di Massimo Gezzi

 

Lunedì 31 agosto, in Ticino, siamo tornati a scuola, tutti regolarmente in classe (è il modello che le autorità politiche hanno chiamato “scenario 1”) e senza aver fatto test sierologici o tamponi. Le disposizioni sono piuttosto semplici: a meno di 1 metro e mezzo di distanza da un’altra persona, è obbligatorio l’uso della mascherina. In classe, quindi, gli studenti devono indossarla sempre (tranne quelli situati in un pugno di aule molto ampie che assicurano un distanziamento tra i banchi singoli). Anche nei corridoi e negli spazi comuni si porta la mascherina, e anche nel piazzale antistante il liceo (a meno che ci si riesca a tenere a un metro e mezzo dagli altri). I docenti, opportunamente distanziati, in classe possono non indossarla. Nel caso in cui le cose peggiorassero, si passerebbe allo scenario 2: a turno, metà classe in presenza e metà a casa, a svolgere attività programmate. In caso di un altro lockdown, si passerebbe allo scenario 3: la didattica a distanza. Ho scritto di getto, giorno per giorno, un diario di questa prima settimana di scuola.

 

Lunedì 31 agosto

 

La prima cosa della giornata è mia figlia che viene nel letto, alle 7 in punto, e dice esattamente così: «Non vedo l’ora di tornare a scuola!». Andrà in seconda elementare, i materiali sono tutti pronti, e quando la accompagniamo facciamo appena in tempo a darle un bacio prima che lei si lanci dietro ai suoi compagni, in fila, impaziente di entrare nella sua nuova aula.

 

Chissà quanti dei nostri studenti avranno pensato o pronunciato quella frase, nei giorni scorsi. Pochi, forse. Eppure quest’anno è diverso, lo sappiamo tutti. Quest’anno non è solo tornare a scuola: è riconquistare un diritto, riprendersi il proprio posto. La prima cosa che dirò, quando oggi accoglierò le mie classi, sarà allora «Bentornati, bentornate», che è la parola con cui Andrea Pomella chiude un bel libro che ho letto quest’estate. Il libro si intitola I colpevoli, e quell’augurio viene rivolto dal  protagonista – che poi è anche l’autore del libro – al padre con cui non ha relazioni da trentasette anni. Ci siamo visti in classe l’ultima volta l’11 marzo, se ricordo bene, e mi sembrano trentasette anni che non ci si vede. Sarà faticoso, certo. Dovremo indossare le mascherine e i bronci, i sorrisi, le parole bisbigliate a bassa voce al compagno non si vedranno. Però ci saremo, ci guarderemo negli occhi e ci ascolteremo. Ristabiliremo la relazione didattica e umana senza la quale non esiste scuola.

 

Quando li rivedo, tutti diligentemente mascherati, è molto strano. Uno non lo riconosco. Forse è uno studente nuovo, mi dico; glielo chiedo anche, e lui sta al gioco: «Sì, sore [prof.], sono nuovo», risponde. Invece è N., e io faccio la prima figuraccia dell’anno. Senza cappellino e con la mascherina N. sembra un altro. Invece poi ride forte, per fortuna, e tutto torna al suo posto: sono usciti dal nero infernale delle videocamere spente, sono di nuovo vivi. Bentornato anche a te, N.

 

D. scuote la testa, quando elenco i punti del protocollo anti-covid. Questo scetticismo non vuol dire che si opporranno alle regole: sono certo che tutti indosseranno regolarmente la mascherina in aula e nei corridoi, come prescrivono le direttive. Non riescono a capire, forse, perché la scuola sia considerata quasi un mondo a parte: fuori pranzano insieme, escono, possono andare in discoteca (per un totale di cento a sera in un locale), nei negozi la mascherina non è obbligatoria e non la indossa quasi nessuno, mentre a scuola sì. Io la tolgo, vicino alla lavagna, perché le direttive me lo consentono: parlo con più agio, loro mi sentono meglio e seguono con più attenzione. I ragazzi invece non possono toglierla, né dentro né fuori. Ma quando li saluto e mi avvio, sul piazzale della scuola fioccano già gli abbracci. Forse dovrei farlo ma oggi, e in questo momento, non riesco a dissuaderli.

A domani, dunque. Sono curioso di vedere che succede in classe, con le lezioni normali.

 

Martedì 1 settembre

 

Ho cinque ore di fila, la prima mattina. Due classi del tutto nuove. Problema pratico: come farò a riconoscerli? Ho le foto che la scuola ha scattato a tutti in prima, d’accordo, ma a questa età i ragazzi cambiano rapidamente, e con la mascherina vedo occhi, occhiali, capelli, ma non volti, espressioni, facce.

 

Mi presento, poi chiedo loro chi sono, quali sono i loro interessi. Chiedo cos’hanno letto durante le vacanze. Nella prima classe quasi nessuno ha letto un libro (tra le eccezioni A., che ha scelto Kundera, e pochi altri). Nella seconda idem (a parte A., che ha letto Belli e dannati di Fitzgerald). Nella terza va meglio: hanno letto Vonnegut, Orwell, persino La vita oscena di Aldo Nove. Li chiamo tutti, li faccio parlare, li invito a raccontare la loro estate (molti hanno guardato serie su Netflix anche di giorno, purtroppo). Poi tocca a me, con il piccolo numero di prestigio che di solito provoca borbottii e qualche scompiglio: rovescio il mio zaino e butto sulla cattedra le mie letture estive. C’è il libro di Pomella; quelli di Daniele Garbuglia (Fare fuoco), di Giovanni Montanaro (Tutti i colori del mondo), di Fuani Marino (Svegliami a mezzanotte); c’è L’educazione sentimentale di Flaubert nella traduzione di Lalla Romano; ci sono i saggi di Mario Lavagetto (Oltre le usate leggi. Una lettura del Decameron) e di Massimo Bucciantini (Addio Lugano bella. Storia di ribelli, anarchici e lombrosiani); ci sono i libri di poesia di Andrea Bajani (Dimora naturale), di Tommaso Di Dio (Verso le stelle glaciali), di Marco Villa (Un paese di soli guardiani). Qualche altra cosa. Comincio a raccontare Montanaro, Pomella, Garbuglia; con la classe che conosco meglio – e con cui abbiamo già studiato Boccaccio – parlo del libro di Lavagetto, leggo qualche poesia. Non so spiegare perché, ma sto bene. Ho vissuto con angoscia e frustrazione i mesi che vanno da marzo a giugno, la cosiddetta “scuola a distanza” (che scuola non potrà mai essere: al massimo didattica). Sto bene perché ci guardiamo, perché vedo, percepisco l’interesse o la noia (una già smanetta sotto il banco con il cellulare: faccio finta di non vedere); perché sento di avere riconquistato anch’io il mio posto e la mia funzione. Voglio ripartire da qui. Quest’anno voglio provare a costruire, nel mio piccolo, una scuola meno basata sulla valutazione e più sulla relazione, sulla mediazione culturale e anche umana. Vorrei che l’esperienza dell’anno scorso avesse davvero lasciato qualcosa anche a noi che insegniamo. Lo spero.

 

Mercoledì 2

 

Gli studenti che ho davanti oggi sono quelli dell’Opzione complementare (OC) Storia della cultura: un percorso di letture attraverso la grande letteratura europea dell’Otto e del Novecento che al liceo, purtroppo e paradossalmente, rischia di rimanere fuori dai programmi. Durante il periodo di scuola a distanza li ho lasciati molto liberi: potevano scegliere un libro, leggerlo, e raccontarmi le loro impressioni di lettura in un diario elettronico visibile solo a me, senza alcuna valutazione. In pochi l’hanno fatto. Eppure dovrebbero aver scelto questa Opzione – ognuno sceglie liberamente la propria OC – perché interessati alla lettura, alla letteratura. Chiedo loro come mai. Cos’è successo. Mi rispondono quello che già temo: K. mi dice che le sembrava di sottomettere la lettura, che deve rimanere un gesto libero, al vaglio di un professore. Giusto, penso. Ma qui non c’era valutazione, ribatto: solo il gusto, forse la necessità di condividere qualcosa tra di noi (noi chi? L’illusione del “noi” a volte è più perniciosa di quella del “tu”, come sanno bene i poeti). A. mi spiega che si sentiva prigioniera della sua testa, e che leggere non le consentiva di evadere, di allentare le catene. Ma certo: è successo anche a me, a molti. Durante il lockdown non si riusciva a leggere. La realtà, composta da una faccia effettuale e da una fantasmatica alimentata dai media, era più forte di qualsiasi libro. Era impossibile distrarsi, staccare (o collegare) la spina. Allora l’estate sarà servita anche per ricominciare a leggere, insinuo. E infatti sì, loro hanno letto molto. Chi in tedesco, chi in inglese, chi in italiano. L., per esempio, ha letto tutti I promessi sposi in tre giorni: senza il pungolo e l’imposizione di un professore di italiano, mi dice, li ha letti con grande piacere: è un libro bellissimo, conclude. Me ne rallegro, anche se mi convinco sempre di più che il mestiere che faccio rischia di mettermi nelle condizioni del borghese di Teorema di Pasolini (che «in qualsiasi modo agisce, sbaglia»).  E comunque, ricominciare a leggere dopo un periodo di cecità: forse abbiamo fatto anche questo. La prossima settimana parliamo di Madame Bovary, che faceva l’esatto contrario di quel che abbiamo vissuto noi: costruiva la propria vita a partire dall’immaginazione, dalle fantasticherie alimentate dai libri. Chissà cosa ne penseranno.

 

Giovedì 3

 

Questi sono gli allievi del Lavoro di maturità (LAM), una tesina che gli studenti devono scrivere tra il secondo semestre della terza e il primo della quarta, che in Svizzera (nella maggioranza dei cantoni) è l’ultima classe di liceo. Ho ereditato questo LAM da Fabio Pusterla, che ha insegnato per vent’anni nella mia scuola e l’anno scorso è andato in pensione (anche se continua a insegnare all’università, per fortuna). Si intitola Le storie di qualcuno ed è un lavoro di scrittura narrativa. A. mi racconta che durante il lockdown non ce l’ha fatta: non riusciva a scrivere, non le veniva proprio nulla. L’estate è andata meglio, invece. Anch’io non ho scritto nulla, le dico, quando ero a casa. A volte desideriamo l’isolamento, per scrivere meglio e di più, e invece il confinamento ci ha prosciugato di tutte le parole, lette o scritte. L’importante è essersi sbloccati, la incoraggio. Sì, sorride lei da dietro la mascherina.

 

D. invece ha passato l’estate in giro per l’Europa. Ha fatto un interrail, proprio quest’anno, evitando i Paesi più a rischio. Ma doveva farlo, per molti motivi, ed è filato tutto liscio. È partito da solo. Ha letto molto, sul treno. Gli è piaciuto in particolare Walden di Thoreau. Ha più di 30.000 parole da farmi leggere: le leggerò tutte con grande attenzione e trasporto, ne sono certo.

 

Rieccoci, insomma. Il giro delle classi è concluso. Il primo contatto è stato positivo. Cerchiamo di prenderci cura di questo luogo e di questo tempo, penso mentre chiudo la porta dell’aula e torno a casa.

 

Venerdì 4

 

Oggi succede quello che molti si aspettavano: a metà mattina circola la notizia che due studenti di due scuole del settore post-obbligatorio (non la nostra) sono positivi al coronavirus. L’hanno contratto fuori dalla scuola, forse in una discoteca, ma poi sono stati in aula con tutti gli altri. Vediamo che succede ora, penso. La reazione generale è ragionevole e pacata: l’Ufficio del Medico Cantonale non ordina la quarantena per tutta la classe (e per i relativi docenti), ma si limita a contattare alcuni compagni con i quali i due hanno pranzato o passato del tempo senza accorgimenti al di fuori della scuola. Le misure di protezione (obbligo di mascherina o distanza di 1.5 metri) garantiscono una certa tranquillità per le scuole. Per i prossimi dieci giorni (non quattordici, come in Italia) i ragazzi che sono stati a stretto contatto con i due positivi dovranno rimanere a casa. Succederà ancora, prevede il medico cantonale, ma le misure che abbiamo adottato e che dobbiamo rispettare tutti ci consentiranno (speriamo!) di andare avanti e di non precipitare nel caos. Noi insegnanti dovremo essere comprensivi, flessibili, consentire a chi è in quarantena di non restare indietro e di non sentirsi minacciato dalle lacune accumulate nelle varie materie (molte di più rispetto a quelle insegnate in un liceo italiano). Un bell’esercizio per tutti. E d’altronde è una cosa che dovremmo già saper fare, non solo in relazione alle condizioni sanitarie ma anche a quelle sociali e familiari degli studenti.

 

Così la prima settimana è passata senza grandi intoppi, a quanto pare. Sono stanco, ma sereno. La macchina è ripartita. Ho acceso il computer per scrivere questo diario, rispondere alle mail, lavorare per le lezioni o per «Le parole e le cose». In aula ho scritto con il gesso sulla lavagna di ardesia.

 

[Immagine: il Liceo cantonale di Lugano 1].

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