di Stefano Jossa

 

I monumenti servono a prolungare la memoria, ma corrono il rischio di immobilizzare e imbalsamare un potenziale di energie vitali e forze trasformatrici. Tanto più se il monumento è a un vivo, che potrebbe avere ancora molto da dire, cambiando il già detto e promuovendo novità. Monumentalizzare un vivo è a suo modo neutralizzarlo, togliergli la parola, confinarlo nell’abisso della storia e sottrarlo al presente.

 

Se riconosciamo che i Meridiani rappresentano nella letteratura l’equivalente di una statua nell’urbanistica, ecco che il Meridiano di Alberto Asor Rosa, appena pubblicato per le cure amorevoli di Luca Marcozzi, si presenta fin dalla confezione come operazione a doppio taglio: da un lato un omaggio, che ne riconosce e sancisce la grandezza; dall’altro una pietra tombale, che ne impedisce l’arricchimento e lo sviluppo. Qualcuno potrebbe malignamente osservare, però, che in fondo ad Asor Rosa non si toglie nulla, visto che ha detto sempre le stesse cose, ricicciandole, al punto che il suo libro più importante è rimasto quello che gli diede la cattedra nel lontano 1965, Scrittori e popolo, che lui stesso ha sentito il bisogno non di aggiornare, ma di ripetere a cinquant’anni di distanza, con l’aggiunta di Scrittori e massa.

 

Sarebbe ingiusto, perché Asor Rosa è stato certamente uno dei grandi protagonisti intellettuali dell’Italia che va dagli anni Sessanta fino a oggi: non solo per il ruolo centrale che ha avuto nell’elaborazione teorica del PCI, ma anche per la sua consuetudine con la casa editrice Einaudi, i gruppi di potere giornalistico, la gestione politica dell’università e l’influenza esercitata nell’ambito della critica letteraria. A settant’anni ha deciso anche di cimentarsi con la scrittura narrativa, con risultati disuguali, ma gli va certamente riconosciuto il coraggio della sfida culturale.

 

È questo coraggio che nel Meridiano viene completamente meno, tuttavia, perché gli scritti si susseguono serialmente anziché aprirsi contestualmente. Inevitabile, si dirà, per la stessa struttura di antologia d’autore che il Meridiano si è proposto di essere fin dall’inizio, tanto che il primo della serie fu proprio (come probabilmente questo) un’autoantologia di Giuseppe Ungaretti. Voleva il Premio Nobel, Ungaretti, che stava volontariamente e scientemente costruendo il suo mito di poeta nazionale. Anche lui senza Nobel, e pure senza Strega, Asor Rosa può meno facilmente giustificare un’impresa del genere, perché i suoi scritti hanno senso come operazione culturale prima che come pagine letterarie. Che valore ha, ad esempio, antologizzare la Letteratura Italiana Einaudi (le sole pagine di Asor, poi raccolte in Genus Italicum), quando la grandezza dell’opera stava nel progetto complessivo, dove davvero la forza ideologica del curatore è dirompente, con la sua demolizione del paradigma desanctisiano, la sua tensione decostruzionista, l’attenzione ai meccanismi di produzione, la propensione alla pluralizzazione e la ricchezza della rete delle relazioni? Il monumento già c’era, ed era lì, senza nessun bisogno di ridurlo a pezzettini di riporto per farlo entrare dentro un nuovo monumento, costruito, sembra, coi materiali di scarto del precedente, che viene tristemente depotenziato e parcellizzato.

 

Del critico che ha saputo fondare un linguaggio potentemente intriso d’ideologia, ma anche sensibile ai lasciti idealisti, alle sirene strutturaliste e alle novità semiologiche, dal saggio strepitoso sulla cultura dell’Italia unita per la Storia d’Italia Einaudi alle varie storie letterarie per la scuola e l’università di cui è disseminato il suo percorso, si capisce davvero poco a leggere questo Meridiano, che vuole in effetti consacrarlo come scrittore, che è l’approdo verso cui tenderebbe tutto ciò che è venuto prima. Un po’ triste, di nuovo, per colui che è stato un grande critico politico, vedere che la sua attività puntava verso gli esiti certamente meno significativi.

 

Per rendere conto di un percorso che ha segnato in gran parte le tappe della critica e della cultura in Italia negli ultimi cinquant’anni, come vorrebbero fare l’introduzione di Corrado Bologna e la postilla di Massimo Cacciari, bisognerebbe storicizzarlo, anziché sottrarlo alla storia nel nome dell’Essere naturale (Bologna, che lo immette nella terra, paragonandolo materialisticamente a un aratro che rovescia le zolle) e del Sacro intangibile (Cacciari, che lo proietta nel cielo, trasponendolo mitologicamente in un’allegoria del tramonto dell’Occidente). Leggere Asor Rosa di fronte, e di contro, alla critica crociana imperante negli anni Cinquanta e Sessanta, nel suo dialogo con Fortini e Calvino negli anni Settanta, nella sua apertura ai linguaggi dell’egemonia borghese a partire dagli anni Ottanta, fino ai colpi di fulmine insondabili per Melania Mazzucco e Nicola Lagioia, significa lasciare ai suoi libri la loro valenza storica, anziché trasporli sul piano metastorico di un assoluto che nella dimensione umana non si dà. Il grande critico delle ideologie, che ha spesso saputo affondare la lama nelle ferite aperte delle scritture altrui, diventa prigioniero dell’ideologia del grande della storia, un piccolo Napoleone delle lettere che sembra uscire dalla penna di Thomas Carlyle anziché dal percorso dei suoi stessi scritti.

 

Chi ha letto Asor Rosa con adesione o con diffidenza, con curiosità distaccata o con afflato ideologico, non potrà che restare deluso di fronte a un Meridiano che gli toglie ogni vis polemica, lo trasforma in autore di belle pagine e lo sottrae al confronto col nemico. Quel nemico che sempre, esplicito o nascosto, è stato il suo modo di fare critica, nel tentativo di mettere in luce le contraddizioni e rivelare le ipocrisie: le grandi narrazioni che hanno portato a mitizzare l’illuminismo contro l’antico regime o il populismo contro l’individuo borghese gli sono sempre sembrate truffe intellettuali. Ma oggi la grande narrazione tocca a lui: chissà con quanta soddisfazione personale, se davvero la svolta a 360° non gli appartiene.

 

Poter rileggere l’attività critica di Alberto Asor Rosa nelle fasi che l’hanno segnata, nelle tensioni che l’hanno attraversata e nelle ricerche che l’hanno caratterizzata richiede di tornare ai suoi libri, immetterli in contesto, capirli e criticarli, mentre qui di libro ne abbiamo uno solo, inutilmente uno e tristemente solo. L’acribia filologica del curatore e le ambizioni metafisiche dei prefatori lo collocano agli estremi dello spettro critico, nei sotterranei ammuffiti delle edizioni testuali oppure nell’iperuranio impalpabile dei voli pindarici, ma gli tolgono quello che è il suo proprio, stare nella storia, con tutta la sua finitudine, tra memoria e oblio, nelle lotte per il potere e nei drammi dell’incomprensione. Manca proprio la critica, ciò che lui avrebbe insegnato, la disponibilità a vedere lo sguardo dell’altro, a capovolgere il dettato vulgato, a indagare le pieghe per scoprire i risvolti, ad aprire lo spazio del dubbio e del contraddittorio.

 

La lezione di Natalino Sapegno, l’influenza di Gramsci e Togliatti, il dialogo con Scalfari e De Mauro, il rapporto con la neoavanguardia e con gli ismi accademici, sono tutti nodi decisivi, che gli hanno consentito di essere sempre in movimento, sviluppare contraddizioni lui stesso, irrigidirsi, scartare e cambiare. Di tutto questo oggi resta solo una statua, che è tanto più brutta quanto più cancella i segni del tempo e tanto più bella quanto più oggetto di potenziale demolizione.

3 thoughts on “Monumentalizzare i vivi. Il Meridiano di Alberto Asor Rosa

  1. “Prese un altro settimanale, questo più attento alla politica e alla cultura. Niente catastrofi, niente principesse nude sulla spiaggia, ma facce, facce, dappertutto facce. Anche nell’ultima sezione della rivista, consacrata alle recensioni dei libri, gli articoli erano tutti accompagnati da una foto dell’autore in oggetto. Spesso gli autori erano sconosciuti, si poteva giustificare in quanto informazione utile, ma come giustificare cinque immagini del presidente della Repubblica, di cui tutti sapevano a memoria le fattezze del naso e del meno? […] Percorse il settimanale dalla prima all’ultima pagina per fare il calcolo: novantadue foto che riproducevano soltanto una faccia, quarantuno con faccia e corpo, novanta facce su ventitré foto di gruppo e solo undici foto dove le figure umane avevano un ruolo insignificante. Nel settimanale c’erano in tutto duecento ventitré facce.
    Poi rientrò Paul e Agnès lo fece partecipe dei suoi calcoli.
    ‘È così, riconobbe lui, più la gente è indifferente alla politica e agli interessi del prossimo, più è ossessionata dalla propria faccia. È l’individualismo del nostro tempo.’ ”

    Milan Kundera, L’Immortalité, Gallimard, Paris, 1990 pp. 46-7

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *