di Roberto Barzanti

L’antefatto è riassumibile in breve. Il padre dello scrittore Hisham Matar, fiero oppositore del regime di Gheddafi, si era stabilito in Egitto, in condizioni di esilio. Fu rapito dalla polizia segreta del dittatore, imprigionato nel carcere di Abu Salim e da allora di Jaballa Matar non s’è saputo più niente. Scomparso. Forse ucciso nell’eccidio del 1996, quando furono fatti fuori 1270 prigionieri. Da allora il figlio (nato a New York nel 1970) si è dato alla ricerca del padre o di qualche sua reliquia, seguendo tutte le piste possibili.

 

Con Il Ritorno, che racconta l’affannoso itinerario compiuto in Libia nel 2012 dopo la caduta del sanguinario regime, Matar ha conquistato il Premio Pulitzer 2017 per la sezione Autobiografia e il Rathbones Folio Prize. Ora con Un punto di approdo (Einaudi, Torino 2020, finissima traduzione di Anna Nadotti, titolo originale A Month in Siena), Hisham Matar ci offre un denso memoir di un soggiorno a Siena, scelta quale meta di rinfrancante riposo in attesa della pubblicazione del volume che gli era costato tre anni di dolorosa fatica. Perché Siena? Per Matar è stato come compiere un voto a distanza di venticinque anni, da quando, visitando da studente la londinese National Gallery, fu folgorato da due piccole storie di Duccio di Buoninsegna, un’Annunciazione e La guarigione del cieco.

 

Appassionato di arte e particolarmente di pittura, gli sembrò di cogliere in quei due frammenti dell’imponente Maestà il senso di una scuola dai tratti originali: «quei dipinti di scuola senese – scrive – sembravano appartenere a un universo claustrale di simbologia e codici cristiani». E si ripromise di visitare Siena, nella consapevolezza che per capirli davvero non ci fosse mezzo migliore che collegarli al contesto in cui – da cui – erano nati. Un quadro non parla se non diviene oggetto di attenta analisi: «la soggettività di chi guarda è indispensabile per completare il quadro». Ed ecco il pellegrinaggio a Siena in compagnia della moglie Diana. Una visita senza programmi prefissati. Hisham, ripartita la consorte, si aggira da solitario promeneur per vie e vicoli, per piazze e palazzi, incantato da un luogo che finalmente offre la quiete di un porto sereno, al riparo da fantasmi e tempeste. Passa lunghe ore davanti al ciclo del Buongoverno che Ambrogio Lorenzetti affrescò nel 1338 nel Palazzo Pubblico: è una dimostrazione nel duplice significato che la parola può assumere, poiché mostra il volto attraente di una città governata dalla Giustizia e si oppone alle distruzioni di un centro in preda alla Tirannide di fronte. Le due pareti – Paradiso vs Inferno ha scritto di recente Chiara Frugoni – sono separate da una parete più piccola che in una chiesa avrebbe avuto il ruolo-fulcro di pala d’altare. Vi sono raffigurate le Virtù che devono sostenere l’azione politica tesa al Bene Comune, impersonato da un vegliardo che è il Comune stesso in umane fattezze. Forse nel compassato défilé dei Ventiquattro che reggono una corda in unità d’intenti c’è un notabile dalla pelle scura: un membro della famiglia Saracini? Uno venuto da lontano e ammesso in una città inclusiva?

 

La lettura che Hisham fa del famoso ciclo alterna puntualità filologica con divagazioni fantasiose. E ne trae una lezione non valida soltanto per quei primi decenni del XIV secolo: «L’autonomia qui – riflette – non è solo una preoccupazione politica, ma anche spirituale e filosofica, va di pari passo con la sovranità dello spirito, con il diritto di esistere in armonia con la propria natura quanto con il bisogno di non perdere di vista se stessi». Individualità e comunità si accordano, appartenenza e libertà sono conciliate nella città promessa dai Nove al comando. La Tirannide dirimpettaia ha la faccia mostruosa di un demone androgino, assomiglia spaventosamente al brutale Gheddafi. Uscendo nel Campo si respira l’aria che circola nella Sala della Pace. La piazza ha la forma di un «gigantesco bacile», dove confluiscono i cittadini a colloquio franco e solidale. È il cuore di una città protetta dalle mura: «le si snodano intorno come un nastro», che è «nello stesso tempo un confine fisico e un sipario spirituale». Delimita senza essere impenetrabile. Gli incontri di Hisham attestano che la città è diventata oggi un mondo di etnie e idee. Vicino al Duomo scambia due chiacchiere con una nigeriana che ha problemi di passaporto. Le informazioni utili e perfino sul Palio gli vengono date da una famiglia di giordani che a Siena risiede da un bel po’ d’anni, e la donna è in attesa di un altro figlio. È il giovane Kareem a introdurre il pellegrino spaesato e curioso ai misteri della festa tanto cara: «Il Palio – tira le fila Hisham – è un teatro di guerra, uno schieramento di truppe che in realtà costituisce una celebrazione della coesistenza». Non è strano questo termine, “coesistenza”, che ebbe tanta fortuna nel lessico diplomatico di decenni fa e qui vien ripreso per sottolineare come rivalità e contese siano state e, se controllate con misura, siano ancora mezzo per rafforzare giocosi rapporti amicali, non per consacrare violente inimicizie.

 

Anche in questo il passato riversa sul presente disegni traditi dalla violenza, progetti offuscati da egoistiche contrapposizioni. Ci sono certo punte idealizzanti nell’interpretazione che lo scrittore fa del luogo d’approdo. Il fatto è che egli si sente non tanto dentro una città «ma dentro – confessa – un’idea, un’allegoria», indossabile «come un vecchio abito di buon taglio» adeguato alle necessità. Il museo immaginario di Matar è fatto di pochi pezzi. La Madonna dei francescani di Duccio in Pinacoteca gli pare più preoccupata degli uomini che di Dio. Come può far propria, si chiede, quest’immagine un visitatore non cristiano? Una religiosità non confessionale permea tutto il libro. La ricerca del padre scomparso nel nulla acuisce il desiderio di un ricongiungimento oltre la morte. Chissà. Ogni fede è solcata da dubbi, anche quella di chi non crede o crede di non credere. Ed è singolare che questa storia-apologo che si svolge per stazioni, al pari di una Via Crucis, si concluda con un pezzo di Siena emigrato al Metropolitan di New York: il Paradiso di Giovanni di Paolo. Tutti si riconoscono, si abbracciano, parlottano in un meraviglioso giardino, un Eden ritrovato che riproduce l’Inizio. Il cerchio si chiude: «il vero inferno non sono le fiamme bensì il non essere riconosciuti da coloro che ci sono più vicini». È l’amara, autobiografica constatazione che turba il figlio in cerca del padre. Il quadro contiene saggezza: «Sa che il nostro maggior desiderio è essere riconosciuti, perfino più di quanto desideriamo il paradiso; che indipendentemente da quanto il tempo ci ha trasformati e trasfigurati, qualcosa di noi deve sussistere e restare percepibile a coloro che abbiamo passato tanto tempo ad amare. Forse l’intera storia dell’arte è il dispiegarsi di tale aspirazione; forse ogni libro, quadro o sinfonia è il tentativo di fornire un resoconto fedele di tutto ciò che ci riguarda». E l’Eternità – vien voglia di chiosare – è la pienezza di gioia che può, ovunque e in chiunque, durare un istante.

1 thought on “Un punto di approdo: Hisham Matar a Siena

  1. “ Lunedì 23 marzo 2020 – Oggi, udite udite, ho comprato un libro nuovo. L’autore è uno scrittore nato in Libia che è stato a Siena e a Siena ha ambientato questo racconto dal titolo Un punto di approdo. Se lui è approdato a Siena, io che a Siena ci sono nato, mi sento ancora in alto mare. Speriamo che leggerlo mi aiuti a restare a galla. “.

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