Poesia, terzo paesaggio?, rubrica a cura di Laura Pugno

 

[Questa rubrica, o meglio inchiesta, Poesia Terzo Paesaggio?, nasce dal desiderio di entrare in dialogo con altri poeti, scrittori e chissà, in futuro, anche artisti, chiamati a rispondere a un identico questionario.

La conversazione ha per cuore l’analogia tra la poesia in Italia oggi e il concetto di Terzo Paesaggio, che si deve al paesaggista francese Gilles Clément.

 

Analogia che ho tratteggiato nelle ultime pagine del mio saggio In territorio selvaggio (Nottetempo), riportate qui, e a cui rimando per approfondimenti.

L’analogia è appunto un’analogia, un’intuizione, non una tesi sistematica – come del resto anche l’idea stessa di Terzo Paesaggio sembra essere. Allo stesso tempo, ha qualcosa di vero. Di quel vero che è delle intuizioni, delle immagini. Spaventoso e allo stesso tempo confortante (uso non a caso questo aggettivo).

 

Terzo Paesaggio è una definizione che, precisa Clément, rimanda “a Terzo Stato, non a Terzo Mondo. Uno spazio che non esprime né potere, né sottomissione al potere.” Ma il Terzo Paesaggio è anche “uno spazio comune del futuro”.

Può questo oggi aiutarci a pensare la poesia? Potere non ne ha. Cerca sottomissione al potere? Qual è il suo spazio comune nel futuro? (Laura Pugno)].

 

*

Immaginiamo di essere nello stesso posto e che questa conversazione avvenga in un luogo. Metto qui, in questo spazio, un’analogia, allo stesso tempo precisa e imperfetta come tutte, che la situazione della poesia italiana e non solo italiana oggi abbia qualcosa in comune con quello che il paesaggista francese Gilles Clément denomina Terzo Paesaggio. Cosa te ne sembra? La senti vera? Cosa ti fa ulteriormente immaginare?

 

Difronte alla città in cui vivo [La Spezia] c’è un’isola. Questa è la Palmaria. Il nome deriva da ‘balma’, cavità umida in cui l’acqua emerge o riposa. Nell’ora canicolare, credo fosse nel giugno del 2019, in prossimità della cava abbandonata che la domina in una delle estremità mi sono imbattuto in uno di questi anfratti. Era colmo di fronde. Un fico le cui foglie non superavano i margini ombrosi di sasso; interrotte, strappate, dai morsi degli animali; il fusto si confondeva nell’oscurità. Come era arrivato lassù quell’albero? Erano state le capre, con i loro escrementi? La capra ha invaso questi luoghi. Cancellando, secondo gli abitanti, la presenza del mirto. E danneggiando, con la sua voracità, tutta la flora.

 

Sulla Palmaria hanno girato “I cannoni di Navarone”. È un luogo che ha subìto, soprattutto nell’ultimo secolo, modifiche nell’uso (e nel disuso); la graduale dismissione delle attività militari è quella che ha avuto il maggiore impatto.

La Marina, allo stesso tempo, non ha rinunciato al suo dominio del territorio, non ha ceduto all’avidità dei privati per lungo tempo. Al loro desiderio di erigere alberghi, costruire stazioni balneari, aprire balere, caffè e ristoranti. Non ha ceduto, almeno, fino ad adesso. Una stagione di masterplan e di sperequazione si sta, infatti, aprendo.

 

Singolari processi antropici e di inselvatichimento hanno risignificato l’identità dell’isola dove fortilizi e bastioni in pietra sono ora il rifugio delle bestie e offrono riparo, e ancoraggio, a radici e semi.

L’impossibilità, per quasi un secolo, da parte dei privati, di un’azione di natura speculativa, ci ha consegnato un luogo in cui si può assistere allo spettacolo di una natura che si riappropria di ciò da cui l’uomo, temporaneamente, non sa come [o non può] estrarre valore.

 

Ragionamento che può essere proposto, nella sua sostanza, anche per la poesia. Cioè un processo che, in genere, dà i risultati migliori quando non risponde alle urgenze del mercato, al campo semantico della merce. Mi interessano quegli oggetti, presenti nello spazio letterario, che sfuggono a una simile sovradeterminazione – che sfuggono, per il loro esotismo, e per la loro capacità di sopravvivere (e svilupparsi) in posti squalificati, disturbati, anfibi e inospitali. Piano nel quale si incontrano l’eterogeneo e dove ogni esperienza è accolta, ricchezza della biodiversità.

E la poesia: e la letteratura, l’arte più in generale? Che tipo di paesaggio occupano intorno a questo incolto, residuo, friche?

 

Come anticipavo nelle righe precedenti, ciò che il mercato, con difficoltà, riesce a inserire in una nicchia.

Ciò a cui non si applicano generalizzazioni, che non si può inserire in insiemi rigidi e predeterminati, che ha la forza di sottrarsi alla cifra estetica dell’attualità (e, in questi termini, volgere il suo sguardo al contemporaneo, cioè qualcosa che tende a mantenere inalterato, nel tempo, il suo valore d’uso).

 

L’attuale è ciò che cresce, si raccoglie, si consuma e si dimentica; non sono i licheni di Sbarbaro.

Il contemporaneo per noi potrebbe essere l’Ailanto (Alpinismomolotov ha dedicato a questa pianta uno splendido lavoro http://www.alpinismomolotov.org/wordpress/2016/06/01/ailanto-albero-maudit-che-porta-il-paradiso-fra-il-cemento/), cioè una delle insegne che ombreggia il nostro tempo.

 

Una pianta officinale che ha raggiunto la penisola dalla Cina e che si è diffusa, qui da noi, per diverse ragioni. Pianta definita, in un triste periodo, infelicemente autarchica consentiva al paese di produrre seta, dai bozzoli della falena che la popola; di irrobustire scarpate ferroviarie e paesaggi rupestri e, infine – ribellarsi a questi fini e diffondersi lungo le linee del commercio, della mobilità.

Ailanto fuori controllo, da nord a sud, porta il rigoglio nei luoghi sottomessi all’uso per eccellenza: fabbriche e depositi, una volta che le società che di questi disponevano hanno chiuso o hanno, nel nomadismo capitalista, spostato la produzione dove fosse possibile ridurre ulteriormente i costi del personale e così incrementare l’efficienza dello sfruttamento.

 

Esistono esperienze poetiche (non soltanto libri – l’esperienza del libro è, dal punto di vista mediale, solo una delle possibili) come l’Ailanto.

Ciò che non rintracciamo nelle geografie letterarie percorse da strade, ferrovie, linee aeree e di navigazione; nemmeno nei processi di valorizzazione, e gentrificazione, dei centri storici e neppure negli orti botanici o nei giardini con prati all’inglese (“Ai miei occhi, i prati all’inglese, spogli e spesso spelacchiati come sono, sembrano la negazione della natura, il vero nemico di un bel giardino. Con la stessa fatica che si fa a rasarli, si può avere verdura per tutto l’anno” scriveva nel suo diario Derek Jarman – Il giardino di Derek Jarman, Nottetempo, 2019). Poetiche di provincia, di periferia, di chi è lasciato indietro.

 

Negli ambienti nei quali viviamo è possibile incontrare esperienze capaci di confluire in un’opera letteraria o artistica, in progetti che non sono sottomessi all’uso (espressione che utilizza Clément in “Il giardiniere planetario” 22Publishing, 2008) e che sempre più si ibrididano. Elementi dai confini porosi, frastagliati, permeabile: come il terreno, qualsiasi terreno che si conceda alla vita, acido o basico.

La poesia oggi non rinuncia alla sua capacità di incontro: con la musica, con il teatro, con le arti figurative, con la fotografia, con la performance, e merita la nostra attenzione pure, e soprattutto, quando forte diviene il suo ribellismo nei confronti di tradizione e critica, come nel caso della poesia di strada; cambiando il nostro punto di osservazione, le erbacce, assumono ai nostri occhi altre sembianze, indagando le loro storie, la ragione del loro diffondersi capiamo la rilevanza che hanno non solo per noi ma per l’intero ecosistema e la loro funzione “riparatrice” (Elogio delle erbacce, Richard Mabey, Ponte alle Grazie, 2011).

E uscendo dalla letteratura? Dove ci conduce questa conversazione. Verso quali campi? Verso quale politica nel senso più ampio di questa parola, che riguarda non solo il politico come è normalmente inteso ma anche (oltre) l’umano?

 

In un periodo della storia che alcuni definiscono Antropocene sorgono in noi numerosi interrogativi, quelli che riguardano ogni spirito le cui ricerche coinvolgono i luoghi nei quali si accumulano i residui della nostra società, dove ciò che l’uomo ha edificato subisce il deterioramento che corrisponde all’azione degli agenti atmosferici e delle forme di vita, dove ai linguaggi del potere si sovrappongono quelli dello spontaneismo espressivo: il writing, il graffitismo. Tutto ciò che è capace di smantellare la narrazione neo-liberista e omologante, riusare la materia, che era stata temporaneamente rinsaldata, per trasmettere nel mondo fisico le immagini architettoniche della nostra idealizzazione; decolonizzare il futuro dal paradigma del realismo capitalista.

 

No. Con ciò non intendo dire che si debba cedere al fascino dei luoghi solitari e caduchi, rivivere i sentimenti che hanno agitato i romantici, anzi – considerare queste geografie in senso antropologico, e compiere un atto di abiura nei confronti di una visione specista e antropocentrica.

Essere “giardinieri planetari” con la consapevolezza che chi ricopre, per virtù elettiva, questo ruolo sa in quali spazi portare degli interventi o, per meglio dire, quali raccontare e attraversare e quali altri osservare da distante. Testimoniare una simile lontananza oppure esplorare senza alcun fine documentale. Ripenso a una conversazione avuta con Luigi Nacci sul concetto stesso di giardino, bene, io penso che non possa esistere un luogo simile se non in relazione a una selva.

 

Nella selva qualcosa precipita nel viandante [e nel giardiniere planetario], resina assorbita dall’epidermide. Immagino che possa esistere un’umanità in ascolto, che tenti di immedesimarsi con ciò che la circonda, ogni cosa. Non solo quegli animali dall’aspetto particolarmente seducente, i cuccioli che ci inteneriscono, i panda (come mi ricorda sempre Antonio Nicolini, mio cugino). Intendo dire con le pietre, con gli anfibi, con gli insetti; con tutto ciò che, per un sentimento antico, ci dà un senso di repulsione. Dobbiamo imparare a leggere il paesaggio, le sue componenti faunistiche e di flora, in relazione a un mondo nel quale ogni luogo che è stato lambito dall’umanità [ecumene] ha subito radicali cambiamenti.

In un’epoca dove i dispositivi [tecnologici] e la rappresentazione che diamo di noi nello spazio virtuale sono causa di una ineludibile dissociazione dalla dimensione della materia, dai suoi tempi, dai suoi obblighi, il desiderio di sforzo collettivo e anticapitalista, che si muova dalla folk politics (e a essa non si limiti), fino a riscoprire una intenzionalità internazionalista si acuisce. Usciamo dai nostri uffici, dalle nostre case, dai nostri computer, dai nostri smartphone. Cerchiamo di imparare, ogni giorno, il nome di una pianta, di un uccello, di un minerale; riscopriamo sensi come tatto e olfatto. Credo che la poesia possa raccontare le forze che si generano nell’attrito tra questi due campi.

 

 Che cos’è che non ti ho chiesto, e che vorresti dire?

 

L’Ailanto non ha raggiunto la Palmaria, l’agave lo ha fatto; così, in minima misura, il fico d’India. Sulla Palmaria prosperano i lecci, l’euforbia. Nel forte che si trova all’apice dell’isola crescono, alte, alcune fronde.

Gettano la loro ombra sull’edera che ricopre il versante nord; contribuiscono alla diffusione della menta piperita sulle sponde di un terreno fradicio, ricco di pozzanghere, dove restano stampate le impronte dei turisti e degli animali che vanno lì per abbeverarsi, tutti gli animali. Vanno lì dove si accumulano gli escrementi, volano le mosche e verdi sono le foglie.

 

Non ne sono certo ma credo che il fossato che circonda la fortezza abbandonata abbia impedito alle fiamme, nell’incendio che devastò l’isola oltre quarant’anni fa, di raggiungere gli alberi che stavano crescendo entro i confini del suo abbraccio, tra i baluardi e che oggi si tuffano, con magri tronchi, nel celeste. Abbraccio all’apparenza ostile a qualsiasi umano che, solo nel tentativo di raggiungerlo, dovrebbe spendere parecchie energie: scavalcare reti, filo spinato, oppure arrampicarsi sui sassi riquadrati, con le funi – per poi aggirarsi lì nel mezzo tra i rovi.

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