di Anonimo/a

 

Che importa chi parla?, rubrica anonima

 

[Su Le parole e le cose2 è apparso un manifesto per l’anonimato intellettuale, che sollecita testi di autori anonimi che vogliano proporre le loro parole, non il loro nome, ai lettori, così da evitare gli effetti di identità che spesso distorcono la discussione pubblica – il manifesto si può vedere qui. Riceviamo e pubblichiamo questo intervento sulla violenza maschile].

 

Gli esseri umani preferiscono i loro simili. Non gli altri esseri umani. Ma quelli, fra gli esseri umani, che sono più simili a loro. I ricchi preferiscono i ricchi, i bianchi i bianchi, i maschi i maschi. Questa preferenza non è un gusto sullo sfondo di un’imparzialità. Non è che trattiamo tutti in maniera eguale, nelle sfere rilevanti (nella politica, nella distribuzione di risorse essenziali), ma preferiamo, se dobbiamo andarci a cena, chi ci è simile socialmente, culturalmente, per genere ed etnia. Preferiamo chi ci è simile a scapito di chi ci è dissimile, spesso senza neanche saperlo. Questo tipo di preferenze, che potremmo chiamare tribali, da un lato sono del tutto irriflesse e si perdono nel passato distante delle nostre origini evolutive, dall’altro portano spesso ad atteggiamenti anche sottilmente violenti. Katherine Kinzler e i suoi colleghi hanno mostrato che già a cinque mesi i bimbi preferiscono compagnie prive di accento, a partire da dieci mesi accettano più volentieri un giocattolo da chi parla bene la loro lingua, e dai cinque anni prediligono amichetti senza accento straniero. C’è un esperimento basato sul test di associazione implicita, che misura l’associazione mentale fra differenti concetti nei termini della velocità con cui i soggetti classificano certe cose. Nell’esperimento viene chiesto di premere la freccia a destra quando sullo schermo del computer appaiono parole che indicano cose buone (per esempio, ‘amore’), la freccia a sinistra per parole che si riferiscono a cose cattive (‘odio’). Mentre tutto questo accade, scorrono sullo schermo facce, visi bianchi e di colore, e si chiede, a soggetti bianchi, di premere un tasto per indicare persone di colore e un altro quando si vedono visi di persone bianche. I soggetti sono liberi di scegliere se premere la freccia a destra per i neri e quella a sinistra per i bianchi, o viceversa. Se l’accoppiamento fra immagine di volto e tasto è più veloce, per esempio, quando uno usa lo stesso tasto per visi di colore e cose brutte, ciò dimostra un’associazione – l’associazione fra persone di colore e male. L’esperimento ha mostrato che la maggior parte dei bianchi ha questo tipo di associazione. E, vedendo le zone di attivazione neurale, si è anche scoperto che, nella maggior parte dei bianchi vedere visi di colore attiva l’amigdala e altre zone del cervello preposte alla vigilanza diffidente. I risultati sono del tutto speculari: lo stesso accade per le persone di colore nei confronti dei bianchi. E la spiegazione evoluzionistica è ovvia. Nel nostro cervello è stata selezionata evolutivamente una diffidenza per il diverso, che nelle condizioni in cui Homo sapiens viveva aveva funzioni adattive del tutto ovvie. Chi era diverso dalla tribù poteva essere potenzialmente un nemico, o un concorrente nell’accaparrarsi risorse scarse. Riconoscerlo a prima vista, evitarlo o neutralizzarlo era senz’altro una buona idea. E da quelle caverne dove ci siamo evoluti derivano molti dei pregiudizi razziali che ancora segnano le nostre società – la maggiore percentuale di condanne per persone di colore, la tendenza a selezionare per colloqui di lavoro facendosi influenzare dai nomi e dalle provenienze geografiche nei curricula, e così via.

 

Spiegazioni del genere potrebbero essere e sono state fornite anche per i pregiudizi di genere. Spiegazioni simili si possono trovare per la cultura patriarcale e la misoginia, forse anche per la violenza maschile. Ci potrebbero essere profonde ragioni evolutive o biologiche, per esempio, per la psicologia dell’attaccamento a figure femminili di cura, e per le distorsioni che derivano da stili incoerenti di attaccamento, per il fascino esercitato da visioni essenzialiste e binarie dei ruoli. Potrebbe essere stato (lo è stato sicuramente) utile e confortevole per i maschi togliere dalla competizione intellettuale, politica e umana la metà degli esseri umani. Potrebbe avere fatto comodo ai maschi avere il controllo della riproduzione, sfruttare e controllare il lavoro riproduttivo delle donne.

 

E in questo  modo si può spiegare anche la violenza maschile, rappresentandola come una sindrome, un disturbo, una concrezione evolutiva, un lascito della nostra storia di specie, ancora qui con noi nonostante tutto. O, cambiando solo un po’, si potrebbe pensare che, in un mondo dove tutto sommato la violenza generica (quella di tutti contro tutti) scema drasticamente, sostituita dalla violenza sottile del commercio o dell’iniquità economica, l’aumento della violenza di genere si spiega come reazione: la perdita del piedistallo, l’infrangersi dello specchio deformante in cui il narciso guardava le sue supposte virtù e le trovava accresciute, la sera a cena, l’ardire delle donne di volersi emancipare, di voler occupare posti in cui i maschi mai le avrebbero immaginate (anche quelli di loro che mai si sarebbero immaginato di non averle immaginate così), o il dolore inconfessabile che scaturisce dal pensiero che quest’ardire non è che l’anticamera dell’abbandono, del venir meno dell’affetto e del nutrimento vitale delle tante mamme di cui si circondano i maschi – tutto questo potrebbe ingenerare quella reazione rabbiosa che spesso si manifesta come violenza, in una scala larghissima, che va dalle botte di molti inferni domestici alle sottili umiliazioni per finire col più raffinato dei mansplaining. E questa reazione è una reazione quasi morale, o distortamente morale: come vi permettete? E, dato che vi siete permesse, andate punite.

 

E allora può sorgere la tentazione, la tentazione che c’è in due disegni di legge depositati in Senato, di cui si è parlato recentemente. La violenza maschile, il femminicidio, vanno puniti, ma i maschi violenti sono preda di un malessere, di una distorsione, che va considerata, se non altro per farsene carico, per discuterla, per curarla. Sull’esempio di Albinati: «nascere maschi è una malattia incurabile» (La scuola cattolica). Ma forse no, si dice: non è incurabile, si può curare, e le pene contro il femminicidio possono includere forme di cura, centri specializzati per «uomini maltrattanti», che, proprio per questa loro funzione, dovrebbero essere aumentati e sovvenzionati dallo Stato. La pena è, nel nostro ordinamento e nella civiltà giuridica, una forma di rieducazione e di prevenzione. Se il problema è che i maschi faticano a gestire questo nuovo orizzonte esistenziale, una vita dove le loro compagne non sono più, semplicemente, a loro disposizione, forse aiutarli a capire può attenuare, e forse dissipare, la fatica, e forse interrompere la violenza.

 

Forse è così. Forse il grande rimosso dei rapporti di genere è l’educazione: l’educazione del maschio impubere, ad esempio. E le grandi complici degli aguzzini sono le loro madri. Ma torniamo al razzismo. Come si è visto, se ne può dare una spiegazione simile. E può darsi che anche la violenza razziale si possa spiegare nei medesimi termini. Mancano forse dati sulla correlazione fra incremento della composizione multiculturale e tensioni razziali? L’odio anti-immigrati che ha caratterizzato la politica europea e nordamericana degli ultimi anni non può essere forse efficacemente spiegato come una gigantesca reazione isterica alle insicurezze economiche derivanti dalla crisi del 2008 affiancate all’irrompere sulla scena del mondo del lavoro di concorrenti provenienti da altri paesi? Ricordate il famoso idraulico polacco? Sono sempre maschi bianchi che si spaventano di perdere il piedistallo, che vengano spodestati dalle donne o che vengano fatti crollare da altri uomini con la pelle di colore diverso, o con la pelle dello stesso colore e un accento diverso.

 

Ma sarebbe plausibile pensare che diventi parte della pena per delitti a sfondo razziale frequentare centri per uomini o donne razzisti? Sarebbe convincente pensare a un errore morale come il razzismo come a una sindrome, una reazione nevrotica? Sicuramente si possono mostrare i percorsi mentali, gli errori logici, le assunzioni balzane e le razionalizzazioni che portano le persone a giudizi razzisti. E nel razzismo c’è tutta la gamma di manifestazioni della violenza – dal pregiudizio sottile al linciaggio – che c’è nella violenza di genere.

 

Ma rimane il dubbio: un errore morale, un vizio, la cui genesi si possa spiegare, di cui si possa mostrare che è stato utile, confortevole, anche adattivo in un passato più o meno recente, per gruppi anche numerosi di persone, un giudizio morale distorto e perverso che ci era sembrato ovvio, e la cui ovvietà è naturale, o quasi inevitabile, è per questo meno vizioso? Le piccole meschinità, la violenza spicciola, del tutto prevedibile, sono più perdonabili forse del misfatto grandioso o della violenza gratuita? Forse sono più fascinose. Ma l’immoralità banale non è meno immorale.

 

Si può dire che un vizio necessario è una maledizione, non un errore morale. Edipo è condannato a uccidere suo padre, ed è assurdo che se ne senta in colpa. (Sulla madre di Edipo taciamo, anche se è quella che più c’entra in tutto questo. E chissà se Edipo uccideva più il padre o la madre.) Ma perché? E non c’è forse un dovere di reagire alla maledizione? E siamo sicuri che, quando siano in ballo esseri umani, esista necessità? E anche se fosse: possiamo anche curare il violento, se questo serve a proteggere le vittime. (Ma ridate un’occhiata a quel pugno nello stomaco che è Ti do i miei occhi, Te doy mis ojos, di Icìar Bollaìn, 2003.)

 

Però: o abbandoniamo del tutto questo linguaggio, e non ci sono violenti e vittime, ma malati e persone che la loro malattia danneggia, oppure non possiamo perdere di vista gli aspetti morali. Soprattutto: forse dovremmo evitare di concentrarci sulla violenza che affascina – le cadute dalle scale, gli occhi neri. Non per negarla, certo. Ma per non perdere di vista tutta quell’altra violenza, ben più sottile e diffusa: la violenza dell’abbandono scolastico delle bambine del Sud Italia (vedi qui), per esempio. Violenza, in fondo, è anche questo: spiegare con acutezza un perdere le staffe, rintracciarne le radici, mostrarne l’inevitabilità psicologica. E sentirsene per questo scusati. Anche di questa violenza, forse, si dovrebbe occuparsi. E per questa violenza non ci sono centri, ma solo stigma e condanna.

10 thoughts on “La violenza maschile come vizio morale, non come malattia

  1. Bisognerebbe cercare di evitare il classico discorso ufficiale suscitatore di disprezzo verso tutti gli uomini (bianchi e occidentali, naturalmente). Tutti violenti in atto o in potenza, perché maschi.
    La donna liberata del Nord Europa subisce maggiori violenze che in Italia, dove, secondo la leggenda, vigerebbe il “patriarcato”….
    Il “me-too” ha messo in evidenza che ben altre sono le etnie e le religioni, che non l’Italia cattolica, patriarcale e “machista”, a contare tra i suoi ranghi un alto numero di predatori.
    I migranti, depositari di ogni virtu’, sono spesso, in realtà, ben piu’ razzisti degli italiani che li accolgono, “xenofobi” per acclamazione…
    I migranti che giungono in Italia non sono un popolo unico, sono tanti popoli, o piuttosto sono etnie e tribù spesso in conflitto tra loro, specie quando questi migranti sono gli adepti di religioni e di sette a carattere esclusivista e guerriero.

  2. Volevo solo segnalare che il collegamento ipertestuale dopo ‘bambine del Sud Italia’ non funziona: l’ho cliccato per capire di più visto che da quel che so le cose sono esattamente all’opposto (il fenomeno dell’abbandono scolastico è sì di genere. Ma maschile, non femminile). In secondo luogo vorrei dire che mi sarei aspettato più attenzione alle parole. Non intendo negare l’interesse per il discorso fatto da chi ha scritto il post, tuttavia noto che si è collegata la violenza di genere – che oggi giustamente ricordiamo – a fenomeni come il razzismo (peraltro con evidenti errori: come si fa a dire prima che il fenomeno per cui si considera ‘male’ chi ha un colore diverso è speculare – i bianchi considerano male il nero, i neri i bianchi – e poi dire che ‘Ricordate il famoso idraulico polacco? Sono sempre maschi bianchi…’? Il razzismo non è un fenomeno solo dei bianchi – si pensi alle repressioni di varie etnie in asia, ad esempio – e nemmeno solo dei maschi). Bene, posto questo collegamento, vorrei che si facesse un esperimento mentale: sostituire con ‘nero’ la parola ‘maschio’ in diverse frasi qualunquiste del post. Sono abbastanza sicuro che se un blog ritrovasse in un post da pubblicare frasi come ‘nascere nero è una malattia incurabile’ o ‘i neri faticano a gestire questo’, due domande se le farebbe, a prescindere da quanto buono fosse il restante contenuto. Se quel blog è leparoleelecose…

  3. Condiviso a pieno il commento di Claudio Antonelli, non resta che aggiungere: qualcuno dubita che se le donne fossero fisicamente più forti degli uomini le statistiche sarebbero invertite ?

  4. Sulla violenza fisica alle donne, questi dati al 2006 [ben di 14 anni fa ]dell’istat http://www.ristretti.it/areestudio/giuridici/studi/istat_donne.pdf
    Sulla violenza non fisica (tutti gli altri tipi) non mi pare ci siano dati oggettivi (e come si potrebbero raccogliere, del resto?) ma non mi meraviglierei se il rapporto cambiasse considerevolmente restringendo la forbice di genere. Potrebbe aver a che fare con la “fisicità” che citava @alcuino ?

  5. Grqzie per i commenti.
    @Claudio Antonelli: il post non dice, mi pare, che i tutti i maschi sono violenti. Anzi, rifiuta l’idea che essere maschi sia una malattia, e sostiene che la violenza maschile è un vizio morale. Il che implica che alcuni maschi possano non averlo. Inoltre, nel post si fa un parallelo fra razzismo e violenza maschile, per dire che sarebbe possibile una spiegazione evoluzionista del primo come del secondo, ma questa spiegazione non è rilevante per il giudizio morale. Ma non si parla di migranti. E il razzismo è un problema diverso rispetto all’accoglienza dei migranti. E l’idraulico polacco potrebbe non essere un migrante extracomunitario, e proprio per questo lo si sceglieva come esempio.
    @Carlo Rettore: rimetto qui il link: https://atlante.savethechildren.it/index.html . Spero stavolta funzioni. Sono dati di Save the children. A me pare che dicano che il fenomeno dell’abbandono scolastico è anche e soprattutto di genere femminile, in certe regioni d’Italia. Poi: io dico che gli esperimenti citati nel post mostrano che il razzismo è speculare (bianchi razzisti nei confronti dei neri e viceversa); poi mi concentro sul razzismo di bianchi verso bianchi. Non riesco a vedere l’errore. Infine: non dico che essere nero è una malattia incurabile. Cito Albinati che dice che essere maschi è una malattia. E sostengo, in tutto il post, che la violenza maschile non è una malattia, ma un vizio. Ne deriva, implicitamente, che anche il razzismo è un vizio, non una malattia. L’analogia è fra razzismo e violenza maschile, non fra essere maschi ed essere neri.
    @Alcuino: certo. Leggi Le ragazze elettriche, di N. Alderman. Ma questo, temo, conferma il punto del post.

  6. @Anonimo/a di LPLC guardi che i link mi dà ragione: cito testualmente dall’atlante dell’ infanzia per praticità: “maschi e femmine mostrano una diversa “propensione” all’abbandono: nella media europea, lasciano precocemente gli studi l’11,9% dei ragazzi e l’8,6% delle ragazze36.
    In Italia, l’analisi dei dati della serie storica degli ultimi 15 anni, indica che anche qui sono i ragazzi ad abbandonare maggiormente gli studi. Se limitiamo l’analisi al solo 2019, il divario di genere è di quasi 4 punti percentuali a favore delle ragazze, con un 15,4% di abbandoni maschili e l’11,5% femminili. La maggiore tenacia delle ragazze a restare nel circuito scolastico, tuttavia, non mitiga i forti squilibri territoriali tra Nord e Sud, tra Centro e Isole. Nel 2019, ad abbandonare precocemente gli studi al Nord (9%) e al Centro (8,9%) è meno di una ragazza su dieci (e circa un ragazzo su otto, rispettivamente l’11,9% al Nord e il 12,7% al Centro); al Sud, dove si avverte maggiormente la gravità del fenomeno, la fuoriuscita dal circuito scolastico riguarda una ragazza su sette (14,1%) rispetto a circa un ragazzo su cinque (19,2%) e nelle Isole quasi una ragazza su cinque (18,7%) rispetto ad un coetaneo maschio su quattro (24%)”. In nessun contesto, quindi, l’abbandono scolastico è un problema di genere femminile, in tutti è un problema di genere maschile (a meno che non si leggano malissimo i dati: uno su dieci è meno di uno su otto, uno su sette è meno di uno su cinque e uno su cinque è meno di uno su quattro). Che poi, temo, è esattamente il motivo per cui non se ne parla nemmeno.

  7. « Claudio Antonelli: il post non dice, mi pare, che i tutti i maschi sono violenti. Anzi, rifiuta l’idea che essere maschi sia una malattia, e sostiene che la violenza maschile è un vizio morale. Il che implica che alcuni maschi possano non averlo.”

    La mia obiezione a Anonimo/a di LPLC che ha formulato la frase suddetta.

    Rifiutare « l’idea che essere maschi sia una malattia » è una frase assurda. Specificare che la violenza maschile è un vizio morale «che alcuni maschi possono non avere» equivale a dire che i maschi, in stragrande maggioranza, come regola insomma, sono violenti, ma che anche a questa regola esistono delle eccezioni…
    Un’affermazione quest’ultima discriminatoria e sprezzante (e in un certo senso violenta).

  8. Anonimo/a ha obiettato:
    « Inoltre, nel post si fa un parallelo fra razzismo e violenza maschile (…). Ma non si parla di migranti. »
    La mia precisazione:
    Eppure i migranti ci sono nel testo di cui stiamo discutendo. Ecco dove sono . Leggo dell post: “Mancano forse dati sulla correlazione fra incremento della composizione multiculturale e tensioni razziali? L’odio anti-immigrati che ha caratterizzato la politica europea e nordamericana degli ultimi anni non può essere forse efficacemente spiegato come una gigantesca reazione isterica alle insicurezze economiche derivanti dalla crisi del 2008 affiancate all’irrompere sulla scena del mondo del lavoro di concorrenti provenienti da altri paesi? Sono sempre maschi bianchi che si spaventano di perdere il piedistallo, che vengano spodestati dalle donne o che vengano fatti crollare da altri uomini con la pelle di colore diverso, o con la pelle dello stesso colore e un accento diverso. »

    Quanto alla questione della “propensione” maschile e femminile all’abbandono scolastico, i miei dati, riguardanti il Québec dove io vivo, concordano con quelli di Carlo Rettore.
    Femministi e femministe hanno sempre attribuito ogni differenza tra uomini e donne, esistente nella nostra società, all’azione maschilista in atto da millenni che mira a relegare la donna in un ruolo inferiore.
    Leggo infatti nel post: “Potrebbe essere stato (lo è stato sicuramente) utile e confortevole per i maschi togliere dalla competizione intellettuale, politica e umana la metà degli esseri umani.”
    Femministe e femministi quando si trovano di fronte al fatto che nonostante una mancanza evidente di discriminazione ai danni della donna, questa in un dato campo non è presente in maniera adeguata – per esempio nel campo dei piloti di formula uno – allora fanno ricorso alla tesi della “discriminazione sistemica”. I differenti risultati tra uomini e donne sarebbero causati da una discriminazione sottile, ma non per questo meno tenace e nociva. Ma se nessuno discrimina, dov’è la discriminazione? Loro rispondono: la discriminazione c’è ma non si vede. Quindi compiono un salto logico, concludendo: proprio perché non si vede c’è: nel sistema.
    Oggi però certe armi elaborate dalla logica femminista si rivelano delle armi a doppio taglio. È difficile infatti spiegare perché la maggioranza degli studenti nelle facoltà di medicina del Québec sia composta da donne. Eppure, stando alla propaganda, gli uomini hanno sempre difeso con unghie e con denti le professioni più remunerative e prestigiose, come quella del medico. Ma non è solo in medicina che le donne sono più numerose. Il sesso maschile sembra svantaggiato su molti altri fronti dell’istruzione. Il numero di studenti di sesso maschile che terminano il cégep (studi secondari) sono meno numerosi di quelli di sesso femminile. Le donne terminano, in genere, gli studi secondari e universitari con voti più alti rispetto agli uomini. Inoltre, dopo gli studi le donne riescono meglio nei colloqui per trovare un lavoro. E gli esempio di questa discriminazione sistemica a danno degli uomini potrebbero continuare. E sì, perché se si accetta la logica femminista fino in fondo, secondo la quale ogni dato svantaggioso riguardante la donna si può solo spiegare o con un’aperta discriminazione patriarcale e fallocratica, oppure con la discriminazione insita nel sistema, allora bisogna concludere che anche gli scarsi successi dell’uomo sono oggi dovuti ad un pregiudizio sfavorevole del sistema nei confronti dell’ex sesso forte. Questa conclusione s’impone, in nome della logica femminista. Se le femministe rifiutano di ammetterlo, allora noi possiamo accusarle – rischiando tuoni e fulmini – di far prova ancora una volta di logica femminile.

  9. Grazie ancora per i commenti. Rispondo in dettaglio:
    @Carlo Rettore: grazie per l’acribia. Nel post, frettolosamente lo ammetto, facevo riferimento ai dati che vengono citati nella pagina successiva a quella che lei cita. Sono dati relativi al 2019, e riguardano ragazzi/e che non studiano né lavorano fra 15 e 29 anni. Quasi il 40% delle ragazze in Sicilia né studia né lavora. Includendo anche licei ed università questo dato può essere considerato una forma di dispersione, o comunque di abbandono. Il dato è simile in Calabria e Campania, ed è superiore a quello maschile. L’idea è che queste scelte derivino dall’influenza patriarcale. Il dato adesso è chiaro, e mi scuso per non averlo riportato con esattezza. La mia interpretazione anche dovrebbe essere chiara.
    @Claudio Antonelli, primo commento: se l’affermazione secondo cui i maschi, con poche eccezioni, sono violenti è un’affermazione violenta, ciò significa che siamo d’accordo su una estensione alquanto larga di ‘violenza’. E in quest’estensione, la stragrande maggioranza dei maschi sono violenti. E la cosa è innegabile. Non vedo la discriminazione insita nel citare un fatto vero. Se invece lei dissente su una interpretazione così ampia di ‘violenza’, be’, allora la mia affermazione non è violenta. E rimane non discrimnatoria. Tutt’al più, se siamo in disaccordo sulla nozione di ‘violenza’, l’affermazione può essere falsa. Ma dovremmo discutere dell’interpretazione di ‘violenza’.
    Secondo commento: sui dati, lieto/a di vedere quelli del Québec, ma mi riferivo, come detto sopra, a quelli dell Sud Italia. E ho chiarito la fonte. Sugli immigrati: ho detto, come lei giustamente rileva, che il razzismo aumenta l’avversione agli immigrati. Ma non ho detto che il razzismo riguarda solo gli immigrati. E volevo dire che gli immigrati sono un problema perché si è razzisti, e non viceversa. Se il razzismo, come cercavo di dire, ha spiegazioni evoluzioniste, e si trova in molte società ed epoche storiche, è ovvio che l’aumento dei movimenti di persone lo accentua. Ma, di nuovo, è questione di capirsi: i londinesi sono razzisti nei confronti di chi viene da Leeds. Ma lei direbbe che è un immigrato? E i parigini nei confronti di chi viene da Lille. Certo, lei potrebbe dire: è immigrazione interna. E in effetti anche gli abitanti di Leeds, probabilmente, sono arrivati a un certo punto sull’isola. E alcuni magari discendono da soldati romani. Ha senso tutto questo? Direi che rimane il punto: faccio un paragone fra razzismo e violenza maschile, rifiuto spiegazioni evoluzioniste, o meglio rifiuto l’uso giustificazionista di spiegazioni evoluzioniste.
    C’è un altro punto, da lei sollevato, ed è quello della violenza strutturale, e dell’eventuale discriminazione alla rovescia. Qui la risposta vorrei tenerla semplice, anche se mi piacerebbe discuterne più a fondo. Dire che singoli individui perpetuano una certa cultura patriarcale non implica dire, come fanno altri, che quella cultura deriva da una struttura socio-politica che vada al di là degli individui. Dico solo che quelle ragazze del Sud probabilmente non vanno a scuola e non vanno a fare certi lavori anche per la sottile, ma esplicita, influenza dei padri. Poi sulla discriminazione: la prevalenza delle donne in certi ambiti non implica discriminazione degli uomini, per la semplice ragione che nulla impedisce agli uomini di prevalere in quegli ambiti, mentre tutto impedisce, o ha impedito fino a tempi più recent, alle donnei di farlo. ‘Discriminazione’ significa: ‘restrizione forzosa di certe scelte, in maniera esplicitamente disegualitaria”, non significa: ‘differenza liberamente scelta’.

  10. Pongo alcune obiezioni:

    “Potrebbe essere stato (lo è stato sicuramente) utile e confortevole per i maschi togliere dalla competizione intellettuale, politica e umana la metà degli esseri umani. Potrebbe avere fatto comodo ai maschi avere il controllo della riproduzione, sfruttare e controllare il lavoro riproduttivo delle donne.”

    “l’aumento della violenza di genere si spiega come reazione”

    Nel primo passaggio si compie un’analogia che però non ha fondamento, ovvero tra le lotte fra gruppi umani di differente provenienza territoriale, specifica e concreta, e due macro gruppi che sono in realtà un’astrazione, ovvero i maschi e le femmine. Non solo questi due macro gruppi non esistono in realtà, come non estisono le classi di Marx, ma non c’è modo di pensare che i maschi possano aver agito di concerto. Infatti ciò che vediamo confermato da tutta la storia conosciuta, non c’è stato un giorno che i maschi non si siano ammazzati e sottomessi fra di loro. Ciò che invece è vero è che ogni organismo vuole controllare la riproduzione altrui, se possibile. Ogni maschio vuole farlo sulle femmine (e deve lottare contro altri maschi per averlo). Così come ogni femmina vuole farlo sui maschi. Nelle specie in cui questo è possibile, ovvero le specie in cui le femmine sono di dimensioni maggiori, questo avviene. C’è insomma un conflitto sessuale a monte, universale, che non si gioca però a squadre.

    Circa la violenza: intanto non c’è alcun aumento della violenza di genere. Ad essere aumentata è la nostra sensibilità in materia e il numero delle denunce. Poi non esiste la violenza maschile, esiste la violenza dei maschi, che non è né un vizio morale né una malattia. La violenza è uno strumento, è la base della vita. Tutti gli organismi agiscono violenza. Non credo che arriveremo a capire in questo secolo se i maschi umani sono più violenti per natura o no, fatto sta che per il momento è così. Bene, anzi male. Ciò che andrebbe in ogni caso capito oggi è che dal momento che la violenza si esprime in certi contesti non si può parlare di violenza maschile come di un tratto eterno. Né ha senso parlare di una reazione maschile odierna, come se ci fosse la squadra dei maschi che ha subito il gol dell’emancipazione femminista nel secondo tempo e ora deve reagire in qualche modo. Al limite si può dire che da quando esiste il divorzio ci sono più situazioni concrete che possono portare a un comportamento violento, ma come dicevo i numeri sulle donne uccise, e questi sono certi, non vedono sostanziali differenze da quando vengono rilevati. Ma come detto, i maschi nati oggi sono organismi in grado di agire la stessa violenza di un tempo, biologicamente parlando, poiché non sono stati selezionati per essere più mansueti, ma vivono e crescono in un ambiente in cui è molto meno richiesto usare violenza. La violenza che usano oggi non è quella del patriarca di una volta, poiché la nostra non è una più società patriarcale. E non bisogna compiere l’errore di pensare che sia il patriarcato la causa originaria della violenza dei maschi. Per questo hanno senso i centri per uomini maltrattanti, perché man mano che la pressione sociale patriarcale è diminuita sono entrati in gioco altri fattori più individuali, che possono essere trattati con successo in chiave preventiva, anche se è ancora presto per capire se e quanto, leggendo i resoconti degli operatori del settore. Basta fare una ricerca sulla violenza all’interno delle coppie omosessuali, gay e lesbiche per vedere che esiste, almeno qualitativamente, la stessa violenza delle coppie etero. Omicidi, controllo, gelosia e così via, che non sono evidentemente riconducibili al patriarcato. Non sono riuscito a capirlo, ma non mi sorprenderebbe trovare che le coppie gay siano più violente di quelle lesbiche, per via del fattore maschile. Qui va chiarito che il maschio odierno non nasce con il patriarcato incorporato, per cui si troverebbe spiazzato; è un’illusione concettuale questa figura del maschio spiazzato, alla quale hanno putroppo contribuito vari studiosi (ma in realtà risale al lamarkismo, ancora non bene espulso). Se vogliamo parlare di evoluzione si può dire che forse è stato selezionato per avere più probabilità di agire con violenza rispetto alla femmina di fronte ai pericoli, ed essere lasciato è uno di questi casi. O anche essere più debole psicologicamente. Non che sia una malattia, ma per esempio le malattie mentali hanno incidenze diverse per genere, non è eslcuso pensare che ciò accada anche per la capacità psicologica di incassare il colpo. E se la violenza non è una malattia, essere malati in certi modi è un fattore che porta a essere violenti. Sicuramente permangono ancora certe pressioni sociali che concorrono a un maggiore uso della violenza da parte dei maschi e che producono forme specifiche di violenza di genere, dalla socializzazione tra pari al fatto di ritrovarsi in posizioni di potere con maggiore frequenza. Lo si vede nel primo caso nel fenomeno del revenge porn. E nel secondo nel caso Weinstein. Il primo caso dipende dal modo in cui i maschi fra di loro si confrontano e dal fatto che la società sessista rende sensato sputtanare una femmina per i suoi comportamenti sessuali. Ma nel secondo caso la violenza dei Weinstein è resa possibile dallo squilibrio di potere. Tanto è vero che oggi che le donne hanno più reddito vediamo un aumento della prostituzione maschile nei paesi poveri. Mentre per il momento non vediamo casi di revenge porn al contrario. Per il momento sono più frequenti situazioni in cui una femmina può ricattare un maschio per soldi, ma di solito non si mettono a diffondere video intimi per punire gli ex o per farsi belle con le amiche, perché il danno procurato è minore per un maschio, quindi manca la motivazione per farlo. Ma non è detto che la situazioni cambi a breve. Per concludere, io non penso che ci sia qualcosa di offensivo nel parlare di maschi violenti generalizzando; certo fa un po’ ridere che nel dibattito attuale si aggiunge sempre “bianchi”. Ma questo è un tic di sinistra. Ed è ugualmente bizzarro che oggi assistiamo agli strali contro gli articoli di cronaca che parlando di raptus, passione e gelosia nei casi di femminicidio, quando poi gli stessi casi accadono in coppie omosessuali. Vero che se ne parla a sproposito, ma passione e gelosia esistono, non si può pensare che i maschi etero agiscano sempre e solo in maniera differenti da femmine e gay in chiave patriarcale. Per questo va sempre trovato l’equilibrio tra il generico e lo specifico.

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