di Rino Genovese

 

È la morte di un mito, quella che ci colpisce oggi. Una morte, per quanto prematura, perfino prevedibile considerando la nota tossicodipendenza dell’uomo. Ma, riflettendo un po’ a mente fredda sul significato di questo mito, non si potrebbe non vederne – come accade del resto per tutti i miti – l’intrinseca ambivalenza: Maradona ha incarnato un’aspirazione al riscatto degli ultimi, anche attraverso le sue prese di posizione, o ha contribuito in modo decisivo a quella narcosi di massa prodotta, in particolare a partire dagli anni ottanta, dalla miscela di sport, affari, politica e grande spettacolo?

 

Napoli, la più sudamericana delle città italiane, aveva dei precedenti in questo senso risalenti ai tempi di Vinicio e Pesaola e poi di Sivori e Altafini: una voglia di miti, tra l’Argentina e il Brasile, che trovava alimento in quella mitopoiesi sempre in azione nei paesi dell’America latina. Lo storico “comandante” Achille Lauro, l’armatore fascista e poi monarchico, era stato in stretto contatto con l’Argentina del “momento Perón”, traendone tutto il succo politico-sociale che se ne poteva trarre, e organizzando, mediante la sua presidenza della società di calcio, l’ascesa che lo condurrà a diventare sindaco di una città che nel referendum del 1946 aveva dato la maggioranza dei voti alla monarchia. Maradona viene a innestarsi dunque, pochi anni dopo il terremoto del 1980, nel fertile humus di un populismo napoletano di lunga data. A questo proposito, tuttavia, non bisogna riferirsi a Masaniello, ai lazzaroni, alla plebe, di cui aveva parlato finanche Hegel, quanto piuttosto all’uso che del “popolaccio”, come lo chiamava Vincenzo Cuoco, avevano fatto i sanfedisti, i borboni, le famiglie del potere meridionale tradizionale per sconfiggere la fragile rivoluzione del 1799.

 

Questo è stato Maradona a Napoli, al di là del genio calcistico: un elemento di grande presa simbolica, di rinnovamento e coesione, del blocco storico che da un certo momento in poi, nel post-terremoto, ha stabilmente incluso gli affari della nuova camorra nel proprio cerchio. Non c’era nessuno, durante il suo regno incontrastato, che potesse obiettare qualcosa: tutto gli era consentito, naturalmente anche l’evasione fiscale, che in Italia d’altronde non ha mai scandalizzato nessuno. Ricordo che una volta Gianni Minà, in un salotto napoletano, ce ne parlò come di una vittima della terribile macchina del calcio: l’associazione Calcio Napoli, già al momento del suo acquisto dal Barcellona, sarebbe stata a conoscenza della pervicace tossicodipendenza del divo. A mio parere, però, Maradona fu sempre ben contento di farsi triturare da quella macchina che gli aveva dato fama, ricchezza, onori – e a Napoli anche grossi quantitativi di cocaina a prezzo scontato.

 

 

10 thoughts on “Maradona tra Napoli e il Sudamerica

  1. Eccome no! Il giocatore (il “giocatore”!) ha impersonato il tipo antropologico del capitalista: miliardi e vizio, indifferenza ai singoli e pretesa adorazione di massa. Poi, siccome i poveri sono più dei ricchi, si fregiava della venerazione dei leaders dei poveri. Non so con quanta decisa consapevolezza, ma questo è il prodotto.

  2. “ Domenica 5 giugno 2005 – Si parla di Maradona. Un eroe degli anni Ottanta. Era bassissimo. Era bruttissimo. Uno « sgorbio », dice quell’umorista che ora fa il maître à penser. Gli scudetti del Napoli. L’Argentina campione del mondo. La guerra delle Malvinas. La « mano de Dios ». Per una storia del sud(ismo). Per una storia degli anni Ottanta. “.

  3. Già, dare pane e giochi alla “plebe”, a noialtri plebe, è strategia collaudata, e consolidata.,dalla più immemorabile antichità, e ancora funziona. Peccato che al giorno d’oggi si lesini un po’ sul pane (ma forse non ancora abbastanza).…
    A dire il vero, mi viene proprio voglia di lasciarli andare per altre vie questi, giustamente detti da voi, ‘miti narcotizzanti’, soprattutto se non mi toccano da vicino. Anzi, alle volte anche se mi toccano: p.e., sono sarda e anche se atterrIsco quando percepisco la tendenza , non troppo velata da parte di molti conterranei, a tessere improbabili agiografie su Graziano Messina (esiste ancora la leggenda del bandito di o per onore), cerco di trattenermi pensando ‘cui prodest’

  4. Possiamo discutere a lungo e con buoni argomenti pro e contro se lo sport contemporaneo e in particolare il calcio siano essenzialmente oppio per il popolo oppure anche e più essenzialmente altro che non questo. Ma né l’una né l’altra di queste due opzioni giustificano e spiegano il mito Maradona, che ha a che fare piuttosto con la dimensione de talento prodigioso, se non vogliamo scomodare la parola genio. Io penso che lo sport in certe sue manifestazioni esprima una forma peculiare d vita e di bellezza che non si ritrova altrove e che non ha nemmeno senso confrontare con quella dell’arte o di altre esperienze tradizionalmente considerate veicolo dell’esperienza estetica. Forse occorrerebbe riflettere prima su questo, al di là di considerazioni sociologiche, politiche o moralistiche che tendono sempre a trascurare la ragione per cui lo sport riesce a muovere tanta passione e tanto interesse, non cogliendone lo specifico che lo ha reso fenomeno di enorme importanza planetaria in solo qualche decennio a partire dalla sua rinascita moderna.

  5. Maradona e Napoli: connubio e fusione
    Tra Maradona e Napoli c’è stata una fusione, una fusione a caldo: Maradona è divenuto Napoli e Napoli è divenuta Maradona.
    Come è potuto avvenire?
    Attraverso le vittorie sul campo di calcio Maradona ha riscattato Napoli. Ha fatto miracoli come San Gennaro. Lui, un Argentino dei quartieri poveri di Buenos Aires, un « cabecita negra », è divenuto uno scugnizzo napoletano, re dei quartieri spagnoli e della Napoli intera, dove sotto la sua immagine ormai la gente accende i lumini come se fosse un santo.
    E un santo lo è, ma alla napoletana : trasgressivo attraverso la cocaina e l’amicizia coi camorristi e i figli avuti da tante donne diverse; pulcinellesco alla Toto’; senza una vera famiglia se non la famiglia dei suoi tifosi; generoso; amante degli eccessi anzi del barocco perché il barocco è la normalità di Napoli; gran cultore dell’amicizia; vicino ai semplici, ai poveri e ai devianti; fisicamente improbabile perché piccolo e un po’ grassottello ma capace di magie come uno scaltro e beffardo munaciello, il piccolo monaco della superstizione e del paganesimo napoletani. È riuscito, pur milionario, ad essere il rappresentante dei poveri del terzo mondo del pianeta e soprattutto di quello partenopeo. L’amicizia con Castro lo ha fatto assurgere a simbolo dell’anti establishment planetario e a nemico della globalizzazione e dell’omologazione all’americana.
    Mi metto all’ascolto di “Forza Napoli!” di Nino d’Angelo e quasi mi commuovo . Mi lascio trasportare dal ritmo e dalle parole di questo inno « tragico-gioioso » dei tifosi della squadra partenopea. E dire che non conosco il nome di un solo calciatore di questa squadra, poiché non mi interesso di calcio… Ma amo la squadra del « Ciuccio fa’ tu » per cio’ che essa rappresenta per i Napoletani, verso i quali provo simpatia e lealtà. Anche per la maniera in cui noi profughi Istriani fummo accolti nel dopoguerra…

  6. La grandezza di persone come Maradona aprono varchi alle più strampalate critiche. Penso debba essere utile analizzare fatti e persone se si hanno ragioni ed elementi altrimenti siamo come nella modernità della cultura culinaria dove ogni ingrediente sta bene con tutto

  7. A Mauro Parrino: riconosco lo specifico dell’attività sportiva, ambito che mi è, a dir poco, alieno, ma dubito che le tifoserie (seppure ben pilotate dagli ‘esegeti’ della materia pagati ad hoc -vedi la pletora di interventi mediatici consacrati all’ ‘ermeneutica del calcio’ trattato come fosse un testo sacro, un codice mitologico bisognoso di opportuna esegesi, appunto) siano animate da una sorta di ‘vocazione filologica’ nel seguire l’attività di un atleta. Il campione interessa perché vince, solo perché vince, sia ai tifosi sia al sistema-mercato attorno. Il virtuosismo, che pure, da profana, non ho motivo di non riconoscere, è solo il pretesto nobile con cui si cerca di ammantare una pura faccenda di soldi.

  8. ” Per me è sempre stato el gordito, il ciccione, non il santo dei poveri di strada e di campetto, il dio del calcio, lo strafenomeno dell’allegria e del maledettismo, ma il tracagnotto che dribblava e segnava, anche con la mano se necessario, inseguito dai fantasmi della miseria, del patriottismo napoletano, dell’internazionale castrista, della cocaina, del sesso senza precauzioni, della colpa e del peccato sublimati nella vida loca, infine e in prima battuta dallo spettro ritornante della pancetta, della metamorfosi bulimica, dell’obesità a prova di dieta, dell’eccesso divoratore. Teoricamente il calcio sarebbe uno sport, una cosa sana. Lui era un idolo in carne, con poca ossatura anche quando era quello che si dice un falsomagro, e diventò un eroe romantico a contatto con Napoli, che sempre gli è rimasta in scia dovunque andasse e qualunque pazzia facesse. Fu un Byron di Fuorigrotta, «aveva bisogno della colpa per provocare in sé fenomeni di senso morale, della fatalità per gustare il flusso della vita» (così Mario Praz sul giovane Lord e poeta-dandy della dissolutezza ottocentesca). E ciccione è proprio chi ha bisogno della colpa per la sua vitalità e la sua morale. Così l’uomo più scorretto che si sia conosciuto da decenni, uomo della notte e degli amici criminali, modello di anti-deontologia, con il suo genio della promiscuità, della folla come misura esatta della solitudine, questo protagonista assoluto del pigia-pigia ci lascia soli e subordinati alla regola sanitaria in un tempo asettico e socialmente distanziato. Meglio o peggio di Pelé, ne è sempre stato agli antipodi etici, come la parabola spezzata differisce dalla parabola compiuta. La sua carne carismatica, quel gonfiarsi e sgonfiarsi che allude alla scintillante violenza del suo gioco-show, mostra quanto è rotondo il calcio, quante moltitudini contiene la palla. L’Avvocato lo voleva come un sogno impossibile, ché la Juve è dei magri professionali e uno come lui l’avrebbe beffata e distrutta. Che avesse una capacità poetica, nonostante quella respingente aura di autentico, di neorealista, e che fosse nato istrione per eccitare ardore e nostalgia, questo è sicuro. L’investimento emotivo su di lui non si può giustificare con scudetti, gol del secolo e calciomercato. Il morbo della curiosità più invasiva, che opprimente lo riguardava in ogni suo fatto e misfatto, rifletteva la scena e il retroscena della coscienza collettiva, non dipendeva dal marketing dei supereroi di ora e di quaggiù, era una dipendenza più forte, una droga che ebbe effetti mistici su chi lo ha amato al di là del dicibile e del comprensibile. Comunicava il vizio come una virtù, in quel suo folle amor proprio che ne fa a suo modo un moralista barocco. Sulla sua lapide voleva solo un “grazie alla palla”, disse in una autointervista. E che cosa c’è di più ciccione di una palla? Era l’uomo che si fece palla. Nell’ultima intervista al Clarín diceva che «la pandemia è il peggio che ci potesse capitare» e che «confidava in Putin» per un vaccino come si deve. Era un trasgressivo a ogni latitudine, veicolava anche i vizi degli altri, li rendeva possibili, li giustificava. Per questo ora infuriano i toni e i tratti del santino, e risulta eterno, il migliore di sempre, quando la vera lode è che riuscì perfettamente a essere il peggiore di sempre. ” (Giuliano Ferrara, sul Foglio)

  9. Chissa se anche per molti manager o uomini dello spettacolo italiani, cocainomani come Maradona, la scure dell’italica censura si serebbe abbattuta con ugual forza.
    Il Maradona calciatore non ha niente a che fare con l’uomo, sono due realtà scisse, come del resto è accaduto e accadrà con molti artisti e geni (non che debba essere sempre così, ovviamente). Valutare o solo parlare del calciatore alla luce anche dei suoi vizi è un’operazione sbagliata. Per chi un po’ segue il calcio, il Maradona calciatore è stato il più grande di tutti i tempi, colui che fece col pallone cose che prima non erano immaginabili e che ebbero srnso solo dopo che lui ne diede dimostrazione, diventando una pietra di paragone. Poi in campo era giocatore onestissimo, mai falloso né sbruffone, che giocava ancora con la passione di un ragazzino (il gol di mano è un episodio a parte nella sua carriera). Se si vedono gli interventi fallosi che subiva dopo aver dribblato 3-4 calciatori si rimane sorpresi dalla sportività delle sue proteste. Per uno di questi interventi, quando era ancora al Barcellona, rischiò di dover interrompere la carriera.
    Come calciatore, Maradona era un vero dio, ma un dio altruista, che catalizzava le capacità migliori dei suoi compagni (il Napoli era una buona squadra ma certamente inferiore ad altre più blasonate). Da un punto di vista sportivo è impossibile non amarlo, e credo che il suo genio sia ciò che nell’immaginario popolare susciti ancora oggi l’adorazione di un’intera città perché è unico. Mentre ben comuni e diffuse nenella società sono le sue debolezze di uomo fuori dal campo, di cui parlare, a mio avviso, ha poco senso.

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