di Edoardo Rialti

 

[Questo articolo è già uscito sul “Foglio”].

 

Sono venuto perché la mia gioia sia in voi, e la vostra gioia sia piena.
Giovanni, 15.11

Tempi di danza che offrono al corpo possibilità infinite, congiunti ritmicamente con versi dall’accentuazione complessa che affermano, sia con il loro messaggio che con la loro metrica, che le cose non possono mai essere diverse da quelle che SONO.
David Foster Wallace

 

Alla fine di Thelma e Louise di Ridley Scott, Susan Sarandon e Geena Davis preferiscono premere l’acceleratore, stringersi la mano e gettarsi con la macchina nel grand canyon anziché arrendersi alla fila di poliziotti che punta loro le pistole e intima di arrendersi e rientrare in un mondo di cui hanno sfidato logiche, convenzioni e leggi. Sono passati vent’anni, ma ricordo bene quando, ad un’assemblea d’istituto del mio liceo classico, uno studente sottolineò che, più di duemila anni prima, qualcuno aveva immaginato una scena simile, ma dall’esito completamente diverso, raccontando un gruppo di donne che a sua volta ribalta ogni convenzione sociale e, attaccato da uomini che le vorrebbe legare e punire a nome della comunità, si volta invece ad affrontarli, e li fa a pezzi. È vero, pensai. “Gli abitanti, furenti d’ira, saccheggiati dalle baccanti, correvano alle armi. E ci fu allora uno spettacolo straordinario a vedersi, signore. A costoro non si tingeva di sangue la lancia aguzza, invece quelle, lanciando i tirsi dalle mani, li ferivano e li volgevano in fuga; le donne gli uomini, non senza l’aiuto di un dio.” Quel potere misterioso e seducente, gioioso e violento, è anche il patrono del teatro nel quale l’intera collettività, spronata e sfidata dai versi di Euripide, medita sui propri fondamenti e vincoli, su cosa accogliere e cosa è pericoloso respingere.

 

È fin da allora, e prima ancora, che Dioniso rivolge questa sfida sorridente ai singoli e soprattutto alle comunità. La cultura greca nasce e finisce con lui, dagli inni omerici che lo vedono trasformare i pirati in delfini alle Dionisiache di Nonno di Panopoli, opera fiume del V secolo DC, composta in Egitto, che ripercorre le gesta del Signore Gioioso, dalla seconda nascita in gestazione per altri nella coscia-incubatrice di Zeus alle sue avventure e battaglie in India (“questa Grecia eccessiva” come la definì De Lubac, patria del suo corrispettivo Shiva) fino al ritorno messianico a Tebe a diffondere il proprio culto e la benedizione della vite. E assiso sul cocchio sferzava il dorso selvaggio dei leoni atterriti; e la stirpe delle pantere e la razza degli orsi voraci si chinavano docili alle mani di Dioniso fanciullo. La staffetta filologica di questa vasta curatela, davvero notevole (e che comprende Dario del Corno, Maria Maletta, Francesco Tissoni) riflette a suo modo il passaggio di testimone incarnato dal testo stesso, ultima fiaccola di un mondo al tramonto, composto in un crocevia dove convergevano, significativamente le fughe di antichi e nuovi dèi.

 

In Egitto erano infatti riparati sia gli Olimpi, travestiti da animali, per sottrarsi alla furia di Tifone, sia la Sacra Famiglia braccata da Erode. Lo stesso Nonno comporrà poi una traduzione in versi dello stesso Vangelo di Giovanni. Cristo-Dioniso dunque, “singolare giacimento a doppia faccia” come lo definì Del Corno, a testimonianza di quanto porosa sia la membrana di questa soglia culturale e spirituale. Le analogie tra i suoi due protagonisti narrativi sono esplicite e risapute: basti pensare al primo miracolo di Gesù secondo Giovanni, l’acqua tramutata in vino alle Nozze di Cana, o la carne divina offerta ai fedeli come appunto nei Misteri di Dioniso-Zagreo-Orfeo. Anche il figlio di Zeus e Semele è “l’agnello sgozzato fin dall’inizio dei tempi”. Egli è il dio della festa e dell’allegria condivisa, della libertà e ambiguità sessuale (ora giovane androgino dagli occhi di viola, ora seduttore femminile dalla folta e ricciuta barba nera) ma anche feroce distruttore, belva che dilania, sorriso che sorge dall’abisso di un mistero devastante. Come scrisse Vernant “il ritorno di Dioniso […] ha condotto al dramma la città, incapace di stabilire un legame tra la gente del paese e lo straniero, fra i sedentari e i viaggiatori, fra la sua volontà di essere sempre la stessa, di restare identica a sé, di rifiutarsi di cambiare, e dall’altra parte, il cambiamento, il diverso, l’altro. Finchè non c’è possibilità di conciliare questi opposti, si produce un evento terrificante: coloro che incarnano l’attaccamento ai valori tradizionali, l’attaccamento incondizionato all’immutabile […] cittadini sicuri della loro superiorità, precipitano nell’alterità assoluta, nell’orrore e nel mostruoso.” Al re Penteo che lo ha catturato e interroga in un dialogo a sua volta impressionante per affinità con quello tra Pilato e Gesù, Dioniso risponde sereno con quella che resta la frase più semplice, terribile e vera che le potenze dietro la cortina del mondo abbiano dedicato all’uomo: “Tu non sai da dove vieni né dove vai, né chi sei.”

 

È una voce che pare inghiottita e tacitata dal nuovo corso del mondo, dall’altro messia orientale, dal suo vino e la sua carne, eppure questo diverso richiamo cova e riaffiora. La liturgia cristiana – ed è significativo – non comprende la danza, ma il medioevo conosce eccome l’ebbrezza sovversiva delle feste dei folli (tanto connesse al teatro, appunto) i carnevali e i carmina burana, sebbene per lo più si tratti di un culto anonimo, quasi inconsapevole. Tale fiume carsico, che già gli umanisti rinascimentali iniziano a ricollegare alle sue vere radici (il manoscritto Laurentianus delle Dionisiache era tra le letture predilette di Poliziano) esplode davvero nell’800, il secolo dell’Antigone di Hegel e Kierkegaard, prima dell’Edipo di Freud, ma anche e soprattutto il secolo di Dioniso. Contrapposto alla serenità olimpica del tardo ‘700, il classicismo adesso pulsa d’irrazionale, mina l’ordinarietà borghese. Ciò era già vero in Holderlin (basti pensare alle sue annotazioni sulla traduzione di Edipo e Antigone), e prosegue col padre dell’estetismo, Walter Pater, che nel ritratto immaginario di Denis l’Auxerrois immagina il fantastico ritorno di un giovane Bacco tra le cattedrali medievali, e poi ovviamente Nietzsche, che in qualche misura riscrive tutto il passato col suo genio. Dopo di lui, “dionisiaco” è diventato un aggettivo diverso. Per il figlio apostata del pastore luterano, il dio del vino e della danza estatica e il sud azzurro e dorato del mediterraneo erano volti d’un’unica grande alternativa alle mutilazioni del cristianesimo e dell’etica kantiana, il sì alla vita, l’abbraccio dei suoi dolori tragici e, così, delle sue gioie inestirpabili. Una lunga danza di estasi, lacrime, ululati, che comprende gli scherzi a Capodanno, quando l’ancora rispettato e baffuto filologo si riuniva con gli amici a mezzanotte e versava vino cantando in onore di Bromio e i deliri degli ultimi anni trascorsi a inoltrarsi in una solitudine di ghiaccio. Con singolare profetismo, per Nietzsche la riscoperta del dionisiaco avrebbe coinciso con la valorizzazione di un ritmo che egli identificava come africano.

 

Difendendo Bizet rispetto all’ormai esecrato Wagner, padre del nuovo liturgismo conservatore, Nietzsche sosteneva che il futuro musicale andava ricercato in “una grande scuola di risanamento, tanto spirituale quanto sensuale, quale un’immensa orgia di luce nella quale può espandersi un essere pieno della sua indipendenza e della fede in sé stesso; Il meridionale, non per la nascita, ma per la fede, quando sogna un avvenire della musica, deve in pari tempo sognare la sua redenzione dalla musica del nord e sentir nell’orecchio i preludi d’una musica più profonda, più potente forse, più maligna e misteriosa, d’una musica supertedesca la quale all’aspetto del mare voluttuosamente azzurro e del sole meridionale non dilinquisce, non ingiallisce, non impallidisce, come ciò avviene per tutta la musica tedesca; di una musica supereuropea, capace di resistere anche agli infuocati tramonti dei deserti africani, la cui anima sia affine alla palma, e che si senta in casa propria in mezzo alle possenti e belle belve feroci solitarie.” Da allora la pulsazione che egli aveva già scorto è onnipresente. Dioniso irruppe nella lotta con il tirso color del vino, assiso sul carro di rea, la madre che regna sui monti. E la vite, cresciuta da sé sul parapetto del carro migdonio, copriva per intero il corpo di Bacco e ne avvolgeva i riccioli, ombrati dall’edera amica. Il ‘900 artistico e sociale è stato tenuto a battesimo da queste forze che attirano eppure ci si ostina a bollare come asociali, pericolose, demoniache (il grande tema del Doktor Faustus di Mann), e tutto questo si palesa ed esprime primariamente nella musica: è sempre la stessa storia, dal jazz al rock al punk alla free tekno, il ritmo segreto e pulsante della vita si oppone alle resistenze e sclerosi della forma, la mano tesa del dio invita a rituffarsi nella sostanza indistinta delle cose, a mordere grappoli e carne, scalciare, penetrare e farsi penetrare, liberarsi dell’io come una veste lurida. Lasciare case, strade e abiti e ritrovarsi su spianate erbose, prati, montagne.

 

Si pensi a Woodstock. E sulla roccia la danza è incessante: intorno le fonti risuonano; corre una polifonia per la piana di Tebe; alberi si vedono in festa e le cime effondere voci. Nella tanto annunciata “scomparsa del sacro” Dioniso si è preso dolorose rivincite, individuali e collettive, sugli illuminati Pentei e il loro razionalismo laico o confessionale. L’umanità non si accontenta dei propri raffinati giocattoli, continua a cercare la Danza, e dov’è più forte la repressione, questa sfiata poi in forme violente e mostruose. Il testo di Euripide pare un copione che non ci stanchiamo mai di interpretare. Certamente, oggi taluni elementi che ieri erano ancora audaci e rivoluzionari sono stati digeriti e addomesticati nella cultura e nel lessico generale (e rigorosamente perculati da Woody Allen in Irrational Man, con i suoi liberal universitari in brodo di giuggiole per la Spagna e Nietzsche e Camus, ma che poi non sanno reggere dieci minuti al cospetto di un atto eversivo puro). Pochi filologi classici, che magari sanno tutto dello sparagmòs rituale, avrebbero la libertà di rovesciare la testa al cielo e ululare. Il dio è balzato via ancora, e l’intuizione di Nietzsche per cui in ogni autentica frontiera musicale “parla la magia” va saputa declinare, ad esempio, nel contrasto tra la “retorica del degrado” e nuove forme di socialità e cultura come appunto i rave e la psichedelia (sebbene qui le affinità vadano ricercate anche, se non più, con altre tradizioni iniziatiche). Il Senatus Consultum dei Romani che vietava i Baccanali pare echeggiato alla lettera da tanti interventi di amministrazioni oggi, con le medesime accuse di costumi licenziosi, attentati alla proprietà privata, eccessi violenti. “Al culto religioso si aggiunsero i piaceri del vino e dei banchetti, onde gli animi di più persone venissero adescati. Il vino e la notte e la promiscuità fra maschi e femmine e fra minori e adulti cancellarono ogni limite di pudore: il primo effetto fu la depravazione di qualunque specie; ciascuno aveva a portata di mano la soddisfazione del piacere cui era più incline. La violenza indistinta su uomini liberi e donne non era peraltro l’unico crimine: le urla e lo strepito di timpani e cembali coprivano la voce di chi invocava aiuto fra stupri e eccidi.” Sono parole di Livio, ma potrebbero comparire in qualche giornale di provincia. “Incontri all’insegna del nulla, del degrado e dei paradisi artificiali”, furono definiti i rave da alcuni consiglieri comunali nel 2017. E quando il sovrano protervo udì le grida nella danza uscì dal palazzo giacchè lo irritava il suono del flauto che intonava una melodia frigia e lo strepito della zampogna, e s’infuriava al solo vedere i cerchi dei tamburini percossi a colpi ripetuti.

 

Lo scrittore Vanni Santoni, da sempre interessato a contro e sotto-culture, dichiarò una volta che non perse tempo a spiegare a un prete – che diffondeva santini a un rave – come intorno a lui si svolgesse un’esperienza spirituale che l’istituzione da questi rappresentata fatica da secoli anche solo lontanamente ad additare. In questi mesi di chiusure forzate e distanziamenti sociali, c’è stato tempo e spazio per onorare altri dei, e forse è necessario che sia ancora così. Ma al netto di tutto, nella perpetua tendenza umana a oscillare tra gli estremi opposti di un pendolo sempre semplicistico, è troppo facile irridere l’attuale fame di festeggiamenti solo come fatuità irresponsabile. C’è qualcosa di denso e scuro come il sangue e il vino, che andrà ascoltato ed espresso. Occorrerà andare oltre la spuma, e scorgere le acque nere del mare profondo. Ricordare che il Signore Misterioso, patrono delle feste ebbre e della prossimità, sa come vendicarsi feroce se non lo si onora convenientemente. Trema l’intera Tebe, e le vie riversano scintille infuocate; vacillano le fondamenta, e come da gole di buoi mugghiano salde le porte della reggia: la solida casa in frastuono rovina, spargendo un’eco che spontanea risuona da una tromba di pietra.

 

[Immagine: William-Adolphe Bouguereau, La giovinezza di Bacco, 1884]

4 thoughts on “Il Dio Vicino: Dioniso e la società occidentale, da Nonno di Panopoli ai free party

  1. « Ricordare che il Signore Misterioso, patrono delle feste ebbre e della prossimità, sa come vendicarsi feroce se non lo si onora convenientemente»
    +
    Sempre pronti a vendicarsi ‘sti Padroni anche se, invece che a lavorare, ti costringono a festeggiare!

  2. “ Martedì 29 settembre 1998 – È successo di nuovo: invece di leggere « Ha 71anni e soffre di prostrazione », ho letto « Ha 71 anni e soffre di prostituzione ». Lo so che non ci credi ma è successo. (Poi ho letto: « Gioco delle tre carte / nove denunciati ». « E invece? » Niente, era proprio così) (Poi ho letto: « Aggredita da portiere / tutto nudo sul terrazzo ». « E allora? » Niente… tanto per stare sul « dionisiaco ») “.

  3. “Rammento un incontro con Dioniso, il giorno in cui si assaggia il vino novello, nella campagna greca. Camminavo per i campi, m’ero inoltrato in un boschetto ed ero felice come quando ci s’inoltra in un contado leggiadro, ma a distanza di tempo nemmeno me ne ricordo, dei caratteri di quel contado. […] Arrivai a una casetta davanti alla quale un gruppo d’uomini stava degustando il vino nuovo e mi osservarono, con un tono dove mi parve di sentire la forza, di così remote origini, dell’ospitalità. Infatti i volti seri e benevoli mi diedero la sensazione di quel rito arcaico. Il mio greco miserello bastò, ci si sentì accomunati. Prima che me n’andassi quattro di loro si alzarono a danzare dignitosamente la lenta danza greca in tondo. Ci salutammo in silenzio. E anche in questo caso sentii Dioniso che sta sdraiato a degustare dalla coppa.”

    Elémire Zolla. Archetipi. Aure. Verità nascoste. Dioniso errante. Tutto ciò che conosciamo ignorandolo, Marsilio, Venezia 2016 pp. 509-10

  4. “Ma da dove proviene questo metodo dello smembramento e della ricomposizione a cui dedichiamo tanta attenzione? […]
    Ci viene in mente Dioniso. I miti e i misteri di Dioniso. Dioniso che viene dilaniato, e le sue membra che di nuovo si compongono in un Dioniso trasfigurato. Cioè, la soglia da cui si nuove l’arte del teatro, che diventerà in seguito arte del cinema.”

    Sergej M. Ejzenstejn, Teoria generale del montaggio, a cura di Pietro Montani, Marsilio. Venezia, 2004 pp. 226-7

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