di Antonio Tricomi

 

Già sindaco leghista del comune di Gorle, in provincia di Bergamo, oggi Marco Ugo Filisetti occupa la carica di Direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale per le Marche. Lo scorso 14 settembre, per l’inizio del nuovo anno scolastico, egli ha sentito di dover rivolgere un caloroso messaggio di saluto agli studenti marchigiani. Un messaggio nel quale, tra l’altro, si legge:

 

A voi studenti ancora una volta ricordiamo, oltre all’impegno nello studio, l’esercizio dell’autocoscienza, che si interroga a partire dall’identità. Chi sono? chi sono i miei «padri»? quale passato? Perché è la memoria storica, la consapevolezza delle proprie radici che unisce una comunità, un popolo indicando il possibile futuro.

Il processo di crescita, nella scuola vi porti alla conoscenza di voi stessi, a essere persone autentiche che confessano e professano le proprie idee, le attestano, le provano e le realizzano, sino ad esserne «martiri».

Per questo siate coraggiosi come solo la gioventù sa esserlo, guardando con occhi impassibili tutte le difficoltà che il futuro pone davanti. Non disperate, mai, perché la speranza è la radice di ogni progetto, la molla per comunicare con gli altri, la forza che sorregge ogni seminagione.

Senza speranza non vi può essere nessun progetto di vita, di crescita per voi e per la Comunità che è intorno a voi, cammina con voi e continuerà a camminare grazie a voi.

Il futuro che sognate per voi e per la Comunità a cui appartenete si realizza se diventa passione, se diventa fede, se diventa destino. E la storia assicura un destino solo quando la vita scorre impetuosa nelle vene della Comunità, quando è presente una gioventù consapevole che il domani le appartiene.

 

Una settimana più tardi, come si sa, le elezioni regionali hanno decretato, nelle Marche, la vittoria di Francesco Acquaroli. Già militante di Alleanza Nazionale e poi del Popolo delle Libertà, iscritto da otto anni a Fratelli d’Italia ed ex sindaco di Potenza Picena, comune della provincia di Macerata, costui è stato sostenuto, nella propria candidatura, da una coalizione di centro-destra composta da Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia e da alcune liste civiche. Grande estimatore – a suo stesso dire – del filosofo sovranista e opinion-maker telegenico Diego Fusaro, Acquaroli ha però potuto ovviamente contare, in campagna elettorale, soprattutto sull’appoggio incondizionato di Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia. Non per nulla, lo scorso 20 agosto, i due erano assieme a San Benedetto del Tronto, in provincia di Ascoli Piceno, durante l’esibizione dei paracadutisti della Società Sportiva Lazio Paracadutismo capitanati da Lino Della Corte. Show che ha visto atleti e campioni variamente assortiti rendersi protagonisti di voli acrobatici in onore del partito guidato dall’onorevole Meloni. I paracadutisti, sulle note della celebre romanza Nessun Dorma inclusa nella Turandot di Giacomo Puccini, sono scesi dal cielo con due enormi drappi. Con un tricolore di cinquecento metri quadrati. Con una bandiera di centosettanta metri quadrati nel quale fiero campeggiava lo slogan elettorale di Fratelli d’Italia: «Vogliamo un’Italia libera, forte e coraggiosa».

 

Qualche giorno fa, per celebrare la giornata dell’Unità nazionale e delle Forze armate, Filisetti è tornato a rivolgersi agli studenti marchigiani. Ecco il suo vibrante messaggio:

 

In questo giorno il nostro reverente pensiero va a tutti i figli d’Italia che dettero la loro vita per la Patria, una gioventù che andò al fronte e là vi rimase.

Una gioventù lontana dai prudenti, dai pavidi, coloro che scendono in strada a cose fatte per dire: «Io c’ero». Giovani che vollero essere altro, non con le declamazioni, ma con le opere, con l’esempio consapevoli che «Un uomo è vero uomo se è martire delle sue idee. Non solo le confessa e le professa, ma le attesta, le prova e le realizza».

 

Combatterono per dare un senso alla vita, alla vita di tutti, comunque essi la pensino.

Per questo quello che siamo e saremo lo dobbiamo anche a Loro e per questo ricordando i loro nomi sentiamo rispondere, come nelle trincee della Grande Guerra all’appello serale del comandante: PRESENTE!

 

Vanno anzitutto tranquillizzate le famiglie degli studenti: marchigiani, e non solo. Il sistema scolastico italiano probabilmente non è tra i migliori, e quanti lo dirigono non perdono mai occasione di dimostrare di chi sia la principale colpa. Ad ogni modo, in esso prestano servizio umiliati dipendenti pubblici ancora capaci, in ossequio alla nostra carta costituzionale e in piena coscienza, di disubbidire a certi loro superiori per insegnare ai propri allievi le giuste norme della sintassi, il corretto uso della punteggiatura, un lessico che non sia il residuato del culturame e dello squadrismo fascisti. Imbelli docenti ancora in grado, cioè, di non esercitare forma alcuna di autoritarismo nel guidare gli alunni a pensare, a esprimersi, a schierarsi ciascuno con la propria testa, e quindi in maniera senz’altro più decorosa di taluni imperterriti nostalgici del Ventennio («Giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza», cantavano i ventimila camerati adunatisi a Milano nel marzo del 1922) che governano l’istituzione preposta alla loro istruzione, alla loro educazione civica. Un’istituzione in cui non si introducono peraltro i ragazzi esclusivamente al pensiero di Giovanni Gentile (autore che, per di più, Filisetti tralascia di citare in maniera del tutto pertinente). Né, tantomeno, li si esorta a qualsivoglia forma di fanatismo o persino al martirio in nome della strenua difesa delle proprie riscoperte radici magari nazionali o – perché no? – cristiane.

 

Le famiglie degli studenti possono stare serene, e non nella pericolosa accezione renziana del termine. Benché nella gran parte dei casi da includere nelle fila di quel ceto medio storicamente incline ad affidarsi, nei momenti di grave crisi economica e culturale, a cesari smaniosi di debellare il morbo delle diversità comunque intese, i docenti italiani, e nella fattispecie marchigiani, ritengono ancora che spronarli al senso critico e al senso storico non voglia mai dire agevolare, negli alunni, lo sprofondamento in foschi orizzonti particolaristici, e anzi neo-tribali, né esortare i ragazzi a immaginarsi futuri soldati pronti a morire per la patria o per la sovranista supremazia della loro identità nazionale sulle altre. E invece significhi sollecitarli al multiculturalismo e all’accoglienza dell’altro, anche quando costui sia magari approdato – in barba ai respingimenti invocati dal Capitano – a Lampedusa. Significhi insomma iniziarli a un relativismo culturale che mai risulti sinonimo di ignavia, o di indifferenza morale, e che sappia sempre dimostrarsi, viceversa, l’irrinunciabile prerequisito di un laico confronto alla pari sulle idee, per le idee.

 

E non si allarmino, in special modo, le famiglie dei tanti ragazzi di origine marocchina o tunisina o algerina o pakistana o cinese o albanese che vivono nelle Marche. Appena si sarà chiusa la parentesi della didattica a distanza e si potrà dunque tornare a scuola, tali padri, tali madri mandino senza angosce i loro figli nelle aule dei vari istituti di istruzione disseminati nella regione. Appeso a una delle quattro pareti che delimitano ciascuno di quegli spazi sempre troppo angusti e spesso sguarniti delle necessarie attrezzature informatiche, costoro al massimo troveranno – e, sia chiaro, non è giusto – un crocifisso. Sotto il quale, ad accomodarsi dietro una cattedra magari del secolo scorso (giacché denari, per la scuola, se ne stanziano solo quando incombe una tornata elettorale), essi non vedranno avvicendarsi nerboruti gerarchi propensi a trasformarli in una «Comunità» (rigorosamente con la maiuscola) smaniosa di lanciarsi alla conquista dell’Abissinia. Scorgeranno, invece, lavoratori socialmente delegittimati – in primo luogo dalle parole dei superiori – ma pur sempre pronti a favorire l’incontro tra le loro diverse attitudini individuali e culture di provenienza. Il tutto, senza in alcun modo ambire a soffocare una sola di quelle fisionomie intellettuali al fine di imporre, a ciascuna di esse, una qualche univoca tradizione identitaria da ossequiare. Il tutto, allora, per consentire agli allievi di lavorare i saperi di partenza e quelli acquisiti in classe per modellarne, insieme, uno nuovo. Nuovo anche per l’educatore. Un sapere che, se renderà comunità tali ragazzi, li renderà però una comunità (entusiasticamente con la minuscola) con talmente tante radici, da non averne alcuna. Da sapersi fondare esclusivamente sulle proprie foglie, sui propri frutti. È la democrazia, bellezza.

 

Dopo aver letto il secondo messaggio di Filisetti agli studenti marchigiani, il portavoce nazionale di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni, ha dichiarato che il suo partito presenterà a breve un’interrogazione in Parlamento e chiederà «un intervento deciso» della Ministra dell’Istruzione: l’onorevole Lucia Azzolina. Alla quale, da docente di Storia e Filosofia nei Licei, di certo non sfuggirà che il dipendente del MIUR in questione ha ricalcato, nella sua ispirata missiva, un passaggio del discorso di Mussolini per la nascita dei Fasci italiani di combattimento.

 

Bello però sarebbe che il Governatore delle Marche, e con lui le classi dirigenti nazionali della Lega, di Fratelli d’Italia, di Forza Italia, intervenissero, ancor prima di ogni eventuale discussione parlamentare, per prendere nettamente le distanze dai contenuti, dai toni della lettera firmata da Filisetti. In tal maniera, peraltro dimostrerebbero che sono in torto tutti coloro che, vivendoci, ormai da tempo – magari da quel 3 febbraio di due anni fa che vide Luca Traini (precedentemente candidatosi con la Lega per le elezioni comunali di Corridonia del 2017) sparare colpi di pistola nel centro cittadino di Macerata contro immigrati di origine sub-sahariana – hanno un’idea assai precisa delle cattoliche e – quasi per antonomasia – medie, cioè piccoloborghesi, Marche. Più di qualcuno si crede insomma legittimato, non da oggi, a ritenerle uno fra i principali laboratori politici di quel nuovo sanfedismo italiano sul cui declino in troppi si stanno forse illudendo. La pandemia da Covid-19 non lo sta infatti spazzando via. Come quando si tira indietro e poi di colpo si rilascia un elastico, che a quel punto schizza via lontano, essa sta solo consentendo a tale greve sentire comune di prendere la rincorsa per mettersi presto in condizione di compiere, una volta terminata l’emergenza sanitaria, un poderoso salto in avanti. Perché, se non fascismo, il nostro tempo però trasuda un’«oscura voglia, e disperata, di dimissione e servitù», oltre a conoscere massicce schiere di «ingannati» sovente fieri, appunto per sconforto, di esserlo.

 

Vecchie parole, queste ultime, non di Julius Evola – e speriamo che Filisetti non se ne abbia troppo a male –, ma di un utopista cronicamente eretico. Parole di Franco Fortini.

27 thoughts on “Fascisti su Marche

  1. Concordo con la preoccupazione espressa da Tricomi e con vera indignazione esprimo totale rivendicazione dei valori di antifascismo su cui si fonda o dovrebbe fondarsi la nostra repubblica …soprattutto parlando ai giovani mai si dovrebbe dimenticarli

  2. Parole, quelle di questo Dirigente, pericolose e farneticanti, che denunciano l’incongruità personale a quel ruolo, che è di guida e anche di esempio per tutta la comunità scolastica regionale. Purtroppo i media nazionali sono troppo impegnati nella diffusione di altre notizie per soffermarsi su questa (e altre), così rilevanti invece per farsi un’idea di come e dove stia andando la società italiana al di fuori della questione epidemica.

  3. “Come quando si tira indietro e poi di colpo si rilascia un elastico, che a quel punto schizza via lontano, essa sta solo consentendo a tale greve sentire comune di prendere la rincorsa per mettersi presto in condizione di compiere, una volta terminata l’emergenza sanitaria, un poderoso salto in avanti. Perché, se non fascismo, il nostro tempo però trasuda un’«oscura voglia, e disperata, di dimissione e servitù», oltre a conoscere massicce schiere di «ingannati» sovente fieri, appunto per sconforto, di esserlo.

    Vecchie parole, queste ultime, non di Julius Evola – e speriamo che Filisetti non se ne abbia troppo a male –, ma di un utopista cronicamente eretico. Parole di Franco Fortini.” (Tricomi)

    “Un utopista cronicamente eretico”? Precisare oggi – non dico in un consesso di accademici ma almeno su LPLC2 – che fu un “comunista speciale” è troppo scorretto?

    P.s. 1
    F. Fortini, Il comunismo (1958)

    Sempre sono stato comunista.
    Ma giustamente gli altri comunisti
    hanno sospettato di me. Ero comunista
    troppo oltre le loro certezze e i miei dubbi.
    Giustamente non m’hanno riconosciuto.
    La disciplina mia non potevano vederla.
    Il mio centralismo pareva anarchia.
    La mia autocritica negava la loro.
    Non si può essere un comunista speciale.
    Pensarlo vuol dire non esserlo.
    Così giustamente non m’hanno riconosciuto
    i miei compagni. Servo del capitale
    io, come loro. Più, anzi: perché lo dimenticavo.
    E lavoravano essi; io il mio piacere cercavo.
    Anche per questo sempre ero comunista.
    Troppo oltre le loro certezze e i miei dubbi
    di questo mondo sempre volevo la fine.
    Ma anche la mia fine. E anche questo, più questo,
    li allontanava da me. Non li aiutava la mia speranza.
    Il mio centralismo pareva anarchia.
    Com’è chi per sé vuole più verità
    Per essere agli altri più vero e perché gli altri
    siano lui stesso, così sono vissuto e muoio.
    Sempre dunque sono stato comunista.
    Di questo mondo sempre volevo la fine.
    Vivo, ho vissuto abbastanza per vedere
    da scienza orrenda percossi i compagni che m’hanno piagato.
    Ma dite: lo sapevate che ero dei vostri, voi, no?
    Per questo mi odiavate? Oh, la mia verità è necessaria,
    dissolta nel tempo e aria, cuori più attenti ad educare.
     
    Ps. 2
    da “Destini capitali” di Cristina Corradi (Edizioni Ensembe 2020:

    Sempre sei stato comunista
    odiavi il privilegio e la menzogna
    sapevi che la bellezza non offre
    salvezza, se non si varca la porta
    stretta della critica economica.

    Sempre sei stato comunista
    né pazzo né fanatico
    volevi più verità
    per essere agli altri più vero
    estremo nel desiderio
    di cibo buono per tutti.

    Sempre sei stato comunista
    la religione dell’estetico
    ti pareva vino da servi,
    rifiutavi il verso
    come lusso vita arbitrio,
    decadente culto padronale
    sprezzante del comune.

    Sempre sei stato comunista
    la poesia non ti bastava
    volevi realizzata
    la promessa d’interezza,
    tramortita la forma
    attributo di dominio.

    Sempre sei stato comunista
    a volte speciale, repulsivo
    tu pure comunista in un cuore solo,
    i compagni non riconoscevano
    l’intransigente disciplina
    che di questo mondo voleva la fine.

    Sempre sei stato comunista
    non ti dicevi poeta,
    la poesia per te non era
    estasi dell’io, recita
    di privata ossessione
    ghetto di compiaciuta rovina
    gratificazione della forma.

    Sempre sei stato comunista
    il tuo marxismo critico
    amaro dono di Cassandra
    coglieva in anticipo i nessi
    passi di falsi progressi
    gorghi e vicoli ciechi.

    Sempre sei stato comunista
    e ti chiedevi se la forma
    letteraria allusiva di pienezza
    fosse migrata altrove,
    non cercavi rimedio né requie
    sola testimonianza precisa
    di una proposta umana.

    Sempre sei stato comunista
    ti accusavano di astratto
    profetismo moralista,
    ma la tua spada spezzava
    l’aria ammorbata dal consenso
    di abati vati ribelli cortigiani.

    Sempre sei stato comunista
    anche se non c’era da sperare
    continuavi a educare.
    Alla pigrizia della storia
    non affidavi l’inversione,
    credevi irresistibile
    la tentazione del bene.

    Sempre sei stato comunista,
    quando la trave marcia crollerà
    sotto il peso di una rondine,
    colombi astuti e candide volpi
    torneranno ai tuoi giardini.

  4. “Come quando si tira indietro e poi di colpo si rilascia un elastico, che a quel punto schizza via lontano, essa sta solo consentendo a tale greve sentire comune di prendere la rincorsa per mettersi presto in condizione di compiere, una volta terminata l’emergenza sanitaria, un poderoso salto in avanti. Perché, se non fascismo, il nostro tempo però trasuda un’«oscura voglia, e disperata, di dimissione e servitù», oltre a conoscere massicce schiere di «ingannati» sovente fieri, appunto per sconforto, di esserlo.

    Vecchie parole, queste ultime, non di Julius Evola – e speriamo che Filisetti non se ne abbia troppo a male –, ma di un utopista cronicamente eretico. Parole di Franco Fortini.” (Tricomi)
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    “Un utopista cronicamente eretico”? Precisare oggi – non dico in un consesso di accademici ma almeno su LPLC2 – che fu un “comunista speciale” è troppo scorretto?
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    P.s. 1
    F. Fortini, Il comunismo (1958)
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    Sempre sono stato comunista.
    Ma giustamente gli altri comunisti
    hanno sospettato di me. Ero comunista
    troppo oltre le loro certezze e i miei dubbi.
    Giustamente non m’hanno riconosciuto.
    La disciplina mia non potevano vederla.
    Il mio centralismo pareva anarchia.
    La mia autocritica negava la loro.
    Non si può essere un comunista speciale.
    Pensarlo vuol dire non esserlo.
    Così giustamente non m’hanno riconosciuto
    i miei compagni. Servo del capitale
    io, come loro. Più, anzi: perché lo dimenticavo.
    E lavoravano essi; io il mio piacere cercavo.
    Anche per questo sempre ero comunista.
    Troppo oltre le loro certezze e i miei dubbi
    di questo mondo sempre volevo la fine.
    Ma anche la mia fine. E anche questo, più questo,
    li allontanava da me. Non li aiutava la mia speranza.
    Il mio centralismo pareva anarchia.
    Com’è chi per sé vuole più verità
    Per essere agli altri più vero e perché gli altri
    siano lui stesso, così sono vissuto e muoio.
    Sempre dunque sono stato comunista.
    Di questo mondo sempre volevo la fine.
    Vivo, ho vissuto abbastanza per vedere
    da scienza orrenda percossi i compagni che m’hanno piagato.
    Ma dite: lo sapevate che ero dei vostri, voi, no?
    Per questo mi odiavate? Oh, la mia verità è necessaria,
    dissolta nel tempo e aria, cuori più attenti ad educare.
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    Ps. 2
    da “Destini capitali” di Cristina Corradi (Edizioni Ensembe 2020:

    Sempre sei stato comunista
    odiavi il privilegio e la menzogna
    sapevi che la bellezza non offre
    salvezza, se non si varca la porta
    stretta della critica economica.

    Sempre sei stato comunista
    né pazzo né fanatico
    volevi più verità
    per essere agli altri più vero
    estremo nel desiderio
    di cibo buono per tutti.

    Sempre sei stato comunista
    la religione dell’estetico
    ti pareva vino da servi,
    rifiutavi il verso
    come lusso vita arbitrio,
    decadente culto padronale
    sprezzante del comune.

    Sempre sei stato comunista
    la poesia non ti bastava
    volevi realizzata
    la promessa d’interezza,
    tramortita la forma
    attributo di dominio.

    Sempre sei stato comunista
    a volte speciale, repulsivo
    tu pure comunista in un cuore solo,
    i compagni non riconoscevano
    l’intransigente disciplina
    che di questo mondo voleva la fine.

    Sempre sei stato comunista
    non ti dicevi poeta,
    la poesia per te non era
    estasi dell’io, recita
    di privata ossessione
    ghetto di compiaciuta rovina
    gratificazione della forma.

    Sempre sei stato comunista
    il tuo marxismo critico
    amaro dono di Cassandra
    coglieva in anticipo i nessi
    passi di falsi progressi
    gorghi e vicoli ciechi.

    Sempre sei stato comunista
    e ti chiedevi se la forma
    letteraria allusiva di pienezza
    fosse migrata altrove,
    non cercavi rimedio né requie
    sola testimonianza precisa
    di una proposta umana.

    Sempre sei stato comunista
    ti accusavano di astratto
    profetismo moralista,
    ma la tua spada spezzava
    l’aria ammorbata dal consenso
    di abati vati ribelli cortigiani.

    Sempre sei stato comunista
    anche se non c’era da sperare
    continuavi a educare.
    Alla pigrizia della storia
    non affidavi l’inversione,
    credevi irresistibile
    la tentazione del bene.

    Sempre sei stato comunista,
    quando la trave marcia crollerà
    sotto il peso di una rondine,
    colombi astuti e candide volpi
    torneranno ai tuoi giardini.

  5. LA PATRIA
    L’ aggettivo “patrio” evoca un mondo ormai scomparso alla De Amicis e alla Salvator Gotta, quando non suscita immagini di aggressioni armate, marce forzate, invasioni, campi di prigionia. Eppure i sentimenti legati alla Patria continuano ad essere sinceri e vitali per alcuni di noi.
    Il nostro altisonante inno nazionale proclama il carattere sacro del suolo patrio. Lo fa, si’, con una pomposità eccessiva. Ma negli inni nazionali il poeta s’innalza nei cieli rarefatti, mentre noi rimaniamo su terra. Eppure, nel passato, le solenni, sofferte, “eccessive” parole di “Fratelli d’Italia” sono state prese sul serio sia da gente eccelsa sia da semplici cittadini. Tra questi ultimi io annovero i miei genitori, mio zio infoibato, e tanti altri di quelle terre della frontiera nord-orientale rimasti per sempre fedeli all’italianità.
    Ma nell’ex Belpaese, il rapporto di molti col suolo patrio invece che essere un plasma di vita è una placenta rinsecchita. L’analfabetismo in materia di sensibilità nazionali e di rispetto delle identità collettive è rampante: vedi lo strano fenomeno dell’ex comunista Matteo Salvini, già razzista nei confronti della nostra gente del Sud, tramutatosi nell’esponente di un nazionalismo all’italiana evocante i film western di Sergio Leone, e vedi le accuse di fascismo contro chiunque non si unisca al coro a favore del “Diverso” (purché non sia un diverso Italiano). Io credo che i disorientamenti del popolo italiano siano una conseguenza della “morte della Patria” (vedi Galli della Loggia) verificatasi con la catastrofe militare nell’ultimo conflitto mondiale. Cui sono da aggiungere i frenetici appelli dei mondialisti per l’abbattimento dei muri, i lanci di fiori al Diverso (purché un diverso straniero) e il mantra sanfrancescano del “siamo tutti figli di Dio” e del “siamo tutti migranti”. Slogan che forse sono la riformulazione democratica e progressista del “Chi se ne frega” di un tempo. Divenuto oggi, grazie anche all’ubriacatura mondialista, “Chi se ne frega della Patria!”, “Chi se ne frega dei fratelli d’Italia!”, “Viva gli altri!”

  6. Quando ho letto il messaggio del 4 novembre di Filisetti, ho avuto un brivido. Ho ripensato alle parole stentate di un fante contadino alla Grande guerra, di Capradosso (Rotella, AP) sulle cui lettere abbiamo lavorato anni fa a scuola, io e i ragazzi di una quinta liceo. Un laboratorio sulle fonti di difficile lettura e decodifica per il dialetto. Ma il messaggio era chiaro: Angelo Amatucci (questo il suo nome) non sapeva dov’era, né perché fosse lassù, tra “nevecieloetera”. Pensava a casa, alla semina, al raccolto, a Ersilia che non gli scriveva. E muore, lassù, a giugno del 1918, sognando tutto questo, scrivendone al “caro padrone”. È oggi nel sacrario dei caduti sul Grappa.
    “Perché è la memoria storica, la consapevolezza delle proprie radici che unisce una comunità, un popolo indicando il possibile futuro.” Ecco, io, tra gli “umiliati dipendenti pubblici”, un’insegnante tra “i lavoratori socialmente delegittimati” cerco proprio di fare questo: memoria storica. Evitando, però, tutto ciò che quel linguaggio “cadornesco” e dannunziano dei messaggi di Filisetti agli studenti, allusivo al martirio, ad una fede, alla gioventù vitalistica, evoca. E lo faccio, come tanti colleghi, per “sollecitarli al multiculturalismo e all’accoglienza dell’altro”, per “iniziarli a un relativismo culturale che mai risulti sinonimo di ignavia, o di indifferenza morale, e che sappia sempre dimostrarsi, viceversa, l’irrinunciabile prerequisito di un laico confronto alla pari sulle idee, per le idee”.
    Lo faccio per una cultura della pace, che parli di ambiente, rispetto per tutti gli esseri senzienti che popolano questa “aiuola che ci fa tanto feroci” (Dante, Paradiso XXII, v.151); lo faccio per insegnare a vederli davvero gli altri, i fragili, i vecchi, i più poveri, gli «ingannati» “sovente fieri, appunto per sconforto, di esserlo”

  7. Ci sono commissari straordinari alla sanità calabrese che scoprono in televisione, con sorpresa, che avrebbero dovuto preparare, proprio loro, un piano anti-covid . Ci sono presidenti americani che giocano a golf per festeggiare la vittoria alle recenti elezioni americane, ottenuta a furor di popolo, con una schiacciante minoranza. E poi ci sono dirigenti marchigiani che dovrebbero implementare le politiche scolastiche del ministero di cui sono parte. E che dovrebbero sapere dell’introduzione nelle scuole, da quest’anno, dell’insegnamento dell’educazione civica.
    (https://www.miur.gov.it/documents/20182/0/ALL.+Linee_guida_educazione_civica_dopoCSPI.pdf/8ed02589-e25e-1aed-1afb-291ce7cd119e?t=1592916355306)
    Allora, delle parole citate nell’articolo non colpiscono solo gli echi nostalgici ed il mancato senso del ridicolo e del grottesco (da cui nella storia nascono a volte tragedie); ma il mancato adempimento della propria funzione istituzionale, essendo fuori dal perimetro della nostra Costituzione immagini, toni, redipugliesche mitologie di cui grondano questi ferventi proclami.

  8. “Napoleone portava gli stivali, e infatti… Ma Nelson aveva un paio di calzetti e scarpe basse, leggere, tutte cucite a mano senza nemmeno una brocca. Mussolini, riformista e socialista borghese, falso rivoluzionario, porta gli stivali… sempre… sembra nato con gli stivali, Ha gli stivali anche nella gola, nella voce… rimbombano le sue parole come dentro il tubo di uno stivale… i suoi gesti sono meccanici, spigolosi, proprio come di uno che sta in piedi, male, sugli stivali… e che non vuole cavarseli, per paura di perdere autorità…e anche di far vedere i piedi… A posta guida male anche l’automobile… che ogni volta che passa butta giù una spalletta o travolge un cantoniere… ha rigato con i parafanghi tutta la galleria del Furlo, forse per scavare anche lui come i romani, e ogni volta che passa da noi sulla Flaminia sfonda una carreggiata e semina di buche anche la pietra, con le sue manovre stivalate, a scatti, a sciabolate…”

    Paolo Volponi, Il lanciatore di giavellotto, Einaudi, Torino, 1981 p. 81

  9. Per una raccolta didattica di Canti dedicati alle feste dell’anno scolastico, scritta anche con lo scopo di fissare meglio nella memoria dei bambini il senso di ciò che si festeggia, ne ho scritta una anche per il Quattro Novembre:

    Non vogliamo un’altra festa
    nel ricordo di soldati
    che costretti a grandi gesta
    sono stati massacrati.

    Quell’enorme coro alpino
    canta ancora, silenzioso,
    come brace d’un camino
    che ha trovato ormai riposo.

    Non si spenga mai del tutto
    nella cenere quel canto,
    quello sconfinato lutto
    che ha portato tanto pianto.

    Ho sentito di dover trasmettere ciò che ho ereditato da un secolo di documenti storici, testimonianze, insegnamenti, monumenti: l’orrore della guerra, la sua insensatezza, il martirio gratuito e imposto.

    Questa immensa mole di documenti, variegatissima, fatta di reperti d’ogni genere, lettere dal fronte, saggi, testimonianze, documentari, film, opere d’arte, musei, ha smontato e smascherato in tutti i modi i topoi di quella retorica così unilaterale, elementare, ben identificabile; eppure vi è ancora chi la riecheggia, come se fossimo negli anni venti, ma non del 2000, bensì del ‘900.

    Il rimanere impassibili e impermeabili all’altro è una facoltà che talvolta raggiunge espressioni veramente sorprendenti, considerando in particolare il facilissimo accesso a tutta quella massa di informazioni e considerazioni accumulate sulla guerra di cui disponiamo.

    Una organizzazione militare, in questo mondo difficile e tormentato, è probabilmente, ahimè, una appendice necessaria nella difesa, in extrema ratio, di una identità culturale, o, nel migliore dei casi, nel riportare equilibri di pace laddove questi si siano rotti. Imbrattare questa necessità, che fatalmente conduce talvolta a tragici atti eroici, con un linguaggio così negativamente connotato suona solo come una mediocre provocazione e una bassa strumentalizzazione.

  10. Concordo con la critica alle parole di Marco Ugo Filisetti, ma per il resto concordo poco con l’articolo di Antonio Tricomi, soprattutto per il suo tono non da articolo di critica argomentata ma da manifesto ideologico.
    In proposito faccio quattro osservazioni, premesso che sono marchigiano di nascita e di crescita e milanese di adozione dove ho passato la vita come docente di storia e filosofia e come preside di liceo. Conosco pertanto abbastanza la situazione delle Marche e di Milano.
    1) La vittoria del centrodestra nelle recenti elezioni regionali nelle Marche non è dovuta a ritorni di sanfedismo o alla influenza dei Filisetti o di altri, ma alla cattiva amministrazione del centrosinistra, al governo regionale e in quello di molti comuni da decenni. Assicuro Tricomi che hanno votato Acquaroli anche molti ex di sinistra, già militanti del Pci ed eredi, della Cgil ecc. Il sistema sanitario delle Marche è stato distrutto dal centrosinistra. In zone, come ad esempio la basa valle del Metauro, con un bacino di utenza di oltre 150mila abitanti, non esiste più un solo ospedale degno di questo nome. Quello di Fano, qualche decennio fa con settori di avanguardia tanto da richiamare utenti da molte altre regioni, è stato ridotto a un modesto poliambulatorio. Nonostante una forte opposizione popolare, la giunta regionale di centrosinistra ha marciato come un rullo compressore curando i suoi interessi e senza ascoltare nessuno.
    Cambiando settore: le Marche hanno costituito un modello economico di rilievo internazionale per la sua fitta rete di piccole e medie industrie e per la vivacità dei suoi borghi e delle sue città. Ora, a confronto di trent’anni fa, sono un cimitero. L’industria è arretrata, i centri storici hanno spazi commerciali vuoti e chiusi da anni, le attività marinare e di pesca come i cantieri navali sono spaventosamente diminuiti e questa crisi economica e commerciale non può certo essere compensata da qualche evento per richiamare turisti. In compenso tutta la macchina pubblica funziona peggio e il dialogo fra cittadini e amministratori non solo si è logorato, ma spesso non si trova nessun modo né luogo per praticarlo: non in qualche conferenza stampa, ma nella quotidianità delle funzioni pubbliche a fronte delle necessità individuali dei cittadini.
    2) In compenso le cronache locali sono sempre più piene di fatti di criminalità, piccola e grande, che hanno come protagonisti degli immigrati clandestini, sistemati alla mala peggio dal governo o prefetto o comune e poi dimenticati.
    Questo si riallaccia al discorso sulle radici e sul senso di comunità. Tricomi scrive: «con talmente tante radici, da non averne alcuna. Da sapersi fondare esclusivamente sulle proprie foglie, sui propri frutti. È la democrazia, bellezza». Ma davvero Tricomi crede a questa immensa sciocchezza che la democrazia è basata sulla mancanza di radici? Sull’assenza di un sentire comunitario? Forse il suo ideale è quello dell’anonimato e omogeneizzato globalismo? Ma non vede che non funziona nemmeno negli Stati Uniti dove la popolazione è suddivisa in gruppi etnici in conflitto fra loro e dove questo costituisce, e ha da sempre costituito, il più forte limite della democrazia americana? Dal genocidio dei nativi, al razzismo verso gli afroamericani (e al corrispondente razzismo degli afroamericani contro i “culi bianchi” più diffuso di quanto in Italia si creda, alle posizioni degli “ispanoamericani”, degli “italoamericani” ecc., che anche alla quarta e quinta generazioni non sono ancora integrati fra di loro quanto si vorrebbe e sarebbe necessario, le differenze etniche mostrano una loro forza e persistenza che il globalismo esaspera, ma non “matura” a una comune visione e a un comune sentire sociale e politico. La comune “cittadinanza costituzionale” è una bella cosa, ma fa fiasco se si contrappone, anziché appoggiarsi, alle radici proprie di ogni comunità.
    Non solo nelle Marche, ma in tutta Italia, e direi in tutto il mondo, grazie ad Internet sono nati blog e pagine Facebook create da gruppi locali che trattano della realtà locale, della storia, del dialetto, degli usi e costumi, delle tradizioni, dei personaggi locali illustri ecc., e si avverte in tutta questa produzione di fotografie e di testi al 95% dovuta a gente comune, non a intellettuali di mestiere, un attaccamento alle proprie radici al punto che basta postare una ricetta tipica del luogo per avere subito centinaia di like, mentre un “razionale” e “alto” discorso politico magari passa inosservato. C’è una fame, una intensa ricerca di radici, che forse a Tricomi è sfuggita. Ed è una ricerca trasversale che riguarda individui politicamente orientati e distribuiti fra tutti i partiti, non riguarda solo la destra ma anche la sinistra. E infatti anche le giunte comunali di sinistra, sia pure spesso solo a livello folcloristico, si fanno carico di promuovere iniziative locali che valorizzano le particolarità della propria storia e tradizione.
    Uno dei mali maggiori della vita di oggi è proprio il venir meno, troppo spesso, del senso comunitario, con ciò che comporta anche in termini di solidarietà, di sentire comune, di vicinanza e amicizia. Pertanto, la “democrazia”, come forma di governo, dovrebbe valorizzare le radici, le identità, le tradizioni comunitarie, non ostacolarle. E non c’è vera democrazia, anche in senso etimologico, se le comunità di base non hanno voce in capitolo ma sono ridotte alla servitù governativa, in uno Stato centralizzato e autoritario come è ora quello italiano.
    3) Tricomi scrive: le «Marche. Più di qualcuno si crede insomma legittimato, non da oggi, a ritenerle uno fra i principali laboratori politici di quel nuovo sanfedismo italiano sul cui declino in troppi si stanno forse illudendo. La pandemia da Covid-19 non lo sta infatti spazzando via». Le Marche laboratorio di nuovo sanfedismo? Ma che diavolo significa? E perché mai un fenomeno come la pandemia dovrebbe combattere il sanfedismo di più o diversamente di qualunque altra ideologia? Qui siamo alla follia pura, allo “stile Filisetti”, magari su un fronte opposto.
    Non mi sono mai accorto che nelle Marche ci sia un “nuovo sanfedismo”, anche se qualche ragione ci sarebbe, a stretto rigor di storia. Ai tempi del “Papa-Re” le Marche erano una delle regioni più ricche dello Stato Pontificio e ben piazzate a livello italiano. Il declino è cominciato con i crimini di guerra della conquista piemontese e con la sua sistemazione amministrativa decisa e stabilita dittatorialmente, senza mai passare attraverso un dibattito che coinvolgesse il popolo. L’Italia unitaria ha colonizzato il territorio marchigiano brutalizzandolo sotto molti aspetti. Dopo un lungo sonno le Marche hanno recuperato rilievo, importanza e benessere nei decenni del secondo dopoguerra, per tornare a dormire negli ultimi vent’anni. Se analizziamo la politica del Pci negli anni dal 1944 (dall’immediata liberazione) al 1980 e la confrontiamo con quella dei suoi eredi degli anni 2000-2020 vi troviamo una differenza enorme. Nonostante tutti i difetti possibili, il Pci aveva radici popolari e ne teneva conto, mentre il Pd non ne ha e peggio ancora si è rivelato del tutto sordo alle proposte di base di gruppi e associazioni, marciando dritto per la sua strada decisa in ristretti luoghi di potere e di clientelismo.
    L’elenco delle fabbriche, dei negozi, delle attività marinare e di pesca, delle attività artistiche cessate o trasferite in altre regioni nel corso degli ultimi vent’anni sarebbe lungo come una guida telefonica. Molti dei nomi più significativi della cultura marchigiana hanno svolto la loro attività a Roma, a Bologna, a Milano, a Torino, perché nelle Marche non avevano più spazio.
    4) Tricomi scrive: «Perché, se non fascismo, il nostro tempo però trasuda un’«oscura voglia, e disperata, di dimissione e servitù», oltre a conoscere massicce schiere di «ingannati» sovente fieri, appunto per sconforto, di esserlo». Cita Fortini, ma, penso, ne riferisce il senso ai giorni d’oggi e non al passato dello scrittore fiorentino. Ma io mi chiedo: come mai, dopo oltre settant’anni di “democrazia” c’è ancora questa «oscura voglia, e disperata, di dimissione e servitù»? Forse – azzardo – la democrazia italiana non è mai stata democratica, non ha mai educato all’indipendenza e alla responsabilità. E allargando il discorso possiamo dire che le radici dell’attuale voglia di servitù siano antiche e che siano state coltivate dal modo come è stata realizzata l’unità d’Italia (molto militarismo piemontese, molto fanatismo ossessivo mazziniano, poco federalismo cattaneano, molti soprusi e crimini di guerra non solo nel Meridione ma dappertutto dove gli eserciti “liberatori”, volontari borghesi compresi, sono arrivati – Bixio docet). Coltivate poi dagli eredi del Risorgimento passati al fascismo e dagli eredi del fascismo passati ai partiti dell’arco costituzionale del dopoguerra, Pci compreso. Negli anni Cinquanta Gaetano Salvemini disse che l’Italia del tempo era il fascismo senza Mussolini, e si potrebbe ripetere oggi ai tempi del direttorio dittatoriale Pd-M5S guidato da Giuseppe Conte e da Sergio Mattarella, con la complicità di Luigi Di Maio, Nicola Zingaretti e tanti altri.
    Democrazia vuol dire soprattutto libertà e responsabilità individuale. Se queste mancano, se a partire dalla Costituzione scendendo fino ai DPCM attuali si toglie la possibilità al popolo e ai singoli cittadini di esercitare la propria libertà e di sostenerne la relativa responsabilità, di sicuro non potrà esserci un’educazione e una formazione alla democrazia. Inutile lamentarsi a vuoto.
    La prova, una fra le tante, è anche il fatto che di discorsi alla Filisetti la scuola italiana abbonda. Qualche volta hanno il sapore fascista, qualche altra democristiano, qualche altra ancora marxista o leghista o altro, ma sempre discorsi di parte e fuori luogo e tempo. Nella mia carriera scolastica ho incontrato decine e decine di docenti e di presidi che non riuscivano a fare a meno di scambiare il loro ruolo educativo e critico in ruolo di parte e di sostegno e propaganda. Persino docenti che in classe distribuivano materiale di propaganda elettorale. Difetto di sensibilità educativa e democratica trasversale e non attribuibile solo ad una parte.
    E se si fa questo, che lo si faccia da leghista o da piddista, si educa alla servitù.
    Si inganna, e gli ingannati non è vero che sono fieri di esserlo. Che ne prendano coscienza in modo chiaro o oscuro, ne prendono comunque coscienza e il loro tasso di fiducia nelle istituzioni diminuisce e diminuisce anche quella auspicata «cittadinanza costituzionale» che si vorrebbe contrapporre al sentire identitario delle radici comunitarie. E si sfasciano così i legami sociali e la vera solidarietà, che nasce all’interno del sentirsi membri di una comunità e non dai discorsi retorici e falsi dei globalisti o da quelli di circostanza dei politici. Emerge allora obbligatoriamente il «si salvi chi può» e l’individualismo che non nasce dal capitalismo in sé ma dalla disgregazione sociale della cattiva gestione politica ed economica del partitismo, del clientelismo, dell’autoritarismo, dell’assistenzialismo diseducativo e deresponsabilizzante.

  11. Grazie, dott. Aguzzi, per il suo pensiero profondo e articolato su temi complessi; in relazione ai quali, invece, gli spiriti faziosi, sempre pronti all’insulto, sversano spicciativi giudizi moralistici di condanna dei loro avversari ideologici, veri o presunti, e dei loro valori come ad esempio “l’amore per le ‘radici'”.
    E sulle radici, offro questa mia sincera, sofferta testimonianza.

    Le piccole patrie
    Ero in quell’albergo, in un paese straniero, ma nella terra dove ero nato.
    Il passato mi schiacciava. Un passato di cui non avevo neppure memoria e che tuttavia mi possedeva con la forza che sanno talvolta avere i morti. Avevo in testa mille nomi di gente che non avevo conosciuto, e mille episodi che avevo udito, tante volte, dai miei genitori, i quali, profughi, si erano trascinati ovunque la memoria del “prima”. Ed io questa memoria non potevo abbandonarla. Non potevo tradirla. Ero prigioniero.
    Sul comodino avevo “Il Piccolo” di Trieste, e alla sera, in cerca di altre idee, mi misi a leggerlo. Ed ecco, in terza pagina, questo articolo di Carlo Sgorlon “Radici indispensabili”. Lo lessi d’un fiato. Mi turbò. Era troppo vero quello che diceva. Sembrava parlasse di me. Pensai che me lo avesse inviato il destino per dirmi che non ero solo e che il mio tormento era il tormento di altri uomini lacerati. Sgorlon parlava del potente amore per la piccola patria, l’angolino di terra che ci ha dato i natali, il dialetto, la magica, bellissima infanzia, vera o inventata… Accanto alla grande patria o ad altre aspirazioni più ampie ed altruistiche, l’uomo, anche il più grande, in genere reca in sé questa dolcezza insopprimibile per l’angolino di terra nel quale tutto era certo. E ciò è ancora più vero in un paese come l’Italia, dove i particolarismi locali sono così marcati, con forme che appaiono talvolta esasperate.
    Il rapporto con la terra di nascita è un rapporto spirituale, misterioso, che in taluni di noi assurge a fatto sacrale. A Carlo Sgorlon, si devono delle considerazioni profonde sulla forza attrattiva del nostro mondo d’origine: la piccola patria.
    Sgorlon: “Della nostra civiltà locale e della nostra etnia condividiamo, anche se non ne siamo coscienti, l’inconscio collettivo di cui parla Jung.” Rinunciare alla civiltà locale vorrebbe dire rinunciare alla memoria collettiva e perdere così l’ancoraggio. “La civiltà locale, dunque, rappresenta il passato cui siamo legati e che conferisce un minimo di stabilità all’esistenza. Essa rappresenta la tradizione, la continuità, la direzione, lo sfondo necessario della nostra esistenza. Non si può tagliare i ponti con essa, perché non ci si può liberare del nostro passato. Sarebbe come rinunciare alla nostra memoria collettiva e quindi a una parte essenziale di noi stessi. Come sciogliere i cavi che ci legano alla Terra, per vagare senza meta nello spazio, al modo di una mongolfiera disancorata.”

  12. SEGNALAZIONE
    +
    Contro le radici
    di Marco Aime
    +
    Stralcio:
    +
    In particolare la metafora delle radici evoca una serie di elementi, che finiscono per costituire la base di ideologie esclusiviste. Primo perché, se presa letteralmente, ci dice che noi non potremmo essere altrimenti da ciò che siamo, che la nostra cultura e la nostra identità sono segnate fin dalla nascita. Dalle radici di una quercia non può che nascere una quercia, non verrà mai fuori un castagno. La nostra identità verrebbe quindi, tramite le radici, dalla terra, quella terra: di qui il tragico binomio Blut und Bloden (terra e sangue) su cui si è fondata l’ideologia nazista. Inoltre, paragonata alla radice, qualsiasi tradizione diventa fondamentale, anche dal punto di vista biologico, rispetto agli individui, non se ne può fare a meno, pena la morte. La metafora delle radici, fa notare con una certa ironia Bettini, viene però allegramente ribaltata proprio dai suoi sostenitori, nel momento in cui la si applica: infatti quella presunta tradizione viene dal passato, dai nostri antenati e noi “discendiamo” dai nostri antenati. Di metafora in metafora, quindi se noi discendiamo, gli antenati stanno in alto, mentre le radici, al contrario, stanno in basso e, generalmente, ciò che è più importante sta in alto. Altro punto debole dell’immagine delle radici è che la tradizione viene appresa, non ereditata geneticamente, né trasmessa attraverso la linfa o il sangue e come ogni cosa appresa, necessita di essere tenuta viva di generazione in generazione, subendo anche delle modifiche. Modifiche dovute ai cambiamenti storici e sociali e alle scelte che gli individui possono fare.
    […]
    Il libro di Bettini ci mette in guardia dal fatto che le retoriche, che spesso legano la cultura alla tradizione, se non addirittura la fanno coincidere, sono un tipico esempio di manipolazione del passato, il quale viene sfrondato di tutto ciò viene da fuori, di tutto ciò che nasce dall’incontro con l’altro, per restituirne un’immagine linda, pulita, in cui ogni cosa è frutto della nostra tradizione. In questo modo si può anche giungere a ipotizzare un popolo, senza che nella lingua, nella cultura o addirittura nella discendenza, nel “sangue” degli uomini, sia cambiato qualcosa. Soltanto una cosa è cambiata: la storia o, più precisamente, l’immagine che gli uomini si costruiscono della loro storia. La metafora delle radici diventa così ingannevole, perché presuppone tipicità, stanzialità e mancanza di scambio. L’idea delle radici rimanda a quella di purezza e di autoctonia, su cui si finisce per fondare una concezione della società che non può che essere discriminatoria: “hai dei diritti solo se sei nato qui”, una aberrazione giuridica che si basa su ciò che si è e non su ciò che si fa.
    +
    (http://www.doppiozero.com/materiali/contro-le-radici)

  13. Sempre a proposito della metafora delle radici…

    Multiculturalismo e culture trapiantate
    L’illusione secondo la quale l’individuo “atomizzato” possa scegliere la cultura che più gli aggrada come sceglie un ristorante o un vestito, senza sentirsi condizionato da una cultura specifica che lo inquadra e lo limita, è alla base del favore che incontra nella società dei consumi il multiculturalismo. La verità invece è che senza le culture nazionali, senza la “Patria”, senza un suolo dal quale poter trarre nutrimento, i gruppi trapiantati valgono ben poco sul piano dell’identità. È la Cina, e non le Chinatowns del mondo, ad irradiare una cultura millenaria, proiettando la propria luce sui cinesi espatriati. Parimenti è l’Italia, e non le Little Italy sparse nel mondo, ad esprimere l’incomparabile arte del vivere per la quale gli italiani vanno famosi. Le Little Italy, infatti, non sono che un’ombra del modello di vita esistente nella Penisola.
    Le culture, le lingue, le cucine nazionali sono una realtà che è difficile trapiantare. L’emigrato non partecipa più alla cultura del proprio paese d’origine, ma a quella del gruppo trapiantato. Ne consegue che gli espatriati esprimono una cultura non viva e in evoluzione bensì in gran parte fossilizzata. Il decadimento è tanto più accentuato quando più la nuova patria è distante dall’antica. La prossimità fisica dei due mondi – vedi i paesi con una frontiera comune – riesce invece a far scacco, almeno in parte, a questo decadimento. In breve: la deformazione, lo sbiadirsi, l’ibridismo – e non sempre un ibridismo che arricchisce – sono lo scotto pagato dalle culture locali allo sradicamento emigratorio.

  14. Vergognoso avere Dirigenti del genere.
    Le Marche come paradigma italiano, come provincia dell’anima, mi pare di capire.
    Ma che vuol dire poi radici?
    Quando si parla di radici vuol dire che c’è un problema, o ce ne sono diversi. E poi di quali comunità si parla? Siamo ancora al populismo interclassista? C’è smarrimento, certo, acuta frammentazione dovuta al feticcio del precariato.
    Le province italiane sono state abbandonate dall’assenza di una politica nazionale e di classe, d’accordo. E ora davvero, in questo stato di cose, è possibile rivendicare le radici di una comunità? Sia pure, benché anacronistico, ma almeno non ve ne uscite con l’esclusione, che poi si arriva al resto, alla razza, ai Traini e via dicendo. Oppure anche la completa assenza di una visione globale fa parte della rivendicazione comunitaria?

  15. Sempre sulla metafora delle radice….

    IL PAPA POLACCO
    Dai giornali di qualche tempo fa: “Benedetto XVI ha pronunciato la formula di beatificazione di Giovanni Paolo II”.
    Papa Wojtyla fu molto amato, ma anche avversato. Nessuno, comunque, potrà mai negare la sua statura gigantesca. Lo spirito umano in lui ha raggiunto grandi altezze nel misticismo, nella dignità, nella bontà, nel coraggio, e così anche nella semplicità, nell’autenticità, nella spontaneità, nella vicinanza ai giovani, agli umili, agli oppressi.
    Animato da un senso eroico della vita, Giovanni Paolo II ha proposto degli ideali che non sono da tutti, e ciò è apparso antistorico e reazionario a chi aderisce alle credenze e ai valori del momento con le sue mode, i suoi altarini, i suoi tabù. I più forti rimproveri alla sua adesione senza compromessi alle verità cristiane gli sono venute dai laudatori dello spirito dei tempi. Le femministe lo hanno avversato. E così anche gli abortisti, i pronubi delle nozze omosessuali, le vestali della “political correctness”, e il nutrito corteo degli edonisti.
    Vi è un aspetto particolare del suo esempio che quasi nessuno sottolinea: egli ci ha insegnato che l’amore per la terra natale, per la propria cultura, per la propria gente non impedisce lo spirito universale. Tutt’altro. L’amore della Patria non solo non è un impedimento ad un amore più ampio, ma ne può essere il viatico.
    Giovanni Paolo II non è stato un burocrate dello Stato del Vaticano né il figlio fedele di un’unica patria, ma l’interprete di un meraviglioso disegno di fratellanza universale. Sotto il suo pontificato, Madre Teresa di Calcutta è stata l’espressione più evidente di questo spirito di altruismo, trascendente i limiti e i confini di razza, di credo, di cultura; limiti che invece altre religioni non solo hanno presenti ma alimentano ed esaltano. Il nostro papa polacco, rimasto per sempre fedele alle memorie storiche della sua terra, ha saputo vivere e trasmettere un ideale d’universalità. In un discorso all’Unesco egli disse: “La nazione è una grande comunità di uomini tra cui esistono vari legami, di cui il più importante è quello della cultura. La nazione esiste a causa della cultura e a vantaggio della cultura di un popolo. Quindi essa è una grande educatrice di uomini. Questi ultimi, grazie alla nazione, imparano a vivere meglio in una più grande comunità. Io sono figlio di una nazione che ha vissuto le più grandi prove della storia: di una nazione che è stata condannata a morte dai vicini, ma che tuttavia ha saputo risorgere e restare fedele a se stessa.”
    Papa Wojtyla, pur rimanendo per tutta la vita polacco, è riuscito a parlare come pochi al cuore degli individui, dei gruppi e dei popoli più lontani e dimenticati. Egli, figlio di Polonia, con un profondo senso dell’esilio e delle radici, è riuscito ad essere il padre dell’umanità intera.

  16. Lo stralcio riportato da Ennio Abate è un tipico esempio di argomentazione retorica e non logica che si basa su affermazioni che contengono mezza verità e mezza bugia ma che fanno apparire la mezza bugia come conseguenza della mezza verità, e quindi come “vera verità”, mentre non è così.
    1) Cominciamo dalla prima frase: «In particolare la metafora delle radici evoca una serie di elementi, che finiscono per costituire la base di ideologie esclusiviste». Falso! Non vi è una diretta conseguenza logica né rapporto di causa ed effetto fra gli elementi della «metafora delle radici» e le «ideologie esclusiviste». Innanzitutto gli elementi della metafora delle radici non costituiscono una ideologia ma sono una serie variabile di elementi attinenti alla psicologia, alla cultura, alla lingua, ai legami affettivi e tanto altro ancora. Mentre le «ideologie esclusiviste», sono, appunto, delle ideologie che possono anche usare elementi della metafora delle radici ma anche tanti altri elementi. Ad esempio anche la pratica comunista in Urss, in Cina, in Jugoslavia e in tanti altri Paesi hanno elaborato e messo in atto ideologie esclusiviste pur fondandosi su un preteso internazionalismo. Se si vuole approfondire il discorso nelle sue componenti analitiche e non fermarsi a banali e false affermazioni, si potrebbe piuttosto dire che l’insieme degli elementi delle “radici” costituiscono una specie di filtro permeabile che a volte, in certe circostanze storiche, può anche funzionare da respingente, mentre altre volte serve per includere chi vuole essere incluso ed esclude chi vuole essere escluso. Un confine che, dal punto di vista dell’integrazione e lasciando perdere i problemi giuridici, lascia passare chi desidera integrarsi mentre viene usato come escludente da chi vuole autoescludersi. Il confine culturale richiede, a chi vuole integrarsi, di accettare la cultura, almeno una certa base e fino a un certo punto, del territorio in cui desidera vivere e delle persone con le quali desidera condividere il territorio. Chi invece vuole vivere nel territorio ma costituendo un gruppo culturale a sé e non desidera fare propria una comune base culturale con le persone in mezzo alle quali vive, usa allora il confine come mezzo di autoesclusione. E ne abbiamo fin troppi di esempi di gruppi stranieri che vivono in Italia o in Francia e così via ma che non desiderano diventare italiani o francesi, in senso culturale e non per il solo opportunismo giuridico e per i vantaggi che questo può dare. Anzi, acquisire quel tanto di cultura, usi e costumi locali lo considerano riprovevole e i loro leader religiosi condannano l’adozione di costumi italiani o francesi.
    Non sono le “radici”, di per sé, a escludere, ma il mancato interesse ad integrarsi. Questo non capita solo agli stranieri, ma a tutti gli emigranti in genere, sebbene nel caso di stranieri il problema si presenta più complesso e con conseguenze più gravi.
    Riguarda, dicevo, anche noi italiani emigrati da una regione all’altra. Dalle Marche io mi sono trasferito a Milano nel 1969 per mia scelta, non per necessità, e a Milano mi sono trovato bene, pur senza dimenticare la mia città di origine. Di fianco alle radici marchigiane ho aggiunto radici milanesi e le due anime, marchigiana e milanese, vanno perfettamente d’accordo né mi sono mai sentito escluso vivendo a Milano fra i milanesi. Però, negli stessi anni, son venuti a Milano altri marchigiani, fra cui anche miei ex compagni di scuola, e il loro rapporto con Milano è stato diverso. Alcuni non hanno desiderato integrarsi, non si sono trovati bene a Milano, la nostalgia li ha sopraffatti e dopo pochi anni, in qualche caso pochi mesi addirittura, sono tornati nelle Marche. Sentivano la mancanze del mare, delle abitudini di vita della piccola città, la compagnia di familiari e amici ecc. Altri sono rimasti a Milano pur integrandosi scarsamente, parlando quasi sempre male di Milano, non trovandosi bene, ma restandoci per il lavoro. Poi, appena in pensione, sono tornati nelle Marche. Ecco l’esempio di tre tipi di comportamento diverso in cui le “radici” agiscono in modo differente, ma agiscono e condizionano, non si può dire che non esistano o che siano del tutto indifferenti o negative. E in nessun caso sono elementi di ideologie esclusiviste. C’è un quarto caso, quello di chi non sente nessun legame con le proprie radici, di chi è concentrato sui propri interessi slegato dal luogo in cui li coltiva. È il tipo cosmopolita, “sradicato” positivamente perché sa cambiare e legarsi in modo positivo con più territori e con diversi tipi di persone. Ma in tutti questi casi non si formano gruppi etnici e culturali diversi e separati, come si formano invece con stranieri lontani dalla nostra cultura che non desiderano integrarsi ma solo vivere, per ragioni opportunistiche, di necessità o meno, nel territorio italiano. Dovunque ciò accade, dove si formano società multi-etniche e multi-culturali senza l’accettazione di una comune base culturale e quindi di un buon livello di integrazione, la multiculturalità anziché essere un arricchimento diventa un problema che crea tensione e ostilità, che può restare latente e non pericolosa ma pronta, in situazioni di crisi, ad esplodere. Ci sono migliaia di esempi, dai tempi antichi alle cronache dei giorni nostri. Prendiamo ad esempio il diverso atteggiamento della Francia e della Svizzera. In Francia l’emigrazione straniera presenta oggi tutta una serie di problematicità, fino ai numerosi episodi di terrorismo islamico da parte di individui radicalizzati. La Francia ha accolto e accoglie senza imporre agli stranieri regole culturali precise e lascia che formino comunità separate, spesso emarginate nelle periferie. La Svizzera, che pure in percentuale ha più stranieri della Francia, li gestisce e li integra meglio sia col lavoro sia imponendo regole giuridiche e culturali svizzere sulle quali non transige. Sui giornali di un paio d’anni fa abbiamo letto, ad esempio, che una famiglia mussulmana che era in Svizzera regolarmente da molti anni è stata espulsa perché il padre di un ragazzino delle elementari si è rifiutato di stringere la mano alla maestra del figlio perché donna. Un punto questo, per l’Italia e per la Francia trascurabile, considerato invece importante per gli svizzeri e non tralasciabile. Chi vuole lavorare e vivere in Svizzera deve adeguarsi a una serie di costumi di base svizzeri. Poi, per il resto, è libero di coltivare la religione che vuole, di leggere i libri e i giornali che vuole ecc. In questo modo la massiccia presenza di stranieri di varie nazionalità in Svizzera suscita meno problemi che in Francia o in Italia. Anche in questo caso le “radici” escludono chi si vuole autoescludere, non chi si lega in modo positivo e concreto con il territorio e le persone in mezzo alle quali vive.
    [continua]

  17. 2) Seconda affermazione falsa: la metafora delle radici «se presa letteralmente, ci dice che noi non potremmo essere altrimenti da ciò che siamo, che la nostra cultura e la nostra identità sono segnate fin dalla nascita. Dalle radici di una quercia non può che nascere una quercia, non verrà mai fuori un castagno». A parte il fatto che le piante si possono innestare fra loro e una quercia innestata con un castagno può dare ghiande in alcuni rami e castagne in altri, è falso che le “radici” non permettono di essere altrimenti da ciò che siamo. È vero che la cultura e l’identità ci segnano fin dalla nascita. Ed è una verità scientifica dimostrabile con esperimenti di psicologia pratica, con ricerche sociologiche e antropologiche e altro ancora. Ma non è vero che non ci possa essere una crescita e un cambiamento. L’imprinting dei primi anni è una base che ci porteremo dietro per tutta la vita, ma che possiamo plasmare in tanti modi diversi. Le “radici” sono variabili e mobili. Però è necessario avere il desiderio di cambiarle, di plasmarle, di adeguarle. Torniamo così al punto precedente: non sono le “radici” ad escludere, ma i singoli soggetti e i gruppi che, condizionati dalla loro cultura, non vogliono includersi in una diversa cultura e preferiscono escludersi, vivere come gruppi etnici separati.
    3) Terza frase falsa: «La nostra identità verrebbe quindi, tramite le radici, dalla terra, quella terra: di qui il tragico binomio Blut und Boden (terra e sangue) su cui si è fondata l’ideologia nazista. Inoltre, paragonata alla radice, qualsiasi tradizione diventa fondamentale, anche dal punto di vista biologico, rispetto agli individui, non se ne può fare a meno, pena la morte». Qui c’è un accostamento non logico di elementi diversi messi insieme in modo illegittimo, per retorica ideologica e volontà di falsificare il discorso. L’identità non viene dalla terra, quasi fosse un elemento chimico, ma da un formarsi, un crescere, un acquisire coscienza negli anni fondamentali dell’infanzia; da un imprinting che ci dà certi caratteri che ci accompagneranno poi per tutta la vita e che ci permettono di di distinguere chi ha i nostri stessi caratteri e chi non li ha. Fra questi caratteri vi è senz’altro anche il rapporto con la terra, se con questo intendiamo il rapporto con il paesaggio, con l’ambiente, con il lavoro, con i frutti dell’agricoltura e dell’industria locale, con il cibo, con le modalità locali di praticare tutto questo. E vi è anche il sangue, se con questo intendiamo i legami di sangue e affettivi con la famiglia, con i vicini di casa, con gli abitanti con i quali viviamo e che hanno i nostri stessi caratteri e modi di vivere, con gli antenati diretti o indiretti, familiari e storici, con i quali perdura nel tempo l’insieme dei caratteri in cui ci riconosciamo. In quanto all’espressione tedesca «Blut und Boden», che lo stralcio cita a scopo “terroristico”, va detto che il nazismo l’ha utilizzata ma che è però un’espressione più antica e di atmosfera culturale romantica. Nel suo uso originario, comune a moltissimi scrittori tedeschi ma con espressioni equivalenti in molti altri Paesi, indica in modo sintetico gli elementi che caratterizzano l’appartenenza di un individuo alla nazione e, come cittadino, allo Stato. Si è cittadini per diritto ereditario (ius sanguinis) e per diritto acquisito con la nascita (ius soli). La citazione del binomio richiamando l’uso fattone dal nazismo serve solo come espediente retorico che ci porta lontani dall’argomentazione logica. Il sangue e la terra altro non sono, nel diritto e nella cultura, che la successione ereditaria e il luogo di nascita. Il fatto che il nazismo ne abbia tratto gli elementi di una ideologia razzista, non vuol dire che il diritto e la cultura del sangue e del suolo sia nazista. Non lo è mai stato nei secoli precedenti il nazismo e non lo è oggi nelle leggi di vari Stati in cui si legifera sulle modalità di acquisire la cittadinanza.
    [continua]

  18. 4) Quarta affermazione falsa, che è poi null’altro che un grossolano gioco di parole. Il testo, citando Bettini, fa un po’ di ironia dicendo che «noi “discendiamo” dai nostri antenati» e che gli «antenati stanno in alto, mentre le radici, al contrario, stanno in basso e, generalmente, ciò che è più importante sta in alto». Qui siamo al ridicolo. È forse una questione di alto e basso? Se fosse così, la lingua italiana, ricca di lessico e di sintassi, ci permette facilmente di rovesciare le posizioni. Noi siamo quel che siamo, come base di partenza, perché discendiamo dagli antenati e dalla tradizione culturale in cui ci siamo formati. Gli antenati sono sepolti, la tradizione sta dietro, quindi noi siamo sopra, siamo sulle spalle degli antenati, siamo più in alto, e le radici sono il legame fra quel passato da cui deriviamo e il futuro crescere di tronco, rami e foglie che costituisce l’insieme della vita. In alto, pertanto, ci siamo noi, con la nostra coscienza, con la nostra volontà, tanto più chiare, forti e determinate quanto migliore è il rapporto con le nostre radici.

    5) Quinta affermazione vera, salvo sostenere che per questo le “radici” sarebbero deboli: «la tradizione viene appresa, non ereditata geneticamente, né trasmessa attraverso la linfa o il sangue e come ogni cosa appresa, necessita di essere tenuta viva di generazione in generazione, subendo anche delle modifiche. Modifiche dovute ai cambiamenti storici e sociali e alle scelte che gli individui possono fare». Certo, ma ciò non vuol dire che le radici non ci sono o che sono deboli, vuol solo dire, ed è banale riconfermarlo, che le radici costituiscono un imprinting di partenza il quale, senza mai venir meno, può essere plasmato dalle circostanze e dalla propria volontà. Ma plasmare le proprie radici porta a dei risultati, plasmare radici che non si hanno (ma in realtà tutti hanno radici e quando si dice che non ce l’hanno significa che le hanno inadeguate, contraddittorie, nevrotiche, sbagliate ecc., effetto di una cattiva socializzazione in età infantile) è invece difficile e spesso non porta a niente o porta a caratteri e comportamenti negativi. La possibilità di plasmare la radice è dunque un elemento forte, non debole. Tanto forte che da un lato è capace di integrare completamente uno straniero che venisse educato fin dalla nascita all’interno di una determinata cultura, proprio perché non si tratta di ereditarietà genetica, ma di ereditarietà culturale; mentre da un altro lato costruisce una catena di rapporti nel tempo fra gli individui di più generazioni, collegando antenati anche di migliaia d’anni fa alla nostra esistenza di oggi.
    [continua]

  19. Ancora una volta, tanto di cappello a Luciano Aguzzi che con le sue parole ristabilisce le cose…
    Io aggiungo quanto segue:
    Ma perché questo demonizzare le radici?
    I negatori dell’importanza delle radici ossia del profondo rapporto che talvolta l’uomo ha con la terra di nascita dovrebbero andare in Canada o negli Stati Uniti o in altri paesi dove gli « indigeni » – le « prime nazioni » – lottano per la difesa della propria identità e dei propri diritti, basati appunto sulle « radici » che li legano profondamente alla terra dei padri. E spiegare a questi indigeni che non è giusto cio’ che fanno, e dire loro anche che un tal comportamento è simile a quello dei tedeschi ai tempi di…
    I discendenti dei conquistatori stentano a capire la verità del detto degli amerindiani del Canada « La terra ci possiede », antitetico a quello dei colonizzatori e dei loro discendenti per i quali invece vige il detto « Noi possediamo la terra ».
    Qui a Montréal gli aborigeni hanno letteralmente preso le armi per difendere un pezzo di terra (Località : Oka) dove – secondo la tradizione – erano sepolte le salme di certi loro antenati; appezzamento che i promotori bianchi intendevano trasformare in campo da golf.
    Sono spesso i primi abitanti di una terra, ossia i deboli, i vinti, ad invocare contro i colonizzatori il diritto collettivo ancestrale che le “radici” danno loro di restare a vivere su certi delimitati territori di cui da tempo immemorabile sono gli abitanti. Anche in Centro e Sud America, esiste il fenomeno di indigeni che difendono il proprio radicamento. Che si pensi all’Amazzonia e ai diritti di proprietà dei popoli indigeni.
    Quanto alla nozione di “sangue”, che certi critici associano a quella di “radici”, si pensi allora alle varie tribu’ indiane, in Canada e negli USA, cui la legge, da loro voluta, stabilisce la porzione di sangue tribale creante l’identità specifica individuale. O che si pensi agli ebrei, per i quali il sangue e la genealogia sono fattori cruciali della loro identità etno-religiosa. Tutti noi rispettiamo il diritto degli ebrei a mantenere l’esclusivo possesso di una terra, Israele, attribuita loro dalla Bibbia. Che osino i negatori delle radici – in questo caso radici cui l’ebreo si ricollega anche quando lui e i suo vivono i da generazioniall estero – recarsi in Israele per contestare la validità di queste radici « ancestrali ». Che osino dire che la Bibbia non è, dopo tutto, un libro di Storia e che questo culto delle radici, genealogiche e del sangue….

  20. Mi scuso per la mancanza di profondità del mio commento; ma a me pare che, più che di sradicamento, globalismo (?), ecc., il problema è che una parte del Paese non si è mai pienamente o sinceramente identificata con i valori repubblicani (le nostre radici?).

  21. IL VERO PROBLEMA
    Qual è il “vero problema”? È molto difficile dirlo. I pareri divergono.
    Non so se lo avete notato, ma di fronte a qualunque dibattito vi è sempre chi interviene per dire che è tutto sbagliato perché si sta discutendo su di un problema che non è il vero problema.

  22. Sentite, facciamola breve e stiamo lontani dai feticismi culturali. È giusto riconoscere una patria, un territorio, una regione di appartenenza dove si è cresciuti, ma non farne un feticcio. Le radici sono anche nei libri. Si cresce anche leggendo e interessandosi agli altri e all’altro, in una dialettica continua di crescita collettiva; e ciò insegna a non credere a Filisetti, ad aborrire la violenza assurda della guerra e a riconoscere a Tricomi e a tutti i suoi bravi colleghi la dignità e il valore del loro sforzo. Chi poi si sposta, chi emigra, come ho fatto io, deve leggere il doppio e a volte soffrire il doppio; ma è normale.

  23. E a proposito delle radici, ecco cosa leggo nel testo di Nikola Madzirov, riprodotto nel post di oggi 29-11-2020: “Casa, un luogo che si lascia.”
    “Quando Czesław Miłosz lasciò la sua patria socialista, scrisse che si sentiva come un uomo che si poteva muovere liberamente, ma che trascinava con sé una lunga catena che lo riportava sempre allo stesso luogo. Una catena che portava anche dentro di sé. Nonostante tutte le recinzioni geopolitiche, si può scampare all’ideologia, perché in genere rappresenta il contrario della memoria e del presente, perché offre sempre solamente il futuro. E solo i falsi profeti e i trafficanti di verità assolute non sfuggono al futuro. Si diventa un senzacasa, quando si lasciano le stanze i cui muri erano abbastanza spessi per contenere tutte le voci della felicità comune e dell’alienazione personale. Se lasciamo la nostra casa senza voltarci neanche una volta, l’andare via diventa la nostra casa, e gli anelli della lunga catena non si rompono grazie alla propria madrelingua, alla lingua sentita nell’infanzia, alla luce che splende sul cuscino della stanza in cui siamo cresciuti. Nei ricordi le pareti dell’andare via sono più reali che le pareti dell’abitare o del vivere.”

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