tra i flutti, vedeva galleggiare isole purpuree, simili a grandi conchiglie rosate. Una pace infinita, una calma perenne tremolava sotto quel cielo eterno.

 

Non sapeva se stesse volando così veloce o se il mare si allontanasse sotto di lui. Questo era dunque il mare.

Quando stasera avrebbe raccontato tutto ciò agli altri nelle camerate del manicomio, che invidia che avrebbe provocato. Questa era la cosa che lo attirava più di tutto. Ma al dottore non avrebbe detto nulla, quello lì avrebbe risposto, come al solito: «Ah, davvero». Ma non ci avrebbe creduto lo stesso. Era proprio un mascalzone. Anche se diceva sempre di credere a tutto.

In basso, nel mare, galleggiava una grande barca bianca con vele pigre. «Come una barca del porto di Humboldt», pensò, «ma più grande».

Diavolo, come è bello volare. Perché non era diventato uccello già molto prima? E roteava le braccia per aria.

Da sotto alcune donne lo notarono. Ridevano. Ne vennero altre, diventarono una folla, le commesse corsero a chiamare il direttore dell’emporio.

Egli si arrampicò sulla balaustra, si drizzò e parve librarsi in alto, sulla folla.

Sotto a lui, nell’oceano, c’era una grande luce. Ora doveva immergersi, era il momento di calare nel mare.

Ma c’era ancora qualcosa di nero, di ostile, che lo disturbava, che non lo lasciava scendere. Ma lui ce la farà, è così forte.

Si dà uno slancio e salta dalla balaustra in mezzo ai vetri giapponesi, fra gli smalti cinesi dipinti, fra i cristalli di Tiffany. Eccola la cosa nera, è questa – e sollevata una commessa fino a sé, le appoggia le mani sulla gola e preme.

E la gente fugge per i passaggi, si precipita per le scale scavalcandosi, grida penetranti riempiono l’intero edificio. «Fuoco, fuoco», gridano. In un baleno tutto il piano è vuoto. Solo un paio di bimbi giacciono a terra, ai piedi della scala, calpestati, schiacciati, morti.

 

Egli si inginocchia sulla sua vittima e, lentamente, preme con una stretta mortale.

Intorno a lui è il grande mare d’oro, che solleva le sue onde ai due lati, come immensi tetti scintillanti. Egli cavalca un grande pesce nero e gli circonda la testa con le braccia. Ma quanto è grosso, pensa. Giù giù, sotto di sé, sul fondo verde, perduti fra i rari e tremolanti raggi del sole, vede castelli verdi, giardini verdi in una profondità eterna. A che distanza saranno? Se potesse solo scendere laggiù, nel fondo.

I castelli sprofondano sempre di più, sempre di più si inabissano i giardini.

Piange, non riuscirà mai ad arrivare là. È solo una povera carogna. E il pesce sotto di lui diventa insolente, si agita ancora, ora lo metterà a posto – e gli torce il collo.

Dietro la porta apparve un uomo, appoggiò il fucile alla guancia, mirò. Il proiettile colpì il pazzo alla nuca. Barcollò un paio di volte, poi cadde con tutto il suo peso sull’ultima vittima, fra i cristalli tintinnanti.

E mentre il sangue zampillava dalla ferita, gli parve di scendere finalmente sul fondo, sempre più giù, silenzioso come una piuma. Dal basso saliva una musica eterna e il suo cuore morente si aprì tremando in una beatitudine immensa.

 

* * *

 

 

Nota degli editori

 

Apparsa postuma nel 1913, un anno dopo la scomparsa del suo autore – annegato pattinando sul giaccio mentre cercava di salvare un amico –, ma ideata assieme all’editore Ernst Rowolth (socio di Kurt Wolff) sin dal 1911, questa raccolta di sette novelle si inserisce a pieno titolo nella bibliografia poetica di Georg Heym (Hirschberg 1887 – Berlino 1912), tra i principali esponenti, accanto a Georg Trakl, a Ernst Stadler e, sotto un altro versante, a Gottfried Benn, della poesia espressionista in lingua tedesca del primo Novecento.

Il cinque ottobre, Il pazzo, La dissezione, Gionata, La nave, Un pomeriggio e Il ladro sono i sette tasselli che compongono questo polittico sacro e profano, alla Otto Dix, animato dalle impure vicende di santi e neofiti della dissoluzione storica.

 

Come in una dissolvenza tra due epoche si mischiano e distorcono nei racconti di Heym timbri e immaginari incongrui, in una sorta di Requiem della civiltà europea in cui il voyage verso l’inconnu della cultura simbolista si fa naufragio verso isole di orrore, l’ebbrezza diventa «il tormento di aspettare l’ignoto» e il bateau ivre di Arthur Rimbaud si arena su battigie infette intarsiate di topi e cadaveri.

Finito il viaggio ha inizio la città, gotica e industriale, habitat naturale di un’umanità tragica e omicida, in tutto e per tutto pronta per la carneficina bellica. Sono difatti i pazzi, gli allucinati, ad animare queste sette scene composte come in un ciclo pittorico medioevale, da una prospettiva generale (la deflagrazione in disordine di massa della rivolta storica della prima novella, vero «anti-mito» fondativo che capovolge e profana la rappresentazione della rivoluzione francese) al dettaglio (i personaggi dei racconti a seguire, sempre al limite tra vita e morte, tenerezza e crudeltà, anelito cristologico e volontà di distruzione, nevrosi e tentazione di esistenza).

 

Di tutti gli autori dell’avanguardia mistica e profanatrice dell’Espressionismo tedesco, riprendendo una definizione di Ferruccio Masini da un saggio raccolto tra i materiali supplementari del libro, Georg Heym pare essere il più attiguo ad una idea di letteratura come insorgenza del vitale contro il giogo del tedio storico. L’orrore comico e grottesco degli alienati pare in lui farsi cifra non tanto di un giudizio morale sul mondo quanto piuttosto di una condivisione sentimentale e estetica delle pulsioni contraddittorie del suo presente.

Erede naturale di Georg Büchner, come un Woyzeck alle porte della grande guerra, Georg Heym attraversa le lande della cultura gotica e simbolista del XIX secolo, da Edgar Allan Poe ai poeti del decadentismo francese, battezzando con nette pennellate di gravida materia l’arte nuova del Novecento.

Oltre ai sette racconti menzionati, che riproducono integralmente, nella traduzione di Andrea Schanzer, la raccolta Der Dieb. Ein Novellenbuch edita nel 1913 da Ernst Rowohlt a Lipsia, questo volume si compone di un’appendice di tre lettere inedite, dalla corrispondenza tra Heym e lo stesso Rowohlt, tratte da G. Heym, Dichtungen und Schriften, vol. III (Tagebücher Träume Briefe), a cura di K. L. Schneider, Ellermann, Amburgo 1960. Completano infine il libro una postfazione di Paolo Chiarini dal titolo Georg Heym tra “Jugendstil” ed Espressionismo, tratta da G. Heym, Il ladro. Novelle, Edizioni dell’Ateneo, Roma 1982, e due saggi sull’espressionismo di Ferruccio Masini: L’espressionismo: una rivoluzione «per l’elementare», tratto da Gli schiavi di Efesto. L’avventura degli scrittori tedeschi del Novecento, Editori Riuniti, Roma 1981, e Espressionismo tra mistica e profanazione, tratto da La via eccentrica: figure e miti dell’anima tedesca da Kleist a Kafka, Marietti, Genova 1986.

 

Si ringraziano per la disponibilità all’utilizzo dei materiali la moglie di Paolo Chiarini, Antonella Gargano, e le figlie di Ferruccio Masini, Costanza e Sabina Masini.

 

 

[Immagine: Georg Heym, Umbra vitae, con 47 xilografie di Ernst Ludwig Kirchner, Kurt Wolff Verlag, München 1924].

1 thought on “Il ladro. Novelle

  1. “Sui ‘démons malsaines dans l’atmosphère’: essi ritornano in Georg Heym come ‘demoni della città’. Sono divenuti più violenti, poiché però negano la loro somiglianza con le ‘gens d’affaire’ hanno un significato minore.”

    Walter Benjamin, I «Passages» di Parigi, a cura di Rolf Tiederman, edizione italiana a cura di Enrico Ganni, Einaudi, Torino, 2000 p. 392

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *