di Camilla Marchisotti

 

Il semolino, il sugo di pomodoro, le cotolette

 

All’inizio della sua carriera, Natalia Ginzburg voleva scrivere come un uomo. «Avevo orrore che si capisse che ero una donna dalle cose che scrivevo», confessa in un breve saggio intitolato “Il mio mestiere”, raccolto in volume in Le piccole virtù (1962). La scrittrice torinese vi snocciola la storia della sua vocazione. Dopo la nascita dei primi figli – nell’ordine Carlo, Andrea e Alessandra, nata nel 1943 durante il confino politico a Pizzoli, in Abruzzo, imposto dal regime alla famiglia Ginzburg a causa delle ben note attività antifasciste del marito – Natalia smette addirittura di scrivere:

 

«Non riuscivo a capire come si facesse a scrivere avendo dei figli. […] M’ero messa a disprezzare il mio mestiere. Ne avevo una disperata nostalgia ogni tanto, mi sentivo in esilio, ma mi sforzavo di disprezzarlo e deriderlo per occuparmi solo dei bambini. Credevo di dover fare così. Mi occupavo della crema di riso o della crema d’orzo…».

 

Fortunatamente, la fase silenziosa dura pochissimo; Natalia riesce quasi subito a conciliare il suo ruolo di madre con la sua attività di scrittrice: «Preparavo ancora il sugo di pomodoro e il semolino, ma pensavo intanto a delle cose da scrivere». Incalzata dall’amico Cesare Pavese, che ironicamente le scriveva «Cara Natalia, la smetta di fare bambini e scriva un libro più bello del mio», nel 1942 Ginzburg pubblica il suo primo romanzo, La strada che va in città, sotto lo pseudonimo di Alessandra Tornimparte. È proprio la maternità – insieme ad altri fattori, come la lontananza forzata da casa, che le fa pensare a Torino in un modo diverso – a segnare un cambio di passo nel suo modo di approcciarsi alla scrittura. Specialmente l’esperienza dei figli innesca in lei un vero e proprio ribaltamento, per cui

 

«adesso non desideravo più tanto di scrivere come un uomo, perché avevo avuto i bambini, e mi pareva di sapere tante cose sul sugo di pomodoro e anche se non le mettevo nel racconto pure serviva al mio mestiere che io le sapessi: in un modo misterioso e remoto anche questo serviva al mio mestiere».

 

Ho ripensato a questo breve saggio seguendo in questi giorni le vicende altrettanto romanzesche di Svetlana Tikhanovskaya. Il marito Sergei Tikhanovsky, youtuber e blogger, era uno dei possibili candidati dell’opposizione per le elezioni presidenziali in Bielorussia, e avrebbe dovuto sfidare alle urne Lukashenko, il cosiddetto “ultimo dittatore d’Europa”. Non ha avuto la possibilità di farlo, perché è stato arrestato a maggio, come Mikola Statkevitch, che aveva già partecipato alle presidenziali del 2010. Un terzo possibile sfidante è scappato all’estero, venuto a sapere di un arresto imminente.

 

Così, senza essere presa sul serio da Lukashenko, che ha senz’altro sottovalutato la portata di una sua possibile candidatura, Svetlana è subentrata al loro posto, ha condotto una campagna elettorale sorprendente per un’ex-insegnante di inglese e madre di due figli senza alcuna esperienza politica pregressa, ha radunato intorno a sé un inedito consenso. I risultati ufficiali delle elezioni del 9 agosto hanno dato Lukashenko intorno al 80%, mentre hanno assegnato a Tikhanovskaya circa il 10 % delle preferenze. La leader dell’opposizione ha però denunciato con forza i brogli, prospettando dei risultati diametralmente opposti, tutti in suo favore, e inaugurando così gli scontri e le proteste tuttora in corso. Tikhanovskaya è stata costretta a fuggire in Lituania, dove aveva già mandato i figli, a seguito di fortissime pressioni.

 

Intanto, la Bielorussia continua ad essere attraversata da manifestazioni che si propongono di essere pacifiche, represse però con inaudita violenza dal regime di Lukashenko, con arresti spesso ingiustificati, soprusi e addirittura torture da parte della polizia, fino ad arrivare in questi ultimi giorni alla morte di un manifestante, mentre un altro, detenuto, sarebbe morto in prigione, senza avere alcun legame con le proteste in corso.

 

In questa girandola di eventi, ho istintivamente pensato a Ginzburg, non tanto per le pur numerose coincidenze biografiche che sussistono tra le due donne, come quella dei due mariti ingiustamente carcerati (Leone morì nel 1944 nel carcere di Regina Coeli, in seguito alle torture dei fascisti, Sergei si trova attualmente in prigione), la medesima esperienza dell’esilio (Ginzburg in Abruzzo, Tikhanovskaya in Lituania) o il dettaglio dei due figli da accudire (Susanna, ultima figlia di Natalia, è nata con una disabilità grave, mentre il figlio di Svetlana è non-udente dalla nascita).

 

A suggerire la connessione forse inaspettata tra due donne così distanti nel tempo e nello spazio è stato piuttosto un piccolo dettaglio, incastonato in una dichiarazione riportata in un articolo di POLITICO, e poi tradotta in italiano dal Post, in cui Tikhanovskaya così esponeva il suo programma politico di transizione verso la democrazia: «Non voglio il potere. Rivoglio indietro i miei bambini e mio marito e voglio continuare a friggere le mie cotolette».

 

Femminismi

 

Quelle cotolette da friggere per i propri figli mi hanno immediatamente riportato alla mente il semolino e il pomodoro di Natalia, provocando la stessa contraddittoria sensazione di ammirazione mista a fastidio che mi coglie tutte le volte che leggo certi passi dei romanzi, dei saggi e degli elzeviri di Ginzburg sui giornali.

 

Natalia Ginzburg non era femminista. O perlomeno, non era una femminista ortodossa:

 

«Non amo il femminismo. Condivido però tutto quello che chiedono i movimenti femminili. Condivido tutte o quasi tutte le loro richieste pratiche. Non amo il femminismo come atteggiamento dello spirito […] penso che tutte le lotte sociali debbano essere combattute da uomini e donne insieme. […] [Il femminismo] parte invece dal presupposto che le donne, benché umiliate, siano migliori degli uomini. Le donne non sono in realtà né migliori né peggiori degli uomini. Qualitativamente, sono uguali».

 

Così scriveva sul «Corriere della Sera», in un articolo intitolato “Siamo tutti diversi”, il 5 dicembre 1975. Anni fa, mentre preparavo la mia tesi triennale sulla sua produzione giornalistica, mi è capitato più volte di leggere suoi interventi, tutti simili a questo per taglio e per tono. E sempre mi chiedevo come fosse stato possibile che i più importanti giornali del paese le avessero permesso di scrivere considerazioni così tranchant, così prive di sfumature, capaci di semplificare fino all’osso e liquidare in qualche riga questioni attorno a cui altri si erano persi in mille cervellotici rivoli, pieghe del pensiero, eccezioni e pareri.

 

In quel suo stesso modo inoppugnabile e quasi biblico Natalia si pronunciava indifferentemente su argomenti capitali. Sulla differenza tra destra e sinistra diceva:

 

«Alle parole “destra” e “sinistra”, quando non si adoperano nei fatti contingenti, ma nella zona dell’assoluto, ciascuno dà un significato suo. Per me, è “destra” tutto quello che è falso, “sinistra” tutto quello che è vero. Infatti tutto quello che è vero porta il mondo in avanti, tutto quello che è falso lo riporta indietro. (“Destra e sinistra”, «Il Corriere della Sera», 17 febbraio 1974).

 

E ancora, sulla non-violenza affermava:

 

«Vorrei ancora dire che se un giorno ci fosse una rivoluzione e io dovessi fare una scelta politica, preferirei molto essere ammazzata piuttosto che ammazzare qualcuno. E questo è uno dei pochissimi pensieri politici che la mia mente possa mai formulare» (“Un amico e la politica”, «La Stampa», 8 marzo 1970).

 

Ogni volta che rileggo questi elzeviri, all’iniziale sorpresa segue l’ammirazione, un sentimento viscerale come di riconoscimento e di accordo, che ho scoperto essere condiviso con altri critici. Chi lo ha spiegato meglio è forse Domenico Scarpa nella sua prefazione a Le piccole virtù, notando come «partendo da una verità che sapevano tutti, si arriva a una verità che sa solo lei, anzi, che solo lei sa dire: perché difatti, un istante dopo che l’ha detta lei, ognuno si accorge che la sapeva da sempre, ma che non sarebbe mai stato capace di dirla in quel modo».

 

Soltanto sugli interventi attorno alla questione femminile, persisteva in me, e forse tuttora persiste come un riflesso culturale incondizionato, la stessa sensazione di fastidio che mi ha provocato il riferimento di Tikhanovskaya alle cotolette. Sulle prime, con quel riferimento al cibo e ai figli mi pareva che la giovane leader bielorussa avesse “macchiato” una parabola politica fino ad allora sorprendente e ispirante. Analizzandolo razionalmente, il fastidio derivava dal fatto che né Ginzburg né Tikhanovskaya, con questa sua dichiarazione, sfidino apertamente i ruoli di genere, quelli che associano la donna a una maternità inevitabile, nella sua declinazione più materiale e biologica: il parto e la cura figli. Al contrario, l’una e l’altra, seppur in momenti diversi, apparentemente li rivendicano.

 

Negli anni in cui Betty Frieden scriveva «No woman gets an orgasm from shining the kitchen floor» (The feminine mystique, 1963), gli articoli di Ginzburg sui giornali parevano ignorare certi nodi problematici ma pulsanti del dibattito femminista dell’epoca, come per esempio la necessità intrinseca di un certo separatismo. Nei saggi e nei romanzi della scrittrice torinese si incontrano, invece, donne che si dedicano con una passione torva proprio alla «kitchen», ai lavori di casa, rivendicano «il diritto primitivo e ferino alla foresta e alla tana» (Cesare Garboli), partoriscono, cucinano, puliscono, accudiscono e sovente perdono i propri figli.

 

Ginzburg è passata dal non voler essere riconosciuta come scrittrice-donna, a uno scrivere esclusivamente storie di donne, tanto che una delle più celebri e lapidarie interpretazioni della sua opera si deve al critico e amico Cesare Garboli, che ne sancisce in modo apoftegmatico il «marchio femminile», inaugurando una lettura del mondo narrativo ginzburgiano come un universo da cui il maschio è non solo assente ma «escluso», e in cui vengono ignorati gli strumenti cosiddetti “maschili” (il raziocinio, l’intelletto), per prediligere altre, e più femminili, modalità di interpretazione del mondo.

 

La rivoluzione 

 

È un merito della critica più recente e sensibile alle questioni di genere quello di aver ridimensionato e in parte smontato quelle interpretazioni, tacciandole di sessismo (si veda, per esempio, Giulio Iacoli in «”…un effetto come di prigione”. Le case vulnerabili di Natalia Ginzburg», contenuto in Architetture interiori. Immagini domestiche nella letteratura femminile del Novecento italiano, 2008).

 

Mi pare però che, se un dettaglio può e deve essere salvato dalla lettura che forniva Garboli nella prefazione al primo volume delle opere complete di Ginzburg nei Meridiani, questo è il riferimento alla “fisiologia”. Secondo Garboli, «il rapporto fisiologico con il mondo» è «l’argomento ritornante» delle «strutture romanzesche» di Ginzburg: centrale, nei saggi come nei romanzi è «la funzione del corpo», il «rapporto carnale» con la realtà, che comprende le funzioni dell’abitare, dormire e mangiare insieme, spesso e volentieri modulate sull’unità minima della famiglia intesa come «tribù».

 

L’errore del critico – ma non si può essere forse troppo severi, perché si tratta di un vero e proprio habitus della cultura occidentale – fu di stabilire una dicotomia tra intelletto e fisiologia, e di accoppiare poi la fisiologia con il femminile, facendo della prima un ambito esclusivo di pertinenza del secondo, per il semplice fatto che le donne possiedono un utero, e non perché sono state relegate da anni nello spazio domestico e spesso opprimente della cucina. Garboli confuse insomma, come molti ancora fanno, la causa con l’effetto.

 

A pensarci bene, però, e volendo rompere una volta per tutte con quella che Doreen Massey chiama una «violent either/or distinction between polarized genders which is currently hegemonic in so much of western society» (Space, place and gender, 1994), tanto nel sugo di pomodoro di Natalia quanto nelle cotolette di Svetlana, più che riferimenti ad una presunta intelligenza esclusivamente femminile, esiste un richiamo alle più basiche ed essenziali funzioni umane: dormire, mangiare, avere un tetto sotto il quale ripararsi, una famiglia su cui contare. La fisiologia è di tutti, e quando la possibilità stessa di un suo corretto funzionamento viene minacciata (come spesso avviene nelle dittature), anche una normale cittadina senza particolari ambizioni politiche può “lockianamente” permettersi di rivendicare con forza che questo funzionamento le venga garantito dallo Stato di cui fa parte. Che si tratti di una donna non è certo un caso: per ragioni storiche è una categoria che ha sviluppato una spiccata sensibilità all’oppressione. E non mi sembra un caso nemmeno che certi principi basilari del vivere comune siano stati chiamati in causa, in maniera davvero icastica, dai tre simboli con cui Svetlana e le altre due donne protagoniste di questa strana avventura politica hanno deciso di farsi fotografare durante la campagna elettorale: il pugno, il cuore, il segno della pace.

 

Proseguendo poi con il parallelismo, un’altra caratteristica che sembrano condividere Ginzburg e Tikhanovskaya è quella dell’understatement, della modestia intesa come cifra stilistica. Ginzburg era solita – proprio un istante prima di lanciarsi in quei suoi giudizi così secchi e decisi – premettere alle sue considerazioni una geremiade di incompetenze: non so, non sono un’esperta, non me ne intendo. Si guadagnò così la fama di «finta tonta». Diceva soprattutto di non avere una mente politica: finì la sua vita in Parlamento, membro silenzioso ma battagliero del gruppo misto.

 

Allo stesso modo, colpisce guardare il video rilasciato da Tikhanovskaya dopo la fuga in Lituania. La giovane leader dell’opposizione si scusa per essere scappata, dicendo: «Pensavo che la campagna mi avesse temprato e mi avesse dato la forza di superare tutto, ma probabilmente sono rimasta una donna debole come prima».

 

Viene da sorridere, se si pensa che a parlare è la stessa donna “debole” che ha organizzato la più grande manifestazione avvenuta in Bielorussia negli ultimi dieci anni, a una settimana dal voto del 9 agosto; la stessa donna “debole” che ora dalla Lituania continua a rischiare la vita, invitando la popolazione a sollevarsi in un week-end di proteste trasversali e pacifiche.

 

Così, aspettando di capire come si evolverà una situazione geopolitica che si presenta come estremamente intricata, possiamo comunque ricavare dall’improbabile coppia Ginzburg-Tikhanovskaya una doppia, chiarissima lezione: non c’è contraddizione tra il voler scrivere romanzi e saper preparare il semolino; esiste semmai una stretta correlazione tra il voler friggere le proprie cotolette e il saper fare la rivoluzione.

 

[Immagine: Svetlana Tikhanovskaya].

1 thought on “Natalia, Svetlana e le cotolette: per una fisiologia della rivoluzione

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