di Giovanni Accardo

 

[Si conclude oggi, con l’ottava puntata, il Diario della distanza sulla scuola e la didattica a distanza che Giovanni Accardo ha scritto in questi mesi. Le precedenti puntate possono essere lette qui: 1 – 23 – 4 – 5 – 67].

 

«Ma lei è sempre così arrabbiata con gli studenti?», domanda il presidente della commissione a una collega nell’intervallo tra un esame e l’altro.

Su ventiquattro studenti della classe, fino ad ora ne abbiamo esaminato tredici, con una media di cinque al giorno, cercando di allentare la rigidità delle cinque fasi in cui il Ministero ha strutturato l’esame di Stato e dando spazio anche all’imprevisto.

«Ma non lo vede che non sanno nulla?», è la sua risposta che sa di fiele e rancore.

«Non mi sembra che non sappiano nulla. Sto vedendo studenti mediamente preparati, con qualche punta di eccellenza, ad esempio la seconda studentessa che abbiamo interrogato ieri e la prima di oggi; solo uno studente ha dimostrato di essere veramente in difficoltà.»

«Io non lo sopporto che dopo cinque anni arrivano all’esame e balbettano le risposte. E poi mi spiega che domande stiamo facendo?», ribatte lei, sempre più rabbiosa.

 

«Stiamo facendo le domande che dobbiamo fare e soprattutto quelle che voi avete deciso di fare. O le sembra che io la stia censurando?»

«Cioè nulla, non stiamo chiedendo nulla. Siamo qui a fare le belle statuine, attenti a non spaventarli o a non metterli in difficoltà. Quando questi qui arriveranno nel mondo del lavoro, se ci arriveranno, li faranno fuori in un secondo. Sono dei rammolliti.»

«Rossella, io mi rifiuto che si parli così dei nostri studenti», interviene il coordinatore di classe. «Potrei capire se tu fossi una collega alle soglie della pensione, dunque stanca, ma vista la tua giovane età, resto stupito dalla tua reazione. Pensa anche a quello che hanno passato questi ragazzi.»

«Cos’hanno passato? Devono solo ringraziare la pandemia, perché altrimenti non tutti sarebbero stati ammessi e non so cosa avrebbero combinato con le prove scritte.»

 

Il collega la guarda e non replica nulla. Per fortuna non replica niente nessuno, neanche il presidente. È una discussione piuttosto avvilente che sarebbe bene interrompere subito. Ma la collega ha troppa rabbia in corpo e deve buttarcela addosso.

«Ho capito, lei è uno di quelli che difende sempre gli studenti e che promuove tutti», dice rivolta al presidente.

«E lei probabilmente è una docente che dà sempre la colpa agli studenti e non si fa mai domande, non ha mai dubbi e che crede di essere sempre nel giusto.»

«Chiamo il prossimo?», chiede la collega di inglese, con lo sguardo che è una vera e propria richiesta di soccorso. Tregua! sembrano invocare i suoi occhi.

«Sì, chiami il prossimo studente», acconsente il presidente, ponendo fine a quella pietosa discussione.

 

* * * * *

 

Alla fine gli esami sono andati meglio del previsto. Nella parte che riguardava l’italiano, visto che l’ordinanza ministeriale prescriveva di chiedere agli studenti un breve testo, ho preparato una pagina – talvolta mezza pagina – significativa di uno dei romanzi che abbiamo letto durante l’anno scolastico e partendo da essa ho chiesto di presentare il romanzo alla commissione, spiegando quali erano gli elementi essenziali del testo in questione, quali le novità linguistiche o strutturali, quali le cose che avevano imparato leggendolo o quello che li aveva particolarmente colpiti. Avevo in mente Paulo Freire, La pedagogia degli oppressi, quando sostiene che l’apprendimento deve essere problematizzante, cioè non puramente mnemonico ma capace di affrontare e risolvere problemi. Freire, muovendo da un’idea di educazione come liberazione, distingue tra una concezione depositaria e una problematizzante. La liberazione è un processo di umanizzazione, non una parola vuota, ma una prassi che comporta azione e riflessione degli uomini sul mondo per trasformarlo. Nell’educazione depositaria l’insegnante si rivolge agli studenti come a dei recipienti da riempire con i suoi depositi e gli studenti saranno tanto migliori quanto più si lasceranno docilmente riempire; in essa non esiste creatività, né trasformazione o vero sapere. L’educazione problematizzante, invece, si svolge attraverso il dialogo, in cui allievo e insegnante crescono insieme e gli allievi sviluppano la loro capacità di comprendere il mondo. Dal momento che la realtà non è statica ma in continuo divenire, l’educazione, secondo il pedagogista brasiliano, è un fare permanente, essa è rivolta al futuro.

 

Poiché la classe era dell’indirizzo economico sociale, molti studenti hanno parlato di temi economici e sociali, di welfare-state, di decrescita felice e in particolare della globalizzazione, ponendo l’accento sulle diseguaglianze dello sviluppo. Purtroppo, pur vivendo a Bolzano, nessuno ha citato Alexander Langer, di cui io qualche volta avevo parlato in classe, spiegando la sua idea di convivenza interetnica e di sviluppo eco-sostenibile che affronta in diversi scritti. Avevo illustrato alla classe uno dei testi più importanti di Langer, ovvero il Tentativo di decalogo per la convivenza interetnica, scritto nel 1994 e oggi più che mai attuale, come usa dire, o profetico, se vogliamo dare a questa parola la capacità di prevedere attraverso l’analisi dei fenomeni. «La convivenza pluri-etnica, pluri-culturale, pluri-religiosa, pluri-lingue, pluri-nazionale… appartiene dunque, e sempre più apparterrà, alla normalità, non all’eccezione. Ciò non vuol dire, però, che sia facile o scontata, anzi. La diversità, l’ignoto, l’estraneo complica la vita, può fare paura, può diventare oggetto di diffidenza e di odio, può suscitare competizione sino all’estremo del “mors tua, vita mea”», scrive Langer.

 

E sempre nel 1994, in occasione dei “Colloqui di Dobbiaco”, presenta una riflessione che sarà poi pubblicata col titolo La conversione ecologica potrà affermarsi solo se apparirà socialmente desiderabile, Langer è stato tra i primi a parlare di “conversione ecologica” e non semplicemente di riconversione, cioè di trasformazione tecnica. Ha
anticipato molti temi, tra cui quello della decrescita condivisa e responsabile, che poi sarebbero stati ampiamente usati agli inizi del ventunesimo secolo. Parlando di “conversione ecologica”, Langer non ha mai eluso il tema di una trasformazione della produzione industriale gestita dal basso, cioè con il consenso  dei lavoratori. «Sinora si è agiti all’insegna del motto olimpico “citius, altius, fortius” (più veloce, più alto, più forte), che meglio di ogni altra sintesi rappresenta la quintessenza dello spirito della nostra civiltà, dove l’agonismo e la competizione non sono la nobilitazione sportiva di occasioni di festa, bensì la norma quotidiana ed onnipervadente. Se non si radica una concezione alternativa, che potremmo forse sintetizzare, al contrario, in “lentius, profundius, suavius” (più lento, più profondo, più dolce”), e se non si cerca in quella prospettiva il nuovo benessere, nessun singolo provvedimento, per quanto razionale, sarà al riparo dall’essere ostinatamente osteggiato, eluso o semplicemente disatteso», è la tesi di Langer.

 

In tanti si sono chiesti cosa resterà a ciascuno di noi di questa esperienza della pandemia, quando finalmente potremo rielaborarla con la giusta distanza. Ne ho parlato anche con gli studenti durante i nostri collegamenti on-line. Al di là della retorica del saremo migliori o dell’andrà tutto bene, il senso di responsabilità dovrebbe spingerci a rivedere il nostro stile di vita, ripensando, ad esempio, l’alimentazione e l’uso eccessivo di farmaci, entrambi sottoposti alla legge del profitto. Andrebbero ripensati l’agricoltura, l’allevamento, la produzione industriale. Oltre a Langer mi viene in mente l’algerino Pierre Rabhi, che si è battuto per una società più rispettosa dell’uomo e della terra, proponendo lo sviluppo di pratiche agricole che siano alla portata di tutti, soprattutto dei più poveri, e che, nello stesso tempo, assicurino il mantenimento della fertilità naturale. Nel Manifesto per la terra e per l’uomo, frutto della sua esperienza di agronomo nei paesi africani minacciati dalla desertificazione, esattamente come Langer, invoca un cambio di paradigma economico e un’idea di sviluppo che metta al centro l’uomo e la Terra, riducendo le disuguaglianze tra la parte ricca e quella povera del mondo. «Del nostro pianeta-osai l’essere umano ha fatto un giacimento di risorse da saccheggiare senza ritegno. Non c’è alcun bisogno di enumerare le conseguenze dell’irrazionalità umana. La somma delle sue sventatezze si traduce, oggi con più forza che mai, in una sorta di ultimatum che ci obbliga a cambiare per non scomparire. Contrariamente a tutte le specie, noi stiamo programmando personalmente la nostra scomparsa per mancanza di intelligenza e di comprensione della vita.»

 

Forse vi starete chiedendo cosa c’entri tutto questo con la scuola. Intanto sono questioni che affronto spesso con gli studenti e che sono diventati cogenti proprio in occasione della pandemia. Durante il lockdown abbiamo letto articoli o visto servizi al telegiornale in cui si esaltava il silenzio che dominava le città, il miracolo dell’aria pulita, il canto degli uccelli che arrivava dagli alberi e dai parchi cittadini, gli animali selvatici che si riappropriavano dei boschi e che ogni tanti si spingevano fino ai paesi e alle città vicine. Mi ha commosso vedere due caprioli che correvano su una spiaggia della Sardegna. Improvvisamente ci siamo accorti della bellezza della natura e di come l’attività umana, volta unicamente al profitto e alla produzione, l’abbia danneggiata. Secondo qualche scienziato esiste un legame tra gli effetti patologici del Coronavirus in certe aree del nostro paese e l’alto tasso di inquinamento che ha ridotto le capacità polmonari delle persone. Ce ne accorgiamo anche noi a scuola, osservando il numero crescente di studenti affetti da asma e allergie. Perciò la scuola, secondo me, dovrebbe diventare un luogo per ripensare la nostra vita sulla Terra, uno spazio di umanizzazione e di armonia con la natura.

 

* * * * *

 

«Prof, ma dov’era finito?»

Studenti e colleghi sono sul pontile del lago di Caldaro, elegantissimi, soprattutto le studentesse. Alla fine sono riusciti a organizzare la cena della maturità, sia pure dopo la conclusione degli esami, sovvertendo una consolidata tradizione. Ci siamo tutti, tranne la collega arrabbiata, che però non ha mai partecipato a queste cene.

«Sono le otto in punto, a che ora dovevo arrivare?»

«Non le hanno detto che abbiamo anticipato alle 19.00 per fare le foto?»

«Chi doveva dirmelo?»

«Gliel’ho scritto su whatsapp», dice Daniele.

Prendo il telefono e rileggo il suo messaggio.

«E secondo te, da quello che mi hai scritto, dovevo capire che l’appuntamento era anticipato di un’ora? Non possiamo riconvocare gli scrutini e bocciarlo?», dico rivolto ai colleghi. «L’alunno non sa scrivere in italiano, come motivazione dovrebbe bastare», aggiungo.

 

Si mettono tutti a ridere, ma io sono davvero arrabbiato. Non proprio arrabbiato, dispiaciuto per non avere le foto con degli studenti a cui ho insegnato per quattro anni.

Le ragazze sono bellissime, invidio la loro bellezza e la loro giovinezza. Ricordo perfettamente l’estate del mio esame di maturità, la meravigliosa sensazione di libertà che provavo ogni mattina al risveglio e l’inizio di una nuova vita, che mi avrebbe portato in una università del Nord, a Padova, pieno di sogni e di aspettative, anche se poi le cose non sono andate proprio come immaginavo. Questa, invece, sarà per me la prima notte nella nuova casa e domani mattina mi sveglierò da solo, senza mia figlia e senza i gatti che mi vengono a chiamare all’alba perché vogliono mangiare. Ieri ho finito il trasloco, ho consegnato le chiavi della casa dove ho vissuto per quindici anni alla mia ex moglie e adesso comincia la mia vita da separato.

 

«Hai saputo qualcosa del test di ammissione?», chiedo a Miriam, che vuole andare a studiare psicologia a Padova. La tristezza e la nostalgia mi stanno travolgendo, cerco conforto in un bicchiere di Gewürztraminer e nelle parole dei miei studenti.

«Sul sito dell’università non c’è ancora nulla, si dovrebbe sapere a luglio.»

«Le mancheremo?», mi domanda Carla.

«Sì, certo, mi mancherete», di più non riesco a dire, sento le lacrime salirmi in gola.

 

Vorrei aggiungere che spero di avergli insegnato qualcosa di utile per il loro futuro, soprattutto per continuare efficacemente gli studi, anche se ormai la scuola appare sempre più indirizzata al mondo del lavoro, a formare futuri lavoratori e perciò lo studio della storia e dell’italiano, le materie che ho insegnato in questa classe, risultano sempre più ancillari. Basti leggere cosa prevedono i documenti sulla scuola redatti sia dalla task-force del Ministero dell’istruzione che da quella governativa dopo la pandemia e come immaginano la scuola del futuro, già a partire dal prossimo settembre. Tutto è scritto nella neolingua aziendale, perché il modello unico è l’azienda. Scopo primario di un’azienda è il profitto, da ottenere attraverso la pubblicità, con cui sedurre e manipolare i clienti, il marketing, la competizione con le aziende concorrenti. Se il suo scopo è il profitto, allora tutte le strategie volte alla sua massimizzazione sono giustificate, dalla delocalizzazione alla precarizzazione, dallo sfruttamento al licenziamento degli operai. Tra l’altro, la recente storia giudiziaria di questo paese ci ha insegnato che diverse aziende evadono il fisco e falsificano i bilanci, oppure pagano tangenti per garantirsi un appalto. Abbiamo avuto un capo del governo che è entrato in politica per salvare le sue aziende dal fallimento, cambiando le leggi, depenalizzando taluni reati e giustificando l’evasione fiscale. E proprio con quel governo è nato il modello di scuola – impresa, internet, inglese – che gli esperti del governo e del Ministero dell’istruzione hanno predisposto per la riapertura di settembre e che ha segnato la sua trasformazione negli ultimi venti anni. Una scuola al servizio del lavoro (e del profitto) e non del cittadino.

 

«Io forse mi iscrivo in Lettere», mi dice Lorenzo, stupendomi, perché negli anni passati, in particolare in terza, abbiamo avuto un rapporto piuttosto conflittuale, anche se, a pensarci ora, l’interesse per la letteratura l’ha sempre manifestato con domande e curiosità.

«Come mai?»

«Mi ha fatto appassionare alla letteratura. Anche alla poesia», risponde, moltiplicando il mio stupore ma suscitando anche una certa soddisfazione.

«Ricordati che la poesia è un’attività inutile», dico, accompagnando le parole con una risata.

«Lo so, Baudelaire, L’albatro. Invece a me la poesia è servita. Fino in terza pensavo che fosse una materia inutile, o, per meglio dire, non ne capivo il senso, ma poi studiando Parini, Foscolo e Leopardi, e soprattutto con i poeti di quest’anno, ho scoperto che attraverso le loro parole possiamo capire noi stessi, soprattutto le nostre debolezze.»

 

Abbiamo parlato spesso in classe di come la poesia possa “educare alla fragilità”, lo metto tra virgolette a scanso di equivoci. Nel corso della nostra vita incontriamo spesso la fragilità: una delusione amorosa, un brutto voto a scuola o all’università, una sconfitta, la fine di un’amicizia, la morte di una persona cara, la solitudine, la malattia. Di tutte queste realtà, con cui un adolescente crescendo comincia a fare esperienza, con linguaggio ricco, evocativo, introspettivo, talvolta onirico e visionario, ci parla la poesia, la più inutile delle arti. L’aveva capito benissimo Baudelaire nel pieno della seconda rivoluzione industriale che segnerà la nascita della società di massa, paragonando il poeta a un albatro catturato e deriso dai marinai, lui, il re dei cieli, dotato di ali enormi, si rivela goffo e impacciato quando i marinai lo costringono a camminare sulla tolda della nave; esattamente come il poeta, capace di volare sulle ali della fantasia, ma inetto all’azione e al profitto. Educare alla fragilità, significa educare al confronto con essa, non certo alla sua rassegnata accettazione, ma all’idea che essa è parte della vita. La fragilità come occasione per fermarsi e ascoltare, per conoscersi meglio e scendere in profondità dentro se stessi. Lorenzo, che in questi anni ha sofferto di depressione, dopo una prima fase di rabbia e di conflitto, ha trovato nel “male di vivere”, di cui quest’anno abbiamo lungamente parlato in classe, un’occasione di crescita e trasformazione. Del resto, ce l’ha insegnato Leopardi, il piacere è figlio dell’affanno. Il dolore, se riusciamo a dargli senso, arricchisce e intensifica le nostre emozioni, modifica la nostra relazione con l’altro, la rende più empatica. Gli studi sui neuroni specchio dimostrano che l’arte colpisce i centri emozionali del cervello e rende più forte l’empatia, cioè la capacità di penetrare nello stato d’animo dell’altro. Stessa cosa accade con la bellezza, ovvero, quando osserviamo un oggetto percepito come bello. E allora ecco che la poesia da esperienza estetica, diventa anche esperienza etica, un modo per stare al mondo in maniera più critica e consapevole, per sviluppare la solidarietà. Da alcuni anni dirigo a Bolzano una scuola di scrittura creativa, gli allievi sono in prevalenza adulti che a un certo punto della loro vita sentono il desiderio di prendersi cura di sé e trovano nella scrittura e nella lettura un’occasione per farlo. Finito il lavoro – spesso le lezioni si svolgono nel tardo pomeriggio o di sabato – trovano il tempo da dedicare alle proprie emozioni e al proprio immaginario. Ed è esattamente il contrario della logica del profitto, intanto perché pagano per farlo, e poi perché si tratta di un’attività che non produce alcun guadagno materiale.

 

«Avete saputo se le università dove pensate di iscrivervi terranno le lezioni in presenza o a distanza?», chiedo.

Alcuni ancora non hanno deciso dove iscriversi, ma la gran parte di loro sa già che i primi mesi dovranno seguire le lezioni da casa, e da casa faranno i test di ammissione. Purtroppo si perderanno il piacere di ritrovarsi per la prima volta lontani da casa, in una nuova città, vivendo l’avventura del nuovo. Come se lo perderà mia figlia, anche lei come Miriam orientata a studiare psicologia a Padova.

* * * * *

 

Il 30 giugno abbiamo un’ultima riunione in video-conferenza, la dirigente riunisce i consigli di tre classi quarte perché bisogna ridurle a due.

«Perfettamente in linea con quello che prevedono i protocolli di sicurezza predisposti dal governo», dico, chiaramente provocatorio. «Da tre classi con sedici studenti, ne ricaviamo due da ventiquattro, rendendo più facile la loro sistemazione in aula e riducendo il rischio di contatti e contagi.»

«Capisco le sue perplessità e colgo perfettamente il tono sarcastico delle sue parole», si difende la dirigente, «ma oltre a non avere aule, non ci aumentano l’organico, perciò non abbiamo insegnanti. Purtroppo dovremo accorpare anche una terza.»

«Non è un problema solo di Bolzano», dice il collega Sutera, che è di Palermo, «stanno facendo così in tutta Italia, accorpano classi per mancanza di spazi.»

 

«Quindi tutti i documenti in latinorum prodotti dai sommi esperti nominati da governo e ministero, sono perfettamente inutili, Si è trattato solo di uno spreco di lavoro e di denaro. O forse è una meravigliosa manovra ingannevole per convincerci che la scuola del futuro dovrà svolgersi da casa? “Il nostro goal è fornire un metodo attraverso cui dare modo a ragazzi tra i 14 e i 24 anni e insegnanti di leggere e scrivere il futuro. In due parole il futures literacies, cioè l’alfabetizzazione dei futuri, competenze necessarie per leggere l’ambiente cangiante, decifrarne gli scenari di evoluzione e scriverne i futuri possibili, sceglierli e realizzarli. Puntiamo ad introdurre competenze digitali di base ma anche avanzate: dall’intelligenza artificiale alla robotica, dalla realtà virtuale aumentata ai quantum computer, che coniughino tecnologia e scienze umanistiche in progetti interdisciplinari di gruppo. Guidati da competenze di futures literacies, in contesti progettuali, per gruppi di interesse e non solo di età ed attraverso un’educazione al group thinking che insegna a discostarsi dall’opinione preponderante nell’ottica di una educazione ad una cittadinanza globale”, ecco cosa scrivono gli esperti nella loro neolingua iniziatica ed esoterica, comprensibile solo a un ristretto gruppo di eletti.»

 

Qualche collega ride, qualcun altro fissa la webcam palesemente allibito.

«In effetti», dice una collega, «non ho sentito parlare di finanziamenti per l’edilizia scolastica, di riduzione del numero di studenti per classe, di assunzione di nuovi insegnanti. Si parla unicamente di potenziamento delle risorse digitali, di banda larga, di corsi di aggiornamento sulla didattica a distanza.»

«Sentite», interrompe la discussione la dirigente, «non è che io sia contenta di far morire una classe in quarta o non condivida le vostre perplessità, però di fronte a un dato di realtà io devo intervenire. Ripeto: non abbiamo aule a sufficienza e non abbiamo insegnanti.»

 

La discussione s’incentra su quale delle tre classi accorpare e alla fine, dopo un’ora e mezza di analisi, ipotesi e scontri, la scelta cade sulla mia quarta, che dunque sparirà. Poiché le altre due quarte hanno ciascuna un’insegnante di italiano e storia dalla prima, nessuna delle due future quinte toccherà a me. Resto orfano di una classe che avevo preso soltanto in quarta e con cui avevo lavorato molto bene, creando un bel clima di fiducia, attenzione e studio. Gli studenti, ad esempio, hanno letto e commentato ogni puntata di questo diario, man mano veniva pubblicato; è stata l’occasione per parlare di pedagogia, materia che studiano con il collega di scienze umane, e di relazione educativa, un tema che li ha coinvolti profondamente. Anche durante la didattica a distanza sono stati presenti e attivi. Mi dispiace lasciarli, anche perché avevo già avviato due percorsi didattici di italiano e storia per il prossimo anno, dandogli da leggere Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, che avrei inserito in un percorso sulla questione meridionale da Verga a Carlo Levi, e La peste di Camus, per un percorso sulla malattia raccontata dalla letteratura del ‘900.

 

Autorizzato dalla dirigente, mando un messaggio vocale agli studenti per salutarli, mi rispondono immediatamente con messaggi di affetto e dispiacere, usando parole estremamente gratificanti che mi commuovono e danno senso al mio lavoro. Avevamo in ballo anche il viaggio in Bosnia, sebbene il lockdown abbia fermato la preparazione, o in alternativa uno a Corleone, nei campi della legalità.

Questo è l’anno degli adii e delle separazioni, forse l’anno delle trasformazioni. In tanti hanno perduto qualcosa, la perdita più drammatica naturalmente è stata la vita di chi è stato colpito dal Covid-19, ma c’è chi ha perduto un familiare o un amico, il lavoro o un viaggio programmato, chi ha perduto il sonno o l’appetito. Qualcuno forse ha perduto se stesso. Ora aspettiamo una rinascita, anche se non credo che arriverà facilmente e soprattutto non saremo migliori. L’uomo tende a dimenticare, ed è per questo che la storia non è mai veramente maestra di vita e spesso si ripete, non diventa occasione per un ripensamento e una trasformazione, soprattutto quando c’è di mezzo il profitto. Sarà così anche per la scuola. Ci riempiranno di corsi di aggiornamento sul digitale e sulla didattica a distanza, grazie ai quali abili formatori, società di formazione, aziende di informatica, colossi del web aumenteranno i loro profitti. Saremo sovraccaricati di burocrazia, schede di valutazione, test e questionari che consumeranno sempre di più le nostre energie psicofisiche, creeranno rabbia e frustrazione, ci allontaneranno da noi stessi. Non, non saremo migliori e lo vedremo alla prossima pandemia.

1 thought on “Diario della distanza: ultima puntata

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