di Alessandro Raveggi

 

[E’ uscito a luglio Grande karma. Vite di Carlo Coccioli, di Alessandro Raveggi. Ne proponiamo un estratto, cioè il capitolo intitolato Nulla è più utile all’anima che un corpo che non dorme].

 

“Hai ancora paura del buio, alla tua età?”

Nell’infanzia di Coccioli, lontanissimo dai deserti messicani e dalle follie parigine, c’erano state le dune africane. Dune formate da un’infinita varietà di granelli provenienti da ogni punto di una bussola, sgranati lì dal vento: alcune hanno una struttura a mezzaluna, se viste dall’alto, balze che cadono giù friabili; ma esistono dune a morfologia stellare, o a forme di strani vermicelli, dune che si voltano a oriente, e altre a occidente. Le dune, per quanto leggiadre, sono un complesso meccanismo di sedimentazioni, venti opposti, alisei, e del ghibli che soffia per giorni caldissimo da sud-est, o da sud-ovest, e cambia dimensioni e prospettive, delle cose, delle città libiche, che lui abitò.

“Hai davvero ancora paura del buio?”.

 

Venti e sedimenti nell’erg, nel deserto libico. Così si forma quell’Io tutto sconvolto, fatto a dune che si sfarinano l’una sull’altra, di Carlo Coccioli, che lascerà l’Africa nei suoi diciassette anni, per trasferirsi a Fiume… e poi ci sarà l’università, la tesi sui racconti degli animali in Africa all’Orientale di Napoli, la guerra, la resistenza, tutto il resto… Continuamente all’inseguimento di suo padre militare, Attilio – quasi un serissimo Lawrence d’Arabia italiano, un personaggio salgariano, sguardo severo, quella violenza repressa di un passato non limpido, una presenza quasi temibile, terribile –, quell’Attilio Coccioli che in realtà si dovrebbe chiamare Attilio Damasco – un padre che poco dissimulava la sua contrarietà al fascismo, pur tuttavia onorandone il valore militare.

 

Metti un bambino con tale padre nel contesto prima della Cirenaica, e quindi della Tripolitania, la Tripoli italiana degli anni trenta: otterrai una personalità assai travagliata. Ero un bambino, e forse, in qualche modo, già sentivo Dio, diceva infatti Coccioli in quello sfacciato racconto di confessione e conversione all’ebraismo che è Documento 127, diario meditativo numerato, quasi cabalistico. Forse già il mare livornese, davanti alla casa della famiglia materna dove nacque, gli deve aver inspirato quest’attrazione per la divinità, o in ogni caso quel legame con quello che chiamerà più volte il suo Jinn (un demone creato dal fuoco, dice il Corano), una voce o uno spirito che gli imporrà di scrivere.

 

Fin da Livorno, Carlo è poi circondato da un gineceo di prozie, e specialmente due emblematiche nonne, da lato di madre. C’erano la nonna Ida Duranti, eternamente afflitta da una malattia assurda (le gocciolava il naso, sempre) – che poi morirà di un tumore al cervello –, e l’Altra Nonna, ancora più misteriosa, la bisnonna Emma Fernandez, con i suoi occhi “altri” perché con la traccia… di differenti abissi genetici – della quale la famiglia sapeva che era ebrea, scrive Carlo, come avremmo saputo che aveva un neo sulla nuca. In una città, Livorno, che non dissimulava certo di avere una sua valorosa comunità di ebrei sefarditi che arrivarono in esilio dalla Spagna, alla fine del XV secolo.

“Da quanto hai paura del buio?”

 

La famiglia Coccioli si trasferisce in Africa nel 1927, Carlo ha sette anni: ricorda nelle sue memorie l’avventuroso viaggio sulla nave corrazzata Regina Elena, la lotta dei pesci volanti che schizzavano a destra e a manca attorno alla nave, l’equipaggio che cercava di farne rapina, il colore dei pesci… Prima tappa, il villaggio di Berca, dove Carlo inizia la scuola elementare con le suore italiane, assieme al fratello Alberto, in un panorama immerso totalmente nella sabbia (nelle dune) che circondava come una piaga la casona di legno dove si installarono.

 

È alla Berca che si manifesta l’influenza sibillina di un attendente di famiglia, l’istrionico, quasi clownesco, Guido Bergamini. Descritto come un tipo da circo, uomo vitale e volubile, funambolico e, evidentemente per natura, un po’ lenone, come forse lo furono tutti gli attendenti di Carlo.

 

Successivamente la famiglia, Bergamini appresso, si spostò a Bengasi, in via Djafaar, e lì nacque la sorella Marisa. L’assieme domestica e selvaggia Africa continua a imprimere forti inquietudini: racconta Coccioli di essersi sentito indocile, ribelle, immaginativo, pila elettrica, sensibilità estrema: la vista di un animale tormentato… mi precipitava in un mare di lacrime. Abbagliato dal sole, dall’ardore della luce, ma anche cullato da un tempo che aveva una maestosa lentezza da elefante, si dedicava a esplorare da solo il deserto, facendo soprattutto amicizia coi cani randagi, parlandoci in segreto, così come coi cavalli da cocchiere. Nella luce africana, una luce che significava anche voce divina – in frequente combutta col suo Jinn – Carlo aveva, confessa, una tremenda paura del buio.

“Vieni, non aver paura del buio, dai.”

 

Era un periodo fatto di luci e di ombre: gli italiani avevano tentato di arginare la rivolta senussita dello sceicco ‘Ómar alMukhtār, il Leone del deserto, che resisteva, assieme ai berberi, alla colonizzazione italiana, arrestato e poi impiccato pubblicamente in gran parata nel 1931 poco lontano da Bengasi. Coccioli ricorda l’immagine delle fotografie in bianco e nero sfuocate che circolavano a Tripoli, nei suq. Un dedalo tripolino dove viveva una complessissima coesistenza di popoli, fedi, etnie.

 

A Bengasi, assieme al fratello Alberto, aveva già assistito alla prima manifestazione di una fede avversa a quella – cattolica – accettata per convenzione fascista. Incappò nel rito di penitenza dei dervisci (di cui per lo più ricordiamo la danza), o meglio dell’ordine sufi dei Rifā‘iyya. Il bambino Carlo rimase sbigottito di fronte alla trance furiosa di una cinquantina di uomini, vecchi e giovani dal torace scoperto, i turbanti rossi in testa, i quali emettevano grida rauche e sospiri… si colpivano le spalle ignude con piccole scimitarre… si flagellavano le carni con le palme di ficodindia, spezzavano bicchieri e bottiglie e, le mani ricolme, se ne portavano i frammenti alla bocca, masticandoli, inghiottendoli…

 

Lui, occhi spalancati, fiato tirato, rimase estasiato non tanto dalla sofferenza e dal sangue, ma dagli occhi dei fachiri: la gioia del rito si confondeva con la sofferenza di un supplizio erotico. Un elemento imprescindibile della sua relazione con Dio, quest’estasi, questo stupore: che definisce tellurico, inebriante, necessaria febbre per ogni religione che non voglia presentarsi solo come un gelido ragionamento filosofico.

“Scotti, come affebbrato, in questo buio.”

 

Da Bengasi, per un breve periodo, la famiglia si sposta a Derna, in una carrozza che fu protagonista di un’epica traversata del deserto in tempesta. A Derna: ancora le suore, l’educazione cattolica, la campanella, il crocifisso.

 

“Dio mio, dio mio,” bisbigliava il bambino al bordo del letto, le mani giunte e i gomiti appoggiati sulla coperta ruvida, “ovunque tu sia, Dio, fai che il mio cane giunga in Paradiso, visto che ha sofferto le pene dell’Inferno in terra…” pregò alla notizia che il suo fido cane era stato messo sotto in una delle strade poco trafficate. A Derna, la madre Mina si ammalò e lui, affidato temporaneamente dal padre a una coppia di sposi senza figli ebbe il primo contatto con un’altra passione: non Dio, non gli animali, ma i libri. Passione che continuerà durante l’avvento della pubertà a Parma (un grande ricordo masturbatorio circondato di libri e nebbie emiliane) in un Nord Italia lontanissimo dall’Africa, dove la famiglia si trasferisce mentre il padre Attilio rimane bloccato a battagliare nel deserto del Fezzan. Dal 1933, dopo la parentesi parmense, i Coccioli si riuniscono di nuovo a Tripoli – la città che un anno dopo sarà sotto il controllo di Italo Balbo, il leader ardito, fanfarone, dalla barbetta volitiva, molto maschia, che portava un’aria di modernità, piaceva alle donne, offriva ricevimenti da Mille e Una Notte…

 

La famiglia, come molti italiani, risiede in una villetta della Città Giardino, dove gli ufficiali e i colonizzatori vivevano – e dove un tempo si trovavano solo cammelli, capre, oasi e palme, e ora, più che altro, fascisti esotici. L’educazione a Tripoli è ancora una volta quella cattolica, le suore ti insegnano a essere un buon cristiano e un buon patriota – per uno come Coccioli, il motto fascista Dio e Patria è però già all’epoca una blasfemia, perché lungo tutte le vie l’uomo trova Dio, avrebbe detto lui, citando Buber.

 

Viva Tripoli italiana!, gridano tutti al passaggio di Balbo per le strade africane. Là fuori, però, la città coi suoi narghilè che sbuffano strane idee: Tripoli, dove poggiavano i loro ditini almeno tre divinità, il Dio severo del ghetto ebraico, il Dio dei 99 nomi della comunità musulmana, e la presenza italiana con le sue chiesette e i suoi santi, i suoi Ave Maria e Pater Noster, il loro Dio un po’ compromissorio.

 

Viva Tripoli italiana!, per le strade, inneggiano a Balbo.

“Avrai mica paura a farti avanti, allora?”

Il richiamo del Dio severo degli ebrei significava per Carlo ritornare alla famiglia livornese di sua mamma, ebrea e legata alla comunità giudaica livornese, che rimarrà per sempre come traccia nelle cronache e memorie dell’esule italiano. Poi però, da bambini, non si può fare a meno di essere attratti anche dal richiamo dello adhān, il canto del muezzin della moschea di An-Naqah o di Gurgu, che per cinque volte al dì si leva dal minareto. Cinque volte, nella mente suggestionabile di un bambino, sono tante davvero…

 

Viva Tripoli italiana!, dice e ripete la scritta all’entrata.

Il Coccioli bambino gioca con i suoi amici per le strade di Tripoli, con uno di essi in particolare, che parla arabo: Edi (o Edy) Eminian, un ragazzo armeno suo compagno di classe. È un’infanzia che definisce una laboriosissima, non certo lieta giovinezza almeno fino a quando la sua famiglia, abbandonata definitivamente l’Africa, verrà costretta prima a Fiume, e quindi a Firenze. Con Edy condivide le scappate pomeridiane per Tripoli, esplora il suq turco infastidendo gli artigiani. Un giorno però prende Edy da parte, su di una scogliera verso Sciara el Sciatt e gli esclama: “Edy, io, sai, sono antifascista!”, che fu reazione di bambino, ma c’è da crederci che ci credesse davvero, che almeno col cuore ci avesse ragionato. E invece gli altri, gli altri no, per le strade, passa Balbo, e loro sull’attenti gridano: Viva Tripoli italiana, Viva Tripoli fascista! Un boato.

 

(Benvenuti dalla Tripolina. C’è scritto all’entrata.

Semplice: 3 Lire

Doppia: 5 Lire

Militari: 2 Lire

Vietato l’Ingresso a Bastoni e Ombrelli…

Venite a provare l’amore tripolino!)

 

“Venite dentro o aspettate fuori, signorino Carlo?” gli fece l’attendente Bergamini, gigantesco e sornione, nella penombra e sotto una tenda che sanciva l’ingresso al bordello.

E dentro: in un androne dal nervoso stile africano, misto a qualche dettaglio che pareva persino futurista, stavano tre donne, una per triclino.

Accolsero Bergamini e Carlo. Edy rimase risolutamente fuori.

Le donne, le cui labbra parevano violacee come quelle dei cadaveri, l’incarnato olivastro, i seni rotondetti e ben sostenuti, i diversi tagli del pube, si avvicinarono ai due italiani. Bergamini ride, nella risata gli si vedono i canini. Agguanta le natiche delle ragazze con grande foga, come avesse fame di un cesto di frutta scomposta. Con quella presa porcina, muove le donne verso il piccolo Carlo.

 

“Una cosa così non vi ricapita più, signorino Carlo,” gli disse, e gliele offrì come giumente. Il bambino terrorizzato in quella stanza nella penombra, illuminata solo da fiammelle, rimase tra le donne che iniziarono ad accarezzarlo, con fare materno che presto si corruppe. Lui sognava di essere posseduto da una di quelle assenze che lo incamminavano verso il Vuoto. Nessuna delle tre grandi religioni gli offriva una risposta su quel Vuoto sabbioso.

 

Le tre donne cominciarono taluna a mordergli l’orecchio, l’altra a baciarlo in bocca, l’altra ancora dietro il collo. Sotto le istruzioni in arabo di Bergamini, che parevano quasi formule magiche in un rito militare di tentazione.

 

“Andateci piano,” fece Bergamini poi in italiano, “diamo al signorino solo un assaggio.”

Carlo pensava alla sua Assenza, la sua assenza sugli scogli di Livorno, alle nonne, zie, prozie, che lo circondavano e lo coccolavano. Quanta differenza con quelle dune, con quelle donne!

“Hai ancora paura del buio, grande e grosso che sei?”

Lui cercava le sue assenze, nella penombra del bordello, cercava le dune che rispondono al vento, là fuori, e vi si adeguano, in mezzo ai baci carnosi, alle lingue

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