di Giovanni Accardo

 

[Penultima puntata del Diario della distanza di Giovanni Accardo, sulla scuola e la didattica a distanza. Le puntate precedenti sono leggibili qui: 1 – 2  3 – 4 – 56].

 

Quando ho iniziato a scrivere questo diario, ho fatto una scelta ben precisa: quella di posizionarmi nettamente contro ogni possibilità, come spesso accade in Italia, che l’emergenza diventasse normalità e che la scuola a distanza venisse presentata come un’opportunità e non come una necessità cui ci ha costretti un’emergenza sanitaria mai vissuta da ciascuno di noi. Forse soltanto gli anziani, che avevano memoria della seconda guerra mondiale, hanno avuto un termine di paragone più drammatico di quella che per le altre generazioni, tra cui la mia, è stata la nostra piccola guerra, dove il nemico non sparava ma sì è rivelato estremamente pericoloso e letale. Infatti mio padre (classe 1935) ha vissuto le code al supermercato durante il lockdown come una sorta di déjà-vu di quando, bambino della scuola elementare, si metteva in fila per il pane, con in mano la tessera per poterlo comprare.

 

Mi viene in mente uno scritto del 9 agosto 1991 di Alexander Langer, allora parlamentare europeo dei Verdi, impegnato a seguire le trasformazioni politiche dell’Est, in particolare la fine dell’Albania comunista e l’arrivo in massa di migranti albanesi in Italia. Langer capisce immediatamente quanto sia sbagliato governare i fenomeni con la logica dell’emergenza e sa benissimo quanto, invece, sia una cattiva abitudine italiana.

 

Durante questi mesi il dibattito tra gli insegnanti è stato continuo, un confronto spesso acceso fino al limite del litigio, soprattutto sui social-network, dove viene meno il senso della misura e dove non ci si vergogna a parlare di ciò che non si conosce. Nonostante ciò, credo che ciascuno di noi abbia potuto trovare qualcosa di utile anche nelle posizioni dell’altro che non condivideva. Ecco, se io dovessi trarre una prima e provvisoria conclusione, un primo insegnamento che questa esperienza ci può lasciare, direi che a scuola dovremmo discutere di più, usando i consigli di classe e i collegi docenti non solo per dare voti e lamentarci dei nostri studenti, non solo per approvare delibere a raffica, ma per discutere di pedagogia e di didattica, facendone un luogo di formazione. Ricordate delle riunioni a scuola in cui si fa cultura, si parla di libri letti o da leggere, di studiosi e di teorie? Ricordate l’ultima volta in cui la scuola è stata uno spazio di ricerca e un’occasione di crescita intellettuale? Quanti corsi di aggiornamento dedicati alle ultime novità metodologiche o alle ultime trovate dei “necroburi” del ministero siete stati costretti a frequentare negli ultimi anni? E quanti, invece, dedicati alla vostra disciplina? Quando è stata l’ultima volta che siete usciti soddisfatti e magari emozionati da un corso di aggiornamento, con degli stimoli nuovi e la voglia di studiare, oltre che di insegnare? Per non dire di tutte le volte in cui ci hanno spiegato che il male assoluto della scuola è la lezione frontale e per farcelo ci hanno sottoposti a lunghissime lezioni frontali fatti di slide e teorie.

 

Tra settembre e ottobre sono stato più volte a Rovereto, che da Bolzano dista circa un’ora, per seguire una serie di incontri della durata di tre ore ciascuno tenuti da studiosi e professori universitari sulla letteratura italiana del secondo novecento. Nonostante la mattina fossi stato a scuola, ritornavo da quei pomeriggi stanco ma profondamente appagato, ammirato dall’intelligenza dei relatori, dalla loro preparazione, dalla profondità e ricchezza delle loro analisi. E con una enorme voglia di leggere e studiare, con nuove idee per le mie lezioni.

 

Trasporto nelle righe qui sotto un dibattito immaginario ma che realmente è avvenuto nello spazio virtuale della Rete in momenti diversi, tra insegnanti che vivono e lavorano in regioni diverse dell’Italia e che tuttavia non si sono mai incontrati fisicamente.

 

Collega A, insegnante di matematica:

«Pensate al vantaggio che ha una lezione registrata rispetto a una tradizionale in classe, dove non si può tornare indietro e correggere quello che hai detto o scritto alla lavagna. Ed è un vantaggio anche per lo studente che, se non ha compreso un passaggio, ritorna indietro e si rivede il video tutte le volte che vuole, finché non ha capito. Inoltre, se una lezione ti viene bene, la puoi archiviare e usarla l’anno successivo, con un notevole risparmio di tempo.»

 

Collega B, insegnante di inglese:

«Francamente a me mancano le lezioni in classe dove interagisci, mi mancano persino le risate degli studenti, le loro interruzioni, le loro domande. In una videolezione metà degli studenti non partecipa, per non parlare di quelli che tengono la videocamera spenta e intanto si fanno i fatti loro, anche se dicono di ascoltare. Preferisco ripetere dieci volte una regola grammaticale o un concetto, ma sentire che ci sono tutti. A guardare quei quadratini neri dove al massimo compare il nome degli studenti, a me sembra di parlare da sola, come i matti.»

 

Collega C, insegnante di italiano e storia:

«L’istruzione non deve diventare un prodotto standardizzato e decontestualizzato, freddo e riproducibile all’infinito. Qualunque insegnante sa che i dubbi, le domande, le obiezioni degli studenti fanno parte dello spazio dell’apprendimento, lo ampliano, lo arricchiscono, spingono e talvolta costringono l’insegnante ad approfondire, a ricercare, a dare maggiore senso o un nuovo senso all’argomento di cui stava parlando. Cioè, attraverso l’interazione ad apprendere non è solo lo studente ma anche l’insegnante, attraverso un vero e proprio scambio. Una lezione non è mai la stessa lezione, perciò non è riproducibile.»

 

Collega D, insegnante di filosofia:

«Nel dibattito sulla scuola a distanza tutto il discorso è concentrato soltanto sul digitale, che è semplicemente uno strumento, dando centralità al COME rispetto al COSA, fino ad arrivare a quello che qualcuno ha definito spettacolarizzazione dell’istruzione. È quello che è accaduto in politica negli ultimi venticinque anni, dove il politico più acclamato è quello dalla battuta pronta, dagli slogan ad effetto, quello più bravo ad alzare la voce e a provocare, quello che fa saltare i nervi all’interlocutore, trasformandolo da avversario a nemico. Il politico più abile è diventato quello che sa entrare in relazione con la parte viscerale, irrazionale, del cittadino, e che invece di placarla, di condurla alla ragione, la fomenta e la ingrandisce, caricandola di rabbie e paure. Il COSA, cioè il contenuto, il ragionamento e l’argomentazione non ha nessun significato, non conta nulla, ha perso interesse. Fino al paradosso del leader politico che parla, urla e viene applaudito senza aver detto nulla. È questa la scuola che vogliamo?»

 

Collega E, insegnante di scienze umane:

«Ormai il digitale è un mito, con tutto il suo carico di retorica, primo fra tutti quello dell’innovazione, che in quanto tale necessariamente migliora l’apprendimento. Anche se poi non si entra mai nello specifico della didattica. Che ruolo vogliamo assegnare al digitale e alle nuove tecnologie? Da quale prospettiva pedagogica li applichiamo? Chi lo propone ha in mente la sequenza costruttivista che prevede l’esplorazione, la ricerca, l’interpretazione e la costruzione di senso? Oppure pensa a un approccio cooperativo, dove l’allievo partecipa attivamente? In questi mesi ho sentito parlare solo di piattaforme e di videolezioni. E chi parla di superamento della classe come spazio di apprendimento, con che cosa pensa di sostituirla? Dopo la delocalizzazione delle imprese per ridurre costi e diritti dei lavoratori, a tutto vantaggio dei profitti dell’azienda, ovvero del proprietario, e talvolta a discapito della qualità dei prodotti, ci sarà anche la delocalizzazione della scuola? Certo, la sua delocalizzazione nel virtuale consentirebbe un notevole risparmio, ma parte dei costi verranno scaricati sull’insegnante e sullo studente. E non penso solo al denaro, penso alla relazione, alla dimensione affettiva, insomma all’umano. Vogliamo delocalizzare l’umano? Passare dalla società a una dimensione a una società dell’assenza? Vogliamo ritrovarci tutti chiusi in casa e considerarlo un progresso, anche se magari ci ritroveremo imbottiti di antidepressivi e ansiolitici? “Una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non libertà prevale nella civiltà industriale avanzata, segno di progresso tecnico.” Sono parole del 1964, le ha scritte Herbert Marcuse, che qualcuno di voi, ne sono certo, giudicherà vecchie e perciò da non prendere neppure in considerazione. Direte che sono conservatore, mentre la scuola deve puntare solo sull’innovazione. È questa la parola d’ordine degli ultimi 20-25 anni. Come se i problemi della scuola avessero la loro radice semplicemente nell’assenza di innovazione.»

 

Collega A, insegnante di matematica:

«Ma chi l’ha detto che la scuola deve svolgersi tra le 8.00 e le 13.30? L’apprendimento può avvenire solo a quell’ora? Se uno studente non ha afferrato un teorema o un concetto, riguarda il video al pomeriggio, alla sera, a mezzanotte. Non importa. Bisogna puntare alla individualizzazione delle lezioni, riducendo il tempo da trascorrere a scuola.»

 

Collega D, insegnante di filosofia:

«Se non ci sarà più un orario di servizio, non ci sarà nemmeno uno spazio che distingua il lavoro dal resto della nostra vita. Andremo meno a scuola ma faremo più scuola. Credo che abbia ragione chi sostiene che ci imbottiremo di ansiolitici e antidepressivi, e col passare del tempo subiremo una mutazione neurologica, diventeremo altro. Alieni.»

 

Collega A, insegnante di matematica:

«Invece secondo me va ripensato il monte orario articolato nelle 18 ore settimanali e concentrate tutte al mattino, rendendo l’orario molto più flessibile. Proprio come stiamo facendo in questi giorni. Una parte lo fai la mattina, in presenza, e una al pomeriggio, a distanza, usando tutti gli strumenti digitali che le nuove tecnologie ci offrono e anche tutta la nostra creatività. Si potrebbe addirittura spezzare l’orario in una parte obbligatoria per tutti gli studenti e una facoltativa su base volontaria per i più motivati.»

 

Collega D, insegnante di filosofia:

«La scuola è un luogo democratico che deve educare i ragazzi all’eguaglianza, offrendo a tutti le stesse possibilità. E deve motivare quelli che non lo sono, non approfondire differenze e disparità.»

 

Collega A, insegnante di matematica:

«Luogo democratico non vuol dire che si debbano eliminare le differenze, l’unicità di ogni studente, la sua voglia di studiare di più e di mettersi in gioco. E poi oggi ci sono studenti che con l’informatica sanno fare cose sorprendenti. Sono i nativi digitali che ragionano con una logica diversa dalla nostra.»

 

Collega B, insegnante di inglese:

«Senti, questo dei nativi digitali è un altro mito da sfatare, come quello della necessità di cambiare la nostra lingua, vetusta e noiosa, per adeguarla a quella degli studenti. In realtà non esistono due lingue diverse, la nostra e la loro, e nemmeno due logiche contrapposte o distinte. Quello dei nativi digitali è un enorme luogo comune. La gran parte dei miei studenti non sapeva impaginare correttamente una pagina, non conosceva la differenza tra word e pdf, non aveva idea di cosa fosse l’interlinea o l’allineamento.»

 

* * * * *

 

Silvana è la mamma di Luca, un ragazzo autistico che frequenta la seconda media. In questi mesi di scuola a distanza si è dovuta mettere in aspettativa dal lavoro, perché neppure con lo smart-working riusciva a lavorare e occuparsi del figlio. Luca non riesce a stare fermo neppure un minuto, si muove in continuazione, va avanti e indietro nella stanza, entra ed esce dalle stanze, agita le braccia. L’insegnante di sostegno che si occupa di lui si è collegata in videolezione, prima da sola, poi con tutta la classe. Ma vedere i compagni di classe e gli insegnanti nello schermo, dapprima l’ha disorientato, poi l’ha spaventato. È andato a chiudersi nell’armadio.

 

Silvana mi racconta che il ragazzo guardava nello schermo come se volesse capire cosa stava succedendo, probabilmente pensava che gli altri fossero tutti nello stesso luogo e che soltanto lui si trovasse a casa. Poi è uscito dall’armadio, ha preso lo zainetto con cui ogni mattina va a scuola e ha cominciato a spingere la madre verso la porta di casa: voleva andare dove c’erano i suoi compagni, con cui in questi anni è riuscito a costruire una relazione, in particolare con Tommaso, Eliana e Matteo. Silvana non sapeva che fare. È stato uno strazio, mi dice, un dolore difficile da sopportare. Ha continuato così per qualche altro giorno, spingendo la madre fuori, al punto che una mattina sono usciti e sono andati davanti scuola. Silvana gli ha spiegato che era chiusa e non si poteva entrare, gli ha spiegato che i suoi compagni e i suoi insegnanti facevano lezione da casa col computer, che poteva guardarli dallo schermo. Finalmente si è calmato, ha seguito qualche attività ma per pochi minuti. Silvana ascoltava le lezioni, mentre Luca girava per casa col suo smartphone in mano. Lo tiene sempre in mano e ci gioca. Poi la mamma gli faceva da insegnante, aiutandolo a fare i compiti.

 

Una ricerca promossa dalla Fondazione Agnelli con le Università di Bolzano e Trento e la Lumsa, coordinata dal professor Dario Ianes, ha rivelato il peggioramento degli alunni con disabilità riguardo al comportamento, all’apprendimento, all’autonomia e alla comunicazione. Il 51% degli insegnanti intervistati individua dei peggioramenti comportamentali nei propri alunni, mentre il 62% li riscontra negli apprendimenti

 

La ricerca ha coinvolto oltre tremila insegnanti di sostegno. Proprio i ragazzi autistici sono risultati tra quelli che hanno sofferto di più per la chiusura delle scuole. Per molti studenti con problemi psichici – si parla del 90% – la didattica a distanza non è esistita, causando o amplificando comportamenti ossessivi. Proprio come per Luca, la novità più difficile da accettare è stata la sparizione dei compagni di classe.

 

* * * * *

 

L’incertezza, per non dire il caos, sta accompagnando gli ultimi giorni di scuola, sia riguardo a cosa succederà a settembre, sia su come si svolgeranno gli esami. Gli studenti di quinta mi tempestano di domande sulla chat, io spesso non so cosa rispondere, e allora le giro ad altri colleghi che mi rispondono con le loro ipotesi, oppure girano a loro volta dubbi e domande. Insomma, è tutto un girare, ma di certezze ne abbiamo poche, una di queste, mi pare, che ogni commissione d’esame, come succede ormai da qualche anno, si regolerà a modo proprio, secondo il buon senso, si dice. Ecco, da una parte abbiamo i fautori delle valutazioni oggettive e delle prove standardizzate, dall’altra i teorici del buon senso, cioè il massimo della soggettività e dell’evanescenza.

 

«Posso collegare l’elaborato ai percorsi di Cittadinanza e Costituzione?»

La ministra e i suoi funzionari hanno pensato di alleggerire l’esame di quest’anno eliminando la seconda prova scritta, che dall’anno scorso si svolge non più su una ma su due materie dell’indirizzo di studi, e sostituirla con un elaborato scritto che lo studente deve inviare entro il 13 giugno all’insegnante di riferimento, cioè a chi insegna una delle due materie. Poi all’esame avrà dieci minuti per illustrarlo.

 

«Ma gli insegnanti ci faranno domande? Solo quelli delle due materie o tutti? Anche il presidente? Anche domande sul programma che abbiamo fatto in classe?»

«Ma i percorsi di Cittadinanza ce li chiedete voi o ne presentiamo uno noi, tenendo conto di quelli che sono stati inseriti nel documento del 15 maggio?»

 

Il documento del 15 maggio è quello che racchiude tutte le informazioni sulla scuola, l’indirizzo, la classe, le attività didattiche ed extra-didattiche svolte nel triennio, i programmi e le relazioni di ciascun insegnante, i criteri di valutazione e le simulazioni delle prove d’esame, insomma tutto quanto possa servire ai commissari esterni per svolgere l’esame con cognizione di causa. Quest’anno, però, la commissione è interna e allora ci siamo chiesti se si dovesse compilarlo come tutti gli altri anni o in forma ridotta. E i criteri di valutazione, vanno aggiornati alla luce della didattica a distanza? E le simulazioni, vanno svolte? E cosa dobbiamo simulare, visto che sono state abolite le prove scritte? L’abbiamo chiesto ai nostri dirigenti, che però non hanno saputo cosa dirci. Le risposte a tutte le nostre domande sono arrivate dopo il 15 maggio e allora il documento ha cambiato nome, è diventato il documento del 30 maggio, con buona pace di Tomasi di Lampedusa (“Cambiare tutto perché nulla cambi”).

 

«E il PCTO, lo possiamo collegare all’elaborato?»

 

PCTO sta per Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento, che fino a due anni fa era semplicemente il resoconto che lo studente faceva dell’alternanza scuola/lavoro, cioè l’esperienza fatta in un luogo di lavoro e che in diversi casi è stata soltanto un’esperienza teorica o di mera osservazione, a cui dovrebbero aggiungersi le attività di orientamento universitario. Dall’anno scorso, infatti, questa voce comprende le visite alle università durante gli Open day, le giornate aperte al pubblico con lezioni e visite ai laboratori, e in cui vengono presentate le varie facoltà e i corsi di laurea. La logica è quella del marketing, applicata anche dalle scuole superiori per accaparrarsi il maggior numero di studenti che escono dalla scuola media, anche se poi non ci sono le aule dove svolgere le lezioni. Ma questo è un altro discorso, direte. Forse.

 

«E di italiano, cosa ci chiede? Visto che si parla di un breve testo. Una poesia, un brano tratto da un racconto? Ci può chiedere anche uno dei romanzi che abbiamo letto in classe? Quanto deve essere breve? È vero che non può fare domande nozionistiche? Ma allora cosa ci chiederà?»

Forse dovremmo scioperare, hanno detto un paio di loro alla fine, quando ho esaurito le possibili risposte. Ho reagito con una risata molto sarcastica.

 

«Perché ride?»

«Non ho mai visto studenti scioperare, specie a Bolzano, contro le riforme scolastiche o contro i cambiamenti dell’Esame di Stato annunciati all’ultimo momento, che sarebbe più appropriato definire scorrettezze. Credo che riderebbero anche al Ministero, a sentire la vostra innocua minaccia.»

«Ma anche gli insegnanti», aggiungo dopo aver fissato per qualche istante le loro facce sbigottite, «non sono da meno. Si lamentano di tutto, anche degli scioperi e dell’irrilevanza dei sindacati, ma di fatto mostrandosi inetti e rassegnati, arrabbiati e frustrati. Qualche anno fa abbiamo occupato simbolicamente il nostro liceo per una notte.»

«Davvero?»

«Sì, davvero. E anche se ho quasi 58 anni, penso che dovremmo occupare a lungo le scuole per esprimere in maniera inequivocabile non solo la nostra contrarietà, ma anche la nostra stanchezza e la crescente demotivazione.»

 

* * * * *

 

Stamattina sono ritornato a scuola, dopo tre mesi e mezzo. In realtà ci ero già tornato per collocare negli scatoloni che tutti gli anni a fine maggio vengono predisposti in sala professori i compiti in classe da archiviare. Ma oggi mi sono fermato a lungo e sono rientrato in un’aula, quella dove si riuniva la commissione per gli esami di Stato. Non ho avuto emozioni particolari, infatti non ho scattato foto da postare su Facebook, come ho visto fare a diversi colleghi. Prevaleva la stanchezza e l’irritazione per il nuovo esame, articolato rigidamente su cinque fasi, senza dare a studenti e insegnanti il giusto tempo da dedicare alla sua preparazione. Un esame che poteva e doveva essere semplificato per dare agli studenti lo spazio per esprimersi con calma e profondità al tempo stesso.

 

«Gli insegnanti possono fare domande?», ha chiesto la collega di matematica al presidente della commissione.

«Sì, ma non nozionistiche», è stata la risposta.

«E non devono interrompere il candidato», ha detto l’ispettore che a un certo punto ci ha raggiunto a distanza, cioè collegandosi in videoconferenza dal suo ufficio.

Più o meno ogni studente disporrà di dieci minuti a fase, in cui deve monologare e gli insegnanti ascoltare senza intervenire, per non recare nocumento. Probabilmente il prossimo anno lo faremo per telepatia, dapprima in aula e negli anni successivi, quando avremo potenziato le nostre capacità medianiche, ciascuno da casa propria.

 

Il presidente ci ha invitato, quando dovremo valutare, a tenere conto del fatto che per due mesi gli studenti sono stati confinati in casa, da soli, magari spaventati dall’epidemia e dalle notizie che arrivavano ogni giorno.

«Ho letto che molti ragazzi hanno sofferto di insonnia e depressione, a qualcuno è passata la fame, qualcun altro si è trovato a vivere difficili situazioni familiari senza avere la via di fuga o la valvola di sfogo della scuola.»

Si è soffermato sulla valutazione anche l’ispettore, ricordandoci che non deve mai essere un rito sanzionatorio.

 

«Spero che lo scrutinio finale si sia basato su una valutazione formativa e non sommativa, cioè sulla media matematica dei voti, che è sempre parziale, se non scorretta. La scuola non deve essere concepita dai ragazzi solo come un voto da portare a casa, ma come qualcosa che potrà essere utile per il loro futuro. Dobbiamo puntare sempre di più a una scuola dove si studia per se stessi, per la propria crescita, per acquisire competenze. In questo la didattica a distanza può avere avuto una sua utilità se ha favorito o potenziato l’autonomia degli studenti.»

«Però non tutti gli studenti hanno avuto la possibilità di connettersi costantemente», ha obiettato un collega, «perciò è assurdo parlare di valutazione in un contesto che non è stato normale e che a essere generosi possiamo considerare soltanto un grande esperimento di didattica.»

 

«Adesso non vorrei parlare di questioni che esulano dall’esame», ha replicato l’ispettore, «tuttavia la valutazione va fatta e andava fatta concentrandosi sulla capacità di ragionamento e di confrontarsi con un’emergenza mai vissuta prima. Il problema è che non tutti i docenti hanno dimestichezza col digitale e con la didattica attraverso le piattaforme, dove è possibile interagire, fare domande all’alunno, inviare compiti. Bisognerà imparare in fretta, aggiornandosi.»

«Ma la valutazione, come tutto il processo di insegnamento, ha delle marche affettive che rendono significativo l’apprendimento e che nella didattica on-line sono venute meno», ha replicato il collega. «Non possiamo prescindere dalla dimensione relazionale degli studenti con gli insegnanti e degli studenti tra loro. Insegnamento, apprendimento e valutazione sono dinamiche relazionali.»

 

«Guardi professore, su questo siamo perfettamente d’accordo, però abbiamo visto che se c’era una buona relazione in presenza, essa ha funzionato anche a distanza. La presenza fisica dell’insegnante non sempre è garanzia della sua presenza psicologica, della sua disponibilità, della sua capacità di ascolto. Sintetizzando al massimo: un bravo insegnante lo è sia distanza che in presenza.»

Quella della valutazione è stata una delle questioni più dibattute durante l’esperienza della didattica a distanza: come valutare e cosa valutare. All’obiezione avanzata da tanti docenti, che gli studenti hanno copiato nelle verifiche scritte o hanno avuto suggeritori in quelle orali, un collega ha replicato con quella che può sembrare una provocazione e che probabilmente è un modo nuovo di rapportarsi con lo studio:

«Ti serve aprire il libro? Ti serve confrontarti col compagno? Fallo, tanto non ho nessun modo serio per controllarti. Sembra scandaloso? La vita è fatta così. Se sei incaricato di risolvere un problema che fai, non ti documenti? Non ti confronti con chi ha lo stesso problema?»

 

Io ho strutturato in maniera diversa dal solito i compiti che assegnavo per casa, riducendo moltissimo il nozionismo e privilegiando l’analisi, il ragionamento, il confronto, l’interpretazione. Ho cercato anche di far riflettere gli studenti sulla pandemia e sulla quarantena che ne è seguita, invitandoli a dare forma scritta ai loro pensieri e alle loro emozioni; alcuni testi li avete letti o potete leggerli in questo diario. Ho sempre preferito valorizzare quello che gli studenti sanno e fanno, piuttosto che sottolineare le loro mancanze, le loro debolezze o infierire sulle loro fragilità, forse perché anch’io, in diversi momenti della mia esperienza di studente, sono stato fragile.

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