di Paolo Di Stefano

 

[Esce oggi per Bompiani il nuovo romanzo di Paolo Di Stefano, Noi. Pubblichiamo un estratto dalla prima parte del romanzo, intitolata Prima di tutto].

 

Quelli delle missioni segrete a Cassibile erano gli anni in cui donna Mariannina raccomandava a suo figlio, quando partiva la mattina in bicicletta per raggiungere la scuola media a Noto:

“Vannuzzo, fammi il piacere di scendere nelle discese che arrischi di cadere e non pedalare nelle salite che ti stanchi troppo”.

Dunque, per mamà Mariannina, essendo il percorso per lo più un saliscendi, Vannuzzo avrebbe dovuto farselo tutto a piedi portandosi la bicicletta a mano. La pagella scolastica di IB rilasciata dalla scuola media dell’istituto magistrale e datata 15 maggio 1941, anno XIX dell’era fascista, lo definiva un balilla “irrequieto e fastidioso” e sotto la voce Profilo dell’alunno precisava: “Non manca di istinto ma piuttosto di volontà continua. Tranne nel latino e nella matematica ha deficienze più o meno pari nelle altre materie. Ha intelligenza sveglia, ma inquieto per natura è spesso disattento e negligente. Se egli potesse, recherebbe a scuola tutto il fastidio che suole recare in famiglia. Tuttavia non è insensibile agli ammonimenti e, sia pure con stento, va correggendo i suoi difetti. In fondo ha animo buono e disposto alla generosità”. Irrequieto, disattento, fastidioso, negligente ma sveglio e in definitiva buono e generoso. Qualcuno deve aver comunicato ai professori che in famiglia c’erano problemi, senza però soffermarsi sulle ragioni dell’inquietudine, che rimanevano interamente a carico del ragazzino.

 

Io vado avanti

e indietro

e non puoi sapere

quanto mi diverto

andando in allegria,

qui non fa mai freddo,

la neve riscalda

e il sole che appare

vicinissimo

è un mio amico.

 

Non era stato nostro padre a raccontarcelo che in certi frangenti erano arrivati, genitore e figlio, a minacciarsi e temersi a vicenda al punto da girare per il paese armati, lui con un coltello da cucina in tasca, suo padre con la pistola a portata di mano. Nonno Giovanni, lo stesso uomo dolce che da anziano avrebbe amato suo nipote Claudio forse come non aveva amato nessuna delle sue innumerevoli donne, marchese, malefimmine o tappinare che fossero, una mattina degli anni quaranta, tornando a casa dopo giorni di assenza mandrillesca e trovandosi faccia a faccia con sua moglie che lo aveva accolto sulla strada fuori di sé innalzando al cielo ululati di pena e di rimprovero, la afferrò per i lunghi capelli intrecciati, soffocandole gli urli in lamenti e poi in mugolii, la fece cadere per terra e lì per terra davanti a casa, con il vicinato che sbirciava dagli scuri, la cavalcò con forza per dimostrare al quartiere della Stazione che, nonostante la pubblica insolenza della femmina, il padrone maschio era sempre lui. Nostro padre, ancora studente di liceo, adocchiata la scena da un angolo di via Torino, corse a scagliarsi contro di lui saltandogli sulle spalle per morderlo, disarcionarlo, ammazzare quel toro furioso che sedeva a cavalcioni di sua madre, duro e trionfante. A quanto pare, non era la prima volta che nostro padre si trovava costretto a intervenire in situazioni analoghe. E anche in quella occasione il giovane “irrequieto” dovette uscirne con la schiena pesta di lividi prima di essere nuovamente cacciato di casa.

 

Non era stato certo lui a raccontare queste cose: se ne vergognava. I dettagli provenivano dalle confidenze che nostra madre faceva, sottovoce ma non abbastanza, a nonna Carmelina, sua madre, durante i pomeriggi festivi che passavamo a Pioltello, nell’appartamento dei nonni materni. Erano per noi, che stavamo a orecchiare, frammenti di banalissima cronaca familiare che andavano a depositarsi nel modesto archivio della nostra memoria, domenica dopo domenica, mentre nostro padre faceva la pennichella del dopopranzo accanto a suo cognato Pierino e rimanevano solo le voci delle donne in cucina e il rumore di acqua corrente e stoviglie nel lavandino.

 

Il pecoraio arrapato don Giovanni u Crucifissu non si faceva mancare nulla, era un amante trasversale, frequentava bordelli e compagnie di café chantant a Siracusa, stanze da ballo pubbliche e stalle private. Una sera suo figlio lo incrociò a Noto tra le ombre della villa Comunale in compagnia di una forestiera e lui, imperturbabile, accennando a un sorriso privo di imbarazzo, lo presentò alla donna come un secondo o terzo nipote e chiamandolo poi da parte gli offrì ben duemila lire in cambio del silenzio: nostro padre, sotto la luce fioca di quei lampioni, accartocciò i due biglietti, glieli gettò in faccia guardandoli rotolare lungo il suo naso grosso e cadere per terra, girò le spalle e scomparve. Non ne parlò con nessuno, tantomeno con mamà Mariannina: la vergogna nei confronti di suo padre superava di gran lunga il terrore. Da ragazzo, dopo le scenate pubbliche e private che in siciliano si chiamano fruste o sciarre, nostro padre era abituato a rifugiarsi in via Tripoli, presso zia Vincenza, santa donna detta ’Nzula, la maggiore delle quattro sorelle di donna Mariannina: le altre erano Nella, Marietta, Giovannina. A volte fuggiva con sua madre, e così accadde nell’estate della maturità, quando se ne restò rintanato nel solaio di zia ’Nzula senza temere gli scarafaggi e i topi che imperversavano.

 

Eppure tra padre e figlio si avverte un’oscillazione, qualcosa di inspiegabile che li respinge e li attrae l’uno all’altro: se il figlio si ribella poi si avvicina spontaneamente, se il padre usa il bastone a un certo punto si pente senza dirlo o fa finta di pentirsi; se il figlio parte, prima o poi sempre ritorna; se il padre lo caccia, prima o poi vorrebbe richiamarlo senza dirlo o finge di farlo. Si dice e non si dice, o meglio non si dice ma si dice o si fa sapere senza dire. Non si finisce mai, non si capisce mai pienamente se nello squallore penoso c’è anche almeno un barlume di sentimenti. Quante volte abbiamo visto nostro padre in adorazione di suo padre, e suo padre, ormai anziano, in rispettoso ascolto del figlio! Si sono odiati senza smettere di cercarsi, forse per odiarsi meglio senza dirlo. E di trovarsi, e ancora di minacciarsi e combattersi e fiutarsi per rifiutarsi e riavvicinarsi. Violenza cieca e cauti baci di saluto sulle guance al mattino appena svegli e la sera prima di andare a dormire, crudeltà primitiva accompagnata da impercettibili segni di reciproco cedimento e di indecifrabile affetto, abbandono furioso, esibizione di pena e muto desiderio di riconquista. Una vita impossibile per il balilla, poi giovane studente “irrequieto”. Andare via non significava mai voltare pagina definitivamente, perché la trappola del richiamo era sempre lì, pronta al ricatto, al falso movimento e all’inganno.

 

Piuttosto voi

per farvi passare certe tristezze

dovreste andare a cercare

Brontolo,

non c’è nessuno

che possa rendervi

più allegri del mio

nanetto preferito.

*

 

Inevitabile complicazione del tempo. Ancora un livido sonoro. Sento che la voce rosso-violacea mi soffia nell’orecchio il sospetto che noi fratelli siamo andati avanti nel tempo come distratti, assenti, lontani, vivi ma sempre più lontani e assenti, e che sarebbe stato sempre tardi per coprire i buchi, rimediare alle distrazioni, colmare i vuoti. Insomma il sospetto che, nonostante l’età, abbiamo vissuto anche noi, come Claudio, non più del cinque per cento. Soffiava e ancora soffia alle spalle, la sua voce, l’impressione che non c’è bisogno di morire per vivere solo il cinque per cento della propria vita. Dov’eravamo? Che cosa abbiamo visto e sentito di ciò che accadeva intorno a noi? Che cosa abbiamo trattenuto di ciò che abbiamo sentito, visto, toccato, ascoltato, fiutato, masticato? Del prima? A che cosa pensavamo?

 

*

Anche nostro padre doveva avere una strana idea del tempo se collezionava agende, due o tre o persino quattro per ogni anno, agende di banche, di assicurazioni, di istituti, di studi medici, le collezionava per lasciarle intonse e vuote: all’approssimarsi del Natale cominciava a chiederle ovunque per poi sistemarle sugli scaffali, intatte, una collezione di pagine bianche, spazi sconfinati come se nulla fosse successo in tutti quei mesi e anni, nulla di significativo, niente di niente in tanti anni. Pochissime volte le ha utilizzate per quel che servivano, intanto però le raccoglieva per tenerle immacolate, come una riserva aurea di tempo da riempire un giorno, chissà, riempirla di vita degna di essere ricordata.

 

**

È da cinquant’anni

che non compio

gli anni

e tornando per curiosità

con Elisa

nella stanza dove

non avevo festeggiato

gli anni che non ho compiuto

ho ritrovato

il bicchiere che non avevo riempito,

gli auguri che non avevo ricevuto

e i baci che non ho mai dato.

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