[Esce domani , per i tipi di Fazi, il romanzo di Kevin Barry, L’ultima nave per Tangeri, finalista al Booker Prize 2019.  Ne presentiamo un estratto dall’incipit]

 

1. Le ragazze e i cani

 

Al porto di Algeciras, ottobre 2018

 

Diresti che c’è una qualche fine in vista, Charlie?

Direi che più o meno una risposta a questa domanda ce l’hai già, Maurice.

Nella luce umida del terminal, due irlandesi avviliti gesticolano come chi è abituato al patimento e alla sventura – sono nati per quei gesti, e li dispensano con naturalezza.

È notte nel vecchio porto spagnolo di Algeciras.

Ah, e si tratta del posto più orrendo che possiate immaginare – non vi dispiacerebbe affatto girare la testa dall’altra parte.

Il terminal dei traghetti ha un’aria spettrale, un che di minaccioso. Puzza di corpi stanchi, e di paura.

Ci sono pezzi di manifesti strappati – le persone scomparse.

Ci sono annunci della dogana – il narcotraficante.

 

Un cieco rimesta nel sudore notturno e per vendere biglietti della lotteria schiocca la lingua sui denti come un grasso serpente a sonagli – non migliora la situazione.

Spensierati, gli irlandesi osservano le facce che scorrono in un rimescolarsi delle sette distrazioni – amore, pena, dolore, sentimentalismo, cupidigia, lussuria, desiderio di morte.

Sopra di loro un bar che si raggiunge con una scala mobile sibila di aspettative, tintinna di vita.

C’è un portellone e sopra un cartello con la scritta «INFORMACIÓN» – dicci di più – e una mensolina che sbuca fuori, interrogativa.

Maurice Hearne e Charlie Redmond se ne stanno seduti su una panchina un paio di metri a ovest del portellone. Hanno da poco superato i cinquanta. Gli anni ormai si ritirano come una marea. Ci sono i vecchi tempi sui loro volti, nelle linee dure delle mascelle, nelle bocche sgangherate. Ma conservano – più o meno – un’aria spavalda.

 

Adesso, in perfetta sintonia, si voltano verso il portellone con la scritta « INFORMACIÓN ».

Vuoi rifarci un salto, Charlie, e scambiarci ancora due parole? Capire qualcosa di quest’altra nave che dovrebbe arrivare?

Sì, ma c’è sempre il tizio di prima. Il tizio con la faccia acida. Non è certo un chiacchierone, Moss.

Provaci, Charlie.

Charlie Redmond si tira su dalla panchina in un concerto di sospiri. Distende le sue lunghe ossa. Si avvicina al portellone.

È zoppo, e trascina la gamba destra con un movimento che sembra una pennellata morbida, e con l’agio dovuto all’esercizio. Butta i gomiti sul bancone. Ha un’aria sfacciatamente minacciosa e un ghigno da piccolo spacciatore di strada. Il suo accento spagnolo è chiaramente del nord di Cork.

Hola y buenos noches, dice.

Aspetta per un bel po’, si guarda indietro, chiama Maurice.

Niente, Moss. Ha sempre quella faccia acida.

Maurice scuote la testa, intristito.

La odio l’ignoranza, cazzo, dice.

Charlie riprova.

 

Hola? Scusi? Vorrei avere notizie di questo traghetto in arrivo, questo traghetto che viene da Tangeri. O… che ci parte, da Tangeri.

Un silenzio triste; un gesto.

Charlie guarda in direzione del suo amico e mima la scrollata di spalle dell’informaciónista.

Qua mi becco solo spallucce, Maurice.

Habla Inglés gli devi dire, Charlie.

Ma Charlie alza le mani e trascina i piedi fino alla panchina.

Habla i miei coglioni, dice. Fa spallucce e lancia occhiatacce.

Ha la faccia di uno che se la passa male con la moglie, dice Maurice.

Si gira di scatto e urla verso lo sportello –

Levati quella faccia di cazzo!

– e sghignazza divertito.

 

Il sorriso spavaldo, sbilenco, di Maurice Hearne comparirà spesso. L’occhio sinistro è spiaccicato, morto, l’altro, curiosamente ammaliato, come se dentro ci fosse un eccesso di vita, per compensare. Indossa un completo consunto, una maglietta nera con il collo a v, scarpe da ginnastica bianche e una bombetta appollaiata sulla nuca. Un tipo macho, una volta, ma ora non più.

Gliel’hai cantata, Maurice. Gli hai dato una lezione al ragazzino.

Charlie Redmond? La faccia ha un che di antico, tipo da musico di corte medievale, uno che si sarebbe messo a strimpellare il liuto per te. In qualche tana di drago. Occhi fiammanti, adulterini, e anche lui un abito consunto, ma scarpe azzimate arancione ruggine, un paio di creeper scamosciate che mormorano di bordelli, e una notevole cravatta di velluto verde a coste. In più, fastidi di stomaco, occhiaie profonde come fosse, e fastidi all’anima.

Buttato a terra, fra i loro piedi, c’è un borsone – una vecchia carcassa Adidas.

Quanti anni sono che veniamo qui, eh, Charlie?

Già.

Pensavi che ormai la lingua fosse roba nostra.

Siamo allievi scarsi, Maurice.

Non me lo dire. Povero piccolo Maurice Hearne di Togher, in fondo all’aula, a occuparsi dei cappotti.

Il grugno appuntito di Charlie si contorce per leggere un cambiamento sul tabellone del terminal.

Policía, dice.

Dove?

Ci vedi o no? Laggiù.

Oh, che fifa. Datti una sistemata, Charlie.

Sai che ti dico, Moss? Non ti ci vedo proprio nella prigione di Algeciras. Sai di che parlo? Star dentro in una cella condivisa?

Sono troppo carino per una cella condivisa, Charlie. Diventerei la mogliettina di qualcuno nel giro di mezz’ora. Vieni Pedro, la cena è pronta.

La policía scompare di nuovo tra la folla.

La folla si fa sempre più fitta.

 

Nessuno sa cosa arriva o cosa parte dallo stretto stasera – giù in fondo si discute; ci sono problemi a Tangeri, e non è la prima volta.

Potrebbero volerci ore, Maurice.

Non si muoveranno fino al 23. Non è ancora mezzanotte.

Già, ma in che momento del 23? Si muovono a mezzanotte e cinque di stanotte? A mezzanotte meno cinque di domani notte? Sarà ancora il 23, cazzo. Potremmo dover aspettare un giorno intero.

Attraverso i finestroni arriva un assaggio della complicata luce del porto di Algeciras. Per via del chiarore dei lampioni, degli inquinanti persistenti e della rifrazione del calore lasciata dal sole di ottobre, l’aria è spessa e fumosa, e rende denso il bagliore notturno quasi fosse una cosa viva. È ben più che pesante per i fantasmi che restano sospesi lì, sopra di noi.

Dall’altoparlante parte a palla un annuncio – una scarica di consonanti spagnole nel brutale idioma andaluso – e i due sono infastiditi dall’intrusione.

L’annuncio si fa sempre più ansimante e complicato – siamo nei sobborghi dell’isteria – e, carenti nella lingua, i due si sentono disorientati, infuriati.

Dopo un po’ la voce diminuisce d’intensità, l’annuncio finisce, e loro si girano per guardarsi.

Non ci ha detto granché, vero, Maurice?

No, Charlie. Nient’affatto.

Maurice Hearne si alza dalla panchina e si raddrizza in tutta la sua altezza. Ascolta preoccupato gli scricchiolii delle proprie articolazioni – porca troia. Sente le protrusioni lucertolose sulla colonna vertebrale.

Come il pianto di Gesù al Getsemani, dice.

Strizza gli occhi in modo morboso verso i finestroni e con uno sguardo rapido e silenzioso interroga il vecchio amico; da Charlie Redmond arriva uno stanco sospiro di assenso.

Dal borsone Adidas i due tirano fuori mucchi di volantini fotocopiati. Su ognuno c’è la foto di una ragazza sui vent’anni. La ragazza è Dilly Hearne. Dove si trovi in questo momento non si sa.

 

* * *

 

È una giovane donna che stiamo cercando, dice Maurice.

Stiamo cercando la figlia di quest’uomo. Un uomo che non vede la figlia da tre anni.

La foto ormai è un po’ vecchia, ma dovrebbe ancora avere lo stesso portamento, direi.

Maurice? Non vedono mica il portamento dai suoi cazzo di gomiti.

La foto ormai è un po’ vecchia, ma dovrebbe avere ancora lo stesso… aspetto, direi.

È piccoletta. È una ragazza carina. È probabile che abbia ancora i dread.

I dread, capito? Bob Marley, Jah Rastafari?

Potrebbe avere un paio di cani, direi.

Tipo cani con una corda per guinzaglio?

È una ragazza carina. Ha ventitré anni, adesso. Avrà i dread da rastafariana.

Sai di cosa avremmo bisogno, Charlie?

Di che, Moss?

Avremmo bisogno di capire come si dice punkabbestia in spagnolo.

Zecche? Prova Charlie. Capelloni bastardi? Giramondo new-age? È così che li chiami?

E, per inciso –

 

Non mi starei a preoccupare, Maurice, questi stronzi il concetto di punkabbestia se lo sono inventato.

Per via del fatto che hanno il meteo dalla loro, Charlie. Poltrire su quelle spiagge di sabbia nera. Con tutte le ragazze e i cani.

 

* * *

 

Mi sa che ce l’ho la parola strana, Moss. Ci sto pensando. Quella del gergo, intendo.

Spara, Charlie.

Supermercado.

Com’è che si dice da noi?

Tesco.

Me ne ricordo un paio, di parole… Gorrión?

Che?

Gorrión! Da quella volta che sono stato a Cadice… Te l’ho mai detto, Charlie, che una volta ero innamorato di una signora più vecchia di me, a Cadice?

Ora che ci penso quasi me lo ricordo, Maurice.

Facevamo l’amore tutta la notte, Charles.

Eri giovane a quei tempi.

E sai cosa faceva per me la mattina?

Sono tutt’orecchi.

Mi dava da mangiare i passeri, Charlie.

Questi si mangerebbero qualsiasi cosa, eh? Questa gente.

Gorrión! Passero!

 

Se non è impallinato se lo mangiano. Lo buttano in padella e poi giù nel gargarozzo. Ma per prima cosa va unto e bisunto, Moss. Un passerotto?

Unto come i capelli di John Travolta. E non è che ci sia granché da rosicchiare da quegli ossicini, questo va detto.

Te la dico una cosa personale, Maurice? Il mio culo non è che se la passi granché da quel polpo che abbiamo mangiato a Malaga.

Ti sta facendo ciao ciao con la manina, Charlie?

Eh già. E ovviamente quel polpo non è stata la cosa peggiore di Malaga.

No, neanche per idea.

Neanche per sogno, bello.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *