di Sergio Benvenuto

 

1.

Nel 2016, subito dopo la vittoria di Trump contro Clinton, fui sorpreso nell’ascoltare amici e pazienti di sinistra, soprattutto di estrema sinistra, rallegrarsi per la vittoria di Trump contro una donna che, negli USA e anche in Italia, era detestata come campionessa dell’Establishment americano (direi di tutti gli establishment). E in effetti è un dato di fatto: Wall Street, e soprattutto il nuovo impero americano chiamato GAFA (Google, Apple, Facebook, Amazon), appoggiarono Clinton nel 2016 così come hanno appoggiato ancor più massicciamente Biden nel 2020. L’oppositore democrat questa volta ha potuto attingere a una massa di denaro enorme, ben superiore a quella di cui disponeva Trump. Si sono schierati per Biden da una parte la Silicon Valley, dall’altra la Hollywood liberal e democrat, oltre che la grande finanza newyorkese. Per non parlare dei grandi media americani, i quali si è visto che non influiscono minimamente sulla grande massa.

 

Una prima analisi approssimativa del voto nel 2020 conferma le analisi già fatte nel 2016: il voto trumpista si concentra essenzialmente nelle campagne e nei piccoli centri di tutti gli stati, negli stati agricoli e meno centrali, tra i rednecks[1] e gli operai, tra i farmers (contadini) e i ranchers (allevatori), in particolare tra gli anziani bianchi e con il più basso livello di istruzione. Se dovessimo applicare quindi delle rigorose griglie marxiste, dovremmo dire che il grande capitale ha fatto vincere Biden, mentre Trump era ed è il campione di quelli che Gramsci chiamava strati subalterni. In  termini più antichi, la plebe è per Trump, i patrizi (almeno in senso culturale) sono per Biden.

 

 Qualcosa di molto simile accade anche in Europa, e in Italia. Le elezioni degli ultimi anni hanno visto questa polarizzazione: sempre più il voto per la sinistra (in Italia PD, LeU, Italia Viva) è il voto tipico delle grandi metropoli e soprattutto del centro delle grandi metropoli, del ceto medio-alto e più colto, dei giovani. Mentre il voto per la Lega e Fratelli d’Italia è sempre più un voto rurale o di piccoli centri, del ceto medio-basso soprattutto se poco colto, e dei più anziani. I “vincenti” votano sempre più a sinistra, i “perdenti” sempre più a destra. Si tratta in effetti di un ribaltamento epocale.

 

Fino a non molti anni fa, in Occidente, le roccaforti elettorali della sinistra (partiti socialista, comunista, laburista) erano le grandi periferie urbane e industriali, le zone più povere anche se urbanizzate dei paesi occidentali. In questi ultimi anni è avvenuta una mutazione profonda nella composizione elettorale dei paesi europei e nord-americani, forse la mutazione più spettacolare da cento anni a questa parte. Cambiamento su cui pochi politologi di sinistra hanno riflettuto, e che quindi molto male hanno spiegato

 

2.

 

Tra le cento maggiori città americane per numero di abitanti, il 64% è amministrata da sindaci democratici, il 29% da repubblicani, e il 7% da indipendenti (spesso però più assimilabili alla sinistra che alla destra). Se poi passiamo alle dieci maggiori città americane, la prevalenza della sinistra democrat diventa schiacciante: ben otto metropoli (New York, Los Angeles, Chicago, Houston, Philadelphia, Phoenix, Dallas, San José CA) sono amministrate da democrats, solo una (San Diego in California) è amministrata da un republican, e una sola (San Antonio, Texas) da un indipendente.

 

In Europa la situazione non è molto diversa. Delle venti più grandi metropoli europee, ben 15 sono amministrate da forze di sinistra o centro-sinistra, solo tre (Mosca, Helsinki, Varsavia) dalla destra, e due (Atene e Roma) da sindaci inclassificabili. Notiamo comunque che la sinistra tiene quasi tutte le grandi capitali europee: Londra, Parigi, Berlino, Bruxelles, Copenaghen, Oslo, Stoccolma, Vienna. Istambul è governata da un sindaco, Ekrem Imamoglu, che si oppone all’egemonia anti-democratica di Recep Tayyip Erdogan, lo possiamo quindi considerare di sinistra liberale.

Persino in Australasia accade qualcosa di simile: delle quattro metropoli maggiori, due hanno sindaci di sinistra, una di centro, una di destra.

 

Dato che invece l’entroterra di tutti questi paesi tende a premiare la destra e l’estrema destra, sembra realizzarsi lo slogan di Lin-Biao, ex-braccio destro di Mao, quando teorizzò la strategia delle “campagne che assediano le città”, ispirandosi alla guerra del Vietnam negli anni 1960. Da noi, la sterminata provincia del paese assedia le cittadelle urbane liberal e di sinistra. Possiamo dire che con vittoria di Biden nel 2020 le città hanno spezzato l’assedio delle campagne, almeno in America.

 

Questo deciso situarsi a sinistra delle grandi metropoli è a sua volta solo un aspetto di una polarizzazione più generale degli elettorati occidentali, a parte qualche rara eccezione. Si è calcolato che il tipico elettore di sinistra è sempre più

 

giovane

donna

abita nei più grandi centri urbani

ha un reddito familiare tendenzialmente medio o alto

un livello d’istruzione più alto della media

 

 Al contrario, il tipico elettore di destra o populista (ma il populismo di solito si risolve nella destra, come abbiamo visto in Italia col flusso di voti da M5S alla Lega) è: anziano, maschio, abita in piccoli centri o in zone rurali, ha un reddito tendenzialmente basso così come un’istruzione di livello poco elevato.

 

Segno che una griglia di tipo “classe sociale” in senso marxista non spiega più nulla dell’assetto politico e ideologico delle nostre società iper-industriali.

 

Si era vista questa nuova polarizzazione nel 2016 anche con il voto sulla Brexit: il Leave era considerato tipicamente di estrema destra populista, il Remain tipicamente di sinistra moderata. Come è noto, il voto anti-Brexit (Remain) ha prevalso in Scozia (che tradizionalmente vota a sinistra) e in Inghilterra ha prevalso solo a Londra.

 

Sarah Jones ha tracciato l’identikit del tipico elettore Remain e del tipico elettore Leave[2]. Il paradigma dell’elettore anti-Brexit è una ragazza scozzese o londinese ventenne, con educazione universitaria, che ha sostenuto il partito dei Verdi e che ha o avrà una posizione manageriale, amministrativa o professionale elevata. Tipico elettore pro-Brexit è un lavoratore manuale qualificato di sesso maschile, dell’East Anglia[3], sui sessant’anni, che ha lasciato gli studi a 16 anni e ha sostenuto il partito UKIP (anti-europeista e nazionalista) di Neil Farage.

 

Ora, se si chiedesse a chiunque quale identikit corrisponde a una figura socialmente e storicamente vincente, chiunque direbbe che è la prima, mentre la figura socialmente e storicamente perdente è la seconda. La prima figura (anti-Brexit) ci dà un’immagine del futuro, la seconda (pro-Brexit) un’immagine di un passato declinante, anche per l’età avanzata di questo elettore-. Pure il fatto di essere piuttosto maschio che femmina conferma questo declino… Basti pensare che Londra – l’unica parte d’Inghilterra che abbia fatto prevalere Remain – produce quasi un terzo del prodotto interno lordo britannico, pur comprendendo meno di 1/7 della popolazione del paese. Eppure i risultati elettorali hanno avuto il risultato inverso a quello della direzione del successo storico: i supposti vincenti hanno perso, e i supposti perdenti hanno vinto.

 

3.

 

Questo paradosso va generalizzato a tutto l’Occidente. Le vittorie elettorali dei populismi di destra in questi ultimi anni possono essere viste come una rivincita dei perdenti storici. Di quelli che chiamerei la retroguardia dell’Occidente, di chi vuole andare indietro piuttosto che avanti. Per andare indietro intendo: tornare al nazionalismo chiuso e al protezionismo economico, combattere ogni forma di globalizzazione politica ed economica, arginare o annullare le immigrazioni dai paesi più poveri, puntare all’omogeneità etnica e religiosa del proprio paese, incrementare gli apparati polizieschi, mettere in primo piano l’ardore patriottico. Andare avanti significa andare verso un mondo sempre più globalizzato, con società sempre più aperte, come predica George Soros sulla scia della filosofia di Popper (non a caso Soros è divenuto il nemico pubblico n. 1 del suo concittadino Orbán). Perché questo andare indietro tipico delle destre non-liberali conquista sempre più adepti tra le frange più deboli, economicamente e culturalmente, delle nostre società? Questa è la vera domanda a cui cercare una risposta.

 

Domanda a cui il pensiero classico della sinistra, anche di quella più sofisticata, dà una risposta pre-confezionata e chiaramente insufficiente: che i più poveri, i più deboli, i più marginali nelle nostre società votano per la destra perché soffrono delle crescenti diseguaglianze soprattutto economiche. Il chiodo fisso della sinistra oggi è denunciare l’ampliarsi delle diseguaglianze economiche; non vede altro.

 

Che negli ultimi decenni le diseguaglianze economiche si siano ampliate è un fatto, ma non sembra che il voto e le opinioni dei ceti che ho chiamato perdenti esprimano una richiesta di più eguaglianza. Tutt’altro. Anche se Trump è stato votato dai rednecks americani, subito ha abbassato le tasse ai più ricchi. La flat tax reclamata da Salvini si risolveva di fatto in un abbassamento drastico delle tasse per i più ricchi. La mia vicina di casa in campagna, contadina povera, che ha votato per la Lega, non ha votato certo perché la Lega promette un maggiore livellamento dei redditi, ma perché lei teme l’immigrazione, anche se nella nostra zona non ci sono praticamente immigrati poveri (è ben noto che le regioni che votano per lo più per i partiti xenofobi sono quelle che hanno meno immigranti). Diciamolo francamente: ai ceti subalterni, stranamente, di una maggiore eguaglianza non importa nulla (ma non è così strano se si buttano i vecchi occhiali economicisti con cui da sempre guardiamo alla realtà mentale della gente). Se questa fosse la loro maggiore preoccupazione, avrebbero potuto votare per la sinistra d’opposizione, là dove esiste, che denuncia il modo di governare anche della sinistra moderata.

 

In effetti si sono avuti qua e là dei successi della sinistra radicale: l’ascesa del “socialista” Bernie Sanders negli USA, il buon risultato del gauchiste Jean-Luc Mélenchon alle elezioni presidenziali francesi del 2017 (19,58% al primo turno), le affermazioni della sinistra populista Podemos in Spagna (ottenne il 20,7% alle elezioni politiche del 2015), di Syriza di Tsipras in Grecia (ha governato il paese dal 2015 al 2019); e poi abbiamo la Linke tedesca, votata per lo più nella Germania dell’Est dai nostalgici del comunismo (ebbe il suo picco elettorale nel 2009 con circa il 12%). Dobbiamo però anche ricordare che queste affermazioni si sono rivelate effimere e facilmente reversibili. Sanders alle primarie democratiche è stato battuto nel 2016 da Hillary Clinton, nel 2020 da Joe Biden. Il partito di Mélenchon, La France Insoumise, è crollato al 6,3% alle elezioni europee del 2019. L’elettorato di Podemos in Spagna si è poco a poco eroso fino a cadere al 10% alle elezioni europee del 2019. Syriza in Grecia è stata sonoramente battuta da Nea Demokratia di destra nel 2019 ed è tornata all’opposizione. L’elettorato della Linke stagna attorno al 9% in un’eterna opposizione.

 

Tutte le analisi del voto euro-americano mostrano comunque che le classi sociali più sfavorite – economicamente e culturalmente – scivolano sempre più verso l’estrema destra, non verso l’estrema sinistra. Insomma, non mi pare proprio che il vessillo “più eguaglianza” smuova le masse più svantaggiate.

 

A queste masse marginali importano sempre più altre cose, che riassumerei nel termine narcisismo identitario. Ovvero, orgoglio nazionale (o regionale, come nel caso dei partiti separatisti catalano, basco, scozzese, un tempo la Lega di Bossi), riaffermazione della cultura originaria di appartenenza – il rosario di Salvini, la sintonia di Trump con il Bible Belt americano, il coccardismo chauvinista della Le Pen, il culto nell’Union Jack e “God Save the Queen” degli inglesi, ecc. È un potente ritorno – backlash, sferzata all’indietro– a un focolarismo profondamente minacciato dalla società globalizzata. Esso non ha ragioni economiche profonde, ma ragioni di tipo squisitamente culturale e psicologico in senso lato (oggi, lo psicoanalista ha più da dire dell’economista).

 

La società globalizzata che le masse “perdenti” respingono è una società in cui tutti parlano inglese, in cui ci si sposta facilmente da un paese all’altro per cercare lavoro o il partner amoroso, in cui tutti comunicano attraverso skype o zoom o lo smartphone, in cui le credenze e i culti religiosi restano fatti privati che non hanno incidenza sulla vita pubblica, in cui occorre rispettare come pari omosessuali, trans ed eccentrici, in cui i maschi devono subire la superiorità di molte donne, ecc.

 

Dagli anni 1990 in poi assistemmo a spettacolose proteste dei cosiddetti no-global in occasione degli incontri al vertice dei paesi più industrializzati. Diciamo che queste manifestazioni – feste violente ma essenzialmente innocue – volte essenzialmente contro il primato neo-liberista dell’epoca, contro il Washington Consensus, se ha avuto un effetto è stato uno paradossale sulle masse: le ha portate non a contestare il capitalismo internazionale globalizzato, ma verso il neo-fascismo e il populismo di destra. La valanga di scritti contro il neo-liberalismo dominante, a cui si sono dedicati per decenni gli intellettuali di sinistra, è ormai del tutto obsoleta, perché dopo la crisi economica del 2008 e soprattutto dopo questa del 2020 dovuta al coronavirus, il neo-liberalismo dei mercati aperti è ormai in generale ritirata. Queste crisi hanno rimesso in gioco l’importanza essenziale degli stati, delle banche centrali, e quindi delle decisioni politiche interventiste. Se l’Unione Europea, struttura politica, non fosse intervenuta, molti paesi europei si sarebbero spappolati. Ma a questo neo-keynesismo che contagia sempre più i poteri civili in Occidente risponde una febbre anti-globalista che i vari populismi, convergenti verso destra, incarnano bene. Le immense retroguardie delle nostre società sembrano andare non verso una prospettiva socialista, ma verso un patetico narcisismo nazionalista.

 

I punti di discrimine sono sempre meno legati al tipo di lavoro e di reddito, sempre più alla propria posizione rispetto alla cultura globalizzata. Accade così che un negoziante di Parigi nel 2017 abbia votato alle presidenziali per Macron[4], mentre un negoziante di un piccolo centro di provincia con reddito eguale o superiore al collega di Parigi abbia votato per il Front National. Un negoziante giovane può votare Macron o un candidato verde, mentre un negoziante anziano che ha gli stessi introiti, ma esercita in una cittadina del Pas-de-Calais, vota per Le Pen. La differenza pertinente è se si è più o meno inseriti nelle correnti culturali di oggi, se si è plugged nell’informatica, nel virtuale, nel cosmopolitismo, se si conosce l’inglese. La differenza quindi non è più nemmeno quella sinistra/destra nel senso tradizionale (la sinistra che vuole più eguaglianza dei diritti e dei redditi, e la destra che vuole può gerarchie e severità), ma un’opposizione del tutto diversa: mondo delle identità focolariste versus mondo cosmopolitico.

 

In questa nuova divisione del campo politico e ideologico, la sinistra si trova obtorto collo dal lato della barricata neo-liberale globalizzato. La sinistra non può mai dimenticare di essere internazionalista, e che la sua canzone ufficiale si chiama appunto L’Internazionale.

 

4.

 

La sinistra tradizionale è imprigionata in un assioma economicista: quel che conta soprattutto oggi, per tutti, è una maggiore eguaglianza economica (oltre che all’eguaglianza dei diritti e delle opportunità, che però non sono rivendicazioni specifiche della sinistra socialista). Questo assioma la porta sempre più verso sonore sconfitte elettorali.

 

Nella campagna referendaria del 2016 nel Regno Unito i sostenitori del Remain hanno rovesciato sugli elettori una valanga di fatti, fatti, soprattutto fatti economici, il cui succo era: se ce ne andiamo dall’Europa, la nostra economia andrà a rotoli. I sostenitori del Leave invece hanno fatto appello a sentimenti viscerali, a slogan idealisti, in particolare a una aspirazione di independence, e hanno vinto. Hanno fatto appello a valori, anche se per me non condivisibili, non a cifre economiche. E poi, i fatti dei sostenitori del Remain erano poi talmente ‘fatti’?

 

Gli anti-Brexit hanno ripetuto che uscendo dall’Europa il Regno Unito sarebbe entrato in un declino economico. Ma nei quattro anni trascorsi – prima della crisi generalizzata per il covid-19 – non mi pare che l’economia britannica sia crollata. Ha avuto una certa flessione, ma come molti altri paesi, e meno della Germania. Del resto alcuni paesi fuori dell’Europa – come Svizzera, Norvegia, Islanda – non se la passano affatto male economicamente, tutt’altro. La verità è che gli economisti non sono mai veramente in grado di prevedere il futuro. Può darsi che l’uscita dall’Europa produca il declino economico britannico, può darsi di no.

 

Ma le vere ragioni per cui ci si opponeva alla Brexit non erano, nel fondo, ragioni di portafoglio: è perché si condivide un ideale forse utopico, quello dell’affratellamento di tutti i popoli europei, il crollo progressivo delle frontiere, un mondo unificato di esseri umani cooperativi. Ai valori nazionalisti della Brexit si opponevano non ragioni economiche, ma altri valori. Solo che i pro-Europa hanno mascherato i loro valori con previsioni economiche, mentre i Brexiteers non li hanno mascherati, e hanno prevalso.

 

Qualcosa di simile accade con la propaganda per far accettare gli immigrati. Anche qui la sinistra e i liberali ripetono che l’immigrazione dà vantaggi economici, il presidente dell’INPS disse che se non ci fosse il lavoro degli immigrati non potremmo più pagare le pensioni, che senza lavoratori stranieri molte fabbriche del Nord non potrebbero funzionare, ecc. Non dico che questi argomenti non siano veri, ma non toccano il cuore di chi si rammarica nel vedere il proprio paese cambiare color di pelle. Perché invece non mostrare che “gli immigrati sono simpatici!”? È la strada percorsa da Checco Zalone con il film Tolo tolo, per esempio. Si è detto che quella di Zalone è propaganda semplicistica a favore degli africani immigrati. Ma in politica, per convincere la gente, ci vuole propaganda semplicistica, non statistiche.

 

In questi ultimi anni il razzismo e il suprematismo etnico sono in crescita, un po’ dappertutto in Occidente – ma questo non ha fatto seguito alla crisi del 2008 come dicono molti politologi di sinistra. Negli Stati Uniti, è stato calcolato il numero degli Hate Groups, ovvero dei gruppi che odiano “gli altri”[5], passati dai 470 del 1999 ai 1030 del 2018. Ma questa crescita esponenziale è iniziata solo nel 2015, quando la crisi economica era in gran parte superata.

 

Forse la sinistra dovrebbe rendersi conto che la storia sociale e politica è certamente condizionata profondamente da conflitti economici, ma anche da ciò che il marxismo chiama sprezzantemente “ideologie”, e che è invece il sale della terra della vita sociale: i valori. Valori religiosi, la volontà di potenza, valori di genere (sessuali), valori filosofici, livelli di istruzioni, ideali di vita… È un dato di fatto che ormai i perdenti sociali sono entusiasmati non dall’ideale di una maggiore eguaglianza, ma da altri valori: l’identità e la purezza nazionali, il rigetto dell’autorità in tutti i campi (scientifico, politico, economico), un bisogno di maggiore sicurezza contro la piccola criminalità, la libertà di “parlare scorrettamente”, il restauro delle tradizioni religiose e del primato degli orientamenti sessuali “normali”. Il bisogno di una maggiore eguaglianza economica è sentito soprattutto, oggi, da chi è più ricco.

 

Note

[1] Letteralmente, “colli rossi”. Secondo il Cambridge Dictionary: “una persona povera di pelle bianca, priva di istruzione, che vive specialmente nelle zone rurali del Sud degli Stati Uniti, che nutre idee e credenze piene di pregiudizi (= scorrette e irragionevoli)”.

[2] Cfr. M. Revelli, La politica senza politica, Einaudi, Torino 2019, p. 32.

[3] È una regione inglese senza grandi metropoli, la cui economia è in parte rallentata da importanti zone rurali e costali.

[4] Al secondo turno delle presidenziali francesi, il 90% dei parigini ha votato Macron.

[5] buff.ly/2NBGoEp.

 

 

[Questo articolo riprende e amplia e aggiorna un pezzo già uscito su “Doppiozero”, Le campagne assediano le città].

28 thoughts on “La sinistra trumpista

  1. Black Lives Matter, Nativi Americani, salute, educazione e ecologia sono temi trascurati in questo articolo. Eppure sono temi non strettamente economici che hanno riabilitato la sinistra americana, e sui quali la sinistra occidentale scommette per il futuro.

  2. Il bisogno (ma anche il dovere) di una maggiore eguaglianza economica è sentito da chi è più istruito.

    In questa pappa populista sono in grave pericolo anche la conoscenza dei “fatti” (con tutte le prudenze del caso) e quindi ricerca scientifica e storica.

  3. “i valori. Valori religiosi, la volontà di potenza, valori di genere (sessuali), valori filosofici, livelli di istruzioni, ideali di vita… È un dato di fatto che ormai i perdenti sociali sono entusiasmati non dall’ideale di una maggiore eguaglianza, ma da altri valori: l’identità e la purezza nazionali, il rigetto dell’autorità in tutti i campi (scientifico, politico, economico), un bisogno di maggiore sicurezza contro la piccola criminalità, la libertà di “parlare scorrettamente”, il restauro delle tradizioni religiose e del primato degli orientamenti sessuali “normali”. (Benvenuto)

    Ok. Torniamo all’ancien régime.

  4. Testo esemplare per chiarezza argomentativa ed efficacia comunicativa, al di là delle tesi che mi paiono in larga misura condivisibili. Un modello di post-scrittura contemporanea da contrapporre alle nebbie parafilosofiche che talvolta ( qui, qui, qui e qui) ottenebrano le pagine di questo bel blog, spesso ahimé per mano dei suoi collaboratori più giovani.

  5. «La sinistra non può mai dimenticare di essere internazionalista, e che la sua canzone ufficiale si chiama appunto L’Internazionale.»
    Quale internazionalismo? Quello dei vincenti giovane-donna-cultura medio alta-reddito familiare tendenzialmente medio alto? O quello dei perdenti anziani-maschi-con reddito e istruzione medio bassi? Non mi sembra inutile ricordare – anche al redattore dell’articolo – che storicamente la sinistra, quella vera, non questi scimmiottamenti liberal di centro sinistra che ormai prevalgono, si è sempre rivolta ai secondi, una sinistra il cui motto era – e dovrebbe tornare ad essere – “proletari di tutto il mondo unitevi!”
    L’eguaglianza dei vincenti, realizzata attraverso l’ideologia della competizione permanente e “performante”, eguaglianza farlocca che si risolve in una diseguaglianza materiale ma non sanzionata perché conseguita per “merito” (altra enorme mistificazione con cui si sciacquano la bocca tutti i vincenti, liberal o di destra che siano) non è quella che dove interessare alla sinistra. Quella eguaglianza “di mercato” che omologa nella competizione tutti gli esseri umani (il sogno neoliberale della Thatcher che nega società, associazioni e comunità), internazionale perché da sempre è internazionale il capitalismo, sta portando ad una polarizzazione effettiva, tanto più inaccettabile quanto fatta passare come inevitabile esito del nuovo assetto, dove tutti hanno gli stessi diritti ma qualcuno, alla fine, ne ha comunque di più.
    L’ideologia neoliberista è politicamente incolore, e questa è la sua forza. Suo fine è affermare che esiste un unico orizzonte sociale entro cui l’essere umano deve muoversi: quello del mercato e della competizione. Per cui vanno tanto bene sia gli “internazionalismi” dei vincenti, sia i particolarismi identitari e securitari dei perdenti, laddove tutto questo è funzionale ai meccanismi della competizione e dei mercati. Non ci vuole un genio per capirlo. Altro che essere imprigionati in assiomi economicisti! La tendenza globale viaggerà sempre di più su questo doppio binario, fintanto che ci saranno vantaggiosi “ritorni sull’investimento”.
    Se si deve recuperare la dimensione ideologica è nel senso di smascherare questo meccanismo perverso per cui niente è pensabile in termini diversi dal mercato, idee a cui la sinistra liberal tutta non è disposta per nulla a rinunciare, come ovviamente la destra, identitaria o globalista che sia. E non è con la simpatia alla Checco Anzalone che si risolveranno i problemi della sinistra, anzi il contrario: quando le fabbriche chiudono e trasferiscono la produzione, quando certi quartieri diventano problematici, e l’unica cosa che uomini e donne del centro sinistra sanno fare è alzare le braccia perché “questo è il mercato, stupido” – al più un po’ di sussidi e qualche vano tentativo di ricollocazione – e provare con la cultura e la valorizzazione delle etnicità quando non con la gentrificazione speculativa, la propaganda semplicista senza statistiche, che tocca il cuore, mi sembra una risposta quantomeno bizzarra.

  6. AGGIUNTA
    *
    Che brutto mestiere liquidare l’opera di Marx usando subdolamente le scivolate economiciste – l’unica cosa su sui do ragione all’articolista – della “sinistra”!
    Quando poi Benvenuto scrive: «Forse la sinistra dovrebbe rendersi conto che la storia sociale e politica è certamente condizionata profondamente da conflitti economici, ma anche da ciò che il marxismo chiama sprezzantemente “ideologie”, e che è invece il sale della terra della vita sociale», dimentica (o non ha mai saputo) che è proprio la critica all’ideologia, iniziata da Marx, a permetterci di capire la funzione distorcente che essa ha. Per cui, sì, « i più marginali nelle nostre società votano per la destra», PUR soffrendo «delle crescenti diseguaglianze soprattutto economiche» . E, in passato, appoggiarono i fascismi.

  7. Valerio: “Black Lives Matter, Nativi Americani, salute, educazione e ecologia sono temi trascurati in questo articolo.”
    Certo si tratta di movimenti che ci rallegrano, ma che restano confinati nell’opinione di sinistra liberal, tipica dei ceti colti e urbani. Valerio crede davvero che un operaio o un negoziante povero bianco dell’Arkansas o dell’Oklahoma abbia smesso di votare per Trump dopo tutte le manifestazioni di Black Live Matter o dei movimenti ecologisti? Ne conosco alcuni: la posso assicurare che questi movimenti lo hanno convinto ancor più a votare Trump. Troppo spesso la sinistra parla come il parroco che cerca di convertire alla religione i propri parrocchiani fedeli.

    Ennio: “Ok. Torniamo all’ancien régime.”
    Certo che circa la metà dei nostri concittadini (in Italia e altrove) vuole tornare al passato. Un’altra metà – inclusi i lettori di questo blog – non ci vogliono tornare affatto.
    Chi vincerà? Credo i secondi, perché il grande capitalismo globalizzato è con noi (mi dispiace, ma è la verità) non con Trump o Salvini.

    Patrizia: “Il bisogno (ma anche il dovere) di una maggiore eguaglianza economica è sentito da chi è più istruito.” Sì, ma chi è più istruito di solito ha un rddito maggiore di chi non lo è. E’ questo il paradosso a cui una certa sinistra mi sembra del tutto sorda.

    Grazie per i vostri commenti.

  8. Alla Democratic National Convention di Philadelphia del 2016, il gruppo di Hilary Clinton fece di tutto e di peggio per ostacolare Bernie Sanders. Hilary, dopo aver fatto la principe consorte e quindi essersi fatta soffiare il trono, non vedeva l’ora di essere incoronata regina; ed era la candidata più vulnerabile e meno sicura. Nel 2016, forse Sanders avrebbe vinto; ma non nel 2020, coll Partito Democratico tanto frastagliato e diviso. Certo, c’è una forte deriva identitaria di destra che raccoglie il consenso dei diseredati; ma anche tra loro comincia a serpeggiare il sospetto che non sia tutto così semplice e che non basti tenere fuori l’ “altro” per ritornare ai bei tempi andati (che non sono mai esistiti). È lì che dovrebbe avere il coraggio di intervenire, se esiste, una sinistra seria, almeno socialdemocratica.

  9. Interessante come questo articolo cancelli tutta la popolazione americana di colore, generalmente piuttosto povera e esclusa e ammazzata per strada, che non avendo votato per Trump passa di diritto fra i ‘privilegiati’. All’anima del razzismo. Tipico di molti commentatori italiani ‘populisti’ che quando parlano di ‘classe operaia’ la presuppongono sempre e solo bianca, escludendone per principio neri e altre minoranze etniche americane. Un po’ una st*****ta, diciamo.

  10. Sono due secoli che la sinistra marxista e neo-marxista si racconta questa favola dell'”ideologia”. Perché le classi subalterne, operai inclusi, votano per partiti sbagliati, perché non votano per noi, socialisti o comunisti? Risposta: “Perché sono ingannati dall’ideologia borghese”. Risposta facile, consolatoria, superficiale. Che è un modo sofisticato per dire: “I poveri o subalterni che non votano PER ME – per la sinistra – sono dei poveri idioti che si fanno turlupinare dalle ideologie”.
    E’ francamente una spiegazione a buon mercato. Chi non è d’accordo con me è un iodiota… pardon, cede a un’ideologia

  11. Caro Autore: il capitalismo globale sta ANCHE con Trump e con Salvini e non li vede affatto come oppositori, ma solo come voci addomesticabili alla bisogna. Steve Bannon non si sostiene d solo né sta facendo alcuna crociata contro la grande finanza. A ciò, invece, è sorda la destra.

  12. Non solo l’articolo ripete una tesi sentita e risentita dal 2016 a adesso, ma la rende infalsificabile. Uno vorrebbe obiettare che le città “ricche” in realtà contengono pochi ricchissimi e molti poveri o comunque non ricchi? Non si può, perché parlare di diseguaglianze è un “chiodo fisso”. Uno vorrebbe obiettare che i precari in affitto con un titolo di studio non sono élite e i pensionati proprietari di immobili senza titolo di studio non sono proletari? Non si può, perché un’analisi di classe che parta dalla realtà materiale invece che da categorie culturali è démodée. Uno vorrebbe obiettare che se l’estrema destra sembra avere più successo della sinistra è anche perché, dopo quarant’anni in cui è passato il messaggio che la sofferenza sociale è inevitabile, è più facile cercare gratificazione nella sofferenza degli altri che non rivendicare il diritto a non soffrire? Non si può, perché la critica al neoliberismo è “obsoleta”.
    E poi sì, i poveri di colore sembra che non esistano; i poveri che contano sono quelli bianchi e i manifestanti antirazzisti non possono essere poveri. Conscio o inconscio, questo è pregiudizio. (Oltre che ragionamento circolare: dal momento che definisco proletario non chi è proletario ma chi mostra i tratti culturali che attribuisco ai proletari, tra cui una propensione al razzismo, è chiaro che i neri poveri non possono essere proletari, perché non sono razzisti).

  13. Non credo proprio che la grande fiunanza appoggi il protezionismo e l’isolazionismo di Trump o di Salvini. La gùrande finanza è globalizzata sempre più, Trump e Salvini vanno in senso opposto. Il grande capitalismo è europeista, Salvini, Trump o Le Pen sono anti-europeisti. Si rassegni all’evidenza: LA GRANDE FINANZA OGGI E’ CON LA SINISTRA! Questo non rientra negli schemini marxisti, ma è la semplice verità.

  14. Invece direi che il fattore economico conta, nel senso che la ricchezza globale è cresciuta, ma non per tutti. Quindi “i destri involontari” non fanno altro che aver visto che l’imperatore è nudo, e lo dichiarano. Dato che i sostenitori dell’economico, sub specie progresso, non lo hanno distribuito ai loro ex-sostenitori. Certo, passare a destra è apparentemente contraddittorio: ma è protesta, protesta amara (con ideologia contro) ma radicale (non hanno più niente da perdere). Proprio in termini marxisti, questo globalismo, internazionalismo, diritti, cultura, si è rivelato strumento di classe, di quella media e medio-superiore per mantenere il privilegio. Ecco, gli scornati, che sono la maggioranza, lo hanno capito così bene che gli ribaltano in faccia la frittata. Con irrisione!
    Del resto, i neoliberisti hanno teorizzato il TINA, e le “sinistre lo hanno interiorizzato. Non pare che la maggioranza delle cd sinistre oggi siano capaci di immaginare l’attacco -non dico la certezza di sconfiggere, ché quello avviene per via, e può non avvenire- a questo capitalismo finanziario e globale.

  15. È vero, la sinistra continua a spiegare molto sulla base dell’economia, ma è così diverso per le destre? Guardiamo a casa nostra, a Salvini ad esempio. Mi pare che questi batta molto non solo sul contrasto agli sbarchi e sulla difesa delle tradizioni locali, ma altrettanto sull’economia (flat tax, sui condoni ecc.). Quindi credo che la spiegazione “economica” rimanga centrale anche nei discorsi di altre parti politiche. Il problema, che è sì anche culturale, non è a mio avviso riducibile al fatto che la sinistra non dà risposte su questioni valoriali, ma che le risposte che dà guardano tendenzialmente alla tolleranza della complessità dei problemi che pone oggi la modernità. E la complessità, siccome è difficile da comprendere, specie per chi ha un livello culturale medio-basso come dice l’autore, è anche difficile da sopportare da un punto di vista prettamente mentale, e genera angoscia. Le destre rispondono a questa angoscia con risposte molto semplici e semplificate, per questo parziali quando non mistificanti la realtà delle cose, ma, per una parte delle persone, molto più convincenti. L’ascesa delle destre è la vittoria della semplicità rassicurante sulla complessità intollerabile. Siccome però non è etico semplificare i problemi, perché sarebbe falsare la realtà, la sinistra fa comunque bene a non abbassarsi a quel livello. Il problema è che non ci sono istituzioni sociali e culturali che fanno da argine per le persone a quel tentativo di falsificazione. I mass media fanno proprio il gioco delle destre puntando sempre l’attenzione sull’emergenza immigrazione o su altre notizie che angosciamo la psiche degli spettatori per attirare meggiormente la loro attenzione e quindi vendere di più (anche qui l’economia), la scuola invece fatica da sempre a stare al passo coi tempi e non contempla nei programmi lo studio approfondito del secondo Novecento e dell’attualità, insegnando a più persone forse a leggere e a scrivere ma non a comprendere ed esercitare capacità critiche sul presente oltre che a barcamenarsi nell’uso dei nuovi media.

  16. Conosco bene gli USA perché ci ho vissuto per anni. Insomma, sono bene informato sull’America.
    Il voto etnico non è un voto economico, ma è appunto… etnico. Da sempre, le minoranze etniche (neri, ispanici, asiatici, ebrei) votano Democrat, ma non perché sono tutti poveri, perché i Republicans sono il partito più xenofobo.
    Nel 2020 l’83% dei neri ha votato per Biden, ma, per fortuna, non tutti i neri sono poveri! Anche un nero benestante vota Democrat.
    Il 63% degli ispanici ha votato Biden, così come il 72% degli asiatici. Quanto agli ebrei, il 77% ha votato Biden (mentre nel 2016 solo il 71% votò Clinton), ma certamente non perché siano un’etnia povera!Non ho i dati ora con me, ma credo che il livello economico degli ebrei sia superiore a quello del resto dei bianchi. Perché il voto Democrat è il voto etrnico degli ebrei, quasi da sempre. E questo anche se Trump ha fatto una politica forsennatamente filo-israeliana. Paradossalmente, essere per Netaniahau conquista voti dei fondamentalisti cristiani, non degli ebrei!
    Insomma, abbandoniamo i clichés! la realtà è molto più complessa (e interessante, e sorprendente) delle solite semplificazioni che ci hanno insegnato da ragazzi!

  17. Se «Autore di “La sinistra trumpista”»= Sergio Benvenuto:
    *
    1. La storia è “finita” ( Francis Fukuyama) o potrebbe ancora uscire dalla dialettica destra/sinistra ?
    *
    2. Esiste una legge della storia per cui le “classi subalterne” debbano necessariamente limitare la loro azione politica sempre ed esclusivamente al voto? Oppure ridursi ad auspicare al massimo « una sinistra seria, almeno socialdemocratica» (Malaguti)?
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    3. Di rivoluzioni non ne accadranno più se non nei termini programmati dalla pubblicità e dai mass media?
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    4. I «valori religiosi, la volontà di potenza, valori di genere (sessuali), valori filosofici, livelli di istruzioni, ideali di vita» restano ideologie. E sia Marx che Gramsci che Althusser che Fortini non ne hanno mai parlato «sprezzantemente» [a].
    *
    5. « il grande capitalismo globalizzato è con noi (mi dispiace, ma è la verità)». No, si serve anche di “noi”.
    ————————————————————————————————————————————————————-
    [a]

    Quando, per l’Italia, almeno dal 1900, data del libro di Croce, ci viene ogni qualche anno ripetuto che quella di Marx è filosofia superata, non ho difficoltà ad ammetterlo; sebbene subito dopo domandi che cosa significa superare la filosofia di PIatone o di Kant. Quando ci viene spiegato che la teoria marxiana del valore o quella sulla caduta tendenziale del saggio di profitto sono manifestamente errate, non ho difficoltà ad ammetterlo; anche perché mai l’ho impiegata per capire come vadano le cose di questo mondo. Quando mi si dimostra che l’idea, certo marxiana, di un passaggio dalla preistoria umana alla storia mediante la fine della proprietà privata, dello Stato e del lavoro alienato, si fonda su di una antropologia fallace e senz’altro smentita dai «socialismi reali», apertamente lo riconosco; anche perché ho sempre attribuita la figura d’un progresso illimitato all’errore che afferma la indefinita perfettibilità dell’uomo, un errore illuministico-borghese che Marx ebbe a ereditare.
    Ma quando mi si dice che la teoria delle ideologie è falsa, che la lotta delle classi è una favola e che il socialismo è una utopia senza neanche l’utilità pragmatica delle utopie, chiedo allora un supplemento di istruttoria. Primo, perché il pensiero epistemologico contemporaneo, dalla critica psicanalitica del
    soggetto fino alla semiologia, conferma la fine d’ogni immediata coerenza fra parola, coscienza e realtà, come fra mondo e concezioni del mondo; secondo, perché a tutt’oggi è difficile negare – e lo si sapeva ben prima di Marx -l’esistenza di ininterrotti conflitti di interessi tra gruppi umani per il possesso dei mezzi di produzione e la ripartizione del prodotto sociale; conflitti determinati dai modi del produrre e determinanti l’assetto, o lo sconvolgimento, dell’intera società. Per quanto è del terzo ed ultimo punto, convengo volentieri che esso rinvia ad una persuasione indimostrabile.
    La volontà di eguaglianza e giustizia pertiene alla politica solo grazie alla mediazione dell’ etica e della religione. Marx non ne ha data nessuna ragione migliore. Indipendentemente da ogni mito perfezionista, credo si debba continuare a volere (un volere che implica lotta) una sempre più sapiente gestione delle conoscenze e delle esistenze. Il «sogno di una cosa» è la realizzata capacità dei singoli e delle collettività di operare sul rapporto fra necessità e libertà, fra destino e scelta, fra tempo e attimo.
    Il movimento socialista e comunista si è fondato per cent’anni su quel che si chiamava l’insegnamento di Marx. Ne era parte maggiore l’idea che il passaggio al comunismo dovesse essere conseguenza dello sviluppo delle forze produttive, della industrializzazione e della crescita della classe operaia; e compiersi con una pianificazione centralizzata. In questi nodi di verità e di errore si è legato il «socialismo reale». Oggi gli esiti del passato ci impediscono di guardare al futuro. Sono esiti tragici non solo per cadute politiche, economiche o culturali né solo per costi umani; ma perché, anche al di fuori dei paesi comunisti, il «marxismo reale» ha accettato il quadro mentale del suo antagonista: primato della tecnologia, etica della efficienza, sfruttamento dei più deboli. Sembrano falliti tutti i tentativi per uscire da questa logica: massimo quello cinese.
    Eppure, Bloch dice, non è stata data nessuna prova che quella uscita sia impossibile. L’eredità marxiana è divisa: una metà è la nostra, l’altra é dei nemici del socialismo e comunismo, sotto ogni bandiera, anche rossa.
    Quanto alla mente geniale morta cent’ anni fa, è anche grazie ad essa che è stato ridimensionato il ruolo delle grandi personalità e dei loro sepolcri. Però ho visitato con commozione a Parigi il Muro dei Federati, a Nanchino la Terrazza della Pioggia di Fiori o dei Centomila Fucilati; mi fosse possibile, andrei a onorare i morti dei Gulag: sono tutti di una medesima parte, tuttavia parte; non ipocrita bacio tra vittime e carnefici. Marx ci ha infatti insegnato a capire una volta per sempre quale opera implacabile gli ignoti, gli infiniti vinti vincitori, compiano entro le società che preferirebbero ignorarli ed entro di noi; quali cunicoli scavino, quali fornelli di mina preparino anche in coloro che li odiano per aver voluto qualcosa che interi popoli oppressi continuano, morti e vivi, a volere.
    Tutta la storia umana, ci dice, deve essere ancora adempiuta interpretata, «salvata». E o lo sarà o non ci sarà più – sappiamo che è possibile – nessuna storia. O ti interpreti, ti oltrepassi, ti «salvi» o non sarai esistito mai.
    L’amico di Federico Engels non è stato davvero il primo a dircelo. L’ultimo sì. E meglio ancora ogni giorno lo dice, oscuro a se stesso, «il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente» («Ideologia tedesca», 1845-46, I, a). Anche questo è marxismo.
    1983

    (da F. Fortini, Non solo oggi, pagg. 145 – 149, Editori Riuniti, Roma 1991)

  18. Evidenza un corno, direbbe il Cardinale Lambertini interpretato da Gino Cervi. Ripeto: chi finanzia Steve Bannon, che oggi opera in Italia ed è il beneamato di Salvini e Giorgia Meloni? Non siamo a Zelig.

  19. Ringrazio tutti coloro che sono intervenuti con i loro commenti al mio articolo, cosa che mi ha permesso di precisare il mio pensiero (cosa più unica che rara, per quel che mi riguarda). Ma sospendo qui la mia partecipazione alla discussione, dato che il dibattito potrebbe continuare per mesi….
    So per esperienza che, dopo dibattiti chilometrici, il 99% dei partecipanti resta della propria opinione. Di solito l’1% è costituito da giovani, intendo sotto i 40 anni; i giovani hanno la forza di cambiare idee.
    Certo mi colpisce che il mio articolo piaccia solo a 48 persone, e che di solito i commenti siano stati critici nei miei confronti. Ma la voglia di polemizzare con me, lo confesso, mi piace di più dell’adesione senza riserve.

  20. Tutte le analisi post elettorali coincidono nel segnalare che il primo e più grande spartiacque nel voto USA è il reddito: chi sta sopra i 60.000 $ annui vota Trump, chi sta sotto Biden. Come spiega l’autore di questo articolo un dato di questo genere? Forse anche il $ è un valore?

  21. “Ho vissuto negli Stati Uniti” come appello all’autorità quando basta googlare i nomi di chi si è firmato per sapere che non è l’unico. Credere che negli Stati Uniti razza e classe siano due variabili indipendenti, come se non esistesse un razzismo strutturale, come se il patrimonio medio di una famiglia bianca non fosse sette volte quello di una famiglia nera, come se le persone di colore non fossero concentrate nella working class e sottorappresentate nella borghesia (il che ovviamente non vuol dire che non esistano Neri ricchi: nessuno è così ingenuo da pensare una cosa del genere). Usare la parola “xenofobo” come sinonimo di “razzista”, confondendo minoranze e immigrati (eh, già, sono due cose diverse!). Non mi sembra il pulpito migliore per dare lezioni di apertura mentale agli altri.

  22. Benvenuto dice delle cose giuste, ma dimentica una piccola e non insignificante questione. E cioè che almeno dai tempi del fascismo si è inaugurato un modello di autoritarismo capace di catturare il consenso popolare. L’autoritarismo ottocentesco era aristocratico, poliziesco, militare, occhiuto e stupido, mentre quello novecentesco, di cui il trumpismo e il berlusconismo costituiscono una variante “dolce”, ha una dimensione di massa. Per ottenerla e per gestirla è necessario il voto popolare che si ottiene attraverso i classici mezzi della propaganda demagogica. Lo spazio non mi permette di dilungarmi oltre ma mi concede almeno la possibilità di dire che se gli operai e la piccola borghesia spaurita votano per Trump non è giusto provare nei loro confronti nessun senso di colpa. Sbagliano e basta. E non mi interessa nulla se questo giudizio è quello tipico di una persona istruita, mediamente benestante, urbanizzata e “illuminista”. Meglio, detto scherzosamente, una lightness liberale che il carognismo plebeo di Qanon.

  23. Naturalmente è un gioco facile rimproverare l’autore di un articolo di non avere parlato di questo o di quell’argomento perchè ovviamente è impossibile farlo. Mi scuso pertanto, ma segnalo tre elementi che a mio avviso inficiano la sua analisi:
    1. IL primo dato da ricordare è che oggi il primo comportamento elettorale è l’astensione, al quale si può sommare un voto istintivo dato per ragioni mediatiche senza nessuna anche elementare visione politica. Quindi in una società in cui prevale la depoliticizzazione qualsiasi discorso politico o economico semplicemente non viene compreso: non è l’economicismo dell’estrema sinistra che non viene capito, è che l’idea stessa del cambiamento politico che non viene più presa in considerazione.
    2. Una parte della grande finanza preferisce governare con i liberali o la sinistra moderata, ma in ogni caso ha settori che sono legati alla destra populista, come dimostra il fatto che Wall street appoggiava in maggioranza Hillary Clinton, ma poi aveva i suoi uomini anche dentro l’amministrazione Trump. Questo determina il fatto che non ci siano grandi contrapposizione sui modelli di fondo, ma su proposte estemporanee . E’ quello che si chiama egemonia culturale della finanza, che continua a detenere il potere anche se in questo momento non sa esattamente cosa fare.
    3. Il fenomeno nuovo degli anni successivi al 2008 non è tanto l’estensione del proletariato tradizionale, che dove esiste è ancora relativamente garantito da strutture sindacali come in Germania, ma è l’esplosione da un lato di precariato cognitivo fatto da gente con un livello di formazione alto e dall’altro dalla classe media impoverita. Quest’ultima se si radicalizza, si radicalizza a destra perchè il populismo reazionario le propone valori riconoscibili( nazionalismo, ordine, famiglia tradizionale) che fanno parte del suo archivio culturale. I primi in minima parte si radicalizzano a sinistra, ma la maggior parte è convinta che il proprio precariato non sia un dato strutturale, ma transitorio e dunque accetta la depoliticizzazione.

  24. Il fatto è che il modello “aperto” della “destra”, escludendo tutti i suoi problemi e casini statalisti e nazionalisti, è proprio nell’economia. Parlo della destra “liberale” (non “liberista” termine in Italia usato male e senza cognizione, come insulto). Il fatto è che in effetti il modello liberale di mercato è paradossalmente più “dem” di quello di sinistra, che è statalismo temperato con pericolose liaison con la grande industria “amica”, con i dipendenti “garantiti” dallo stipendio “fisso” etc..
    In Italia a nessuno frega nulla della mancanza di welfare e tutele per gli “autonomi” e per le partite Iva, che in maggioranza sono stati proletarizzati.
    Il modello anglosassone inglese o irlandese o australiano o neozelandese, garantisce ricchezza e un ascensore sociale molto migliori. I nostri giovani, così come i cubani, non emigrano in Italia o in Venezuela, ma vanno a Londra e -fosse più facile-andrebbero negli USA. E’ per quello che la lavascale sogna per il figlio una società aperta con ascensori sociali accessibili e liberi. Perché Stato è il residuo di destra e sovietico vecchio di decenni e secoli, ormai. Perché “welfare” e sussidi sono il metadone dei più disagiati, mentre il modello baltico o irlandese fa fuori la partitocrazia. Perché c’è un modello in cui “Privato” non significa” “ladronesco” ma significa che l’economia è in mano dei cittadini qualunque. Non di quelli legati ai partiti. Io ritengo che il liberalismo del presidente Einaudi ci abbia sollevato dalle miserie del dopoguerra, e sia -in definitiva- molto più di “sinistra” del modello socialdemocratico con tendenza menscevica-cinese in auge nel continente europeo (e ancora molto di più nel sud Europa). Certo, la “destra” italiana sta scivolando anch’essa verso la statalismo, che si aggiunge alle sue numerose bassezze. Quindi, il contesto politico è bloccato e inetto sia a destra sia a sinistra, soprattutto perché il Secondo Potere (non più Quarto), cioé i media, spinge il popolo bue verso il paradiso delle belle parole: uguaglianza, fratellanza etc. che sono parole della sinistra. Solo che sono parole. Viviamo di chiacchiere, servirebbero un minimo di potere dal basso (se il Basso non fosse plebaglia resa ignorante), e molto senso pragmatico. Servirebbe anche eliminare il culto per la tecnologia (Terzo Potere), che non c’entra un tubo con la Scienza. Scienza che -sarebbe una rivoluzione- dovrebbe tornare a essere la gemella della cultura umanistica, che in Italia ha tesori storici poco conosciuti e “sfruttati”. In sintesi, prima più cultura autentica nelle scuole (si insegni in primis più passione per il Sapere!), e poi più società aperta con meno partitocrazia e parole ipocrite.

  25. Replico ad Andrea Malaguti, il quale scrive che il mio commento è in stile “reaganiano, liberista e classista”.
    Niente di più scentrato: né “liberista” né “classista” etc.
    Intanto l’idea sarebbe quella di privarsi -per un attimo almeno- del paraocchi ideologico. Non credo affatto, e lo ripeto, che il “liberismo” (io lo traduco con “società aperta”) abbia messo in crisi la classi subalterne. Ritengo che il libralismo classico sia il migliore modello “di sinistra”, e che non si possa presciendere da esso, a meno che non si voglia continuare così…. La crisi viene da lontano e, in Occidente, ha più concause, una delle quali, più che l’arricchimento dei commercianti a spese dei consumatori, è la globalizzazione che ha chiuso la partita col nostro mondo manifatturiero. Per non parlare dell’invecchiamento della popolazione e così via… L’idea della tassazione mi sembra da verificare: negli anni ’70 le tasse per le imprese erano generalmente più basse, soprattutto se si conteggiano le tasse occultate (le regionali, e comunali, per dire…). I dipendenti garantiti avevano uno stipendio più basso (oggi “non basta più perché abbiamo più consumi voluttuari: playstation, tablet, smartphone, viaggi…). Avevano più diritti, è vero. Ma la cassa integrazione di 8 anni che ha portato (come successo ad amici) operai e impiegati ad andare in pensione a 53 anni con 40 anni di contributi (tra fabbriche che iniziavano a chiudere, amianto etc) NON credo fosse “diritti”, tanto più se il disoccupato di allora restava comunque tagliato fuori, e anche l’autonomo. Infine, a scanso di travisamenti ideologici: l’anno scorso il sottoscritto ha guadagnato lavorando a 67 anni meno di 6000€, e sono invalido sul lavoro (ma non ho fatto eccezione, trucchetti legali e pianti quando me la tolsero, com’era giusto), perché da ragazzino mi pagavo gli studi con lavori rischiosi, quindi lasciamo prego perdere la divisione tra stronzi e santi in base a preconcetti di classe (quelli sì).
    La mia esperienza mi spinge a credere che i “non garantiti” sono abbandonati dalla sinistra classica post Pci. Che in UK e Irlanda ci sia più lavoro che nell’Italia del Bengodi statalista, che lo statalismo sia la malattia bismarckiana e (si perdoni) simil-fascista, della socialdemocrazia all’italiana. Detto ciò, non si confondano questi discorsi che vorrebbero rimettere tutto in gioco con la destra italiana, che in economia è speculare a chi fa più sussidi e regalie ai sudditi.
    Io leggerei per esempio un libro di parecchi secoli fa, i “Trattato sulla Servitù volontaria” di Etienne de la Béotie,a proposito dell’idea di Governo e di “popolo” che abbiamo in Italia. Per me ribrezzevole…
    Di sicuro, se non facciamo tabula rasa e se non partiamo dall’evidenza che quello italiano NON è il migliore dei modelli possibili, allora non ci può essere discussione, ma il solito chiacchiericcio da bar, litigioso o meno, assolutamente e comunque inconcludente,

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