di Mauro Piras

 

Che cosa succede con la scuola, a pochi giorni dal rientro in aula? L’impressione generale, nei media e nell’opinione pubblica, è di una grande confusione. Forse i media esagerano, e certo la paura della pandemia provoca reazioni irrazionali. Ma l’incertezza è condivisa anche dagli addetti ai lavori. Molte cose non vanno per il verso giusto, ci sono gravi ritardi. Perché?

 

Che cosa è andato storto?

 

In primo luogo, paghiamo gli errori della politica scolastica. C’è un grande bisogno di docenti di ruolo, ma non li abbiamo, perché i concorsi previsti fin dal 2017 dalla Buona scuola, e che si sarebbero già conclusi, sono stati invece bloccati e rinviati dai governi successivi. E così partiremo con un gran numero di supplenze, in piena emergenza.

 

Secondo, paghiamo i ritardi delle decisioni politiche. Durante il lockdown è stato fatto un decreto scuola che prevedeva due scenari: rientro a scuola entro il 18 maggio, oppure scuole chiuse fino a settembre. Sappiamo come è finita. Ma a quella data, quando si è deciso, dovevano essere già pronti i primi documenti per tornare in aula. Due soprattutto: il Documento tecnico del Comitato tecnico scientifico (CTS), con le misure di sicurezza e contenimento, e le Linee guida del Ministero dell’Istruzione (MI), per organizzare le attività didattiche. Intorno al 18 maggio bisognava avviare tutte le azioni per ripartire a settembre: definire le distanze di sicurezza tra gli alunni, misurare le aule, trovare i banchi, trovare nuovi spazi, trovare nuovi docenti, studiare le forme di flessibilità orarie ecc. Invece niente. Il Documento tecnico del CTS è uscito il 28 maggio, forse c’era ancora qualche speranza di recuperare il tempo perso. Invece no. Le Linee guida del MI sono uscite il 26 giugno, con enorme ritardo. Tutte le cose da fare erano ancora davanti alle scuole, alle Regioni e agli enti locali. Dopo si sono accumulati altri ritardi; è inspiegabile, per esempio, perché le Linee guida sulla Didattica digitale siano uscite solo il 7 agosto, e perché i tavoli tra Regioni e CTS per i trasporti si siano aperti solo in questi giorni. Non si poteva fare prima tutto questo?

 

Il populismo No DAD

 

Ma la terza ragione di questo caos è un’altra. Il CTS a fine maggio aveva chiesto esigenti misure di distanziamento e suggerito, tra l’altro, la riduzione del monte ore e l’uso della didattica a distanza, a partire dalla scuola media, a integrazione di quella in presenza. Nel frattempo, però, si è sviluppato un movimento, di famiglie, docenti, associazioni e ahimè anche sindacati, che ha pestato su un unico pedale: “la vera scuola è quella in presenza, la didattica a distanza (DAD) è il demonio, a settembre tutti a scuola, nessuno deve perdere un’ora”. Aspirazioni sacrosante, ma si dimentica che l’emergenza non è passata, il virus circola e stare riuniti in tanti per molte ore in un luogo chiuso non aiuta. I numeri in risalita di questi giorni lo provano. Certo, sappiamo che ci sono situazioni in cui la DAD non si può usare: gli alunni della scuola dell’infanzia e della primaria, i disabili. Situazioni per cui bisogna trovare altre soluzioni. Ma questo non giustifica la demonizzazione della DAD. Invece la maggioranza di governo, a un certo punto, ha deciso di schiacciarsi su questo “populismo No DAD-Tutti in classe”.

 

Le conseguenze sono evidenti. Le Linee guida sono uscite con grande ritardo. Come già è stato osservato più volte, per esempio da Andrea Gavosto (Fondazione Agnelli), non hanno previsto scenari intermedi, ma solo il rientro per tutti (rischio basso) e il lockdown (rischio alto). E se il rischio è medio? Nessuna soluzione flessibile? Inoltre, si è immaginata una scuola in cui, pur con la pandemia in corso, si è tutti presenti. Il governo ha spinto il CTS a ridurre le misure di distanziamento; ha puntato sugli arredi delle aule; ha limitato la didattica a distanza, come integrazione di quella in presenza, alle sole scuole superiori; non ha mai preso in considerazione la proposta di ridurre il monte ore obbligatorio, per permettere più facilmente delle turnazioni. Il mito è “tornare in classe”. In che condizioni? Senza sicurezza, inchiodati ai banchi e da mille regole rigidissime?

 

Si è detto, da molte parti: se troviamo gli spazi e i docenti, possiamo fare tutti didattica in presenza, è solo questione di investire più risorse. Quando è stato detto era già troppo tardi. Per trovare gli spazi ci vuole molto tempo. Anche per trovare i docenti ci vuole tempo. Invece tutte queste cose sono state pensate dopo che l’ordinaria amministrazione era già partita, che erano state formate le classi con i soliti criteri, assegnati gli organici con i soliti criteri. Un’operazione di tale portata andava messa in cantiere il 9 marzo.

 

Che fare?

 

Che cosa si può fare, ora? Avviare l’anno scolastico con le norme previste, semplificandole. Nell’ambito delle norme approvate, lo screening per il personale scolastico sarebbe più utile se fosse obbligatorio, e si potrebbero fare dei test  a campione (anche su campioni aggregati, i cosiddetti pooled test), periodicamente, su studenti e personale della scuola, come già suggerito a suo tempo dal CTS.

 

Ma bisogna prevedere anche uno scenario intermedio rispetto al lockdown. La soluzione è quella che hanno realizzato altri paesi: didattica per piccoli gruppi, alternando momenti in presenza e momenti a distanza, con grande flessibilità; autorizzare quindi la didattica a distanza anche per le medie; possibilità di convertire una parte del monte ore obbligatorio in attività a distanza (il ritornello, che i politici ripetono come dischi rotti, “non si perderà un’ora di scuola”, ci sta portando dritti a schiantarci contro un muro).

 

Se vogliamo tenere aperta la scuola, se vogliamo convivere in modo intelligente con il virus, invece di buttarci a capofitto in un’altra chiusura delle attività didattiche, il movimento No-DAD non va seguito. Altrimenti si conferma che questo governo vive sotto il ricatto del populismo, sia interno che esterno alla sua maggioranza.

7 thoughts on “Rientro a scuola: come non schiantarsi

  1. Mi sembrano giuste osservazioni: in quanto a demonologia, e a seguire l’eco del populismo, per la politica (e per una parte dei media), è purtroppo la norma, incuranti delle conseguenze (e delle improvvise inversioni di rotta del popolo). Detto questo, c’è da tenere conto del ruolo genitoriale: a meno di non avere un lavoro flessibile, o con orari ridotti, seguire i figli nella Dad cedo sia complesso e a medio termine infattibile. Oltre naturalmente ai costi di babysitter o altro.
    Certo trovarsi il 2 settembre con uno scenario come quello odierno è davvero sconfortante. Da marzo, di tempo ce n’era.

  2. Se voleva fare pubblicità alla DAD , ci è riuscito. Per chi insegna, la DAD comporta grandi difficoltà, per non parlare di quelle degli alunni (l’ho constatato sul campo, essendo un insegnante). Quindi non demonizziamo la DAD (utilissima durante l’emergenza), ma non facciamone neanche la panacea di tutti i mali.

  3. Dire che esista un movimento NO-Dad mi sembra eccessivo. Attribuirgli una connotazione populista un sorprendente scivolamento qualitativo dell’argomentazione. Esiste una corposa letteratura che evidenzia l’impatto del digitale a scuola ripercussioni su studenti (overload cognitivo, dipendenza da dispositivi tecnologici, frammentazione dell’attenzione), così come è documentato l’impatto che la Dad ha avuto sulle famiglie (chiamate ad una funzione di supplenza insostenibile). Chi ha espresso pareri fortemente critici sui tentativi di equiparazione tra a di stanza e in presenza non può essere liquidato come un populista cieco alla realtà dei contagi.
    Non confondiamo le acque: se la scuola dovesse chiudere la responsabilità sarà di un’assenza totale di pianificazione (elementi da te sottolineati) non dell’inesistente movimento NO-Dad.

  4. Caro Vincenzo,
    con il termine populismo ho forzato i termini, certo; però è vero che c’è stato e c’è un forte movimento di opinione contrario a qualsiasi uso della didattica digitale integrata a quella in presenza. Tra l’altro, una cosa è questa, un’altra cosa è la Dad di emergenza che abbiamo dovuto fare, in condizioni di fortuna, durante il lockdown. Denunciare tutti i mali di questa per contrastare ogni forma di integrazione con il digitale è una semplificazione (che mi ha spinto alla provocazione del termine “populismo”). E soprattutto, adottare questa prospettiva ha impedito di vedere che, se a causa della pandemia non si possono tenere tutti gli studenti in classe, un lavoro attento sull’integrazione digitale-presenza può aiutare. Almeno come secondo scenario, quello intermedio.
    Secondo me, anche prendendo la cosa con molto anticipo non sarebbe stato possibile avere tutti gli studenti in aula in condizioni di sicurezza e facendo una buona didattica. Perché con tutti i vincoli che imporremo la didattica in presenza peggiorerà molto. A meno di pensare, come fanno alcuni del CTS, che insegnare significhi parlare seduti alla cattedra mentre gli studenti ascoltano fermi e silenziosi.

  5. Caro Mauro,
    grazie della risposta. Io penso che nel mese di maggio sia emersa in un numero non marginale di insegnanti e in una fetta della società civile la constatazione della povertà comunicativa del digitale, di pari passo al suo dispiegarsi. Tuttavia quelle prime proteste segnate dallo slogan “tutti in classe” sono state determinate dalla totale assenza di discorsi sulla scuola a livello governativo; la contestazione della Dad è stata funzionale a rimettere la scuola al centro dell’agenda politica. Certamente ci sono state semplificazioni, ma occorre ricordare il contesto: dal Ministero, dalla classe politica nel suo complesso, il nulla se non la farsesca discussione sugli esami di Stato [lo ricordi anche tu].
    Aggiungo tre ultime considerazioni. I tuoi dubbi\paure su studenti “piante” sono anche i miei, e non potrebbe essere diversamente. Come genitore: nella scuola media la Dad presenta limiti fortissimi che , forse, sottostimi. Integrazioni: in tutte le scuola di cui ho conoscenza, presenza e digitale a distanza sono una realtà. nei piani orari. Di fatto lo scenario intermedio.

  6. La Dad è nata come emergenza e così deve rimanere tale, ma verso maggio in molti (politici, opinionisti, pseudotali) insinuavano che quello era il nuovo modo di insegnare, che doveva essere un’opportunità. Nessuno si è sognato di proporre un questionario serio ai genitori, agli studenti ed ai docenti perchè gli stessi fans della dad a lungo termine, sapevano benissimo che era stata un fallimento totale e non volevano vederlo scritto nero su bianco. In una parola sola la Dad è la Non didattica, è il modo migliore per disinamorare un alunno allo studio e a promuovere l’abbandono scolastico, è la strada certa verso l’ignoranza L’emergenza non è finita, è vero, ma c’è stato tutto il tempo per creare un’alternativa alla dad, qualcosa che si avvicini alla didattica vera… Anche se finora i risultati sono scoraggianti e pieni di assurdità, come l’aprire la scuola il 14 settembre apertura peeelettorale (questo si che è populismo) e poi richiudere per i seggi e forse… Forse… Forse… Riaprire…

  7. Insegno da molti anni al liceo e provo a contribuire alla riflessione di Mauro Piras, che condivido in gran parte, con alcune osservazioni:
    1. La prima cosa da tenere a distanza, per poter parlare seriamente di scuola, sono le semplificazioni mediatiche. Le tecniche con cui si insegna (comprese quelle tradizionali e consolidate) in sé non sono mai una panacea né un fallimento assoluto. Dietro l’acronimo DAD c’è un insieme molto vario e complesso di risorse tecnologiche finalizzate alla didattica. (L’insegnante che parla in videoconferenza ne è l’aspetto cruciale, come chiarirò, ma non è l’unico). Forse non tutti sanno che molte forme di DAD si praticavano nella scuola pubblica italiana, sia pure in piccole dosi, già prima della pandemia. Sono certa che si sarebbe integrata comunque, pian piano, con la didattica in presenza. Ora c’è stata (e c’è) un’accelerazione. Cerchiamo di gestirla noi docenti, nei limiti delle competenze di ciascuno (aggiornabili, in certe condizioni. Non mi propongo qui di approfondire gli aspetti politici del problema).

    2. Prendiamo atto che il pur funesto momento storico sollecita (finalmente? Ma davvero?) l’attenzione alle condizioni materiali in cui lavoriamo, in molti casi mortificanti. Tanto che magari avremmo preferito noi stesse/i restare invisibili, mimetizzate/i nel grigiore delle aule. La visibilità che ora ci tocca è un’arma a doppio taglio, socialmente e politicamente. Usiamola con consapevolezza.

    3. L’attenzione generale riguarda anche la nostra professionalità. Torno alle tecniche. Insegnare in presenza o attraverso uno schermo, in modalità sincrona o asincrona, principalmente attraverso i libri e/o con le risorse che chiamiamo multimediali, rafforzare la comunicazione scritta o privilegiare quella orale, leggere o ascoltare testi (in lingua originale o tradotti) ecc. modifica anche i contenuti che trasmettiamo. Sappiamo benissimo che ogni medium influisce sul messaggio; dunque anche ogni strumento o linguaggio, ogni ambiente didattico materiale o virtuale . Ogni mediatore o mediatrice – con la sua voce, la sua faccia, con lo sfondo che ha alle spalle, il suo stile, il suo modo di apparire – veicolando un contenuto lo riplasma ogni volta. A più forte ragione essendo il messaggio già in partenza veicolato da una forma sua peculiare.
    In conclusione: il nostro ruolo di mediazione, il nostro metterci la faccia va ripensato in stretto rapporto con gli oggetti e le finalità dell’insegnamento. Mai ovvie, anche per chi – com’è auspicabile – confida nella forza comunicativa dei classici di ogni tempo. Tanto è vero che, fra i nostri principali compiti, c’è o dovrebbe esserci quello di rendere consapevoli le nuove generazioni di come ogni mediazione/interfaccia condizioni i ‘contenuti’. Compito cruciale, in una società che elabora meccanismi mediatici raffinatissimi affinché ogni comunicazione, soprattutto di massa, sia percepita come autentica, spontanea, immediata.
    PS: modalità attuate alle superiori: non solo la didattica mista (come dice Vincenzo Sorella, che saluto) ma anche la riduzione oraria in molti casi mi risultano praticate. Appunto lo scenario intermedio.

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