di Carl Einstein

 

[E’ uscito ieri per Giometti & Antonello Bebuquin o I dilettanti del miracolo, dello scrittore tedesco Carl Einstein. Pubblichiamo la nota dell’editore e il capitolo sesto del romanzo].

 

Nota dell’editore

 

Bebuquin o I dilettanti del miracolo di Carl Einstein (Neuwied 1885 – Pau 1940) non è solo il grande romanzo dell’Espressionismo tedesco ma un vero e proprio testo fondativo, dove germinano e convergono tutte le innovazioni delle avanguardie artistiche e letterarie del Novecento, una matrice e incubatrice di sperimentazioni e idee estetiche su cui si fonderà la principale letteratura a venire: dal teatro dell’assurdo al cubismo, dal dadaismo al surrealismo, da James Joyce a Samuel Beckett, da Eugène Ionesco a Carmelo Bene.

 

Il protagonista del romanzo, Giorgio Bebuquin, è un giovane letterato in pieno naufragio esistenziale che di capitolo in capitolo svolge una labirintica avventura urbana, in dialogo a volte filosofico, altre volte onirico o comico-grottesco, con diversi personaggi che incontra durante il suo cammino: funambole circensi, avventori di bar, attrici, ambigue figure umane sospese tra la vita e la morte e persino Dio. Bebuquin è alla ricerca di un miracolo che trasfiguri la realtà automatica del mondo, i meccanismi della vita e del pensiero. In questa galleria di incontri surreali si sviluppa un vero e proprio manifesto poetico che trasformerà inesorabilmente le sorti della letteratura europea da rappresentazione della realtà a sfida contro di essa.

 

Intellettuale a tutto tondo Carl Einstein fu, oltre che scrittore, un autorevole studioso di storia dell’arte elaborando, nei suoi saggi sulla scultura «negra», le prime teorie artistiche del primitivismo. Amico di Braque e di Picasso, punto di riferimento per artisti e scrittori di vari paesi, fu editore con Bataille della rivista «Documents» e collaborò al periodico internazionale «Transition» con Joyce e Beckett. Partecipò ai moti spartachisti e, durante la Guerra di Spagna, si arruolò tra i partigiani antifranchisti. Si suicidò nel 1940, in Francia, per sfuggire alle truppe hitleriane, pochi mesi prima di Walter Benjamin.

 

Dopo una prima edizione parziale nel 1907, il Bebuquin apparve per la prima volta integralmente in volume nel 1912 per le edizioni della rivista «Die Aktion», Berlin-Wilmersdorf. Ma l’originale tedesco qui utilizzato segue il dattiloscritto con correzioni autografe databile intorno al 1909, e contenente la stesura definitiva del testo, oggi conservato all’Akademie der Künste di Berlino. La traduzione di Teresina Zemella, rivista e aggiornata sulla base delle ultime edizioni tedesche del romanzo, era uscita per la prima volta per le edizioni De Donato di Bari nel 1972.

 

L’Introduzione di Giusi Zanasi e i saggi riportati in appendice erano invece contenuti in origine nella raccolta di scritti di Einstein da lei curata Lo snob e altri saggi, Guida, Napoli 1985. La selezione che qui appare è opera degli editori. Quanto agli originali, essi erano apparsi per la prima volta nelle riviste di seguito indicate: Über den Roman. Anmerkungen [Note sul romanzo], «Die Aktion» ii (1912), pp. 1264-1269; Unverbindliches Schreiben [Scrittura senza vincoli], «Neue Blätter für Kunst und Dichtung» i (1918), pp. 85-87; Revolte [Rivolta], «Die Aktion» ii (1912), pp. 1093 s.; Der Arme [Il povero], «Die Aktion» iii (1913), pp. 443-446; Das Gesetz [La legge], «Die Aktion» iv (1914), pp. 117 s.; Totalität i-v [Totalità i-v], «Die Aktion» iv (1914), pp. 277-279; 345-347; 476-478.

 

*

 

Capitolo sesto

 

Una penna blu del cappello di Eufemia improvvisamente si sbronzò nella verde chartreuse.

Bebuquin con la sua gamba sinistra sbirciò l’angolo del bar, dove Heinrich Lippenknabe cogitabondo stava aggiustando un’orchidea nel bronzeo ombelico di un’etera annaffiandola con del cognac.

 

– Chi è il padre? – gracchiò la barista.

Il chiarore delle lampade elettriche le scendeva attraverso i pizzi fino al ginocchio, danzava all’indietro oltrepassando le bottiglie di cristallo e i secchielli di ghiaccio; oh, questa luce elettrica in altri casi così ben costumata!

– Nessuno, – si guardò intorno Eufemia sgranando gli occhi – mi sono ingravidata in sogno.

– Buaggini! – esclamò Heinrich Lippenknabe – lei pensa a un preventivo senza importanza.

– Innanzi tutto non ho la minima idea di chi possa essere il padre. Del resto poco male. – Gettò uno sguardo spaventato.

– È stato forse Böhm? – domandò Bebuquin.

Eufemia balzando in piedi cacciò un grido.

 

– Non fa che venire, allatterà il bambino, ha una tale piastra sul cranio color del latte, da quando è morto, e le sue budelle, di cui non sa più che farsene, lui le adopera come una cetra cantandoci sopra in modo assai toccante il teorema di Pitagora. Diceva che il ragazzo doveva diventare un vero intellettuale.

– Sì, il tuo embrione ha scritto un’opera filosofica e si è addottorato alla nascita; vero? così s’intitola la faccenda: distruzione del cordone ombelicale ovvero il principium individuationis.

– Sì, – bisbigliò Eufemia, – lui ha già rinunciato al mondo, si è fatto spirito, è assolutamente senza desideri, impuro e taciturno. In più ha una pelle sensibile, che cambia continuamente colore. Non lo si potrebbe utilizzare come una insegna luminosa? Si risparmierebbe sulle lampade elettriche.

– L’alogico cresce; l’alogico vince, lui non è sviato.

Bebuquin cercava di mantenersi in equilibrio sulla traballante sedia del bar.

– Per questo, signore mie, tanta gente diventa matta. Noi rinunciamo alle finzioni, il positivismo sta crollando.

La barista si inginocchiò estasiata tra i secchielli del ghiaccio per lo champagne.

– Signore, noi concepiamo troppo materialmente.

Il suo abito di pizzo le si avvolgeva al corpo con tanti luccichii, un ornamento del sogno.

Secchielli, sacre botti dell’ineffabile! – Non sacrifichiamo più nulla, – gridò Bebuquin per la via, – il sublime se ne va alla malora. Voi criticate il miracolo, il miracolo ha senso soltanto se è fatto di carne, ma voi avete distrutto tutte le forze, che si propendono oltre l’umano.

 

– Voglio che lo spirito si renda visibile, – gemette Heinrich Lippenknabe.

– Il nulla deve materializzarsi, – fece la donna con l’orchidea nell’ombelico.

Böhm stava tra loro.

Disse:

– La legge di natura deve sbronzarsi nell’alcool, finché non si renderà conto che ci sono situazioni irrazionali, e vedrà che solo il democratico con il suo diritto di voto al Reichstag e la sua debolezza è conforme alla legge. La legge non si realizza mai nell’anima, sta assurdamente appesa al chiodo di un non so quale pessimo assioma matematico.

 

Se qualcosa viene sentenziato come legge, ciò dimostra soltanto che come esperienza intima questa cosa è sopravvissuta. La legge è il passato, sottoposto alla morte.

Sic.

Ci mancano le eccezioni.

Troppa poca gente ha il coraggio di dire una perfetta stupidaggine. Spesso una stupidaggine ripetuta diventa momento integrante del nostro pensare; ad un determinato stadio d’intelligenza non ci si interessa affatto del corretto e del razionale.

La ragione fa cose troppo grandi, sublimi fino al grottesco, fino all’impossibile. Con la ragione distruggiamo Dio, immensa idiosincrasia.

Che diritto vanta la ragione su ciò? Essa si fonda.

Sull’unità.

Qui sta la malvagità.

Ci sono troppi mondi che non hanno niente a che fare l’uno con l’altro, come la chartreuse verde con le visioni nelle quali si converte.

 

Quando un simpatico contemporaneo si dedica a qualcosa di straordinario, lo richiudono in manicomio.

Signori, l’uomo non si interessa soltanto del vostro mondo razionale. Perché non volete almeno capire che la vostra ragione è monotona?

Tutto stilizza la ragione, la maggior parte delle cose essa le liquida in sfumature che si presumono irrilevanti, il resto è norma, validità, monotonia, democrazia, stabilità.

Signori, occorre che l’intelligenza e la fantasia della gente si manifestino nell’acchiappare il lampo, siete pregati di distinguere. Vi assicuro, che io, per esempio, vivo soltanto perché mi suggestiono; in realtà io sono morto. Eppure lo sapete bene voi, che mi feci seppellire. Ma mi ripromisi di correre in tondo come pubblicità dell’irreale, fino a quando un qualsiasi idiota mi facesse vivere un miracolo. Vedete, babys, irreale, niente, sono questi i contrassegni per i vostri occhi malandati. Se ci sarà una ricchezza futura, essa verrà dal nulla, dall’irreale. È l’unica garanzia per il futuro.

L’utilitarista e il razionalista chiamano l’immaginario, inganno e Maya, il nulla, vacuum o etere. Quella è gente che vuole lasciarsi infinocchiare ed è disposta a bere ogni cosa o trinciar giudizi morali su tutto. Ma il nulla è l’indifferente presupposto di ogni essere. Il nulla è il fondamento, non si deve soltanto credere a Robert Meyer, e ogni esistenza è solo una limitazione del nulla. L’esistenza in forme è un sofà, un guanciale, una convenzione non vincolante quanto monotona. Se per la vita si è liberi ed audaci in molte forme, se si considera la morte un pregiudizio, una mancanza di fantasia, si finisce nel fantastico, è questa l’infaticabilità in tutte le forme possibili. Ne convengo, la ragione rende ogni cosa facile, concentra, ma distrugge troppo, rende troppe cose ridicole e proprio le più grandi. Si deve osservare l’impossibile così a lungo che finisce per apparirci una facile occasione. Il miracolo è una questione di allenamento.

 

Oh Eufemia, a voi manca un culto.

Il romantico dice: vedete, io ho fantasia, e ho la ragione, sono stravagante e dico talvolta cose, che non esistono, come alla fine la mia ragione vi dimostra. Quando voglio essere molto poetico, allora dico che ho sognato la storia. Ma, questo è il mio strumento più sublime, bisogna farne economia. E quando vengono ancora maschere e immagini riflesse come armamentario romantico. Signori, sta spuntando fuori l’estetismo. Con l’uomo romantico si fa un passo avanti e due indietro. È un impiastro che dà le convulsioni.

Bagnò i non ancora defunti con l’assenzio.

– Ecco uno strumento del dilettante.

Bebuquin si parò davanti a Eufemia e nello stesso tempo l’abbracciò appassionatamente.

Uno scroscio di pioggia punteggiò i grandi vetri.

– Abbiamo bisogno di un diluvio universale.

Finora si è usata la ragione, per dirozzare i sensi, per ridurne la percezione, per semplificare. Tutto sommato la ragione impoveriva; la ragione impoveriva Dio fino all’indifferenza; uccidiamo la ragione; la ragione ha prodotto una morte sua senza forme dove non c’è più nulla da vedere. Per Dante la morte era ancora un pretesto per splendore, colore, ricchezza e piacere. Prendiamo i nostri sensi, sottraiamoli alla stupida quiete delle idee platoniche, osserviamo l’istante vivo che è molto più originale della quiete, perché è differenziato e caratteristico, non ha unità, ma si divide tra principio e fine senza residuo.

 

Ringraziando, il morto Böhm danzò sul cappello di Eufemia e sprofondò nel buffet; si sistemò di nuovo in una particolare qualità di cognac, che da sempre prediligeva.

 

[Immagine: Anita Rée, Ritratto di Carl Einstein (particolare), 1921].

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