di Núria Sara Miras Boronat

 

In questo momento sono molti i virus che si stanno aggirando per il pianeta e non sappiamo quale ci faccia più paura. Non solo la pandemia globale: la rabbia si fa sentire come un tuono. Qui a Barcellona c’è ancora lo stato di emergenza, e la pioggia, e si deve mantenere la distanza sociale. Nonostante questo, oggi a mezzogiorno Piazza Sant Jaume era piena di gente che manifestava contro il razzismo in memoria di George Floyd, l’assassinio che ha colpito il mondo intero e riaperto per l’ennesima volta il dibattito sul razzismo istituzionale della nostra società. È una delle tante manifestazioni che si stanno susseguendo dal 25 di maggio e che ci fanno pensare che questa questione non si risolverà presto.

 

I gesti antirazzisti si stanno moltiplicando – come il #Blackout Tuesday, di qualche giorno fa, che è stato un grande successo. Ma vorrei pensare che questa indignazione possa portare davvero a un cambiamento. Molte di queste persone che alzano la voce contro il razzismo forse sono state per anni a non farsi domande, che però ora non possono più aspettare. Per esempio: perché esiste segregazione implicita tra quartieri e scuole? Perché i riferimenti culturali non riflettono la diversità della popolazione? Devo confessare che non me la sono sentita di fare nessun bell’intervento in questi giorni su Twitter o Instagram. E sono stupita di quanta gente abbia messo il quadrato nero e domani porterà i figli alla propria scuola privata perché “la pubblica è piena di immigrati”.

 

Sono quattro o cinque anni che insegno testi antirazzisti all’università (Universitat de Barcelona), specificamente, testi di femministe nere. E devo dire che mi sembra di essere sola a farlo in un Dipartimento con circa 100 professori. Quando studiavo io, non ho mai sentito nominare più di una donna filosofa (di solito era Hannah Arendt). Sembra che le donne filosofe non siano mai esistite: eppure Giles de Mènage aveva raccontato di molte, più di cinquanta, prima dell’avvento della modernità, in Historia Mulierum Philosopharum (1690). E nessuna filosofa nera, asiatica o rom.

 

So di non essere una persona migliore di altre. Semplicemente, per circostanze diverse, mi sono accorta che le percezioni altrui possono decidere della tua vita. Alcuni discorsi e alcuni silenzi a un certo punto diventano clamorosi. Ricordo la volta che mi sono svegliata all’improvviso e ho notato che qualcosa non andava. Ero postdoc e ricercatrice a Lipsia. E qualche cretino, di cui ora non ricordo il nome, mi disse che pensava che io fossi andata in Germania alla ricerca di un marito tedesco. Mi sono sentita offesa e arrabbiata, ho compreso subito di essere stata insultata come donna, come filosofa e come catalana. Che cosa altro può volere una giovane che impara una lingua e scrive 500 pagine sulla filosofia del linguaggio di due tedeschi morti se non trovare un marito e specificamente un marito tedesco? Spoiler: Il marito tedesco non l’ho trovato ancora. Né tedesco né di nessun’altra nazionalità… Mi dovrei sforzare di più.

 

Non posso certo comparare la mia esperienza con quelle delle donne nere, schiave, che hanno fondato il femminismo nero. Però questa è una lezione che ho imparato dal femminismo nero come insegnante bianca. Che devo cercare nel mare della mia esperienza qualcosa che mi faccia connettere con i sentimenti altrui. Devo sentirle presenti, devono essere vicine perché la discriminazione sia intelliggibile. Altrimenti rimane la pura astrazione, e l’astrazione è politicamente innocua. Questo è un punto comune a tutte le femministe nere: usare la letteratura come un’auto-esplorazione sentimentale, cercando la memoria del loro dolore. Così Audre Lorde rifletteva sulla poesia:

 

“The white fathers told us: I think, therefore I am. The Black mother within each of us – the poet – whispers in our dreams: I feel therefore I can be free. Poetry coins the language to express and charter this revolutionary demand, the implementation of that freedom.”[1]

 

Il femminismo nero ha trovato nella poesia e nella letteratura una forma di superamento di quei dualismi tradizionali che, per una rozza semplificazione, hanno diviso il mondo a metà: ragione/emozioni, maschile/femminile, bianco/nero, bianca/nera filosofia/letteratura. E si può certo indovinare quale metà abbia conservato il privilegio in questa gerarchia.

 

I dualismi sono falsi perché consolidano la divisione della società in gruppi tra i quali vi sono disparità circa l’accesso al potere, alla credibilità e alla stima sociale. Tutte le forme di “cecità morale” di cui soffriamo oggi costruiscono visioni duali, in particolare il sessismo, il razzismo e il classismo. Questa è una delle conclusione del famoso classico Women, Race and Class (1981) di Angela Davis.[2] E anche la divisione rigida tra generi di scrittura c’entra con questo. Chi sceglie di scrivere poesia, forse lo fa perché è un’arte “economica”, ritornando a Lorde:

 

“Recently a women’s magazine collective made the decision for one issue to print only prose, saying poetry was a less “rigorous” or “serious” art form. Yet even the form our creativity takes is often a class issue. Of all the art forms, poetry is the most economical. It is the one which is the most secret, which requires the least physical labor, the least material, and the one which can be done between shifts, in the hospital pantry, on the subway, and on scraps of surplus paper.”[3]

 

Effettivamente, per scrivere un trattato filosofico si rendono necessari tempo, soldi e una stanza tutta per sé. Ma le donne sono sempre state povere, dagli inizi dei tempi è mancata loro l’opportunità di scrivere – si lamentava Virginia Woolf[4]. Il canone letterario si basa in parte sull’esclusione di coloro che non hanno le risorse per far parte di questo club selezionato.

 

Il femminismo nero è stato il primo a riconoscere le somiglianze e le connessioni fra tutte le forme di oppressione e a rilevare che ci sono esistenze attraversate da oppressioni multiple. Il concetto di “analisi intersezionale” è stato sviluppato da Kimberlé Crenshaw nel 1989,[5] ma era già presente nell’opera di Anna Julia Cooper, A Voice from the South by a Black Woman of the South, scritto nel 1892. E Angela Davis denunciava, un po’ prima di Crenshaw, come la donna nera schiava fosse punita tre volte: come schiava e come nera riceveva colpi di frusta, come donna, subiva ripetutamente violenze sessuali.

 

 

[Più recentemente: “Intersectionality Matters”, Kimberlé Crenshaw in conversation with Janine Jackson, MayDay, Haymarket Books, 2020]

 

Organizzare l’agenda tra tutte queste lotte non è stato e non sarà facile.

 

 

[Revolution Today, Angela Davis, Speech, CCCB Barcelona, 2017]

 

Davis ha voluto trovare anche nel mezzo del dolore un modello di femminilità resiliente. È bellissimo il suo saggio sul blues intitolato I Used To Be Your Sweet Mama,[6] in onore di una famosa canzone di Bessie Smith:

 

 

[I Used To Be Your Sweet Mama (Bessie Smith, 1928)]

 

L’articolo parla di come le donne nere abbiano trovato nel blues una forma di espressione e libertà. Le donne del blues sono essere complessi, indipendenti, dissidenti a proposito di convenzioni erotiche. Sono in grado di alzare la voce per dire “This world owe me a plenty lovin’, hear what I say / Believe me, I go out collectin’ most every day”:

[Easy Come, Easy Go Blues (Bessie Smith, 1924)]

 

Leggere queste donne ha trasformato il mio modo di intendere la filosofia, la politica, la nostra forma di abitare il mondo. Sto ancora imparando, continuerò ad imparare. A volte il mondo ti lascia solo le parole per combattere, ma anche queste devono essere conquistate, un giorno dopo l’altro. “Language is a place of struggle” avvertiva bell hooks.[7] L’oppressione si sostiene non solo con la violenza fisica, ma anche con atteggiamenti e forme di pensare che alimentano le radici di questo male. Esistere dovrebbe essere motivo di gioia e celebrazione, non una forma di resistenza. Questo abbiamo ancora da imparare, prima che sia troppo tardi.

 

 

For those of us who live at the shoreline
standing upon the constant edges of decision
crucial and alone
for those of us who cannot indulge
the passing dreams of choice
who love in doorways coming and going
in the hours between dawns
looking inward and outward
at once before and after
seeking a now that can breed
futures
like bread in our children’s mouths
so their dreams will not reflect
the death of ours:

 

For those of us
who were imprinted with fear
like a faint line in the center of our foreheads
learning to be afraid with our mother’s milk
for by this weapon
this illusion of some safety to be found
the heavy-footed hoped to silence us
For all of us
this instant and this triumph
We were never meant to survive.

And when the sun rises we are afraid
it might not remain
when the sun sets we are afraid
it might not rise in the morning
when our stomachs are full we are afraid
of indigestion
when our stomachs are empty we are afraid
we may never eat again
when we are loved we are afraid
love will vanish
when we are alone we are afraid
love will never return
and when we speak we are afraid
our words will not be heard
nor welcomed
but when we are silent
we are still afraid

 

So it is better to speak
remembering
we were never meant to survive

 

Audre Lorde, “A Litany for Survival” (1978), from The Black Unicorn

  

Per quelle di noi che vivono sul margine
Ritte sull’orlo costante della decisione
Cruciali e sole
Per quelle di noi che non possono lasciarsi andare
Al sogno passeggero della scelta
Che amano sulle soglie mentre vanno e vengono
Nelle ore fra un’alba e l’altra
Guardando dentro e fuori
E prima o poi allo stesso tempo
Cercando un adesso che dia vita
A futuri
Come pane nelle bocche dei nostri figli
Perché i loro sogni non riflettano
La fine dei nostri

 

Per quelle di noi
Che sono state marchiate dalla paura
Come una ruga leggera al centro delle nostre fronti
Imparando ad aver paura con il latte di nostra madre
Perché con questa arma
Questa illusione di poter essere al sicuro
Quelli dai piedi pesanti speravano di zittirci
Per noi tutte
Questo istante e questo trionfo
Non era previsto che noi sopravvivessimo

 

E quando il sole sorge abbiamo paura
Che forse non resterà
Quando il sole tramonta abbiamo paura
Che forse non si alzerà domattina
Quando abbiamo la pancia piena abbiamo paura
Dell’indigestione
Quando abbiamo la pancia vuota abbiamo paura
Di non poter mai più mangiare
Quando siamo amate abbiamo paura
Che l’amore svanirà
Quando siamo sole abbiamo paura
Che l’amore non tornerà
E quando parliamo abbiamo paura
Che le nostre parole non verranno udite
O ben accolte
Ma quando stiamo zitte
Anche allora abbiamo paura

 

Perciò è meglio parlare
Ricordando
Che non era previsto che noi sopravvivessimo

 

(“Litania per la sopravvivenza”, trad. Margherita Giacobino)

 

 

Note 

[1] Audre Lorde, Zami. Sister Outsider. Undersong. New York: Quality Paperback Book Club, p. 38.

[2] Angela Davis, Women, Race and Class. New York: Vintage Books, 2011.

[3] Audre Lorde, Zami. Sister Outsider. Undersong, p. 116.

[4] “Intellectual freedom depends upon material things. Poetry depends upon intellectual freedom. And women have always been poor, not for two hundred years merely, but from the beginning of time. Women have had less intellectual freedom than the sons of Athenian slaves. Women, then, have not had a dog’s chance of writing poetry. That is why I have laid so much stress on money and a room of one’s own.” (Virginia Woolf, A Room of One’s Own. London: Penguin Books 2004, p. 125)

[5] Kimberlé Crenshaw, “Demarginalizing the Intersection of Race and Sex: A Black Feminist Critique of Antidiscrimination Doctrine, Feminist Theory and Antiracist Politics”. The University of Chicago Legal Forum, 1989.

[6] Angela Davis “I Used To Be Your Sweet Mama. Ideology, Sexuality and Domesticity.” In Blues legacies and Black Feminism, New York: Vintage Books 1999, pp. 3–41.

[7] bell hooks, Talking Black: Thinking Feminist, Thinking Black. Boston: South End Press 1989, p. 28.

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