di La Ragione di Stato

 

Come in tutte le agiografie che si rispettino, c’è sempre un momento in cui qualcuno riesce a entrare in contatto fisico diretto con la santità. E la testimonianza è tanto più forte, se viene da un fedele aderente a un’altra confessione. “Maradona lo sono andato a vedere a Torino mentre si allenava prima del match contro di noi. Era basso, ma l’ho toccato sul petto, ed era come toccare la pietra”, così disse mio cugino più grande che viveva a Torino, juventino come me, ma ovviamente capace di vedere la santità aldilà delle diverse declinazioni della fede nel trascendente.

 

Gli anni ’80 e ’90 sono l’era assiale del calcio, vale a dire l’era in cui profeti e figure divine di diversa origine geografica a pochi anni di distanza e l’uno indipendente dall’altro invadono il mondo con messaggi, gesta e dottrine di portata universale. Per motivi anagrafici, estetici e morali, il mio profeta è Roberto Baggio da Caldogno, Vicenza. Conservo le sue magliette bianconere di inizio anni 90’, probabilmente false, con due sponsor diversi – Upim e Danone – come se fossero appunto due reliquie. Non accetto che nessuno ne metta in dubbio la santità, anche se sono ben disposto a riconoscere come profeti legittimi Van Basten, Zidane, Ronaldo, Totti, e ovviamente, un gradino sopra tutti, Maradona.

 

Il momento di massima manifestazione della divinità di Roberto da Caldogno.

 

Agli infedeli, agli scettici che per ignoranza, malvagità, confusione spirituale non sono disposti a riconoscere immediatamente la santità di Baggio, presento sempre un argomento inconfutabile: quale semplice essere umano è capace di portare la sua nazionale a un passo dalla vittoria di un Mondiale pressoché per sua singola iniziativa, come accadde a USA 94? La risposta è: nessuno. Con una piccola aggiunta: qualcuno otto anni prima aveva portato una squadra composta da ruvidi tagliagole e un fine scrittore come Jorge Valdano non solo in finale, ma addirittura sul tetto del mondo. E inoltre, proprio in quegli anni, a seguito di dinamiche che solo un miscredente può considerare casuali, lo stesso profeta si era spostato da Barcellona a Napoli, trasformando una piazza sino ad allora non esattamente di élite calcistica in una potenza nazionale ed europea. Oggi il calcio ama presentarsi come una scienza esatta, con statistiche, expected goals, occasioni, assist, passaggi riusciti, e così via. Niente di male in tutto ciò. Ma non è in questi pur utili numeri che si trova la cifra del divino. Le sue tracce sono altrove, in qualche raro episodio che la nostra mente seleziona faziosamente e soggettivamente, come del resto è personale e particolare ogni esperienza religiosa individuale e collettiva. A livello di pura oltreumanità calcistica, vorrei menzionare un momento che apparentemente confligge con il mio orientamento religioso.

3 Novembre 1985. Un anno prima, Maradona diventava un giocatore del Napoli. Dopo un anno interlocutorio, la mano del pibe de oro comincia a dare i suoi frutti. Quella stagione il Napoli la chiuderà al terzo posto, togliendosi numerose soddisfazioni. Tra cui questa vittoria con la Juventus, campione d’Europa in carica dopo l’orrore del massacro dell’Heysel. I bianconeri vinceranno poi lo scudetto anche grazie ai gol di Aldo Serena, che la sera della cessione era tra il pubblico del concerto di Bruce Springsteen. Quel 3 Novembre tuttavia la musica è diversa. La “Domenica sportiva” lo capisce: nel momento clou del montaggio del riassunto della partita, fa partire l’”Inno alla gioia” di Beethoven e lo dedica con un pizzico di paternalismo al pubblico di Napoli, “non abituato a vincere, diversamente da quello della Juventus”. Ma il gesto di Diego non è solo per i suoi tifosi. È piuttosto, appunto come l’opera di Beethoven, un capolavoro fruibile dall’intera umanità.

 

Il goal commentato dai compagni di squadra e da un Maradona molto appensantito. L’estratto video dell’epoca con annessa colonna sonora è pura arte religiosa al suo massimo.

 

Non mi dilungo sul rapporto tra Maradona e la sua Napoli. Sarebbe come entrare in un rapporto d’amore che non ci vede coinvolti. Come in tutti i legami più forti e viscerali, non mancano ambiguità e contraddizioni. Mettendo da parte le questioni economiche con il presidente Ferlaino – sottolineate più volte dallo stesso Maradona e ripresa dal denso post di commiato di Gianni Minà –, ci limitiamo a un solo esempio: stagione 1989-1990. Nell’estate del 1989, Maradona è a un passo dal diventare un giocatore dell’Olympique Marseille. La città reagisce con sdegno. L’intellighenzia artistica e letteraria napoletana non resta a guardare. Ecco alcuni interventi raccolti dall’ottimo articolo di Marco Gaetani per “L’ultimo uomo”: “De Crescenzo: «Ferlaino ha sbagliato a non venderlo, a Maradona non importa assolutamente niente del Napoli, pensa solo ai Mondiali». Bennato: «Sono convinto che ci sia qualcuno che lo manovra. Forse il Marsiglia, oppure chissà, gli americani». Carosone: «Maradona non è serio, un cantante che si è fatto pagare una tournée anticipata e non rispetta le date fissate»”. Poi, qualche mese dopo, rientrerà tutto, e Maradona trascinerà i suoi al secondo scudetto. Ma il meglio deve ancora arrivare. Estate 1990: l’Italia organizza un mondiale che avrebbe potuto e dovuto vincere per manifesta superiorità. Finché non accade l’impensabile: contro ogni legge statistica e contro ogni previsione della accurata regia dell’organizzazione, la semifinale è Italia-Argentina, e si gioca a casa di Diego, a Napoli. Nei giorni precedenti il match, Maradona con furbizia cerca di mettere il suo pubblico contro una nazione che non ha mai cacato Napoli, che l’ha sempre trattata come l’ultima ruota del carro, e adesso vuole che tifi per lei perché le fa comodo. L’Italia, come tipico di quegli anni lì di fine lira, perderà ai rigori. Il giorno della finale Argentina-Germania, allo Stadio Olimpico parte del pubblico fischierà volgarmente l’inno argentino. Maradona risponderà con il labiale di sotto.

 

I sottotitoli non sono necessari

 

Tutto ciò, insieme ad altri mille capolavori tecnici e sportivi di Diego, l’ho solo vissuto indirettamente, o forse solo vagamente. Il mio primo anno di piena coscienza calcistica è infatti il 1992. Maradona era già in decadenza. Il 17 marzo 1991, dopo l’incontro Napoli-Bari, Diego risulta positivo alla cocaina a seguito di un controllo antidoping, e viene condannato a 15 mesi di squalifica. È il classico inizio della fine: viene ceduto al Siviglia, torna in Argentina per giocare 5 partite con i Newell’s Old Boys, e il 2 febbraio 1994, pochi mesi prima del Mondiale, un gruppo di giornalisti circonda la casa di Maradona: in tutta risposta El Pibe de Oro gli spara con un fucile e si prende 2 anni di galera con la condizionale. Con l’inizio dei mondiali, la coltre ormai fitta di degrado tragicomico sembra di nuovo, miracolosamente diradarsi per lasciare spazio al sacro. L’Argentina schianta la modesta Grecia 4 a 0, e Maradona segna un goal stellare, con annessa esultanza energetica e un pizzico inquietante. Ma la parabola orami è inesorabilmente discendente: dopo la partita con la Nigeria, Diego risulta positivo all’efedrina. Prima nega, giurando persino sulle sue figlie. Poi ammette: “ho commesso una leggerezza”.

 

Grande goal e grande azione corale dell’Argentina, che si squaglierà nella bollente estate americana dopo la squalifica del capo.

 

Da quel momento in poi, per chi come me non aveva avuto la fortuna di assistere in diretta al prime di Diego, è cominciato un lungo tira e molla. Da un lato, notizie sempre più grottesche, drammatiche, amare. Dall’altro, un calcio che sembrava sempre trovare il modo di rimandare a quel passato di Maradona, come se le imprese degli anni ’80 fossero una sorta di quadro trascendentale, una griglia a partire dalla quale poter valutare quello che accadeva nel presente. Ogni goal può ambire al massimo a diventare il secondo più bello di sempre, perché c’era quello di Maradona contro l’Inghilterra con cui fare i conti. Ogni impresa romantica poteva diventare soltanto la seconda impresa romantica della storia, dopo la sua epopea napoletana. E infine, ogni giocatore in attività che pure avesse cifre e continuità mai viste prima, poteva ambire al massimo al titolo di secondo miglior giocatore di sempre, perché prima c’era Diego – ci dispiace, Leo Messi. Nel frattempo, la vita di Diego viveva di un’alternanza tra sussulti e amarezze. I sussulti, proveniente dai riconoscimenti di “classico vivente” provenienti non solo dal mondo dello sport, ma anche dallo spettacolo, dalla letteratura, dalla politica e dal cinema. Le amarezze, provenienti dalla vita reale. Visto che, come recita un proverbio delle mie parti, non c’è matrimonio in cui non si pianga e non c’è funerale in cui non si rida, ammetto senza problemi che alcune di queste amarezze mi hanno fatto ridere.

 

La rosa è piuttosto ampia: le sceneggiate all’ultimo mondiale russo meritano un posto di rilievo in questo senso. Di tutto rispetto grottesco anche le comparsate televisive di Diego Maradona Jr. al reality show calcistico cult “Campioni”, con i colori del Cervia e sotto la guida tecnica ed esistenziale di Ciccio Graziani. Ma al primo posto, senza alcuna esitazione, metto la comparsata di Maradona a “Carramba che fortuna” (tardi anni 90’) insieme ai suoi ex compagni di squadra del Napoli, e sotto il comando di un’altra divinità italo-ispanica: Raffaella Carrà. Palleggi da foca, abbracci, torelli, carrambate, tifosi napoletani in diretta da Piazza del Plebiscito, bambini in braccio del Pibe, il nipote del Pibe che si chiama come il figlio di Careca: questo video racconta più di tante parole quella simbiosi perversa tra Diego e i bassifondi dell’intrattenimento italiano. Che il suo agio in questo disagio ci sia di sostegno e aiuto nei momenti di maggiore imbarazzo.

 

Davvero il massimo della tv anni ’90. Intorno al minuto 10.14, tutto il candore emotivamente manipolatorio di Diego: “questo viaggio [in Italia]…. sono venuto per te, e per questo problema giudiziario. Ho fatto due cose che a me è piaciuto”.

 

Poi ci sono state le macchiette drammatiche, quelle in cui si intravedeva un declino ormai inarrestabile e una fragilità spaventosa, soprattutto se confrontata alle immagini di onnipotenza che qualunque raccolta video di Youtube può offrire. Mi riferisco in particolare a “Maradona in Messico”, docu-serie di Netflix del 2019. La trama è semplice: dopo l’esperienza negli Emirati Arabi, Maradona va ad allenare i Dorados di Culiacàn, nazione Messico, stato Sinaloa, al top mondiale per il traffico di cocaina. In un misto di scetticismo, sacralità, drammi emotivi, balli propiziatori e bassa attività cognitiva, Diego riesce a portare i Dorados ai playoff e a un passo dall’agognata promozione, mancando l’obiettivo per un pelo. Sebbene non manchino i momenti goliardici, chiunque affermi di non aver provato pena per il protagonista, o mente, o non sa cosa e chi sia stato Maradona. Non è tanto la sua fragilità a creare disagio, quanto piuttosto il misto totalmente caotica di riverenza e compassione che suscita la sua figura. È chiaro che, al netto delle musichette mariachi, la serie mette in scena un uomo che non ha mai smesso di farsi male, e che non sa come smettere.

 

Un’estate fa, Maradona chiedeva giustizia per un difensore dei Dorados, ammazzato a coltellate.

 

Questo continuo tira e molla di epicità e amarezza oggi è finito. Chiunque avesse seguito gli sviluppi più recenti, ivi compreso il sopramenzionato documentario, non può dirsi del tutto sorpreso da questo esito. Ma anche in questo, anche nella compresenza a volte goliardica, a volte devastante di superiore e inferiore, alto e basso, sacralità e auto-dissacrazione, Maradona sembrava essere una condizione di possibilità incondizionata ed eterna.

 

Pensare di fare una rassegna dell’impatto della sua vita e della sua figura così, a caldo, nei giorni appena successivi alla sua scomparsa, sarebbe pura follia. Eppure, qualcosa si può dire. Si può dire che il ruolo politico di Maradona secondo me non va visto solo nelle sue amicizie con i socialismi sudamericani, quanto piuttosto nella sfacciataggine con cui non ha mai smesso di essere un povero pieno di soldi e amato da milioni di persone. La puzza di povertà non l’ha mai lasciato, e questo qualcuno non glielo ha mai perdonato. In ogni sua caduta, in ogni sua uscita fuori luogo, è sempre comparso un commentino compiaciuto sul fatto che un poveraccio argentino non sa gestire la ricchezza e la popolarità, perché non se le merita. A un livello invece più viscerale e forse ingenuo, Maradona ha rappresentato un ultimo barlume di apertura all’impossibile nella gabbia d’acciaio della prevedibilità, della costanza, della routine di asimmetrie sociale ed economiche sempre più implacabili e inaggirabili. Rivedere oggi i video di Diego, come tanti/e di noi avranno fatto, è uno schiaffo in faccia. La potenza di un uomo che da un lato non era fatto per stare lì – lì dove stanno i soldi, il potere, l’influenza, il prestigio –, e dall’altro lato non poteva che stare lì – vista la sua tecnica, il suo carattere, il suo carisma – è una scintilla irripetibile di sacro che merita rispetto e ammirazione, e che le amarezze degli ultimi anni non riusciranno mai a spegnere.

 

Tre minuti di massima intensità.

5 thoughts on “Diego Armando Maradona

  1. Maradona per me è un Personaggio straordinario dalle due dimensioni. Il “Divino sgorbio” come lo definiva Brera in un articolo dove lo dipingeva come Genio del calcio, da una parte rappresentava un’indimenticabile Poesia del calcio che recitava in versi sublimi con goals stellari. Dall’altra protagonista in negativo di una vita d’inferno. Sempre poesia comunque, che ti strazia il cuore mentre ti conduce alla terza dimensione, quella del sogno.

  2. Non penso assolutamente che Maradona sia santo. Maradona calciatore ha permesso a me, appassionato di calcio da 60 anni, di immaginare un gran bel gioco e divertirmi. Il maradona uomo è un capitolo a parte.

  3. Napoli e Maradona
    connubio e fusione

    Tra Maradona e Napoli c’è stata una fusione. Una fusione “a caldo” anzi rovente. Maradona è divenuto Napoli e Napoli è divenuta Maradona. Come è potuto avvenire?
    Attraverso le vittorie sul campo di calcio Maradona ha riscattato Napoli. Ha fatto miracoli come San Gennaro. Lui, un Argentino dei quartieri poveri di Buenos Aires, una “cabecita negra”, è divenuto scugnizzo ed è assurto a re dei quartieri spagnoli e della Napoli intera dove sotto la sua immagine ormai la gente accende i lumini. E Maradona santo è, alla napoletana. Trasgressivo attraverso la cocaina e l’amicizia coi camorristi e i figli avuti da donne diverse; pulcinellesco alla Totò; senza una vera famiglia se non i suoi tifosi; generoso; amante degli eccessi anzi del barocco, e il barocco è lo stile normale dei Napoletani; cultore dell’amicizia; vicino ai semplici, ai poveri e ai devianti; fisicamente improbabile perché un po’ tracagnotto, ma capace d’incredibili magie fisiche come un beffardo “munaciello”, il piccolo monaco dispettoso della superstizione e del paganesimo napoletani. È riuscito, pur milionario, ad essere il rappresentante ideale dei poveri del terzo mondo del pianeta, compreso il terzo mondo partenopeo. L’amicizia con Castro lo ha fatto assurgere a simbolo dell’anti establishment planetario e a nemico della globalizzazione e dell’omologazione all’americana.
    Su poche città al mondo si riversa da secoli un tale flusso di amore e di voci e di sentimenti come su Napoli. Che si pensi alle canzoni. Ma più che luogo fisico, afflitto ormai da tanti mali, Napoli è un’aspirazione di bellezza, di generosità, di vivezza di spirito, di umanità, di fantasia, d’ingegno… Ed è suscitatrice di un grande rimpianto per ciò che questa ex capitale di un Regno, nella quale di notte si aggirano i fantasmi del suo passato, avrebbe potuto essere…
    Maradona, il vincitore – la città delle sconfitte storiche ama i vincitori – ha dato l’illusione che l’atteso riscatto per Napoli stesse per giungere. Se non altro sul campo da gioco, dove il “Pibe de oro” ha fatto veramente miracoli.
    La passionalità su Napoli raggiunge un livello sconosciuto ad altre città. “Napoli è stata tradita dagli uomini” è un tema ricorrente, quasi che Napoli fosse una creatura vivente alle cui speranze gli uomini sono venuti meno, tradendola. Ma Maradona non l’ha mai tradita. Un merito immenso. E così il funambolico, inclassificabile, improbabile personaggio Maradona si è aggiunto ai grandi personaggi che alimentano il corpo mitico e mistico di Partenope, fatto di pagine storiche, leggende, racconti, aneddoti…
    In Totò abbiamo, nello stesso uomo, la sintesi e la conciliazione dei due poli imprescindibili di questa città. Essi sono “miseria e nobiltà”, ossia la sconfitta e la vittoria, il mondo dei miserabili e quello dei “signori”. Da un lato, c’è l’Antonio de Curtis dominato dall’ansia di appartenere alla nobiltà e divenuto infine “principe di Costantinopoli”. E dall’altro c’è il Totò “principe dei poveri” rimasto fedele alla sua gente.
    E dopo di lui è venuto Maradona, questo “Napoletano carnale” ma d’adozione, sintesi di “miseria e nobiltà: “cabecita negra” e scugnizzo divenuto principe del calcio, celebrità mondiale, milionario. Un vincitore. E con la morte, Maradona è entrato, così come fu per Totò, nel corpo mitico e mistico di Partenope, città-mondo, luogo di nostalgie e di rimpianti, eterno teatro. E patria ideale di tanti di noi.
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