di René Daumal (trad. di Damiano Abeni)

 

[Pubblichiamo una scelta di poesie di René Daumal, dal volume Controcielo, che esce oggi in libreria nell’omonima collana delle edizioni Tlon, con la traduzione di Damiano Abeni].

 

La pelle dello spettro

 

Trascino la mia speranza con il mio sacco di chiodi,

trascino la mia speranza strangolata ai tuoi piedi,

tu che ancora non sei,

e io che non sono più.

 

Trascino un sacco di chiodi sul greto del fuoco

e salmodio tutti i nomi che ti darò

e quelli che non ho più.

Sulla chiatta marcisce lo straccio

in cui palpitava la mia vita;

tutte le assi sono state inchiodate,

è marcito sul suo pagliericcio

con i suoi occhi che non potevano vederti,

le orecchie sorde alla tua voce,

la pelle troppo sozza per sentirti

quando lo sfioravi,

quando trascorrevi in vento di malattia.

E ora ho scuoiato via il marciume,

e interamente bianco vengo a te,

la mia nuova pelle da fantasma

già freme alla tua aria.

 

 

*

 

Il gran giorno dei morti

 

La notte, il terrore,

cento passi sotto terra,

gli antri senza speranza,

paura nel midollo e nero nell’occhio

– l’invocazione della stella muore alla bocca del pozzo –

e queste mani, tuo sgomento bianco

nella bruma ghiacciata del fondo di tutta la vita,

nello sgomento bianco di queste mani che saranno le mie

un giorno, tanto le avrò amate.

Non fuggire, mi impone la luce

– colei che qui esplode ovunque, ma lieve

sullo spessore cieco che racchiude

e vana; inutile nitidezza che perfora la pelle

e che mi dice: tu non uscirai,

ma cammina da solo segnato dalla mia frusta fantasma,

è il fondo del terrore,

è il palazzo senza porte,

antro sotto antro, è il paese senza notte.

L’aria è infestata di note stonate

che segano l’osso, è il paese senza silenzio,

antro sotto antro all’infinito nel paese senza riposo,

che non è un paese, sono io stesso

cucito nel mio sacco

con la paura, con l’idra e il drago;

e tu, demonio, vedo la tua testa verrucosa

che mi strappo dal petto

oh! mostro, mentitore,

divoratore d’anima.

 

Tu mi hai fatto credere che il tuo nome maledetto

fosse il mio, l’impronunciabile,

che la tua faccia fosse la mia faccia, la mia prigione,

che la mia pelle detestata vivesse della tua vita,

ma ti ho visto: tu sei un altro,

tu puoi anche tormentarmi senza fine,

puoi schiacciarmi negli ossari

sotto i cadaveri di tutte le razze estinte,

puoi bruciarmi nel lardo degli dei defunti,

ma io so che tu non sei me stesso,

tu non puoi nulla contro un fuoco che arde più del tuo,

il fuoco, l’urlo del mio rifiuto

d’essere nulla.

No, no, no! perché intravedo segni

ancora fievoli in un banco di bruma pigra,

ma certi, perché i suoni che pettinano

sono fratelli agli urli che soffoco,

perché gli incredibili sentieri che tracciano

sono fratelli ai miei passi di piombo;

vedo i segni della mia forza senza pietre di confine, assassina

della mia vita e d’altre vite sorelle.

Dal fondo rischiarato degli antri impilati uno sull’altro,

io vedo – me lo ricordo – li avevo tracciati all’inizio,

i segni crudeli che frugano in ogni spira

del pensiero mollusco dalle mille braccia.

Mi insegnano la tremenda pazienza,

mi mostrano il cammino aperto

ma che meglio di qualsiasi cerchia di mura chiude

la legge di fiamma pronunciata a punta di spada

che regola ogni passo all’orchestra fatale:

tutto è conteggiato.

 

Ecco, ho lacerato il mantello di carne sanguinante

e di rabbia e cammino nudo

– no, non ancora! ma mi vedo lontano

ed ho, a guidarmi e a sostituirmi il cuore,

lontanissimo, queste mani, queste mani da cieco,

la cieca morta più vedente dei vostri occhi da bestia,

voi viventi opachi e grevi, lontanissima la cieca

e le sue pupille, cerchi di ogni saggezza,

che racchiudono l’acqua limpida e nera dei laghi sotterranei –

io dirò come sono belle, queste mani,

come lei è bella, no, come lei enuncia la bellezza,

la cieca morta, ma che vede tutta la mia notte,

io parlerò, inventerò parole di singhiozzi

– ai suoi piedi si dovrà piangere –

io singhiozzerò la sua bellezza,

se fossi capace di piangere,

se non fossi morto per non aver saputo piangere.

 

*

 

Basta un’unica parola

 

Nomina, se puoi, la tua ombra, la tua paura

e misurale la circonferenza della testa,

la circonferenza del tuo mondo e se puoi

pronunciala, la parola delle catastrofi,

se osi rompere questo silenzio

tessuto di risa mute – se osi

senza complici far scoppiare la bolla,

lacerare la trama,

da solo, completamente solo, e pianta là i tuoi occhi

e vieni cieco verso la notte,

vieni verso la tua morte che non ti vede,

solo se osi frantumare la notte

pavimentata di pupille morte,

senza complici se osi

da solo venire nudo verso la madre dei morti

 

nel cuore del suo cuore riposa la tua pupilla

senti che ti chiama: figlio mio,

senti che ti chiama per nome.

 

 

*

 

La sola

 

Conosco già il tuo sapore,

conosco l’odore della tua mano,

signora della paura,

signora della fine.

 

Ho già toccato le tue ossa

attraverso la tua carne senza età

intrisa di insetti millenari

e di calici di fiori futuri.

 

Ho dormito fin dal tempo dei diluvi, ho dormito

nell’abisso di te, sulla sua spalla, ho dormito senza nome

– il tuo seno non è cambiato

l’aria della vita non ha più il fegato per svegliarmi –

non nominarmi mai, non svegliarmi,

i tuoi polmoni immobili hanno insegnato ai miei

come non respirare il soffio flebile di questo mondo,

il moribondo! poiché agonizza nelle trombe,

nelle piogge battenti, e che crepi pure, gigante flebile,

mondo vecchio che si spolmona

nel pallido fuoco che ti aureola il capo.

Questo lucore, o tu lumicino cieco dei morti, che pensi

senza sonno al fondo dei sogni

distante dall’olio della vita,

dormiente, noi condividiamo il segreto

che ti ho sottratto al crocevia martellato dalla luna;

ricordati, eri vestita da bambina,

tu scrutavi le lapidi, la bocca sul tuo segreto.

Ricordati, ti ho preso per i capelli,

tu hai disserrato i denti,

ricordati, per me, per me soltanto,

perché avevo tradito tutto per te

sì, signori del fumo e dell’ombra,

vi ho traditi tutti per lei;

acqua-madre, la vita che mi hai dato,

la vita con la bocca spalancata,

io l’ho tradita come ho tradito il mondo per lei,

per questa bambina che di vita in vita io ritrovo,

la dormiente senza sonno,

il lumicino che veglia la fine – o morte mia!

 

Tu hai disserrato i denti;

la sfera, il fuoco, la stella in gola,

la folle convulsione dietro alle tue labbra,

all’infinito dietro i tuoi denti, questo muro

dove tanti altri si spaccano la testa,

e ciò che non posso dire…

 

Ma a chi lo direi? Ogni orecchio, ogni occhio

sprofonda nel silenzio e nella notte senza ricordo.

Tu vegli sola, bimba dei balsami,

morte al crocevia, bevi il mio sonno,

non lasciare niente di me,

sono l’unico ad averti vista più presente delle altre,

dei fumi femmina,

delle vagabonde che un vero sguardo dissipa,

io ti amo oltre il fondo dei sogni,

signora della paura, signora della fine,

non svegliarmi più,

non nominarmi più.

Agosto 1929

 

*

 

Trenodia

 

Non parlate più con tale tenerezza delle pianure

non parlate più delle nevi, non parlate più del cuore

lasciate che i vini velenosi fermentino

tra i palmi della vita,

non parlate più dei mari con il cuore che s’agita,

non parlate più dei fiumi, lasciate seccare le labbra

e lasciate che si congeli il sangue degli antichi desideri

tra le vostre mascelle di morte,

non parlate più del cielo con labbra che palpitano,

non parlate più del vento, lasciate che la notte si ingrossi,

lasciate che la notte si ingrassi dei respiri

presso i fori delle vostre narici,

non parlate più del fuoco della vostra voce da schiavi,

non parlate più del vostro re, l’antico sole,

lasciate che giaccia e si estingua in melma nera,

nella vita ricurva dei vostri crani.

Non parlate più del cuore!

La vostra lingua è putrefatta e il vostro respiro freddo,

i vostri sguardi vuoti contemplano la notte,

coppie di mondi morti vi colmano gli occhi,

non parlate più nell’aria degli uomini.

Limitatevi a cercare di sorridere,

sentirete gemere tutte le vostre ossa calcinate,

il riso ondeggerà in un cielo rattoppato,

e la tela del mondo emetterà sordi lamenti.

La musica dei morti vi singhiozza tra i denti

– cercate di sorridere ai fiori! –

i vostri piedi freddi sono saldati alla terra senza occhi,

scrutate ovunque con le vostre mille pupille

ma nessuno vede i vostri occhi e i vostri occhi non vedono nulla.

 

Il riso esploderà nelle vostre teste sonore

– cercate di sorridere agli uccelli! –

le vostre mani si desquameranno in un odore di gesso,

ridete alla pattumiera e ridete alla scopa.

Lo spazio stesso muore con le scintille

che gettate al vento della vita, e il tempo muore

cristallizzando i vostri vani sorrisi,

coagulando le vostre lacrime,

e voi congelate dolcissimamente nelle torbiere.

 

Un sole ignoto brilla nella polvere

che cinge in volo la vostra chioma disseccata,

i venti della follia conducono ai vostri orecchi

una musica amara che vi frantuma i denti.

Fiumi che risalgono alle proprie sorgenti sgorgano

impetuosi dalle vostre mani slogate, dalle tempie perforate,

e il suolo che vi porta a lucori sulfurei,

si sfonda sotto i vostri piedi e vi azzanna le caviglie.

Il vostro riso ha creato nuove stelle

che noi non vedremo,

e voi potete sorridere a uccelli inusitati

a fiori impossibili,

ma vivete dietro un muro di carbone

e i nostri occhi sanguinano, le pupille si fendono

quando vogliamo vedervi

quando vogliamo vedervi con sguardi vuoti,

quando non vogliamo più sorridere

né piangere a dirotto nel ventre celeste,

le nostre braccia vorticano scricchiolanti nelle camere di piombo.

 

La notte della verità ci tronca la parola.

 

 

 Persefone
ovvero doppio esito

 

Memoria dei miei morti, buco nero che perfora tutto

spalancato sul mare delle vertigini,

ridiscendi in spirale al centro dell’orrore,

spalancati per ricevermi

nella tua bocca ingorda,

verso il tuo cuore che brucia nero, con il fiume tiepido

del sangue dei miei corpi multipli, lungo i secoli,

lento fiume che si dipana in serpente rosso scuro

verso la tua voragine divoratrice, la notte bruciante del tuo ventre,

insaziabile mangiatrice delle nostre pelli disseccate,

instancabile nuotatrice nel mare dei nostri sangui

infine commisti! che scorrano allora e che si frangano

e che sull’imprevedibile riva al di là del tempo,

al di là dei mondi, si ergano

coagulati all’improvviso in un muro di bolle,

che trasuda acque di terrore, lacrime d’occhi iridati

che esplodono ed è il canto ultimo,

il loro flusso che si rapprende in statue,

animali nuovi che invocano l’anima del fuoco

oltre gli oceani di paura,

più distante dei singhiozzi sotto le volte ultime

dove l’ultimo dei morti a grandi passi senza fretta

cammina, e dietro di lui non rimane nulla:

dormirà nell’onda immobile,

ma pronto per nuovi germogli, per le nostre grida,

per i nostri sangui solidi dagli occhi di petrolio.

Una voce si fa eterna e muore di solitudine,

una voce s’ammutolisce.

E tu, tu che non volevi più rinascere,

ritorna alle dimore della sofferenza,

ritorna ai cori sotterranei sotto le lapidi,

ritorna alla città senza cielo,

ripercorri il tuo cammino al contrario.

L’utero che ti ha generato si rivolta

e ti sbava vivo al cospetto del mondo,

larva di spavento laggiù, e subito

riprendi a lamentarti del cielo,

di te stesso e della vita, ciò che hai vomitato.

 

*

 

Ninfa prefatoria

 

Una morta vagava per i corridoi;

guardatela un po’, nemmeno ha visto la luce del giorno,

e vuole fare il fantasma,

e assume atteggiamenti tragici,

e se ridi negli androni,

attento! attento!

e se ti dondoli sulla sedia a dondolo,

attento! attento alla piccola

con quei suoi stracci di bruma,

quelle sue mani, questi lacerti diafani,

ti infagotta la gola

e tu soffochi

e crolli sul divano…

Io non me ne voglio ricordare ma sempre,

tutti i paesaggi che immagino,

li ritrovo con un grumo di sangue alla commessura delle labbra…

c’è in giro una morta, attento!

una morta che rimpicciolisce d’ora in ora

appesa al tuo collo, uno straccio,

e che dice: un saliscendi

che ti rinchiuda in questa segreta sotterranea.

 

 

[Immagine: © Michael Kenna, Ten and A Half Trees, Russia, 2000 (mge)].

1 thought on “Controcielo

  1. “’Spettacoli’, ‘distrazioni’, ‘divertimenti’, vergogna! Guardare passivamente, evadere, allontanarsi da sé, distogliersi dalla Grande Questione, ecco l’immondo piacere per migliaia di miei contemporanei, tutti insieme, ogni giorno, da mattina a sera.
    Né la danza né la musica dell’India esistono per distrarre. Al contrario: esse esistono per ricondurre incessantemente lo sguardo di ciascuno di noi verso l’intollerabile centro della sua solitudine, verso il Problema, verso l’assurdo ma fulgido potere umano – l’unico – con cui dire ‘no’ al sonno della Terra.”

    René Daumal, Bharata. L’origine du théâtre. La poésie et la musique en Indie. Nouvelle éedition établie par Claudio Rugafiori, Gallimard, Paris, 2009 pp. 62-3

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