di Federica Manzon

 

[E’ uscito da poco per Aboca Edizioni Il bosco del confine, il nuovo romanzo di Federica Manzon. Ne proprioniamo un estratto].

 

Monte Kobilnik, Jugoslavia 1979

 

In autunno facevamo lunghe passeggiate nei boschi, a volte in cerca di finferli e mazze di tamburo e gli ambiti porcini, altre volte solo per camminare. Ci alzavamo il mattino presto, quando i prati erano ancora bagnati dalla brina e le strade mute: indossavamo calzini pesanti e scarponi alla caviglia, con noi portavamo la borraccia e qualche mela, un pezzo di cioccolata. Andavamo avanti con quelle passeggiate fino a novembre inoltrato, solo mio padre e io, perlopiù in silenzio o scambiando qualche osservazione sulle tracce in cui ci imbattevamo nel sottobosco, un cerbiatto o una lepre, di rado un branco di cinghiali. Camminavamo sempre verso est o nord est, per ragioni che non dovevano essere del tutto chiare a nessuno dei due.

 

Durante una di quelle passeggiate ci eravamo persi, come d’altra parte era facile capitasse nel nostro orientarci senza cartine. In una foresta di abeti neri vagavamo senza bussola, e nel tentativo di ritrovare la strada prima del buio arrivammo a un’altura dove gli abeti cedevano il passo agli arbusti di scotano, con le foglie arancioni che stavano già virando in bordeaux scuro; arrampicandoci sui massi più grossi riuscimmo a scorgere sotto di noi una radura illuminata dalla luce verde-oro che anticipa il tramonto, e tutt’attorno il bosco. In un punto dove il prato inclinava scosceso verso sud si coglieva l’inizio di un sentiero. Mio padre, che camminava qualche metro avanti a me per scovare la strada, si era arrampicato per primo e girandosi, un dito premuto sulle labbra, mi aveva fatto cenno di raggiungerlo. Ricordo il mal di testa che mi tormentava per la fame, la luce iniziava a imbrunire e avevo mangiato solo una zuppa d’orzo diverse ore prima. Guarda laggiù, aveva sussurrato passandomi il binocolo. L’avevo puntato in basso senza vedere niente, cercando la messa a fuoco sugli abeti che circondavano il prato. Poi, spostando l’inquadratura verso l’imbocco del sentiero, li avevo visti: un gruppo di uomini in marcia, sei o sette, facce con zigomi alti e capelli neri lunghi sulla nuca. Tutti maschi. Attraversavano in diagonale lo spiazzo, senza l’ingrandimento del binocolo parevano una fila di coleotteri scuri diretti verso chissà quale tana. A guardarli dietro le lenti si capiva che avevano un passo diverso da quello degli altri camminatori, era insieme estenuato e determinato. Alcuni di loro avevano uno zaino, indossavano giacche a vento di colori sovietici, troppo pesanti per la stagione, e cappelli di lana. Quando erano spariti nel bosco mio padre mi aveva sfilato dal collo il binocolo, vieni andiamo, aveva fatto segno nella direzione opposta e era inteso che dovevamo spicciarci, scendere svelti nel sottobosco lasciando scivolare gli scarponi nel fogliame che formava un tappeto morbido punteggiato da ricci di castagne, qualche fungo bastardo.

 

Un’ora dopo avevamo raggiunto la strada che portava al paese, ma solo quando erano comparse le prime case avevo dato voce ai pensieri. Chi erano quegli uomini? Perché eravamo stati attenti a non farci vedere mentre li seguivamo con il binocolo? Mio padre, che aveva l’abitudine di non rispondere mai in modo diretto alle domande, mi aveva detto che probabilmente stavano andando in Austria, per poi da lì raggiungere qualche citta della Germania Ovest. Mi sembrava assurdo fare tutta quella strada a piedi quando c’erano i treni e le macchine, e perfino i nauseanti pullman con il loro odore di deodorante da uomo. Forse non vogliono far sapere a nessuno che se ne stanno andando, aveva detto mio padre strizzandomi l’occhio. Non capivo cosa ci fosse di divertente. Le guardie del confine registreranno il loro passaggio, avevo obiettato.

 

Nel bosco non esistono confini, aveva detto mio padre. Lo ripeteva spesso come una formula da mandare a memoria, rivelatrice di una qualche verità che avremmo capito solo molto tempo dopo, una volta diventati adulti. C’era ancora, al tempo, l’idea che non tutte le cose dovessero essere spiegate, alcune andavano accettate e basta perché arrivavano da un mondo a cui noi non avevamo accesso, un mondo di adulti e di segreti. Come un enunciato della Pizia, le parole si legavano insieme e rimanevano nelle nostre teste per anni, prendevano significati differenti mano a mano che crescevamo, fino a quando ce le scordavamo del tutto, per poi ricordarcele improvvisamente a un pranzo di famiglia quando, al momento delle grappe, si ricordavano avvenimenti leggendari della nostra infanzia – un modo come un altro per evocare i morti senza imbarazzarci.

Nel bosco non puoi dire questo albero e mio e quello invece e tuo, continuava mio padre, non puoi nemmeno controllare le persone che lo attraversano.

 

Eppure un giorno dell’estate precedente mio fratello aveva passato la notte in Val Rosandra, in tenda, accampato con alcuni compagni di classe poco sotto il sentiero della vecchia ferrovia, la mattina si era svegliato e per sfida aveva attraversato il bosco per andare a pisciare di là. Aveva fatto solo poche decine di metri, si era tirato giù i pantaloni della tuta e, prima ancora di poter far fronte ai suoi bisogni, dagli alberi era spuntato un ragazzo con il kalashnikov e la divisa con la stella rossa. Mio fratello aveva provato a dire qualcosa ma i pantaloni calati e il culo mezzo nudo alla boscaglia, la faccia pesta per i postumi dell’alcol scolato nella notte in tenda, avevano dato poca autorevolezza alle sue parole. Non aveva documenti, e erano bastati pochi istanti di incomprensione per trovarsi con il fucile puntato al petto e una spinta energica a tirarsi su i pantaloni e seguirlo fino alla torretta dove c’erano altri militari. Mio padre era andato a recuperarlo qualche ora dopo nella caserma della polizia di confine a Opicina, qualcuno l’aveva riconosciuto e aveva garantito le sue generalità.

Nel bosco i confini ci sono eccome, avevo protestato.

 

Mio padre aveva fatto un gesto come a dire che quello che era successo a mio fratello era un dettaglio irrilevante. Poi, come tante altre volte prima di quel giorno e come avrebbe fatto per tutti gli anni a venire a dispetto degli accadimenti e della storia, attacco con la sua lezione favorita: attraversando le epoche e gli Stati, raccontava (quasi sempre a me perché mio fratello appena ha potuto ha disertato i luoghi di montagna e la fascinazione del confine), centinaia di uomini illustri hanno fatto della passeggiata nella natura il fondamento del pensiero europeo. Nelle foreste di Francia e della Cecoslovacchia, in quelle affacciate sul Baltico, hanno camminato poeti e filosofi, soldati, ribelli, vagabondi e i giramondo fannulloni, tutti negli stessi boschi, e alcuni hanno scritto dei libri su questa cosa, capisci? Per camminare in un bosco, continuava senza badare ai nessi della logica, bisogna imparare a trovare il proprio passo lasciando che i piedi seguano il respiro e questa semplice accordatura ci rende inclini alla riflessione astratta, all’osservazione soprattutto. Con che spirito ci guardiamo intorno quando passeggiamo nel bosco? Tra l’avventuroso e il romantico, come se guardassimo il mondo per la prima volta, diceva. Non ci importa della meta, incontriamo viandanti come noi, fuggitivi e clandestini, oziosi e inquieti, il bosco non si divide per nazionalità come una cartina geografica, hai mai visto una betulla ritrarre i rami per non sconfinare in territorio straniero?

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