di Giorgio Mascitelli

 

La vittoria elettorale di Biden alle elezioni presidenziali americane non ha solo procurato un comprensibile sollievo in molti di noi, ma ha altrettanto comprensibilmente generato un certo entusiasmo in esponenti e commentatori politici di entrambe le sponde dell’Atlantico che si considerano appartenenti alla moderna sinistra moderata contrapposta a una fantomatica sinistra radicale populista. Perfino un redivivo Tony Blair, per il quale la conversione al cattolicesimo evidentemente non ha significato una scoperta di quella cultura del silenzio che resta uno degli aspetti più commendevoli a mio avviso della confessione romana soprattutto in un caso come il suo, ha spiegato che sconfitto con Trump il populismo di destra ora non resta che battere quello di sinistra. Riflesso italiano di questo clima è l’annuncio sugli organi di stampa più vicini a quest’area politica che il centenario della fondazione del PCI, il prossimo gennaio, sarà un’occasione per avviare una riflessione politica che liquidi ogni nostalgia radicale ricordandone la dannosità in epoche in cui la democrazia è in pericolo e nel contempo rassicurando che l’aspetto migliore di quell’esperienza, ossia un certo pragmatismo politico e amministrativo volto a migliorare concretamente le condizioni di vita delle persone, è stato ereditato dalla sinistra moderata. E’ chiaro che aleggia in modo implicito o esplicito su questa celebrazione la riproposizione dell’equazione scissione a sinistra=vittoria del fascismo, che vedrebbe la sua attualità nell’ascesa dei populismi.

 

  Il fatto che la politica guardi alla storia è in sé un fatto positivo, ma storicizzare significa cogliere come si presentano nell’epoca attuale quelle due o tre problematiche che seguono linee di lunga durata, non certo fare dei maldestri copia e incolla di un singolo evento importato come schema interpretativo di un’epoca diversa. Se anche nei populismi reazionari è possibile vedere qualche tratto di filiazione dai fascismi storici o dai neofascismi, ma anche molti di discontinuità, la lettura del fascismo come prodotto delle divisioni della sinistra appare, per usare un eufemismo, fuorviante. La scissione di Livorno nell’ottica dell’ascesa del fascismo è un evento secondario rispetto all’illusione delle classi dirigenti liberali di poter usare Mussolini in funzione antioperaia per poi ridimensionarlo, allo sbandamento morale ed economico seguito alla Grande Guerra, alla rabbia della borghesia contro Giolitti per la patrimoniale  e alla complicità della casa reale e quindi dei vertici militari. Naturalmente questi fatti non destano particolare interesse perché non sono utilizzabili nello schema politico main stream che descrive la crisi della democrazia come un indebolimento delle forze democratiche e moderate perché alle estreme, in particolare a destra, emergono forze populiste antisistema.

 

  Questo modello di spiegazione ‘antagonista’ del populismo cozza contro la realtà che vede i populisti andare al governo perlopiù prendendo il controllo di partiti di centrodestra rispettabili (i repubblicani statunitensi, i conservatori inglesi, i liberali austriaci, la stessa FIDESZ di Orban che è un partito popolare e, in un certo senso, a livello di coalizione anche il centrodestra italiano), cosa che ricorda molto di più il listone giolittiano con i fascisti o il ruolo di Hindenburgh e Von Papen in Germania, se proprio ci si tiene a fare dei raffronti storici, a mio avviso non utili. Gli unici paesi che fanno eccezione sono la Francia, dove però il movimento dei Le Pen secondo me non governerà mai, e la Polonia, nella quale gioca un ruolo decisivo una chiesa cattolica apertamente reazionaria ed estremista. Insomma il populismo finora appare nei suoi esiti politici più come una tecnica di governo di una parte delle attuali élite che un’opposizione sistemica ( anche se a livello di base ci sono, tra molte altre di diverso genere, pulsioni antisistema). Questo processo d’altra parte è facilitato da tre fattori, dei quali due attinenti all’ideologia corrente e uno alla comunicazione: il primo di questi fattori è l’anticomunismo come collante ideologico unitario, a cui si richiamano tanto i populisti quanto i riformisti e i moderati e che serve ai populisti per non subire delegittimazioni sul piano della credibilità democratica, che diventa tanto più significativo e utile perché di comunismo e comunisti nelle società occidentali non c’è traccia e un anticomunismo in assenza di comunismo reale diventa da un lato una macchina mitologica perfetta e dall’altro un modo di accreditamento come soggetto responsabile e democratico di chiunque senza che debba pagare costi politici (un eloquente esempio di questa confluenza si può trovare nella risoluzione del Parlamento Europeo sull’importanza della memoria storica adottata il 19 settembre 2019). Il secondo aspetto è l’ideologia tecnocratica che prepara un terreno favorevole alle pulsioni antidemocratiche dei populismi: sebbene i populisti si presentino come gli acerrimi avversari dei tecnocrati, il capitano convinto di incarnare gli interessi del popolo e il tecnico che deve far funzionare asetticamente  le procedure di governo sono nutriti da un uguale disprezzo per la democrazia e per i suoi tempi di discussione; i mercati non hanno tempo da perdere e non lo ha neanche il corpo mistico del popolo. D’altronde il disprezzo per il popolo che si fa sedurre facilmente da demagoghi, che in certi ambienti liberali e tecnocratici si fa protesta contro il suffragio universale sia pure in forma paradossale (intanto così si sdogana l’argomento), rappresenta il pendant della protesta qualunquista contro i politici inetti e corrotti che tradiscono la gente comune. In entrambi i casi, infatti, in definitiva il discorso punta a delegittimare il meccanismo della rappresentanza.

 

  Sul piano mediatico  assistiamo a un’omogeneizzazione di linguaggio della comunicazione politica tra i populisti e i loro avversari: la banalizzazione del messaggio, la focalizzazione sulla figura personale del leader e il culto dell’immagine sono tratti che caratterizzano tanto leader dichiaratamente antipopulisti come Macron, Renzi o Trudeau quanto i loro rivali. Questa uniformità della grammatica finisce sia con il favorire lo sdoganamento nell’opinione pubblica dei contenuti politici dei populisti più apertamente reazionari sia lo scivolamento indolore di alcuni leader politici verso posizione populiste. E’ la storia di Orban, più di quanto si ami credere, ed è probabilmente anche quella del cancelliere austriaco Kurz che per sbarrare la strada ai populisti della FPӦ ne ha assorbito linguaggi e obiettivi.

 

  La questione mediatica è tanto più significativa in quanto uno degli elementi centrali delle nostra società è un radicale processo di depoliticizzazione: questo non significa soltanto un tendenziale aumento dell’astensione o del voto dato per motivi di mera simpatia iconica al leader che beve il cocktail più colorato, al di fuori di qualsiasi considerazione politica razionale, ma è soprattutto assenza di partecipazione ai momenti non elettorali della democrazia ossia alla discussione, alla protesta e all’attivismo in partiti e sindacati. Oggi per la quasi totalità della popolazione di un paese occidentale la forma di partecipazione alla vita politica è quella passiva dei social, dove furoreggia, anche per la natura del mezzo, una piccola minoranza specializzata nella diffusione di fake news o in insulti sistematici ed esternazione di odio e altri sentimenti negativi. Una democrazia del resto non è solo libere elezioni e un sistema di regole, ma una pratica politica quotidiana che ovviamente viene messa in crisi dalla depoliticizzazione. Peraltro con la scomparsa dei partiti di massa l’elemento essenziale per vincere le elezioni diventa sempre di più la capacità dei candidati di raccogliere denaro per la campagna elettorale (anche il dissennato e autolesionista tentativo del nuovo segretario del Labour Starmer di uccidere politicamente un leader sconfitto come Corbyn non ha altro fine che di rassicurare i finanziatori del partito che non succederà mai più il caso di un Labour con un programma socialista) e questo ha, come in un circolo vizioso, l’effetto di accentuare la depoliticizzazione perché tutta una serie di tematiche che possono infastidire i finanziatori più generosi scompaiono dall’agenda politica.

 

  In un contesto così frammentato e involuto il dato che le forze populiste trionfino nelle periferie, nella campagne e in zone popolari un tempo roccaforti della sinistra (ma non negli Stati Uniti e peraltro non così spesso anche in Europa, dal Veneto leghista alla Provenza dei pieds noirs) è inoppugnabile nel suo aspetto statistico, ma assolutamente non significativo dal punto di vista politico innanzi tutto perché è probabile che anche nelle periferie la prima forza resti l’astensione ossia la fuga dalla politica per eccellenza; e in secondo luogo perché le persone che un tempo rendevano quei luoghi roccaforti socialiste o comuniste non esistono più non solo anagraficamente, ma anche culturalmente e sociologicamente. Solo se le inquadriamo nel contesto della radicale depoliticizzazione delle nostre società, le pur corrette spiegazioni offerte da numerosi commentatori del successo elettorale dei populisti (dall’impoverimento della classe media alla ricerca di un nido patriottico di fronte a un mondo globale che spaventa, fino al senso di risarcimento morale per i perdenti di una società individualista in cui l’unico metro di giudizio delle persone è il loro successo misurato in denaro) acquistano un significato generale non esaustivo, ma che almeno indica una direzione verso cui dirigere la riflessione: si tratta di reazioni, talvolta quasi di scongiuro o di ricerca di senso,  verso il processo sociale, di cui viene percepita a livello di massa l’anomia. In fondo sono gli equivalenti elettorali di quei frammenti di discorsi quotidiani che i personaggi del teatro beckettiano si ostinano a ripetere immersi nelle loro situazioni assurde. I leader di destra hanno chiare le potenzialità di questo stato di fatto e di questi simboli senza contenuti, che se utilizzati opportunamente sono in grado di rendere popolari quelle pratiche economiche liberiste, magari con qualche concessione ai panem et circenses, che altrimenti godono di un diffuso discredito. Così Trump, nonostante le sue idee fiscali sui ricchi, e Orban, nonostante le sue idee sugli straordinari, sono popolari anche presso le fasce meno abbienti.

 

  Si illudono però coloro che pensano che una sinistra di classe metterebbe fine al populismo e questo non solo perché le idee del socialismo dopo l’ottantanove continuano a essere largamente impopolari, nonostante il crollo di appeal del capitalismo, ma per due motivi di fondo. Il primo è che oggi chi vive una condizione proletaria non sa di viverla: infatti l’avvertimento di Bourdieu che le classi non sono un dato immediato e per così dire naturale, ma sono una costruzione culturale e politica, è ancora più valido in questo contesto postcomunista. Ciò che l’esperienza diretta e soggettiva incontra  è il dato bruto delle differenze di tenore di vita, di collocazione e ricchezza, che solo dopo un percorso di presa di coscienza possono essere percepite come una dinamica di classe. Oggi per la situazione di depoliticizzazione di cui scrivevo sopra un percorso di tal genere è, per usare un eufemismo, arduo. E per di più coloro che vivono condizioni proletarie sono molto diversi dal tipico soggetto proletario ottonovecentesco ossia l’operario della grande fabbrica. In secondo luogo eventi in cui emerge con chiarezza che la democrazia è platealmente sottomessa alle grandi e asettiche istanze del capitale finanziario, come per esempio si è visto con la Grecia sotto la trojka, producono più frequentemente effetti di fuga individuale che di ribellione.

 

  Peraltro il discorso della sinistra moderata è ancora più illusorio perché il culto della globalizzazione si è tradotto in un’esaltazione, con retoriche diverse da quelle conservatrici ma con un’identica sostanza, dell’individualismo competitivo dominante. A questo proposito è abbastanza utile ricordare un film come Full Monty, non a caso campione di incassi negli anni novanta e portavoce di questi valori: i membri della working class inglese che disoccupati o in cattive acque si inventavano lo spettacolo di spogliarello maschile rappresentano pienamente questa idea stereotipa della libera iniziativa individuale grazie alla quale si risolve ogni problema e si arriva a una condizione molto migliore di quella del lavoratore industriale, ma ciò naturalmente coinvolge solo i giovani e belli, mentre il populismo comincia proprio a parlare con quelli che hanno troppa pancia o sono troppo vecchi per poter tentare di calcare qualsiasi palco e possono tutt’al più fare la comparsa in qualche film di Ken Loach. Non si tratta però solo di non avere nulla da dire a questa massa di persone, che non necessariamente votano per i populisti ma si astengono o ‘scelgono la persona e non il partito’, ma di non avere una comprensione reale del fenomeno del populismo: lo stessa idea del populismo di sinistra accanto a uno di destra, con cui vengono definite forze socialiste come Syriza o Podemos, serve a rilanciare il vecchio refrain centrista degli opposti estremisti, ma vieta nel contempo di cogliere la vera natura del populismo. Una natura liquida, per usare un termine alla moda, e subalterna ai processi che serve alla parte più conservatrice delle élite politiche ed economiche per accreditarsi come forze in lotta contro quel sistema. Vi è qualcosa di sinistramente grottesco nel fatto che esponenti di gruppi politici ed economici che in Italia hanno fatto il bello e il cattivo tempo indichino in qualche dirigente del PD il sistema o che negli Stati Uniti repubblicani legati a doppio filo alle più grandi banche d’affari del mondo dicano lo stesso a proposito di Obama o Biden. Eppure questa situazione è l’esatta conseguenza della concezione politica del populismo come forma di opposti estremismi perché offre una patente da moderato a chi non lo è affatto.

 

  Probabilmente se si volesse riprendere a parlare con queste fasce della popolazione italiana, attraverso un percorso lungo e doloroso da non abbandonare alla prima battuta d’arresto che necessariamente ci sarà, invece di magnificare le doti della socialdemocrazia in un linguaggio incomprensibile a chi non sia stato un militante del PCI  o della vecchia nuova sinistra (e peraltro bollando come estremismo qualsiasi proposta socialdemocratica), sarebbe meglio richiamarsi ai valori della Costituzione. La nostra Costituzione è stata finora usata e sentita come un baluardo di fronte a certe degenerazioni, per esempio il revisionismo storico o l’attacco all’indipendenza della magistratura, mentre essa ha anche un aspetto utopico nel senso che prefigura nei suoi principi generali una tipologia di vita e di elazioni sociali che non sono mai state realizzate. Quello potrebbe essere un modo per tornare a parlare laddove non si è più ascoltati. Certo per farlo occorre credere davvero in quei valori e non usarli soltanto come eleganti citazioni per i discorsi ufficiali del 25 aprile.

4 thoughts on “Populismi e depoliticizzazione

  1. Non ho avuto il tempo di leggere con cura tutto l’articolo ma infine qualcuno che legge la storia e non la sua caricatura strumentale:

    Questo modello di spiegazione ‘antagonista’ del populismo cozza contro la realtà che vede i populisti andare al governo perlopiù prendendo il controllo di partiti di centrodestra rispettabili (i repubblicani statunitensi, i conservatori inglesi, i liberali austriaci, la stessa FIDESZ di Orban che è un partito popolare e, in un certo senso, a livello di coalizione anche il centrodestra italiano), cosa che ricorda molto di più il listone giolittiano con i fascisti o il ruolo di Hindenburgh e Von Papen in Germania, se proprio ci si tiene a fare dei raffronti storici, a mio avviso non utili.

    E non dimenticherei di citare la Francia, dove il 2017 appare sempre di più come un 18 brumaio: non si sa più se farsa o tragedia, probabilmente tutti e due.

  2. “ Lunedì 27 aprile 1998 – Al bar del cinema Vittoria di Diamante (CS), nell’intervallo fra il primo e il secondo tempo, un vecchio prete in paramenti sacri accompagnato da un chierichetto che porta una cesta piena di offerte domanda alle due ragazzine del pubblico – nella sala eravamo solo in sette: « Che film vedete ? » « Full Monty » « E com’è? » « Bellissimo ». “. A me, quando nel mezzo di un discorso sulla politica, arriva la citazione da un film, sembra sempre un po’ strano. Capisco che il cinema piace a tutti, e soprattutto alle ragazzine, ma capire qualcosa anche del cinema – sarebbe meglio.

  3. Caro Giorgio,
    mi ritrovo molto in sintonia con la tua conclusione, e penso a un dibattito a cui ho assistito a Milano anni fa, in cui uno dei relatori sottolineava come la costituzione italiana dovesse essere intesa come “progetto”, ossia qualcosa che attendeva di essere sostenuto, dispiegato, portato avanti, attraverso anche la mobilitazione dei cittadini. Io ci vedo inoltre la più potente leva oggi disponibile per ridare senso e radicalità al concetto di democrazia, che come tu ricordi non è una semplice questione di procedure di voto. Inoltre è necessario trovare un terreno comune che permetta un riconoscimento politico tra avversari, che non tolleri forme di violenza e sopruso fascista. Ma questo vuol dire rieducarci al dibattito democratico, non solo virtuale, ma anche nelle istituzioni, nei luoghi di vita e lavoro. Cio’ che spaventava nella situazione statunitense è l’idea di una nazione che si ritrova minacciata da una tale spaccatura di valori e stili di vita da evocare lo spettro della guerra civile.

    Un’altra leva potenzialmente forte, ma che non ha ancora trovato una sua dimensione politica sufficientemente radicale e inclusiva, è quella dell’ecologia. Essa secondo me potrà costituire un secondo polo in grado di ricomporre le lotte. L’ecologia correttamente intesa non puo’ che portare a una critica radicale del capitalismo, e questo è riscontrabile anche in intellettuali che per loro formazione, ad esempio, non sono marxisti. Ovviamente, un’ecologia senza costituzione, potrebbe esistere anche in un regime autoritario. D’altra parte, la questione ecologica porta al progetto costituzionale una radicalità critica che questo non ha.

    Infine. Io non sono convinto che le masse siano cosi “spoliticizzate”. Da un certo punto di vista sono estremamente reattive ai fatti che riguardano la polis: hanno mezzi di conoscenza e di espressione sconosciuti anche alla maggior parte delle epoche precedenti. In casi come la Romania, in anni recenti, o la Francia, hanno anche dimostrato di sapere mobilitarsi su obiettivi importanti e ambiziosi. E questo anche nel caso degli USA, per parlare solo dei paesi “occidentali”. Il problema è che nessuno è in grado di raccogliere queste energia politica a volte incandescente. I sindacati ci provano, certi partiti di sinistra più radicali come la France insoumise in Francia, ma con enormi difficoltà. Quanto alla sinistra moderata, essa si spaventa di fronte a questi fenomeni esattamente come la destra. Ma questo è un tema che da solo varrebbe un documentato approfondimento.

  4. Caro Andrea,
    Indubbiamente ci sono segnali di controtendenza qua e là, specie nel mondo anglosassone, ma penso che la depoliticizzazione sia ancora l’elemento prevalente ( e naturalmente sarei felice di essere smentito) nelle società occidentali. Sull’ecologia sono assolutamente d’accordo, anche perché affrontare i temi ecologici implica un cambiamento di paradigma economico. Sugli Stati Uniti temo che la scelta di Biden di emarginare completamente nel governo l’ala socialista del partito democratico, mascherando la cosa con un maquillage arcobaleno di esponenti delle varie minoranze, sia uno delle scelte che più ridaranno fiato al trumpismo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *