di Nikola Madzirov

 

Torna a casa, e sarai di nuovo con te stesso.

Mevlana Rumi

 

I veri nomadi costruiscono la propria casa, prima di lasciarla. Lo stesso fanno gli uccelli, le coppie di amanti e gli operai, che dormono nei cantieri finché hanno costruito una casa che neppure gli appartiene. Solo chi costruisce e lascia una casa, conosce il segreto della non appartenenza – alla storia, ai luoghi stessi –, al contrario di chi costruisce e poi distrugge, o di chi entra in una casa e poi ne esce. Preferisco parlare di un luogo che si lascia anziché di un luogo in cui si vive, perché spesso definiamo la casa con la nostra volatilità o con il modo in cui ne veniamo lasciati, ancora prima di lasciarla noi stessi. Quando l’uccello lascia il proprio nido, vola via. Quando l’uomo lascia la propria casa, inizia a ricordare.

 

Ogni casa ha il suo fondamento, le proprie mura e il tetto che la protegge dalla pioggia, da proiettili vaganti e da falsi profeti. Conserva in sé tutte le paure ereditate e i sogni, sul pavimento sono segnate tutte le storie divise e le tracce del passato. La casa non è che una architettura della memoria personale, un luogo che si lascia non appena la sensazione di abbandono si insedia nello spazio della mente. E essere abbandonati è uno stato in cui si percepisce una mancanza di ricordi, trovandosi in un immenso spazio che allunga sia le nostre ombre che l’eco delle nostre voci.

 

Proprio perché non ricordiamo la nostra nascita, ci ricordiamo tanto più appassionatamente della nostra casa natale, mentre cancelliamo gli ospedali dove siamo nati dalla mappa dei luoghi della vita comune. Ma la casa natale non si costruisce, si eredita, per cui lasciarla è più un’iniziazione che un atto di nomadismo. Gaston Bachelard dice che, anche in assenza di ricordi, la casa natale – contrapposta alla casa dei sogni – resta segnata in noi, essendo composta da un nucleo di abitudini organiche. E proprio le abitudini solo il più grande nemico dell’andare via, dell’amore, della disubbidienza ideologica. Qui nei Balcani, di solito le donne si fanno il segno della croce prima di andare a dormire, a loro detta per trasferirsi nel modo meno doloroso possibile in un’altra casa, più duratura. Non capivo quest’abitudine, ma mi rimase impressa quell’idea di assenza di dolore in un trasloco più durevole come contrappeso al dolore del parto.

 

Quando Czesław Miłosz lasciò la sua patria socialista, scrisse che si sentiva come un uomo che si poteva muovere liberamente, ma che trascinava con sé una lunga catena che lo riportava sempre allo stesso luogo. Una catena che portava anche dentro di sé. Nonostante tutte le recinzioni geopolitiche, si può scampare all’ideologia, perché in genere rappresenta il contrario della memoria e del presente, perché offre sempre solamente il futuro. E solo i falsi profeti e i trafficanti di verità assolute non sfuggono al futuro. Si diventa un senzacasa, quando si lasciano le stanze i cui muri erano abbastanza spessi per contenere tutte le voci della felicità comune e dell’alienazione personale. Se lasciamo la nostra casa senza voltarci neanche una volta, l’andare via diventa la nostra casa, e gli anelli della lunga catena non si rompono grazie alla propria madrelingua, alla lingua sentita nell’infanzia, alla luce che splende sul cuscino della stanza in cui siamo cresciuti. Nei ricordi le pareti dell’andare via sono più reali che le pareti dell’abitare o del vivere.

 

Spesso immagino una casa che non si lascia. Il suo cortile è delimitato dalla linea dell’orizzonte; ci sono dei balconi in alto, con nidi abbandonati e posaceneri non svuotati; le finestre mostrano la polvere della città e la luce tremolante della televisione che qualcuno si è dimenticato di spegnere. Penso a una casa in cui si giunge per non ripartire. Una casa che non si eredita. Penso alla relazione dinamica fra il corpo di chi la abita e la geometria dello spazio, a quanto possa estendersi la soglia e la superfice dei desideri. Penso ai “rifugiati” e alle loro case provvisorie, che riempiono con nuove insicurezze e con mobili, messi nello stesso ordine della propria casa appena abbandonata. Penso a tutti quelli che si affannano per morire nella propria casa, un altare fortificato dell’appartenenza personale.

 

Senza volerlo, sono divenuto un discendente di rifugiati e un erede di spazi provvisori che un tempo erano una casa. Non mi sono costruito una casa, per cui non ho nulla da lasciarmi dietro, anche se sposto il mio corpo-casa da un luogo in un altro, da una verità geometrica in un’altra.

 

(Traduzione di Piero Salabè)

 

 

[Immagine: Joel Meyerowitz, Hartwig House, Truro1976. Dalla serie At The Water’s Edge].

2 thoughts on “Casa, un luogo che si lascia

  1. “Un giorno un uomo aveva voglia di rivedere la casa dove era nato. Tornò sul luogo dove era la sua casa ma non riuscì a vedere nulla. La casa era scomparsa e un prato verde aveva preso il suo posto.
    Sconsolato si fermò a lungo ai bordi del prato. Passò di là un contadino e gli chiese cosa stava cercando.
    – La mia casa – rispose l’uomo.
    Il contadino si fermò a pensare, poi gli fece segno di seguirlo. Al centro del prato l’erba era cresciuta a tratti di un verde più tenero e chiaro. La casa sembrava ricomparire con i muri e le stanze in mezzo al verde. L’uomo era felice. Ringraziò il contadino e molte volte ritornò a camminare nelle stanze della sua casa, disegnata da semplici linee di un verde più chiaro.”

    Manlio Brusatin, Storia delle linee, Einaudi, Torino, 1993 p. 3

  2. Sulla casa che si fu costretti abbandonare….
    “Il salone era ormai pieno. La gran porta era stata chiusa. Gli ultimi commensali si accingevano a sedersi. Occorreva affrettarsi. Al microfono c’era la signora Giuliana Steffé, presidentessa dell’Associazione di Montréal e tra gli organizzatori del convegno. Mi diressi verso di lei, approfittai di una pausa, le parlai brevemente, poi raggiunsi il nostro tavolo. Udii la voce della Steffé: “Qui c’è il signor Claudio Antonelli con la madre, Gioconda, che vorrebbero sapere se tra voi c’è qualcuno di Pisino…” L’annuncio venne ripetuto.
    No, non c’era nessuno di Pisino.
    Al nostro tavolo c’era un’allegra comitiva di istriani, provenienti dal New Jersey, giunti a Montréal tutt’insieme, con due auto. Erano al di sotto dell’età media, piuttosto alta, dei presenti. La conversazione iniziò in dialetto, ma quando udirono che io parlavo in lingua, passarono all’italiano. Pensai che fosse doveroso incitarli a continuare a parlare il nostro bel dialetto. Avrei anche voluto dir loro che io provavo un forte rimpianto per avere abbandonato il “pisinoto” da bambino, andando in prima elementare, a Capodimonte, a Napoli, spinto a ciò dai miei genitori, che temevano che il dialetto potesse costituire un impedimento all’apprendimento dell’italiano. E formulando nella mente queste idee e ricordando le infinite volte che mi ero giustificato, con sincero rammarico, di non parlare il nostro dialetto, provai un senso d’inutilità.
    Non dissi nulla. Parlammo invece degli Stati Uniti, di Montréal e dei viaggi in Italia e in Istria. Non volli affrontare il discorso dell’esodo. E neppure mia madre volle farlo. Si limitò a dire che, da allora, non era mai voluta ritornare in Istria, per tema che le si schiantasse il cuore in petto vedendo degli sconosciuti occupare la nostra casa natale che fummo costretti a lasciare in un quadro di violenze e di morte. Lo disse con tono calmo, ma in maniera chiara, icastica, definitiva.”

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