di Andrea Cortellessa

 

«Al centro immigrazione gli emigranti venivano smistati come tanti animali. Non una parola di gentilezza… Dove potevo andare? Quella era per me come la Terra Promessa. Il treno della sopraelevata passava sferragliando, le automobili e i tram passavano oltre senza badare a me»: così, sotto processo insieme all’altro «bastardo anarchico» (come equanime li definì il loro giudice) Nicola Sacco, protestava Bartolomeo Vanzetti: che il 23 agosto 1927, su una sedia elettrica in Massachusetts, finalmente incontrava la sua Terra Promessa. Quello stesso anno usciva in Germania, postumo, un libro intitolato Amerika: Kafka non c’era mai stato ma il suo Karl Rossmann non vi fa esperienze troppo diverse – al netto dell’allegorismo del romanzo – da quelle dei veri “migranti economici” suoi coetanei.

 

Il suo set più memorabile è l’Albergo Occidentale nella metropoli di Ramses; fra i suoi schiavi l’ascensorista Karl osserva affascinato i telefonisti stremati dal flusso delle comunicazioni («il capitalismo è un sistema di dipendenze…, tutto è concatenato… è una condizione del mondo e dell’anima», dirà Kafka a Janouch). A questa scena fa pensare quella riportata da Marco d’Eramo nel poscritto che aggiorna il suo classico studio su Chicago, la perfetta metropoli americana. Nel suburbio di Aurora si estende un capannone di più di quattro ettari, i cui inservienti sfrecciano su pattini a rotelle: è il Centro Dati del Chicago Mercantile Exchange. Dal 2016 la borsa della città si è resa invisibile: come a New York non è più a Wall Street ma in anonimi hangar del New Jersey. Plastica è l’invisibilizzazione del capitale, «l’abisso che ci separa dal 1995» della prima edizione del libro.

 

Aurora s’intitolava pure il capolavoro con cui Friedrich W. Murnau, giusto nel ’27, trionfò ai primi Oscar. Se a Metropolis dell’amico-rivale Fritz Lang (dello stesso mirabilis ’27) in genere si ascrive l’immaginario del Brave New World che violento affascinava gli europei di allora, è invece proprio Aurora la sua allegoria più ambivalente e poetica. L’icona del Tram, che dall’Eden della Campagna trasborda i personaggi in un’anonima Città Tentacolare, pare uscita dritta dalla Windy City col suo fantasmagorico Loop: la ferrovia sopraelevata che come nient’altro, ancora oggi, ci fa fare lo choc del Moderno (e d’Eramo ha pagine memorabili sul «capitalismo ferroviario», e tramviario, di cui Chicago è la «Gerusalemme»).

 

I grandi visionari venuti in America da Fuori, da Nabokov a Baudrillard, hanno insistito sulla dicotomia fra il luogo immaginario, la favola culturale e artistica dell’East e West Coast, e il deep State, tenebroso principio di realtà che all’improvviso vota Trump. Ma ci ha insegnato il grande urbanista californiano Edward Soja che esiste anche un «terzo spazio», intreccio di realtà e immaginario: certo più evidente dalle parti di Hollywood, ma forse ancor meglio incarnato da Chicago, appunto. Di questo spazio d’Eramo, allievo di Bourdieu dotato come pochi dell’«immaginazione sociologica» di Wright Mills, ha dimostrato (col raro equilibrio del Selfie del mondo, grande e meritato successo del 2017) di essere il nostro miglior interprete. Rispetto agli altri suoi libri, come questo strabocchevoli d’informazioni, Il maiale e il grattacielo mostra un di più di esaltazione percettiva e verve affabulatoria, che ne fa un testo anche letterariamente ragguardevole: dal respiro quasi epico.

 

Nella sfera dell’immaginario, tolta appunto l’epopea gangster (al 1927 si colloca pure l’apogeo di Al Capone), Chicago non può vantare il rilievo delle due Coasts. E infatti finisce sempre per sorprendere i suoi visitatori. È nella città che ha inventato i Grattacieli in architettura e l’American Way of Life in economia (ma dove sono nati pure i Black Muslims) che s’incontra – dice il prefatore Mike Davis – «il capitalismo senza veli»; ma è qui, pure, che ci sciocca l’impatto con un «miracolo d’architettura, che sta all’urbanistica del Novecento come Venezia a quello del Quattrocento». Più concentrata e sfacciata che a New York, quest’orgia di modernismo è quanto più mi abbia fatto provare una specie di sindrome di Stendhal: sotto il Cloud Gate, il “Fagiolo” di Anish Kapoor che, al mio sbarco nel 2006, era stato appena inaugurato al Millennium Park, davanti al magnifico Art Institute: macroscopico specchio deformante che mostra come sia una Proiezione ogni nostro pensiero sul Grande Altro chiamato America (non a caso la Mecca del Cinema).

 

È davvero una città-aurora quella che – come suona il sottotitolo di d’Eramo – ci racconta la «storia del nostro futuro». Che col ritmo parossistico del suo trasformarsi, cioè, mostra a giorno l’archeologia, e la «nostalgia», dei futuri che abbiamo vagheggiato (o temuto). La città dove sono stati inventati i futures, dispositivo emblematico che invisibile governa il nostro tempo, è anche un luogo durissimamente tangibile: «Vietnam interno» sul quale i conflitti sociali e razziali hanno lasciato cicatrici profonde. Rapinosa d’immaginario quanto grondante di realtà è questa città nata dal nulla nell’Ottocento: letteralmente fondata sulla carne e il sangue della macellazione industriale. La chiamano Windy City e il vento, si sa, di per sé non si vede; a vedersi sono i suoi effetti. Basta attraversare i resti di un tornado.

 

Marco d’Eramo, Il maiale e il grattacielo. Chicago: una storia del nostro futuro, terza edizione rivista e aumentata, Feltrinelli 2020, pagg. 494, € 15

 

[Questo articolo è uscito sul «Sole 24 ore» il 23 agosto].

 

 

[Immagine: Anish Kapoor, Cloud Gate (the “Bean”), Chicago].

 

4 thoughts on “Chicago, Aurora d’Occidente

  1. “Le risate alla televisione americana hanno sostituito il coro della tragedia greca. Sono inesorabili e risparmiano soltanto le news, la Borsa e le previsioni del tempo. Ma si continua a sentirle ossessivamente, dietro la voce di Reagan, dietro il disastro dei marines a Beirut e perfino dietro la pubblicità.”

    Jean Baudrillard, Amérique, Grasset, Paris, 1986 p.98

  2. “ – E del resto in America […] niente opera lirica –
    Almeno su questo punto la storia ha dato torto a Stendhal.
    Tra gli architetti che si resero celebri per la ricostruzione di Chicago dopo il grande incendio del 1871 […] almeno due, e tra i più importanti, erano grandi amanti dell’opera. John Welborn Rott, in cui è William Condit ha riconosciuto uno dei quattro principali architetti americani, accanto a Richardson, Sullivan e Frank Llyod Wright, avrebbe condiviso l’architettura e la critica musicale. E lo stesso Sullivan, che doveva costruire il famoso auditorium destinato ad ospitare anche l’Opera di Chicago (ridotta per molte stagioni a svolgere la sua attività a cielo aperto) era un convinto wagneriano. Cosa che può sembrare sorprendente da parte dell’autore della celebre formula ‘la forma come risultato dalla funzione’, se si fa caso a quel che era del teatro, della scena wagneriana, e della separazione che comporta tra realtà e idea, tra le funzioni tecniche e gli effetti scenici”.

    Hubert Damisch, Skyline. La ville Narcisse, Seuil, Paris, 1996
    pp. 102-3

  3. “ 15 agosto 1990 – « New York – A quasi sessant’anni dal primo verdetto l’America ha processato per la seconda volta Al Capone. In un aula del tribunale di Chicago, un gruppo di avvocati ha organizzato una replica del processo che, negli anni ‘30, fece finire in carcere il boss della mafia italo-americana. Tutti i protagonisti si sono presentati con gli abiti dell’epoca, e il dibattimento si è svolto senza esclusione di colpi. Ma alla fine, con l’applicazione delle nuove regole della giustizia americana, Al Capone è stato assolto. » (Dai giornali) “.

  4. “Ad una delle conferenze a Chicago, il moderatore insisté che Daisy Miller era una ragazza di Chicago (in realtà James l’aveva voluta originaria di Schenectady) e diventata adulta sarebbe seduta tra i presenti ad ascoltare James. ‘Forse oggi qui tutte le donne sono Daisy Miller’, replicò lo scrittore […]
    Un giornalista profittò della battuta per scrivere che il pubblico era prevalentemente femminile e che alla seconda conferenza tenuta da James a Chicago erano presenti solo due uomini – di cui uno addormentato e l’altro intrappolato tra le signore e impossibilitato a fuggire.”

    Leon Edel, Henry James: The Master 1901–1916, Avoon Books, New York, 1972, p. 279

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