di Osip Mandel’štam

 

[Esce oggi per Giometti & Antonello l’atteso Epistolario. Lettere a Nadja e agli altri (1907-1938) di Osip Mandel’štam. Su concessione dell’editore, che ringraziamo, pubblichiamo due bozze di lettere che Mandel’štam scrive alla Federazione degli scrittori durante il processo per plagio che lo escluderà dal suo lavoro di traduttore presso la casa editrice ZIF. Si tratta di un incidente lavorativo relativamente minore che però mette definitivamente in evidenza, nella psicologia di Mandel’štam, la sua incompatibilità con l’ambiente culturale sovietico. Dopo questo incidente avrà inizio per il poeta l’esilio culturale a cui seguirà, soprattutto dopo l’epigramma contro Stalin, quello politico].

 

Lettera aperta agli scrittori sovietici, Mosca

inizio 1930

[Bozza]

 

Davvero credevate che io avrei continuato a circolare nel vostro ambiente con questa macchia solo perché gli istigatori della persecuzione mi avevano lasciato in pace?

 

Se vi foste presi la briga di chiedermelo, avreste saputo delle sporche macchinazioni della casa editrice ZIF, delle false testimonianze degli impiegati che eseguivano le volontà dei superiori, del fatto che la Federazione degli scrittori, cioè voi stessi, ha preparato a lungo e ostinatamente una causa penale contro di me, coprendo quel mascalzone di Zaslavskij, e ha ricevuto uno schiaffo dal tribunale di governatorato e dalla Corte suprema della repubblica; avreste saputo del pietoso ruolo giocato da 15 scrittori che, in sordina e «per ogni evenienza», si sono tirati fuori da questa mostruosa vicenda.

 

Mi stupisco che voi mi abbiate tollerato tanto a lungo nel vostro ambiente. Evidentemente, si è trattato di un equivoco. Io vi domando, senza giri di parole: per chi mi avete preso? Qual è il prezzo delle vostre strette di mano?

 

Con amarezza mi volto ora a guardare tutto il mio percorso di vita. Un anniversario d’onta![1] Ecco la mia ricompensa. Che esempio di rispetto del lavoro e della personalità del lavoratore date voi, scrittori, al nostro paese? Il peggio non è che avete spezzato in due la mia vita, che avete distrutto barbaramente il mio lavoro, avvelenato la mia aria e il mio pane, ma che siete riusciti a non accorgervene.

 

Concludo io per voi: faccio quel che per pigrizia o viltà non siete riusciti a fare. Non dovrete più «difendere la dignità della letteratura da Mandel’štam» (espressione autentica del documento dell’Unione degli scrittori, redatto alla «Casa di Herzen»).

 

[…]

[1] M. si riferisce al suo ventesimo anniversario di attività letteraria

 

*

 

Lettera aperta agli scrittori sovietici, Mosca

inizio 1930

[Bozza]

 

Dichiaro, di fronte alla Federazione degli scrittori sovietici, che essa si è macchiata della più orripilante persecuzione di uno scrittore, valendosi a tal fine di mezzi inauditi, è ricorsa all’inganno e alla falsificazione, ha occultato i fatti, ha fabbricato documenti notoriamente fasulli, si è avvalsa dei servigi di falsi testimoni, ha coperto e continua a coprire con viltà indegna i suoi burocrati, ha taciuto e coperto con la sua autorità gli obbrobri delle case editrici e ha risposto al primo tentativo di uno scrittore in URSS di intervenire nelle faccende editoriali nazionali con la messa in scena di uno scandaloso processo penale.

 

La comunità degli scrittori, permettendo la trasformazione dei suoi organi in camera di tortura, dove vengono infamati impunemente il lavoro e l’onore di uno dei suoi membri, diventa per ciò stesso una minaccia reale per ogni scrittore.

 

Io non appartengo ad alcuna associazione letteraria e non sono formalmente membro della FOSP[1]. Non sono mai ricorso agli organi della Federazione chiedendo che intervenisse in un conflitto tra me ed altri e non ho dato il mio assenso alla risoluzione delle mie cause civili per mezzo delle sue commissioni arbitrali. Ora capisco che affidare il mio onore agli organi giudiziari e arbitrali della FOSP sarebbe stato quanto meno sconsiderato. Diventato oggetto involontario di questi processi farsa, mi sono convinto che si distinguono per una tale incultura, una tale mediocrità giuridica e civica, per una tale sospetta cedevolezza e ricettività alle pressioni di ogni genere, che ogni altro tribunale professionale, ogni istanza giudiziaria del nostro paese ancora imperfetto e in costruzione è da preferire al tribunale degli scrittori.

 

Non mi passa nemmeno per la mente di considerare lo scrittore un essere superiore e di vedere in lui un modello di virtù civiche, ma nessuno gli ha dato il diritto di attestarsi al di sotto del livello medio della cultura e dell’epoca, nessuno gli ha dato il permesso di offendere la coscienza giuridica dei suoi contemporanei e di vilipendere il buon senso.

 

Eppure io, ad esempio, sono stato trattato come una prostituta che per anni abbia esercitato in forza del suo biglietto giallo[2] e alla fine sia stata fermata per una rissa. Nel mio caso, però, la prostituzione è costituita da lunghi anni di attività e la rissa da un buon lavoro fatto secondo le regole. L’attacco banditesco in pieno giorno sulle pagine della «Literaturnaja gazeta» è stato l’atto d’accusa; il corsivista truffaldino è intervenuto nel ruolo di procuratore; il redattore di un giornale compromesso in quello di presidente del giurì; i rozzi scagnozzi della bottega editoriale della ZIF hanno fatto da servizievoli testimoni; i prezzolati avvocati azzeccagarbugli, agli ordini della stessa FOSP, sono stati i sarti giuridici di un processo alla buona.

 

Quando uno scrittore esige di essere giudicato conformemente alle leggi del paese, secondo le norme consuete per un determinato ramo produttivo e tenendo conto delle condizioni in cui lavorano i suoi compagni di professione, quando esige che gli si spieghi per quale ragione proprio lui e proprio quel lavoro e non un altro sia stato messo all’indice, la Federazione farfuglia: «Il presente incidente non è la conseguenza di un fenomeno individuale, ma di un fenomeno globale, caratteristico della situazione in URSS…».

 

Quando una casa editrice, cambiando improvvisamente idea su un proprio contratto, al segnale della «Litgazeta», inizia a spingere dolcemente un suo collaboratore sul banco degli imputati, la Federazione la aiuta con garbo.

 

In seguito la Federazione ricorre a un trucco dei più sleali, sostituendo le accuse penali con una critica letteraria alla Gornfel’d. La vicenda assume l’aspetto di un lampioncino a vetri multicolori: a seconda dell’occorrenza si tratta di plagio o di cialtroneria.

 

Quando viene chiesto alla Federazione perché essa non persegua i suoi membri per brutti racconti, slegati dalla realtà, o per cattivi versi che pervertono il gusto, mentre per una brutta, poniamo pure orribile rielaborazione di Eulenspiegel ritiene possibile affidarsi a un giurì «d’onore», la Federazione balbetta qualcosa di indistinto a proposito del «riscontro con l’originale».

 

Sono al corrente che alla commissione arbitrale del 21 giugno si è parlato di una vergognosa macchia sulla mia candida veste e del fatto che occorre punirmi più severamente per via del dolce lirismo dei miei versi. Non trovo parole adeguate per condannare l’ipocrita nefandezza di questi discorsi bigotti. Io, cari compagni, non sono un angelo dalla candida veste inamidata da L’vov-Rogačevskij[3], ma un gran lavoratore, un manovale della parola, un traduttore. Sono un manovale, e la materia pesante dei miei libri l’ho plasmata con le mie stesse mani. Ma quale veste della malora! Io sono un manovale, un negro editoriale, ma non sta a voi affibbiarmi il triviale epiteto di cialtrone, che voi pronunciate con tanta leggerezza e che non indica soltanto un cattivo lavoratore, o un ciarlatano e un poltrone, ma significa anche un lacchè, un bracciante, un mercenario che lavora a cottimo per l’odiato padrone e che ha fatto per caso un passo falso, non essendo riuscito ad accontentarlo, essendosi confuso nel suo compito da galera. Il mio lavoro non è mai stato quello di uno schiavo, e io, con la schiuma alla bocca, difendo il mio diritto a un cattivo lavoro, al fallimento, allo scacco.

 

La bestemmia è un balbettio infantile in confronto a ciò che hanno udito le mura della «Casa di Herzen» e la canizie sacerdotale di Kanatčikov.

 

Gli scagnozzi della ZIF non sono stati cacciati a pedate quando con la loro lingua sozza hanno pronunciato il nome della moglie di uno scrittore insieme alla parola aborto. Quegli stessi scagnozzi, sbugiardati, se la sono cavata, diretti dal vecchio Kanatčikov: «Una cialtroneria… si sottrae alla polizia… non dichiara il suo domicilio…».

 

Non c’era stenografa, nel protocollo non è stato riportato, ma testimoni ce n’erano, ce n’erano eccome… Mi pare sarebbe più opportuno affidare la gestione degli affari della Federazione al re di un mazzo di carte appena aperto, piuttosto che al cittadino Kanatčikov.

 

Nel giro di qualche mese l’articolo di Zaslavskij ha dato alla luce giovani virgulti. Rallegratevi, scrittori sovietici, Mandel’štam non è solo un ladro di letteratura e un plagiario, ma anche un ruffiano, un farabutto, un profittatore, un abile rabattino che ha attirato nella sua catapecchia Gornfel’d e Karjakin. Dopo aver lasciato tornare in pace i destri ricettatori a quel covo editoriale chiamato ZIF, la Federazione mi rilascia un’attestazione che certifica che non sono un cialtrone. Lo conserverò questo certificato. Lo porterò con me. Lo guarderò ogni volta che, risvegliandomi da un’allucinazione nauseabonda – nella quale, come in un delirio, balenano la coscienza, il lavoro, le lettere alla redazione, i processi, le maschere da funzionario dei capiufficio dell’ultimo, terribile dipartimento letterario, i Zaslavskij, i Kanatčikov, i Rogačevskij con la loro spugna – troverò le forze di riprendere il lavoro interrotto di tutta una vita. E allora, invariabilmente, mi si presenterà un’immagine davanti agli occhi: Zaslavskij, Gornfel’d e Kanatčikov, chini su una piccola cosa rossa, sul cuore di Eulenspiegel, e sul mio di cuore, scrittori.

 

Sono costretto a considerare il procedimento giudiziario nelle mani della FOSP un’arma socialmente pericolosa. La vostra organizzazione, conferendosi le funzioni di un tribunale vero e proprio con competenze penali, trascura tutte le norme e garanzie di un normale processo.

 

1) Vengono avanzate pubblicamente a mezzo stampa, nella forma di un ingiurioso articolo truffaldino, pesantissime accuse nei confronti di una persona senza alcuna indagine preventiva.

 

2) Sulla base di questo articolo, attraverso la diffusione a mezzo stampa, una persona viene esposta al pubblico giudizio senza che siano formulate delle accuse, senza un atto d’imputazione e persino dopo che il calunniatore è stato smascherato.

 

3) Un’assurda accusa del bureau esecutivo annulla «il caso» a prezzo di una totale ignoranza dell’articolo e del carattere delle accuse avanzatemi.

 

4) Nonostante l’annullamento della causa da parte del bureau esecutivo, viene convocata con un cavilloso pretesto una commissione giudiziaria presieduta da una parte interessata, che ha come scopo di accusare Mandel’štam di una cosa qualsiasi per salvare il prestigio della «Litgazeta».

 

5) Il tribunale, che si definisce «commissione arbitrale», si fonda sul metodo: «Tutti, con l’eccezione dell’imputato, sono procuratori a pieno titolo», attesta delle false, teppistiche accuse di datori di lavoro convocati per l’occasione, non si accorge delle più grossolane contraddizioni nelle loro deposizioni, si rifiuta di ascoltare i testimoni, non esige i fatti, non formula i capi di imputazione ed emette una sentenza diffamante, incongruente da un punto di vista giuridico.

 

6) L’organo supremo della FOSP, ovvero il bureau esecutivo, dopo aver ascoltato questa delibera, ne prende atto, la ratifica e ne proibisce la pubblicazione.

 

7) Dalla sentenza non viene tratta alcuna conseguenza civile riguardo all’imputato: egli non viene escluso dall’organizzazione, né i suoi atti vengono trasmessi al procuratore. (Per dare un’idea dell’orientamento «civico» della Federazione: quando sulla «Pravda» è apparso l’articolo di Zaslavskij Parassiti e negri, nel quale l’autore commentava la delibera della commissione arbitrale della fosp del 21 giugno e sosteneva diffusamente che tutto il lavoro traduttivo in URSS si fonda sullo sfruttamento di negri semianalfabeti, ingaggiati da scrittori dai nomi importanti, la Federazione lo ha passato sotto assoluto silenzio e non ne ha tratto alcuna conclusione civica).

 

8) Ad agosto la Federazione annuncia sulla stampa una revisione del caso sulla base della presenza di motivazioni «formali», ma per 5 mesi vi si sottrae.

 

9) A dicembre la Federazione improvvisamente nomina una commissione, che non si chiama già più «arbitrale», ma «commissione per l’esame delle imputazioni avanzate a Mandel’štam dalla “Litgazeta”». Questa commissione, come anche quella precedente, rifiuta di condurre qualunque procedura d’indagine, di formulare le accuse, di dare lettura dei materiali e di convocare i testimoni. Accennando di sfuggita a una persecuzione e a «pesantissime accuse, prive di fondamento» (formula della commissione), essa riconosce erronea la pubblicazione dell’articolo sulla «Litgazeta»[4] ma addossa a Mandel’štam la responsabilità morale della pratica produttiva delle case editrici sovietiche, della quale nell’articolo non si faceva cenno.

 

Tutte le vostre delibere sono cucite con fili putridi, non stanno in piedi e si contraddicono l’una con l’altra. Non c’è in esse alcuna voce fraterna, né un autentico giudizio, onesto, diretto, né strette di mano, né attacchi, né assoluzione: niente di tutto ciò. Le vostre delibere sono autentica prostituzione, condita con un’agra sbobba di trita morale. Io mi vergogno per voi. Io mi vergogno di tacciare dei vecchi di analfabetismo e malafede, mi vergogno per i giovani, a cui manca il coraggio di alzare la voce e dire la loro quando è il momento.

 

Che gesuitismo perverso, che crudeltà nemmeno impiegatizia, ma da preti, bisognava avere per dichiarare una persona «moralmente responsabile», senza spendere neanche una parola sul merito della questione, dopo un anno di persecuzione selvaggia dal sapore di sangue, dopo aver amputato a una persona un anno di vita, con carne e nervi!

 

Nella vostra delibera pronunciate la terribile parola «persecuzione», così, tra le altre cose, come fosse una bazzecola. Dove c’è stata persecuzione, da parte di chi, quando, in che modo?… Indicate i responsabili o tacete, o non osate parlare di persecuzione…

 

Io mi vergogno di avervi supplicati per mesi, come un mendicante, di condurre un’inchiesta. Se queste sono le nostre istituzioni, io le rifuggo come la peste. Voi sapete non ascoltare, voi sapete non rispondere alle domande dirette, voi sapete respingere un’istanza. Da tutto ciò che vi ho scritto in questi mesi verrebbe fuori un libro intero, micidiale, vergognoso per noi tutti. Nella storia della letteratura sovietica voi avete scritto un capitolo che odora di cadavere in decomposizione.

 

Io lascio la Federazione degli scrittori sovietici, io mi proibisco da oggi di essere scrittore, perché sono moralmente responsabile di quello che voi fate.

 

Grazie, compagni, di questo Processo delle Scimmie[5]. Ora, su, discutiamo di chi di noi sia un ladro… Avanti il prossimo!… Ma io non prenderò parte a questo banchetto di avvoltoi.

 

Cari compagni, in questa storia non c’è acqua di rose, non c’è letteratura, non c’è traccia di fine amor proprio, né di delicate infiorescenze di etica di scrittore. È una vicenda sovietica, penosa e difficile, scomoda e terribile, come quelle che leggiamo ogni giorno sui giornali, un colpo basso contro un lavoratore, un torcergli il collo all’ultimo sangue, dove tutti i mezzi sono buoni, tutte le vie percorribili: calunnia, falsa testimonianza, capziosità, forzatura giornalistica, dove tutto, per restare impuniti, è condito con ciarle sull’«etica dello scrittore». È uno degli innumerevoli casi in cui un lavoratore non gradito viene rimosso dal suo campo d’attività con metodi disonesti…

 

Per completare il quadro devo informarvi del fatto che l’indagine «d’onore» della Federazione altro non è stata che una passerella verso l’azione penale contro uno scrittore, cosa di cui la FOSP era perfettamente al corrente. La casa editrice ZIF al segnale della «Litgazeta» mi ha chiamato come convenuto corresponsabile in una causa civile, che aveva essa stessa innescato. Nelle aule civili del tribunale di governatorato e della Corte suprema la casa editrice ha cercato in ogni modo di procedere contro di me secondo l’articolo 177 del codice civile[6] e, impugnando, come argomento principale, l’articolo della «Litgazeta» e la delibera della FOSP del 21 giugno. In tribunale la causa è andata a monte e la condotta della «Litgazeta» è stata condannata esplicitamente in un punto della risoluzione della Corte suprema.

 

Dunque, compagni, la vicenda che voi chiamate «rivendicazioni della ZIF e di Gornfel’d nei confronti di Mandel’štam», e che riducete all’articolo di Zaslavskij, è stata una persecuzione di proporzioni piuttosto serie, svolta dall’inizio alla fine ad opera della FOSP stessa. Al momento attuale la Federazione è pronta a riconoscere che la persecuzione dello scrittore Mandel’štam ha arrecato un danno obbiettivo alla riforma editoriale, a cui lui mirava. Ma la Federazione tace pudicamente che è stata essa stessa a perseguitare Mandel’štam, non qualcun altro, e che le persecuzioni sono state una risposta diretta agli interventi pubblici di Mandel’štam. Questo genere di «legame» tra persecuzione e ciò che da noi si chiama autocritica è, da un punto di vista sovietico, un grave reato, ma la legge sovietica, evidentemente, non è scritta per la Federazione degli scrittori sovietici, e quest’ultima non sente alcuna responsabilità per le sue vergognose azioni né, viene da pensare, ne risponderà.

 

L’abuso della cosiddetta giurisdizione, ovvero del diritto di un’organizzazione di giudicare i propri membri, rasenta in questo caso l’assassinio morale e il sabotaggio civico. Il mio rinvio al tribunale da parte della Federazione degli scrittori è una cosa mille volte più grave dell’articolo in sé. È esattamente questo ciò che considero il reato della Federazione nei miei confronti. Il comportamento di tutti i miei compagni – scrittori sovietici che, a braccia conserte, si sono preparati a godersi lo spettacolo di Mandel’štam che si contorce davanti alla Federazione per sfuggire all’accusa di furto e frode, che non hanno mosso un dito per scongiurare questa rivoltante commedia – è per me motivo sufficiente per rompere con voi tutti.

 

Per Mandel’štam la Federazione degli scrittori sovietici si è rivelata un comando di polizia in cui è stato trascinato. […] Alla «Casa di Herzen» Mandel’štam è stato più volte perquisito pubblicamente e le mani di tutti gli scrittori sovietici, incluse le vostre, se appartenete alla Federazione, gli hanno frugato le tasche.

 

Venti anni di lavoro non mi hanno assicurato contro un attacco dell’organizzazione degli scrittori. […] Ma gli scrittori sovietici restano come prima organizzati, mentre io, essendo solo Mandel’štam, non dispongo di un apparato adeguato all’autodifesa per il successivo ventennio, e […] ritengo perciò ragionevole escludermi dalla comunità organizzata degli scrittori.

 

[1] Acronimo di «Federacija Ob’’edinenij Sovetskich Pisatelej» [Federazione degli scrittori sovietici].

[2] Si tratta del documento che in Russia veniva rilasciato alle prostitute.

[3] Vasilij L’vovič L’vov-Rogačevskij (1873-1930), critico letterario, faceva parte della commissione arbitrale della FOSP nel caso Mandel’štam-Zaslavskij.

[4] Riferimento al primo articolo di Zaslavskij.

[5] Il riferimento è a una famosa vicenda giudiziaria americana del 1925, che vide scontrarsi in aula creazionisti ed evoluzionisti.

[6] Si tratta dell’articolo sulla violazione del diritto d’autore.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *