di Marco Bollettino

 

[Si parla molto di scuola, in questo periodo: per l’emergenza, per la didattica a distanza ecc. Ma ai non addetti ai lavori forse sfugge che nei prossimi mesi si terrà un rito tipico della nostra scuola: il doppio concorso a cattedra, uno ordinario, per i giovani laureati, e uno straordinario, per i precari. È stato chiesto da più forze politiche e dai sindacati di non fare il concorso straordinario, già sospettato di essere una “sanatoria”, ma di assumere i precari per soli titoli. Come al solito, è esploso il problema della selezione dei docenti: a furia di modifiche e aggiustamenti di comodo, da decenni non abbiamo un sistema stabile ed efficace di assunzione in ruolo. E se fosse proprio lo strumento del concorso che non va bene? (mp)].

 

Parliamoci chiaro, parafrasando un immortale capolavoro del cinema italiano, il concorso a cattedra è una boiata pazzesca. Attenzione però! Non sto affermando che per reclutare i docenti della scuola italiana non serva un percorso selettivo, tutto il contrario. Sto dicendo che il concorsone nazionale, che spesso oscilla tra il remake di Highlander (concorsi ordinari) e il Todos Caballeros (concorsi riservati), è il peggior sistema per selezionare e reclutare dei bravi insegnanti.

 

In primo luogo le prove scritte, quando ci sono, vanno a testare conoscenze ed abilità che non coincidono con quelle che vorremmo in un buon insegnante. Anche qui, non fraintendetemi, ovviamente vogliamo docenti che siano competenti nella materia che andranno a insegnare, ma alla conoscenza enciclopedica preferiamo una buona capacità di relazione, la chiarezza espositiva, l’abilità nel coinvolgere gli studenti e far apprezzare loro la bellezza insita nella materia che andranno ad insegnare.

 

No, queste competenze non sono innate e non sarà una prova scritta, tanto meno un test a crocette, a poterle certificare. Servono tre cose: formazione, formazione e formazione.

In secondo luogo il concorsone nazionale è una procedura lunga e faticosa, sia per chi vi partecipa come aspirante, sia per chi lo fa come commissario. Tra quando si inizia a parlare di concorso e quando lo si conclude, possono passare 3, 4, 5 o più anni, mentre il mondo della scuola aspetta, invano, i suoi docenti di ruolo.

 

Nel frattempo, però, si è formata una nuova platea di aspiranti con servizio, i cosiddetti “precari” che iniziano a rivendicare per sé il concorso per soli titoli, la sanatoria, il Todos Caballeros. Ecco quindi la terza ragione per cui i concorsoni nazionali sono una boiata pazzesca: la loro lentezza contribuisce enormemente alla creazione delle sanatorie. Una curiosità: evidenze totalmente aneddotiche segnalano che i precari maggiormente militanti, quelli che scrivono al Ministro di turno ogni giorno chiedendo l’ennesima sanatoria (per loro), sono anche quelli più spietati nel valutare gli studenti allo scrutinio finale, ma questa è un’altra storia.

 

La quarta, sempre figlia della lentezza dei concorsi nazionali, è quella per cui chi si trova a non superarli una, due o anche tre volte non è che cambi mestiere, te lo ritrovi comunque a settembre come supplente, forte di un punteggio stratosferico dovuto al servizio e del fatto che, mentre il concorso riempiva i buchi di tre anni prima, nel frattempo si sono create altre decine di migliaia di posti per i pensionamenti.

 

Infine, ci sono I ricorsi: ogni procedura concorsuale viene sempre accompagnata da decine di ricorsi volti a soddisfare per via giudiziaria quelle aspettative che una Commissione d’Esame aveva negato. “Ci sarà pure un giudice a Roma!” E spesso c’è.

E quindi come li reclutiamo gli insegnanti?

Io credo che sia possibile trovare una procedura adatta solo se cambiamo paradigma e ragioniamo con gli occhi degli studenti. Di cosa hanno bisogno gli studenti? Di un corpo docente preparato, stabile nel tempo e formato sulle esigenze di quella particolare realtà scolastica.

 

Prendiamo un giovane aspirante insegnante, che viene nominato supplente annuale di matematica in un Istituto tecnico. Oggi, appena nominato, viene subito sbattuto in classe: qualche colloquio con i colleghi di Dipartimento, qualche chiacchiera con i colleghi del Consiglio di classe, ma niente di più.

 

1. Formazione specifica per i supplenti: è necessario che un docente che entra per la prima volta in una scuola sia accompagnato dai colleghi in un percorso che lo porti a conoscere la sua realtà particolare, il suo piano dell’offerta formativa (la stella polare che guida la comunità scolastica) ecc.

Inoltre, specialmente se è alle prime supplenze, è necessario predisporre per lui un percorso formativo personalizzato in modo da aiutarlo a divenire un valore aggiunto per tutta la scuola e questo è possibile se e solo se la scuola avrà la facoltà di “trattenerlo”, in futuro, se soddisfa le sue esigenze.

 

Arrivati alla fine dell’anno non c’è differenza tra i supplenti che hanno lavorato bene e quelli che hanno causato un mucchio di problemi: entrambi otterranno lo stesso punteggio nelle graduatorie di istituto. Ciò che conta è lavorare per accumulare punti e rendere quindi più probabile una chiamata l’anno successivo.

 

2. Valutazione dell’anno di supplenza: se le prove del concorsone nazionale non sono utili per valutare se un candidato sarà anche un buon insegnante, l’osservazione sul campo, invece, questo lo può fare in modo molto più efficace. Ogni scuola ha già un Comitato di valutazione dei docenti, perché non potrebbe utilizzarlo per giudicare, positivamente o negativamente l’anno di supplenza appena prestato dal precario? Se il giudizio è positivo fa punteggio, altrimenti no.

 

Ogni anno decine di migliaia di supplenti salutano le loro classi sapendo che, molto probabilmente, l’anno successivo saranno altrove. La scuola vorrebbe tenerli, i loro studenti pure, ma il meccanismo delle assegnazioni delle supplenze potrebbe scontentare tutti. Parallelamente vi sono scuole e alunni che pregano che quel particolare supplente il prossimo anno non ci sia più.

 

3. Riconferma dei supplenti valutati positivamente: se una scuola ha trovato un buon insegnante, il posto è disponibile e c’è la volontà di entrambe le parti per una riconferma, perché negarla? Allo stesso tempo, se la valutazione è stata negativa, perché condannare la scuola e gli studenti a riavere quel supplente che ha causato tutti quei problemi? Tra l’altro, in questo modo si velocizzerebbe il processo di copertura dei posti vacanti, che oggi costringe molte scuole ad aspettare anche ottobre per avere tutti i docenti.

 

Ovviamente questo percorso deve portare, prima o poi, all’assunzione in ruolo. Tre anni di supplenza con valutazione positiva, in cui si è seguito un percorso di formazione specifico per quella realtà scolastica, mi sembrano sufficienti per selezionare un buon docente.

 

4. Dopo tre anni di valutazioni positive, se c’è il posto vacante e disponibile, si procede all’assunzione in ruolo: è molto importante che la scuola di titolarità sia la stessa scuola in cui il docente si è formato e ha ottenuto le valutazioni positive, in modo da garantire quella stabilità del corpo docente di cui molti istituti hanno disperatamente bisogno.

 

Ed è tutto. Certamente, bisogna affinare i dettagli, studiare percorsi di recupero per chi avuto una valutazione negativa e di accompagnamento fuori dal mondo della scuola per chi ne ha ricevute tante, però la base è questa qui: mettere in piedi un percorso che aiuti la scuola a formare e reclutare il corpo docenti di cui ha bisogno, appena ne ha bisogno.

 

Marco Bollettino

“Condorcet. Ripensare la scuola”

http://condorcet.altervista.org/

condorcetscuola@gmail.com

24 thoughts on “I concorsoni nazionali sono una boiata pazzesca

  1. 1) Sono abbastanza d’accordo con l’idea di fondo per cui il caos, la lentezza, la farraginosità (e, aggiungerei, il carattere desultorio e contraddittorio) del reclutamento dei docenti sia alla base delle brutte forme con le quali veniamo reclutati.
    2) Aggiungerei però, per chi non lo ricordasse, che Profumo, il primo ministro a indire un concorso dopo 13 anni e dopo anni di esperienza Siss, lo presentò come l’unica forma seria per reclutare docenti. Fare un po’ di storia in queste faccende aiuta a cogliere anche l’elemento retorico e ideologico. Mi spiego: il tipico pendolo della storia fa sì che una volta il concorso sia la panacea di tutti i mali, un’altra volta diventi il nemico numero uno. In sintesi la storia degli ultimi anni è stata: concorso del ’99, orrore verso i concorsi, 10 anni di Siss, orrore per le Siss (o meglio, per il fatto che in esse formazione e reclutamento fossero sovrapposti. Abilitatisi, infatti, si entrava dentro le graduatorie a esaurimento e per scorrimento dentro di esse si entrava in ruolo: salvo se il meccanismo non si inceppava. E si inceppò. Ma questa è un’altra storia), esperimenti contraddittori Tfa, Pas, orrore per Tfa Pas, quindi di nuovo concorso, orrore (qui, in questo articolo) per i concorsi. A onor del vero direi anche che non è corretto sovrapporre il concorso straordinario all’ordinario, sono organizzati proprio in modo diverso, ciascuno richiederebbe un discorso a parte.
    Quale morale si impara dal pendolo di questa storia? Che di volta in volta questa o quella forma di formazione e reclutamento è il diavolo o l’acqua santa e “chi vuole le sanatorie” e le persone serie e meritocratiche si scambiano le vesti. Per dire, io da precario ho beccato la fase “il concorso è meritocratico”, mi son dovuto mettere l’anima in pace e farlo.
    3) Non sfuggirà spero che la proposta contro la boiata pazzesca sia sostanzialmente quella di una radicale autonomia delle scuole nella scelta dei docenti. Ora, è pur vero che autonomia non equivale a decentramento che non equivale a privatizzazione; è purtuttavia vero che i processi di riforma della scuola a livello globale negli ultimi trent’anni di scuola neoliberale hanno sovrapposto questi meccanismi, e autonomia ha significato privatizzazione (cfr. Cobalti, Globalizzazione e istruzione, Il Mulino). A me pare una proposta po’ troppo filomercatista[*], e magari due domande sugli ultimi trent’anni, non a livello scolastico ma a livello di politiche globale, dovremmo farcele, invece di restare ancorati a posizioni ideologiche che ormai mostrano la corda.

    [*] A scanso di equivoci: con “filomercatista” non intendo una svendita della scuola ai poteri forti del mercato (quello sarebbe la privatizzazione tout court), intendo l’idea di fondo che siano meccanismi di mercato a dover selezionare gli insegnanti. La proposta di Bollettino è decisamente mercatista, con scuole che valutano e “acquistano” forza-lavoro che corrisponda alle proprie esigenze e la cui qualità sia garantita proprio da questo rapporto di domanda-offerta.

  2. Rispetto alle osservazioni già espresse da Daniele Lo Vetere, aggiungo che la rappresentazione dei docenti precari che si dà in questa proposta (che pure contiene qualche elemento propositivo che si potrebbe discutere, anche se è inquadrato in una onnipresenza della valutazione che non fa bene a nessuno) non risponde al vero, talvolta capovolgendo la realtà (precari spietati agli scrutini? e gli insegnanti di ruolo? quelli no?) e risultando perlopiù denigratoria. Le varie tipologie di reclutamento producono una frammentazione sociale e politica , è vero, che è inutile e controproducente ai fini della formazione dei docenti, ma le premesse e la sostanza di questo articolo non fanno che rinfocolare quel risentimento piccolo-borghese che, nelle scuole italiane, si trasforma nella nota “frustrazione degli insegnanti”. Hai voglia poi a invocare la meritocrazia…

  3. Come spesso accade, pars destruens simpatica e condivisibile, pars construens solo appartemente plausibile e risolvente.
    La configurazione giuridica della Scuola Statale italiana e in particolare la configurazione giuridica delle diverse persone, private e giuridiche, coinvolte nelle faccende scolastiche è molto complessa, anche difficile da descrivere, e -per quanto difficile sia precisare quali – esistono dei vincoli, nel senso per cui se alcuni aspetti li configuriamo in un modo, altri necessariamente dobbiamo pure configyrarli solo in certi altri modi. Ora, che il reclutamento debba essere via concorso pubblico nazionale, ecc., ecc. deriva da alcuni elementi di quelle configurazioni. Per evitarlo, ed evitare un situazione complessivamente incongrua, o dove alcuni diritti e doveri non sono rispettati, si deve essere disposti a cambiare molto altro. Qualsiasi proposta che non è esplicita su tutto ciò, e non esplicita tutti i propri presupposti, non aiuta la discussione.

  4. @Daniele. Io dovrei essre assolutamente pro concorsi visto che in quelle prove rendevo benissimo, due ne ho fatti e due mi sono bastati, prima per diventare docente e poi dirigente scolastico.

    La proposta, più che “filo mercatista”, mi pare “filo responsabilità”. Quante volte abbiamo sentito la frase “a quella docente il Preside ha detto: “le faccio passare l’anno di prova ma poi qua non la vogliamo più vedere” ? Oppure: “quest’anno c’è toccato questo supplente, speriamo non torni l’anno prossimo”. O ancora: “quel supplente era tanto bravo, peccato non poterlo avere l’anno prossimo”.

    Con questo sistema avremmo l’assegnazione dei docenti a tempo determinato fatta normalmente tramite le graduatorie, ma l’anno verrebbe valutato e concorrerebbe al punteggio di servizio solo se la valutazione è positiva. In questo caso avrebbe senso dire che il servizio è anche merito. Si permetterebbe alla scuola di “trattenere” i supplenti che si ritengono bravi e permettere la continuità didattica, avendoli in organico sin dal 1° settembre e, soprattutto, si responsabilizzerebbero il Comitato di valutazione e il DS nelle valutazioni da fare a fine anno.

    Aggiungo un elemento che non ho riportato.
    Oggi i concorsi non funzionano anche perché c’è una fortissima mobilità dei docenti (non sto dicendo che non debba esserci, sia chiaro) che porta a un disallineamento tra posti programmati e posti effettivi. Questo fa sì che in certe regioni e in certe classi di concorso vengano messi a bando 100 posti quando, dopo tutte le procedure, in realtà ce ne sono solo 10 mentre in altre regioni e altre cdc succeda il contrario e i posti sono 190. Da una parte abbiamo le cattedre vuote, dall’altra le graduatorie piene. Questo sistema, riempiendo le cattedre direttamente nelle scuole man mano che si liberano i posti, andrebbe pure a ridurre il precariato.

  5. @mario Il “concorso straordinario” riservato a chi ha almeno 3 anni di servizio prevede, oggi, una prova orale organizzata dalle scuole in cui i docenti saranno assegnati per l’anno di prova che è molto simile, se vuoi, a quel che si propone. Non vedo, quindi, tutti questi problemi nel limare i dettagli e adattare quella che, ovviamente, è solo una proposta a grandi linee. L’importante, secondo me, è il principio per cui il servizio vada valutato e si debba permettere una certa continuità didattica anche per gli alunni che hanno docenti a tempo determinato.

  6. @Marco
    Non è detto che a dover valutare debbano essere i dirigenti (direi proprio di no, anche perché i dirigenti hanno una dipendenza dall’amministrazione ministeriale, mentre la docenza deve essere un ordine separato dalla politica) Semmai da un costituendo ordine degli insegnanti che gestisce in autonomia il reclutamento, o da comitati di nomina universitaria (in qualche modo ritornando alle SISS), e forse anche con una qualche componente di espressione di preferenza da parte delle famiglie. Quello che si può pensare è un quinquennio di docenza in prova (con regolare contratto di lavoro), con percorso formativo gestito da scuole abilitanti universitarie (forse sulla falsariga delle scuole di specializzazione medica). Evidentemente si tratterebbe di decidere chi e come seleziona per l’accesso a tale quinquennio + scuola abilitante.

  7. @Mario Non mi pare di aver parlato dei DS ma del Comitato di Valutazione, che potrebbe essere ampliato e integrato anche con docenti universitari, perché no.

  8. @Marco. Mi metto su una ottica positiva. Diciamo che la tua proposta sia formulabile in modo da evitare di veicolare qualsiasi mutazione della configurazione giuridica della Scuola Statale italiana/delle singole Istituzioni scolastiche in quella propria di una impresa (privata, ma anche di Stato), come delineata dal Codice Civile; in particolare che eviti di veicolare una configurazione del rapporto dirigenza/docenza assimilabile a quello del rapporto imprenditore/dipendenti (secondo c.c.2086, che leggo ripulito dal sovratono di regime). Diciamo invece che la proposta la pensi formulabile all’interno di una difesa di un modello di goverance delle Istituzioni Scolastiche come collegi di pari (sul modello classico delle Università), e la docenza come una professione (e non un impiego) pubblica (io oserei dire una libera professione garantita e mantenuta dallo Stato, ma questo ci porterebbe lontano). E infine diciamo che la nostra problematica sia quale sia la migliore procedura di accesso a tale professione pubblica (senza altre hidden agenda).
    Che la procedura debba un concorso pubblico, è difficile contestarlo. Che il concorso pubblico possa essere svolto in modi molto diversi, pure. Ora, senza entrare nella per me difficile (per mia ignoranza) questione di quali caratteri debba soddisfare una procedura di reclutamento per essere considerata un concorso pubblico, direi comunque che la procedura non può essere su chiamata di un dirigente che -tra le persone che gli sono capitate di conoscere e poter personalmente valutare (anche avvalendosi di un comitato di competenti, se di sua nomina) – ne seleziona alcune, secondo una propria volontà di come perseguire al meglio lo scopo sociale dell’Istituzione che dirige. Questo è escluso, perché questa impostazione presuppone che la persona reclutata lo sia in quanto considerata la migliore a perseguire uno scopo sociale comunque particolare, e questo ovviamente è un elemento estrinseco, non pertinente per l’accesso a una professione pubblica, che deve svolgersi in sola scienza e coscienza. Tutto ciò non esclude che la prove per il reclutamento non possano comprendere la valutazione di uno o più anni di ‘prova’ (possibilmente già configurati come pienamente di docenza, dal punto di vista salariale, della responsabilità verso gli studenti, e dell’autonomia e indipendenza didattica). Non so bene la storia delle SISS, ma forse nella riproposizione di un ruolo della Università, con corsi abilitanti, pluriennali, comprensivi di incarichi di docenza, e modalità di osservazione in itinere, si potrebbe ovviare alla -su questo concordo- boiata dei concorsi attuali.

  9. @Mario. Il Comitato di valutazione docenti, nella versione “giudizio anno di prova” è composto dal Dirigente più tre docenti di cui 2 nominati dal Collegio dei Docenti e 1 dal Consiglio di Istituto. Inoltre è integrato dal docente tutor. Nella versione “estesa” per il bonus c’è una rappresentanza dei genitori, degli alunni (nelle superiori) più un esterno nominato dall’Usr.

    Mantenendo la componente DS + 3 docenti la si potrebbe ampliare con 1/2 universitari e 1 esterno nominato dall’USr.

    Detto questo, il DS non nomina nessuno. L’accesso alle supplenze viene fatto tramite graduatorie d’istituto a livello provinciale. L’unica “agenda” è quella dichiarata: “valutare questi anni di supplenza” e permettere la continuità didattica agli alunni, invece di cambiare docente ogni anno, se la cattedra è vacante.

    Poi, vabbè, ho capito che vincendo un concorso pubblico e passando da docente a dirigente scolastico sono diventato improvvisamente l’incarnazione del Male ma pazienza :-)

  10. @Marco. La continuità didattica è un problema, è stata molto calpestata negli ultimi anni. Ma non capisco come la assicuri nella procedura che proponi, anzi non capisco proprio come questa funzionerebbe. Diciamo che il tuo Istituto abbia un certo numero di posti vacanti (d’organico e/o di fatto) di una certa classe di insegnamento. Giovani laureati si sono iscritti -sulla base dei soli titolo di studio + titolo pregressi – alla corrispondente graduatoria d’istituto (ovviamente collocandosi in posizione indipendentemente da ogni valutazione data dall’Istituto stesso). Diciamo che, per un certa classe di insegnamento, al primo giovane (\nota) in quella graduatoria accada di avere incarico di supplenza su uno dei posti vacanti. Dopo due/tre anni quel che sembri prevedere e che, se l’Istituto fosse finalmente autorizzato a dare in ruolo il posto vacante, potrebbe -dopo attenta valutazione di quei due anni di insegnamento- valutare il supplente idoneo per il ruolo e avere la potestà di immetterlo in ruolo nel proprio organico.

    Una obiezione è: ma ovviamente ci potrebbe essere un altro giovane candidato che ha avuto similari incarichi di supplenza,, però in altro Istituto (say a 10 km di distanza), che magari ha svolto il suo incarico di supplente in modo egregio, ma che, siccome quel suo Istituto non è autorizzato, in quello stesso anno, a dare in ruolo il posto vacante su cui ha svolto supplenza (ovviamente questo potrà succedere), non sembra potrebbe aspirare ad avere alcun ruolo (perché implicitamente la proposta presuppone che possa aspirare ad andare in ruolo in un Istituto solo chi, almeno in prima battuta e con precedenza, abbia svolto incarichi di supplenza in quell’Istituto). Ma chiaramente questo non è corretto. La casualità dei primi incarichi di supplenza non possono determinare in tal modo le precedenze nelle nomine in ruolo. E la procedura suggerita non assicura neppure di scegliere il migliore, perché magari il supplente che non conosci è un miglior insegnante di quello con cui sei familiare.

    Il punto 4 della proposta non è ragionevole. Per gli altri punti, a un prossimo commento, ma ti ricordo solo che se vuoi assicurare continuià didattica devi non solo avere incarichi pluriennali sulla stessa scuola (io sarei favorevole anche per i supplenti), ma anche limitare la discrezionalità della dirigenza nell’assegnare la classi ai singoli docenti.

  11. La continuità, anche da supplente, la ottieni con la conferma del supplente sul posto vacante l’anno successivo, cioè il punto 3.
    Non esiste una “procedura per scegliere il migliore” e sicuramente quelle in atto oggi producono risultati tutt’altro che ottimali: gran parte del personale accede al ruolo con procedure NON ordinarie (e questo non ci dice nulla dei docenti ma tanto del sistema che non assicura lo svolgimento delle procedure ordinarie ma si fa condizionare dalle rivendicazioni di quelli che già lavorano), non viene MAI valutato da nessuno ma entra grazie a “un’anzianità di servizio” che spesso è frutto del caso, etc.

    Soprattutto, mi pare, degli alunni non frega proprio niente a nessuno. Anche ieri le dichiarazioni di chi stava discutendo del concorso straordinario erano del tipo “verranno tutelati i diritti dei docenti”. E gli alunni diritti non ne hanno? A quanto pare no. Guarda, le mie esperienze sono quasi tutte da docente, essendo DS solo da qualche mese, e ho constato SEMPRE il senso di impotenza, da parte dei colleghi, del DS e anche degli alunni, di fronte a persone che erano messe in cattedra ed erano totalmente inadeguate ma che ci rimanevano fino alla fine dell’anno (e accumulavano punteggio) perché non si poteva far niente.

    Poi, veramente, non comprendo tutte queste nemmeno troppo velate accuse ai DS, che sembrerebbero, quando va bene, inutili e, quando va male, corrotti e pericolosi. Sinceramente non capisco.

    Comunque, tornando alle classi,, la normativa prevede che il Consiglio di Istituto deliberi i criteri con cui vengono assegnate le cattedre e che il Collegio dei Docenti formuli una proposta di assegnazione docenti alle classi sulla base di quella proposta e, infine, il Dirigente scolastico faccia l’assegnazione sulla base di quella proposta. (articoli vari del Testo Unico).

    Quindi dove starebbe la discrezionalità del DS?

  12. @Marco. Grazie della replica. Che la situazione sia degenerata non ho dubbi. Che le responsabilità siano varie e molteplici (ma non di tutti), non ho dubbi. Si deve discutere però anche in termini di modelli, e di che cosa consegue se vuoi mantenere una certa configurazione giuridica. Attualmente sono gli insegnanti che scelgono la Scuola, non viceversa. Questo è un punto, come dire, costitutivo della configurazione giuridica della Scuola pubblica italiana (non saprei dire in Europa, non credo nel mondo anglo-sassone), ed un principio che non credo vada intaccato. Per le persone inadeguate, sicuramente ci sono. Per i casi più gravi forse un qualche meccanismo di ‘ricusazione’ da parte delle famiglie (ma potrebbe funzionare solo per i casi patologici). Per mantenere uno standard medio alto della professione, ci vuole attenzione a tanti aspetti micro-gestionali, che permettano ai migliori didatti (che per mia esperienza non coicidono con i più adatti alla gestione e alla collaborazione con la dirigenza) di poter agire con ampia autonomia personale, con incarichi stabili, e possibilmente un numero di studenti limitato.

  13. @Marco Bollettino. Provo a prendere per buona l’ipotesi che la tua proposta sia non mercatista ma di responsabilità. Anche ammesso ciò, emergono una serie di problemi a mio avviso.

    1) Bisogna chiarirsi su formazione e reclutamento e distinguerli chiaramente. I docenti che si offrono come precari a una scuola hanno un qualche titolo abilitante? Prima del reclutamento li si forma? Chi li forma? O formazione e rcelutamento coincidono? Le scuole fanno un concorso “locale”, per reti di scuole, stile Aprea, o assumono per cv? O per titoli? Nel caso di sovrapposizione tra formazione e reclutamento, come risolviamo i problemi di difformità tra territori e scuole nella formazione? Chi ne decide i contenuti e le forme? Di quali saperi in ingresso deve essere in possesso un candidato alla selezione in un’istituzione scolastica radicalmente autonoma? Lo Stato rinuncia totalmente a Siss, Tfa, percorsi di abilitazione? Questa formazione avviene in parallelo al tirocinio come nell’ultima proposta del Pd di qualche anno fa? Mi pare che tu vada ben oltre quella stessa proposta, con scuole che sono interamente autonome.
    2) Un comitato di valutazione con addirittura personale esterno configurerebbe un potere altissimo nella definizione di che cosa sia un buon insegnante. Finora è stato lo Stato a definire il nostro profilo: sarà una definizione molto astratta, ma garantiva una uniformità nazionale e una responsabilità collettiva e pubblica nella valutazione della figura dell’insegnante, che non dovrebbe essere sottoposta a meccanismi di contrattazione tipici del privato. Mettiamo che io insegni inglese e nel comitato di valutazione ci sia un preside ex insegnante di matematica, docenti di lettere e scienze, cui si aggiungono i membri esterni (e quali profili avrebbero? pedagogisti? docenti della materia del candidato in valutazione? esponenti della Confcommercio o Confindustria locale per gli istituti tecnici e professionali?). A seconda della composizione del comitato di valutazione, cambierà il profilo atteso di docente.
    3) Che cosa hai in mente tu quando pensi a un buon docente? Nel momento in cui devi valutare non ci può basare su criteri un tanto al chilo, vanno formulati ed esplicitati. E i criteri disegneranno un tipo di docente. Oggi se non sei “innovativo” non sei buono, per fare solo un esempio. I tuoi criteri riescono a distinguere un docente preparato nella sua disciplina, capace di mediarla, divulgarla, didattizzarla, comunicativo, chiaro, ecc… ma magari un po’ tradizionale (lezione, interrogazione, …) da quello che fa fare l’apprendimento cooperativo ma male? (Spero che almeno sul fatto che più che questo o quel metodo sia la capcità del docente di gestirlo a fare la differenza: meglio un buon apprendimento cooperativo di una cattiva lezione frontale, ma anche viceversa). Queste cose vanno tutte fissate in criteri di valutazione e sai meglio di me che ogni volta che produci una griglia e dei criteri, la valutazione acquista subito un che di formalistico e si perde spesso la ciccia per strada, per cui per es. io simulerò di essere molto innovativo ma solo per mimetismo, mentre chi non si piegherà a questo mimetismo, sarà penalizzato, essendo invece magari un buon docente.
    4) Parto da un’esperienza personale. La mia scuola ha il più alto tasso di studenti con disabilità (e i casi più gravi) della città in cui insegno. Abbiamo 11 docenti di sostegno a tempo pieno più qualche altro spezzone preso poi da educatori mandati dal comune. A inizio di quest’anno avevamo 8 docenti nuovi. Il prossimo potrebbero essere 10, forse tutti. Nella tua prospettiva autonomistica questo problema di discontinuità didattica si risolverebbe. Ovvero, si tratterebbe di portare a termine l’autonomia: se la mia scuola ha così tanti studenti con disabilità è perché abbiamo fatto una politica di accoglienza che ci distinguesse da altre scuole (è un portato dell’autonomia). Solo che l’organico non ce lo decidiamo da soli e si è creata una lacerazione tra promesse di inclusione e nostra capacità di farvi fronte con personale stabilizzato (la selezione dei docenti, non è ancora autonoma). Tu dici: spingete sull’acceleratore e pigliatevi i migliori insegnanti.
    Io rispondo: e se la logica invece dovesse tornare indietro sull’autonomia proprio perché non funziona in queste faccende? E’ bello che una scuola sola in un’intera città abbia tutti gli studenti con disabilità? Non si crea l’effetto ghetto? Non sarebbe meglio che gli studenti con disabilità fossero distribuiti in modo sensato ed equo fra le varie scuole a cura degli Uffici scoalstici, assumendo che poiché si tratta di un servizio pubblico, collettivo, nazionale, non privatizzato, le scuole siano tutte uguali su questo tema e tutte quelle del territorio delal Repubblica dovrebbero essere aperte e inclusive? Nel tuo sistema “di responsabilità” che a me continua a sembrare “di mercato”, succede che le scuole finiranno per specializzarsi: quelle di eccellenza, quelle bravissime con la disabilità (da cui però magari gli studenti che puntano all’eccellenza fuggiranno), le scuole specializzate nei viaggi all’estero per chi se li può permettere per apprendere le lingue, le scuole specializzate nel disagio sociale (con l’annesso rischio ghetto). Ecc… Queste non sono illazioni, sono conseguenze del tutto prevedibili in un sistema fondato sull’autonomia. Io invece dico: lo Stato deve garantire uniformità e ugugaglianza.
    5) Mi riesce difficile immaginare come un sistema di forti autonomie possa risolvere la questione degli spostamenti dei docenti sul territorio nazionale. Quegli spostamenti dipendono da dati strutturali: il Nord è più popoloso e ha i figli degli immigrati, il Sud sta conoscendo un calo demografico per denatalità e emigrazione, quindi ci sono più studenti, scuole, posti per i docenti al Nord; tuttavia al Sud ci sono un sacco di laureati, perché la scarsità di lavoro spinge quanti abbiano un capitale economico accumulato dai genitori a continuare a studiare, quindi al Sud ci sono tanti insegnanti potenziali, più dei posti disponibili. Le migrazioni interne dipendono da questa asimmetria, che è strutturale e profonda. Non la si risolve certo con la selezione autonoma delle scuole, che interviene appena sulla superficie del problema.

    In conclusione e riassumendo: lo Stato che ruolo ha nella tua proposta, nei termini della formazione dei docenti e degli interventi perequativi? Come pensi di contenere la spinta (naturale e inevitabile) dell’autonomia a creare disparità e diseguaglianze? Infine, le scuole che mal gestiscono l’autonomia periscono?

  14. Tema molto vasto e con vari sotto-argomenti, volevo solo fare due appunti in relazione all’ultimo post di Daniele Lo Vetere. Prima di tutto c’è da chiedersi: ma davvero un’uniformità nazionale è una cosa che garantisce davvero che in tutto il paese ci siano criteri di valutazione corretti che definiscono che cosa sia un buon insegnante? Forse non sarebbe meglio ritenere che il territorio italiano sia fatto, piaccia o non piaccia, di luoghi diversi con situazioni diversissime di tipo dovute a fattori geografici, economici, sociali, culturali che inevitabilmente rendono poco fattibile un criterio unico calato dall’alto dello stato centrale? Insomma, davvero è una cosa buona che a Roma si decida che esiste un solo criterio per decidere un buon insegnante di matematica e che è indifferente che insegni un liceo scientifico di Milano o in un IPSIA di un paesino nella periferia della provincia di Catanzaro? Qualcuno diceva che “Non c’è ingiustizia più grande che fare parti uguali tra disuguali”…

    Un altro appunto sulla questione dell’autonomia che potrebbe portare a scuole che si “specializzano” in disabili o in viaggi all’estero, a scuole “di eccellenza” e simili: io ritengo che uno “stato che garantisce uniformità e uguaglianza” non debba coincidere che lo stato debba garantire che in ogni raggio di 10 km debba esistere una scuola diversa uguale identica alle altre scuole, con più o meno lo stesso numero di disabili, più o meno la stessa disponibilità di viaggiare, ecc. Uguaglianza vuol dire che ogni studente in tutta Italia, a prescindere dalle sue condizioni economiche e sociali ha la possibilità di accedere a una scuola che permette viaggi all’estero, che accoglie disabili ma senza ghettizzarli o no, ecc. Dunque lo stato può benissimo aiutare uno studente disabile o che vuole imparare bene le lingue straniere permettendogli di andare a una scuola di qualità (che non ghettizza i disabili, che permette i viaggi all’estero) anche se è lontana centinaia di km, magari grazie a borse di studio che gli permettono di pagare studentati oppure grazie a sedi staccate e così via.

    In conclusione, non so cosa pensi di preciso Marco Bollettino ma io ritengo che autonomia implichi responsabilità e dunque lo stato, concedendo autonomia ha anche il dovere di rendere conto se certe scuole gestiscono male l’autonomia, e in tal caso non devono perire loro in quanto scuole ma le loro dirigenze per il loro modo di gestire l’autonomia che non ha portato a risultati minimi di qualità didattica.

  15. Con le dovute scuse, un contributo agghiacciante. In primo luogo, che nella pubblica amministrazione si debba entrare per concorso, è stabilito nella Costituzione , art. 97. In secondo luogo, l’insegnamento comporta inderogabilmente l’autonomia e la libertà professionale in forza dell’art. 33 della Costituzione (e cfr. DPR 122/2009 art. 1): indebolire un sistema di selezione che privilegi il possesso sicuro, approfondito e aggiornato della materia che si va ad insegnare minerebbe di fatto questa libertà, a tutto vantaggio dell’atteggiamento clientelare verso i DS e dell’ossequio al gradimento dei genitori. Il concorso ordinario presenta al contrario proprio il vantaggio di non configurarsi come colloquio col futuro datore di lavoro, ma con una commissione di futuri pari: e di norma, data l’ampiezza del sistema scolastico, è davvero uno dei pochi concorsi in cui vieni giudicato su basi oggettive da persone che non conosci e che non conoscono te. E per questo aspetto incontra perfettamente un terzo principio costituzionale: l’uguaglianza, art. 3. Proprio vero che 25 anni di Berlusconi hanno finito con l’educare gli italiani più della Costituzione.

  16. @Agostino. Tutto giusto, io ho sostenuto sopra obiezioni assimilabili, ma -per fare la parte del diavolo- potrebbe anche essere messo in dubbio ed avere ‘noi’ l’onere di difendere che quel quadro normativo/istituzionale sia il più adeguato rispetto a dei criteri di ordine superiore su scopi e motivi del sistema scolastico di paese. Per esempio, uno potrebbe semplicemente argomentare che le scuole non debbano essere pubbliche amministrazioni, ma libere iniziative private, sostenendo che una platea di entità private complessivamente garantisca di più le libertà di insegnamento e di appredimentodei vari soggetti coinvolti. Trovo interessante la tua formulazione che “il concorso ordinario non si configurara come colloquio col futuro datore di lavoro, ma con una commissione di futuri pari”. Sarebbe d’aiuto una disamina giuridica di questa differenza, e anche della sua storia (sai se ne esistano?). Non metterei nello stesso sacco “atteggiamento clientelare verso i DS e ossequio al gradimento dei genitori”, tra i due mali, il secondo mi sembra molto molto minore, e di configurazione del tutto diversa.

  17. @Agostino Casu e @Mario , scusate, ma davvero credete che in Italia *nessuno* sia mai stato assunto nella pubblica amministrazione in modi diversi dal concorso? Prima di tutto vi riporto l’esatta parte dell’articolo 97 della Costituzione che parla dei concorsi.

    “Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge.”

    Per farla breve quel “salvo i casi stabiliti dalla legge” non indica solo le ben note “sanatorie” di insegnanti precari ma anche tantissimi casi di assunzioni di dipendenti pubblici come operatori ecologici, bidelli ecc. la cui assunzione è “diretta”, basta iscriversi alle graduatorie della provincia e fare domanda, precisando curriculum, titolo di studio, eventuali certificazioni informatiche e così via, ecco un esempio:

    https://it.blastingnews.com/lavoro/2017/10/graduatorie-ata-basta-un-titolo-di-studio-002063485.html

    D’altro canto l’alternativa di fare sempre che “il concorso ordinario non si configura come colloquio col futuro datore di lavoro, ma con una commissione di futuri pari” porterebbe alle seguenti assurdità: i concorsi per bidelli dovrebbe avere come esaminatori solo bidelli, magari in gran parte solo con la licenza media che non hanno mai corretto esami scritti in vita loro, i concorsi per operatori ecologici dovrebbero avere per esaminatori solo operatori ecologici e così via. Succede oggi la stessa cosa demenziale nei concorsi per selezionare le insegnanti di scuola dell’infanzia, dove le esaminatrici sono a loro volta insegnanti di scuola dell’infanzia che selezionano in base a esami scritti astratti che portano a bocciature totalmente arbitrarie.

    In sostanza, ripeto che si deve ammettere che valutare se una persona è capace a fare un certo lavoro non è un banale accertamento astratto che una persona sappia un lavoro generico e che venga accertato solo da persone che fanno lo stesso suo lavoro, serve anche considerare che un lavoro fatto in un certo ambiente e personale è totalmente diverso dallo stesso lavoro fatto in un altro ambiente e personale (come dicevo, insegnare lettere al liceo Parini di Milano è totalmente diverso da insegnare lettere in un istituto professionale di un paesino in provincia di Catanzaro) e per questo il decentramento e l’autonomia è indispensabile per fare in modo che luoghi con caratteristiche diverse possano avere insegnanti diversi arrivando però ad avere una qualità didattica il più possibile di alta qualità.

  18. @Michele De Russi. Esempio debole, quello dei bidelli e delle educatrici. L’insegnamento è una professione intellettuale, dunque 1) occorre garantire tale statuto mediante il reclutamento per severa valutazione delle competenze specifiche e della dotazione culturale complessiva, cioè per concorso; 2) chi esercita una professione intellettuale è ovviamente in grado di valutare i candidati alla cooptazione. Quanto alla estrema diversità tra i singoli istituti, sfonda una porta aperta: ma ricordi che il funzionario che deve restare in una certa sede fino a nuovo ordine si chiama appuntato, non professore. Abbiamo la mobilità proprio per questo. Peraltro, a proposito dei mitici licei blasonati, devo dire di aver conosciuto il collega più brillante, titolare di dottorato di ricerca, di incarico universitario e di molte pubblicazioni, ma non perciò meno dotato di ascendente sui ragazzi anche svantaggiati, proprio durante il mio anno di prova nel professionale meccanico di un piccolo centro del Pistoiese. L’altro lieve problema di questo Paese è che molti pensano di avere valide opinioni sulla scuola, che non hanno la più pallida idea di come funzioni.

  19. @Marco Bollettino. Postilla. “… Ragioniamo con gli occhi degli studenti. Di cosa hanno bisogno gli studenti?”. Risposta. Hanno bisogno di essere esposti precocemente alla conversazione con persone maledettamente più colte (il che vuol dire anche: cittadini maledettamente più consapevoli) della media dei loro signori genitori. E per questo occorre un concorso pubblico, egualitario, oggettivo, a doppio cieco e con cadenza annuale, e soprattutto: duro. Come in Francia ogni singolo anno almeno dall’epoca del Primo impero. E poi? Poi ci si fida della scienza e coscienza professionale dei prescelti: come nella medicina, nell’avvocatura, nel notariato, insomma la sfera cosiddetta delle occupazioni liberali.

  20. @Michele. Pur ragionando io nella condivisione dell’assunto del messaggio originale di questo threads che i concorsi attuali siano una ‘boiata’ e quindi simpatetico a critiche impietose allo stato di cose attuali, la tua assimilazione docenti/ausiliari -proposta e sospetto davvero da te pensata come ovvia- è francamente sconcertante. Ora il punto è quello di Agostino, la docenza, come “occupazioni liberale” ha (/deve avere) status ben diverso dell’impiego pubblico (e financo privato) dipendente. Se poi vogliamo discutere storicamente chi e come quello status sia stato compreso e difeso, e come esattamente (che lo si può implementare in maniere anche molto diverse), dovremmo probabilmente munirci di grande pazienza e umiltà, che la storia affonda in come e da chi sia stato recepito in Italia appunto il modello napoleonico, i meandri del contributo di Gentile (non sottovalutare il senso profondo della sua complessa ma anche sapiente configurazione giuridico-istituzionale della Scuola italiana) , la corretta configurazione degli aspetti peritali della funzione docente in un sistema che prevede la concessione di titoli di studio con valore legale (aspetto estraneo agli ausiliari e -nota bene- anche agli amministrativi DGSA compresa), la connotazione di fatto della Scuola Statale come Magistratura pubblica (oggi repubblicana, ma costituitasi in tempi di monarchia) e non come Azienda di Stato, e – venendo a tempi più recenti – gli effetti (=danni) della cosidetta privatizzazione del rapporto di lavoro nel caso specifico della docenza pubblica, nonché -per toccare anche il fronte sindacale- l’erroneità di avere un contratto unico per docenti e ausiliari e della stessa denominazione del sindacato a me peraltro più vicino. E il tutto ovviamente, mantenendo la Scuola come servizio pubblico gratuito, teso a realizzare la parità delle opportunità, a limitare le differenze di nascita e di censo, ma senza sostituirsi alla libera potestà delle famiglie nell’educazione e nell’istruzione dei figli. Come vedi alludo qui a una serie di problematiche e preoccupazioni che fanno a zig-zag rispetto alla topografia delle posizioni ideologiche prevalenti in Italia, e anzi -se la discussione fosse portata avanti con acribia filosofica fino a verificare tutti i presupposti (taciti, inconsapevoli, contradditori) di ognuno – il topografo dovrebbe di sicuro e con difficoltà ridisegnare la collocazione di gruppi e posizioni. Siamo in un passaggio difficile, e le apparenze ingannano più di quanto ne siamo consapevoli e allertati.

  21. @Agostino Dici “Poi ci si fida della scienza e coscienza professionale dei prescelti: come nella medicina, nell’avvocatura, nel notariato, insomma la sfera cosiddetta delle occupazioni liberali.”. Ovviamente la ovvia obiezione è quella che avvocati e notai sono scelti liberamente, e non imposti. Sicuramente interessante il confronto con la configurazione giuridica del medico curante cosidetto di libera scelta (in effetti mi sembra lo si dica solo per i pediatri), il cui rapporto è privato (si svolge nello studio privato del medico), ma a carico dello Stato. Per altri versi il ruolo del docente pubblico ha uffici semmai assimilabili a quelli dei medici fiscali, per altri a quelli -non scelti per forza maggiore- della medicina d’urgenza. Il riferimento a ‘scienza e coscienza’ rimanderebbe a un codice deontologico (e sarebbe da considerare inappropriato alla docenza pubblica essere invece soggetti a un codice disciplinare) e forse alla costituzione di un Ordine professionale dei docenti.

  22. @Agostino Casu e @mario Non sono d’accordo, il docente è una professione intellettuale ma non solo. Un docente di lettere può essere un ottimo conoscitore di grammatica valenziale applicata all’italiano e delle opere minori di Petrarca e contemporaneamente essere totalmente incapace di insegnarla e totalmente incapace di interagire con adolescenti. E queste ultime due capacità didattiche e psicologiche sono fortemente dipendenti dalle caratteristiche della scuola (ad esempio quella scuola può essere situata vicino a certi luoghi di interesse culturale come musei, archivi e simili, la scuola può possedere laboratori particolari…) e dalle caratteristiche degli studenti (loro caratteristiche socio-culturali, studenti con particolari disabilità, studenti stranieri…). Tutto questo porta inevitabilmente a rendere non fattibile che un docente, dopo che ha ricevuto l’abilitazione, per insegnare in una certa scuola basta che superi un concorso dove chi lo giudica capace di insegnare nulla sa qual è la precisa scuola di un preciso paese in cui quel docente insegna. Un docente ottimo in una certa scuola potrebbe essere di bassa qualità se insegnasse in un’altra scuola che ha altre caratteristiche geografiche, culturali e così via.

  23. @Michele de Russi. Qui si va sulle opinioni ed esperienze personali. E anche su certe leggende nere. In realtà i casi teratologici di professori competentissimi, poniamo, sulle ricerche logiche di Husserl e Bolzano o sulla filologia bizantina, che però non sappiano comunicare coi ragazzi, sono più unici che rari. Mentre è esperienza comune che il possesso sicuro della disciplina comporta per lo più l’abilità di adattarne i contenuti e i processi anche al pubblico meno attrezzato, senza tuttavia stravolgerli (abilità ormai apprezzata, ho notizia, anche in diversi corsi universitari). Ha fatto l’esempio della grammatica valenziale, e posso dire che una mia amica ha fatto il dottorato proprio in quest’ambito, e ciò non ha costituito affatto uno svantaggio nel migliorare l’italiano scritto e orale delle sue classi indirizzo Chimica di un ISIS; certo, lei ha *anche* l’attrattiva di una giovinezza energica e attraente, dunque è probabilmente vissuta come modello dalle ragazze e come dea dai ragazzi, e questo aiuta, ma se si va sulle caratteristiche secondarie si finisce con le autopresentazioni in video pretese da alcuni DS nella disgraziata parentesi della “chiamata diretta” (desolante scimmiottamento aziendalista di una prassi che può avere senso solo nella sfera dell’alta ricerca). Per quel che vale, un esempio extrascolastico, tolto dalla strada: come cardiopatico ho avuto tutto l’agio di apprezzare che quanto più si sale di livello nella competenza, dal mmg all’ospedaliero al primario al cattedratico, tanto più spiegazioni e istruzioni si fanno chiare e accessibili, e decrescente il ricorso al latinorum di casta. Il miglior divulgatore è l’esperto (e tra gli alunni non c’e “eccellenza”, o BES, o DSA, che, come primissima cosa, non si faccia una classifica dei docenti da quello che “non ne sa” a quello che “ne sa”, passando per tutte le sfumature di grigio, a prescindere dall’interesse per la materia o dalla voglia di studiare – per loro è spassoso come il “power rating” dei personaggini da videogioco).

  24. Ho fatto<due<volte il commissario in concorsi. Che amarezza.. E' vero che le università non insegnano più al livello di un tempo.
    Sì facciamoli i concorsi e severi e si sappia che nella docenza si entra solo se si hanno le capacità, la preparazionme e anche un attitudine al contatto con i giovani.
    Un professore in pensione.

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