Ecologie della trasformazione, rubrica a cura di Emanuele Leonardi

di Giulia Malavasi

 

[Il testo di Giulia Malavasi parte da una riflessione presentata al convegno Ambientalismo Operaio e Giustizia Climatica tenutosi presso il Centro Studi Movimenti di Parma il 14 giugno 2019 (el).]

 

In occasione dei climate strikes dello scorso anno a Manfredonia, in Puglia, i giovani sono scesi in piazza come in molte altre città del mondo. Il 29 novembre il corteo per la difesa dell’ambiente sfilava popolato di cartelli con il volto di Nicola Lovecchio, ex operaio del petrolchimico, il colosso industriale che per oltre venti anni ha prodotto concimi chimici e fibre sintetiche a meno di due chilometri dalla periferia della città. Negli stessi mesi in cui venivano organizzati gli scioperi climatici, a Manfredonia, la costruzione di una prospettiva sociale e ambientale alternativa prendeva corpo nella Casa della Salute e dell’Ambiente, spazio di discussione, formazione e partecipazione politica.

Per capire la portata di questi eventi, l’importanza che assumono per questa comunità, è necessario fare un passo indietro.

 

Il cosiddetto miracolo economico che nel secondo dopoguerra raggiunse le regioni meridionali, a Manfredonia si chiamava Anic, il IV petrolchimico del Paese. Il suo arrivo venne vissuto con grandi speranze in una terra di miseria ed emigrazione: un lavoro sicuro, la diffusione dei consumi di massa, il raggiungimento di uno status sociale decisamente migliore rispetto a quello delle generazioni precedenti, il rientro dalle terre lontane di emigrazione, fossero la Germania o le grandi fabbriche del Nord. Era per gli operai di Manfredonia, come ha scritto Di Luzio, l’«orgoglio delle tute al sole».

 

Ed era anche, questo, un modello culturale diffuso e condiviso trasversalmente dalle forze politiche e istituzionali, che programmaticamente presentavano lo sviluppo industriale come soluzione alla grande fame di lavoro delle regioni meridionali. Nel 1960, in un discorso tenuto presso l’Università di Camerino dal significativo titolo Realtà e speranze dell’industria petrolchimica, lo stesso Enrico Mattei presentava con entusiasmo il nuovo filone produttivo avviato dall’Eni, che avrebbe finalmente portato a soluzione l’atavico dramma della disoccupazione, e avrebbe fatto del petrolio la materia prima fondamentale dello sviluppo del Paese, nella totale fiducia che «il progresso della scienza lascia prevedere sviluppi che toccano quasi i confini della fantasia».

 

Un modello di industrializzazione, quella petrolchimica, coerente con il paradigma che nel secondo dopoguerra alimentava il consenso politico nazionale fondato nel mito del produttivismo e del progresso industriale, fenomeno ampiamente studiato dalla storia economica sullo sviluppo del nostro Paese. Tuttavia, se ai parametri economici classici di incremento del reddito, dei livelli di occupazione, del mutamento nei consumi si affiancano anche altri fattori, quali la qualità della vita, della salute e dell’ambiente dei territori interessati, non sfugge il pervasivo mutamento che tale modello ha comportato sugli ecosistemi territoriali. Diventa allora indispensabile includere nel bilancio economico, sociale e ambientale di questi processi il consumo di risorse naturali e di energia, la cementificazione e l’espansione edilizia e infrastrutturale, l’immissione di quantità ingenti di elementi nocivi e di inquinanti in atmosfera, nel suolo e nelle acque. Così come acquistano valore le profonde implicazioni sociali che tale mutamento ha prodotto nelle comunità locali. La storia delle popolazioni coinvolte in queste forme di sviluppo è spesso stata la storia di un grande ricatto occupazionale: lavoro in cambio di veleno.

 

A ben guardare, lo sviluppo di Manfredonia è stato connotato da forti criticità, che avevano origine nelle politiche di industrializzazione dei poli di sviluppo, nelle vicende travagliate che attraversavano il settore della produzione petrolchimica italiana, e nelle dinamiche clientelari che connotavano l’intervento statale in economia gestito dal partito di governo, la Democrazia Cristiana. In aggiunta, quello realizzato a Manfredonia è stato, con la definizione di Trigilia, uno «sviluppo senza autonomia», incapace di generare un tessuto endogeno di forze produttive autonome rispetto alla grande industria di riferimento, e dunque di sopravvivere alla sua chiusura.

 

Ma c’è di più. Era questo un modello produttivo che fondava la sua competitività sullo sfruttamento delle risorse naturali e l’azzeramento dei costi ambientali a carico dell’azienda (nessun piano di smaltimento dei rifiuti, ad esempio, che venivano scaricati in mare, o trasportati in discariche abusive). La massimizzazione dei profitti aziendali e la distribuzione sociale dei costi umani – in termini di salute – e ambientali furono sistematicamente avallate dalle istituzioni, che vennero meno alle loro funzioni di controllo e anteposero ad ogni altra istanza l’incremento dei livelli occupazionali: perseguita in una programmazione slegata dalla tutela della salute e dell’ambiente, questa politica generò uno sviluppo che di fatto contribuì ad impedire la formazione di un fronte unitario tra coscienza di classe e coscienza ecologica. Quella di Manfredonia è la storia di un grande ricatto occupazionale: lavoro in cambio di veleno.

 

Come in altre città delle periferie del Paese, anche a Manfredonia venne dunque realizzato uno sviluppo industriale che aveva fondamento nel «path of least resistance» denunciato dall’Environmental Justice Movement statunitense: un impianto altamente inquinante insediato vicino ad una comunità segnata da fragili condizioni economiche e sociali, politicamente pervasa dal clientelismo del partito democristiano che in quel territorio aveva un importante collegio elettorale, e potenzialmente meno resistente di altre. Una fragilità sociale, politica, economica e culturale utilizzata per imporre una nuova forma di “colonizzazione interna” che accentuava dinamiche economiche di sfruttamento del territorio, delle sue risorse, degli esseri umani.

La cessione di salute e ambiente in cambio di lavoro venne imposta, peraltro, facendo leva sul vulnus di informazioni e sulla mancanza di consapevolezza nelle popolazioni coinvolte delle devastanti ripercussioni che i cicli produttivi dell’industria petrolchimica avrebbero comportato sulla salute e sull’ambiente.

 

Lo stabilimento era, nell’immaginario collettivo dei cittadini, una “città proibita”, inaccessibile e minacciosa, adiacente al centro abitato: i fumi nocivi si percepivano dalla città, le polveri si posavano sui balconi.

Il petrolchimico produceva senza che nessuna informazione venisse data alla cittadinanza sui pericoli della produzione, né agli operai rispetto alle nocività e all’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale: la tutela della salute in fabbrica non era percepita come una priorità.

 

In questo petrolchimico della periferia foggiana si era lontani dalle esperienze di lotta operaia delle grandi fabbriche del Nord, una su tutte quella di Castellanza: forti della coscienza operaia generata dalle lotte dell’autunno caldo, e insediate in territori ampiamente industrializzati, nei quali il ricatto del lavoro era molto meno pressante, esse conobbero una importante stagione di protagonismo operaio nella valutazione dei rischi, nella definizione delle misure di prevenzione, nella riprogettazione degli impianti e dei cicli produttivi, e riuscirono ad imporre alle aziende importanti misure di tutela della salute e dell’ambiente di lavoro, e quindi a uscire dai cancelli delle fabbriche per allargare la tutela all’ambiente di vita.

 

La vicenda di Manfredonia fu ben diversa: qui l’intera cittadinanza che viveva a ridosso del colosso chimico veniva tenuta all’oscuro; non era previsto alcun piano di evacuazione dalla città in caso di incidente, come scoprirono drammaticamente i manfredoniani con la dispersione di ammoniaca nel 1978, che provocò una caotica fuga dalla città nella totale assenza delle istituzioni. Questa fuoriuscita di sostanze nocive non fu l’unica, quella subita da Manfredonia è stata una catastrofe continuata: lungo il ventennio di attività del petrolchimico, al quotidiano inquinamento del territorio si aggiunsero molti, ripetuti incidenti.

 

Il più grave si verificò il 26 settembre 1976, una domenica mattina, con lo scoppio della colonna di sintesi dell’ammoniaca, e la dispersione di oltre dieci tonnellate di composti di arsenico sullo stabilimento e sul centro abitato. I lavoratori del petrolchimico e delle ditte in appalto vennero inviati a pulire la polvere di arsenico senza le adeguate protezioni, mentre la dirigenza aziendale minimizzava l’accaduto comunicando una banale fuga di vapore acqueo; fu solo grazie a una telefonata del Consiglio di Fabbrica al Sindaco che venne denunciata la gravità della situazione. Le operazioni di bonifica procedettero a rilento e senza essere risolutive: gran parte dell’arsenico ricaduto nello stabilimento venne lavato in mare, mentre la parte apicale dei terreni contaminati veniva rimossa e sotterrata all’interno del complesso industriale insieme alle centinaia di capi di bestiame abbattuti. Gli effetti sulla salute degli ex-operai e della popolazione furono devastanti, e per i tempi di latenza degli effetti cancerogeni di questa sostanza si manifestano ancora oggi.

 

L’incidente aprì un primo dibattito cittadino sul futuro del petrolchimico, contrapponendo le maestranze e le organizzazioni sindacali, favorevoli alla riapertura a seguito della bonifica, e una parte della cittadinanza, sostenuta dal Sindaco Michele Magno (Pci), che cominciò ad esprimersi per il trasferimento degli impianti in una zona più lontana dal centro abitato e nella riconversione industriale dell’area occupata dal petrolchimico. Si preannunciava così, seppure in fase solo iniziale, il conflitto che sarebbe riemerso alla fine degli anni ’80. In realtà il petrolchimico, dopo alcuni mesi di rallentamento nei lavori, riprese la produzione.

 

L’evento che scatenò la protesta cittadina si sarebbe verificato ben dodici anni dopo, nel 1988, con l’arrivo della Deep Sea Carrier, una delle “navi dei veleni” che vagavano nel Mediterraneo con il loro carico di rifiuti tossici prodotti dalle industrie chimiche europee, e che venne indirizzata dal governo italiano verso lo stabilimento di Manfredonia per il loro trattamento. Questa decisione provocò una violenta reazione da parte della popolazione, che mise a ferro e fuoco la città. La protesta cittadina esplodeva di fronte all’arrivo di una “minaccia esterna”, la Deep Sea Carrier appunto, anche se ben presto si trasformò in una mobilitazione di più ampio respiro, e cominciò a convogliare l’attenzione verso la grande fabbrica. Per oltre due anni, gran parte dei cittadini di Manfredonia si ritrovarono nella piazza principale della città per studiare i processi produttivi del petrolchimico, per comprendere gli effetti che potevano avere sulla salute delle persone e l’ambiente circostante, e per diffondere informazioni. Con quella che loro stessi hanno definito “università in piazza” venne squarciato il velo sulla “città proibita”.

 

In questo movimento le donne di Manfredonia ebbero un ruolo da protagoniste e divennero, con la loro lotta, portatrici di una duplice liberazione: delle donne stesse, che scardinavano il loro ruolo tradizionale e si costituivano come soggetto collettivo che recuperava un ruolo politico; e del territorio, per il quale proponevano la liberazione da quelle dinamiche meramente produttive che avevano imposto lo sfruttamento delle persone e dell’ambiente. Fu nel contesto di generale fermento, nelle tende di piazza Giovanni xxiii, che avvenne l’incontro di centinaia di donne di tutte le età, appartenenti a diverse condizioni sociali e culturali, donne che mai si erano impegnate in attività politica con quelle che da anni militavano nei partiti. In maniera condivisa si ritrovarono fuori dai classici ambiti di aggregazione e costruirono una collettività in grado di dare una parola femminile sul mondo; nella loro proposta l’idea di “cura” usciva dal ristretto ambito familiare per estendersi all’intera polis, e si facevano portatrici di una visione specificatamente femminile che loro stesse definivano “radicale”, nel senso che andava “alla radice” delle questioni essenziali: nessun compromesso era più accettabile sulla salute e la vita.

 

Denunciando l’incompatibilità del petrolchimico con la comunità – una incompatibilità che era al contempo economica, ambientale e psicologica, per il persistente stato di allerta nel quale la popolazione era costretta a vivere – il Movimento Cittadino Donne proponeva una visione alternativa di sviluppo del territorio, quella di «sviluppo vivibile», ovvero di una ridefinizione sociale ed ecologica dello sviluppo che mutava radicalmente l’approccio della interazione tra esseri umani e ambiente, rifiutando la categoria di sfruttamento.

 

La protesta proseguì per oltre due anni; se in una prima fase di opposizione alla “nave dei veleni” aveva visto la collaborazione tra maestranze dello stabilimento e movimento ambientalista, davanti alla messa in discussione dello stabilimento il ricatto occupazionale si fece sentire con forza, e il conflitto tra ambientalisti e operai esplose generando profonde divisioni nella comunità e perfino all’interno delle famiglie. La vicenda dei sali sodici risulta emblematica da questo punto di vista: per otto anni il petrolchimico, con concessione ministeriale, aveva sversato in mare questi residui della produzione del caprolattame (materiale da cui si producono le fibre sintetiche); la procura di Otranto, allertata da un esposto delle associazioni ambientaliste, verificò che lo sversamento stava provocando una vasta moria di pesci e animali marini, che avveniva oltretutto in una zona più vicina alla costa di quanto previsto nella autorizzazione ministeriale, e dispose il sequestro delle navi utilizzate. La dirigenza aziendale, in tutta risposta, mise in cassa integrazione centinaia di lavoratori. La reazione degli operai, che chiedevano un ammodernamento dei cicli produttivi ma non la chiusura degli impianti, non poteva dunque essere che di aspra opposizione al movimento ambientalista cittadino, che invece non riteneva più conciliabile la permanenza in attività del petrolchimico con la vita stessa della comunità.

 

Nel volgere del tempo la consapevolezza della gravità della situazione cominciò tuttavia a diffondersi anche tra alcuni operai del petrolchimico. La vicenda sarebbe emersa con forza con l’“indagine scalza”, non ufficiale, condotta da uno di loro, Nicola Lovecchio, caporeparto del reparto Insacco. Ammalatosi di tumore, avviò insieme al suo medico oncologo, Maurizio Portaluri, una indagine sui cicli produttivi e le sostanze chimiche, compreso l’arsenico, con cui lui e i suoi colleghi erano entrati in contatto, correlando questi dati alle malattie che si stavano diffondendo tra gli operai. Il suo esposto, presentato in Procura, fu indispensabile per il rinvio a giudizio dei vertici dello stabilimento, ma il giudice non ritenne provato il nesso causale tra l’assorbimento di sostanze chimiche e le patologie sviluppate: la sentenza fu di assoluzione.

 

La lotta di Nicola Lovecchio contribuì comunque ad aprire alcuni spazi, nella comunità, per una parziale ricomposizione del conflitto che l’aveva lacerata a fine anni Ottanta, per una ricomposizione delle istanze del lavoro e della tutela dell’ambiente di lavoro e di vita. Tuttavia la catastrofe sociale e ambientale di Manfredonia non si è interrotta: negli anni Novanta la chiusura della fabbrica ha comportato la perdita del lavoro per centinaia di operai, costretti al prepensionamento, alla cassa integrazione o a trasferirsi in altri stabilimenti dell’Eni; la mancata bonifica del territorio, aggravata dalla nuova industrializzazione ad elevato impatto ambientale realizzata con il Contratto d’Area, ha impedito di fatto la possibilità di alternative di sviluppo. Di recente, la comunità si è trovata a fronteggiare una nuova “minaccia”, quella del grande impianto di gpl (Energas) del quale è stata prevista la costruzione in mare a pochi chilometri dalla costa.

 

Per tali ragioni non viene meno l’impegno dei cittadini e delle cittadine del Coordinamento Ambiente & Salute Manfredonia che oltre ad attività di sensibilizzazione (sui social possono essere seguiti nella pagina facebook Arsenico40 https://www.facebook.com/arsenicoquaranta/), in seguito ad un percorso di due anni di ricerca epidemiologica partecipata, hanno dato vita alla Casa della Salute e dell’Ambiente: uno spazio che rivendica la partecipazione della cittadinanza in un progetto ambientale e sociale nuovo per la città, a partire dalle bonifiche del territorio. Ed infine, apre a nuove prospettive quanto registra la foto in apertura: i giovani di Manfredonia che manifestano per la tutela ambientale del proprio territorio, e scelgono di farlo “indossando” il volto di Nicola, rivendicano la loro volontà di avere parola sul futuro del territorio, e lo fanno raccogliendo la sua eredità e le sue parole, gridando con forza che «il prioritario diritto alla salute non deve mai essere subordinato al profitto».

 

Ecologie della trasformazione, rubrica a cura di Emanuele Leonardi

 

[Immagine: Foto di Angela la Torre].

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